--Voi credete che una, che dieci, che cento vite importino quando è in

giuoco il destino di tutti? Voi che avete paura del sangue, lo versate a

fiumane nelle vostre guerre: tanto è il vostro orrore del sangue, che la

suprema cura dei vostri reggitori è quella di armarvi. Qui, in questo

vostro paese di libertà, non è l'esercizio della forza per uno scopo

cruento il più onorato fra tutti? E non rispondete che vostro solo

pensiero è impedire di essere sopraffatti e non già sopraffare; perchè

tutti dicono così! Chi confessa di fare il male? Il bene è sulle bocche

di tutti, degli assalenti e degli aggrediti. Stolte cupidigie, interessi

bassi e meschini vi mettono in guerra. E nelle vostre guerre non è

precetto sempre obbedito di sacrificare un soldato, una pattuglia,

un'avanguardia, per la salute dei più? Noi facciamo un'altra guerra, più

giusta, la sola giusta e santa: la guerra per la redenzione degli uomini

contro tutte le nequizie e tutte le viltà, contro la fame, contro

l'ignoranza, contro la prepotenza, contro la stessa vostra guerra. Se

incontriamo un ostacolo lo spezziamo: una, dieci, mille vite che

importano?

Ella aveva parlato con mal contenuta violenza; la rigidità del suo

atteggiamento s'era sciolta ed il braccio disteso aveva fatto il gesto

di chi svelle ed abbatte.

Quando tacque, il Ferpierre che era rimasto a udirla meravigliato e

quasi intimidito, disse a sua volta, con voce fredda e severa:

--Noi non abbiamo ora da discutere sulla moralità dei vostri principii.

Sarà bene dirmi piuttosto in qual modo la contessa potesse esservi

d'ostacolo? Che cosa potevate seriamente temere da lei?

E poichè ella tardava a rispondere:

--Vorreste darmi ad intendere che ella potesse pensare a denunziarvi, a

intralciare i piani delle vostre congiure?

--Non voglio darvi nulla a intendere. Per quella donna Alessio Petrovich

si perdeva.

--In che modo?

--Per amore di lei, per riaverla, aveva dimenticato il Dovere.

Comprendeva che ella non lo amava più, che ne amava un altro, ma sentiva

che c'era ancora un modo di tenerla con sè, di sottrarla a quell'altro.

Non tanto per amore costei gli si era data, quanto per distoglierlo da

noi, per redimerlo, diceva. Egli le si mostrò _redento_, le rappresentò

che ella era la sua _redenzione_; che, abbandonato da lei, sarebbe

ricaduto nell'_errore_. Il solo mezzo di averla con sè era questo: di

dirle e di provarle il proprio _ravvedimento_. Senza più amarlo, ma per

non farlo tornare a noi, ella resisteva a quell'altro. Io gli dissi più

volte la sua stoltezza, l'indegnità di sacrificare a una donna l'ideale

di tutta la sua vita. Egli non mi udiva. Era accecato. Veniva da me a

piangere per averla perduta, per averla voluta perdere; voleva che io,

io, l'aiutassi....

Nella voce della giovane c'era, oltre lo sdegno, un'ansia secreta: non

solamente il dolore per il traviamento del compagno di fede, ma anche,

più profondo e nascosto, il tormento d'essere stata presa a confidente

dall'uomo amato che neppure avea sospettato l'amor suo.

--E voi?

--Io vidi che tutto era inutile. Non avevo molto sperato di guarirlo

perchè so come è fatto. Quando un'idea lo infiamma nulla vale ad

arrestarlo: non ragiona, non vede più. Nondimeno aspettavo che la crisi

si risolvesse in qualche modo. Un giorno, improvvisamente, compresi il

nuovo pericolo: egli aveva visto il Ginevrino; nel parlarne le sue mani

tremavano, i suoi sguardi gettavano fiamme. Compresi che lo avrebbe

ucciso, che si sarebbe perduto senza riparo. Le ultime volte che venne

qui lo raggiunsi, presaga della catastrofe. Egli mi chiese che lo

aiutassi. Lo aiutai.

--Uccidendo la donna della quale voleva l'amore?

--Liberandolo.

--E avete assassinata quella creatura così, a mente fredda,

deliberatamente?

--Venni da lei. Venni qui l'ultimo giorno per parlare con lei. Poichè

ogni altro mezzo era stato invano, se egli non udiva la voce del

dovere, colei soltanto poteva salvarlo. Le dissi di abbandonarlo, di

fuggirlo, di scomparire. Ella non volle. Le soggiunsi: «Voi amate un

altro: andate lontano col nuovo amante.» Mi vietò di parlare così;

volle sapere chi fossi io. Risposi: «Una che vi odia!» L'odiavo perchè

l'avevo sentita, fino dal primo vederla, diversa da me, d'un'altra

casta, d'un'altra razza, d'un altro animo; perchè tutte le sue idee,

tutti i suoi sentimenti erano opposti ai miei; perchè ora ella mi

contendeva quell'uomo. Non volevo, no, assicurare a me stessa l'amore

di lui; ma serbare le sue forze all'opera comune. Nonostante l'odio,

la pregai. Fu inutile anche la preghiera. Allora le dichiarai: «Sapete

perchè non volete fuggirlo? Non per lui, ma per voi. Temete che vi

creda fuggita col vostro nuovo amante. Volete mostrargli una fedeltà

che non sentite, volete ottenere con l'osservanza d'un preteso dovere

la fama di costante e di fida. Foste la sua amante e volete farvi

credere la sua sposa non amandolo più. Egli vi giudica tanto buona,

che ho voluto vedere dove consiste la decantata vostra bontà. Voi

siete ipocrita, falsa, egoista, peggio che tutte le altre...» Ella mi

lasciava dire: tentavo invano di sdegnarla, di offenderla. «Ma un

giorno finirete anche voi col rompere questa vostra ipocrita fedeltà,»

io soggiunsi, «per darvi in braccio al nuovo amante... se pure non vi

siete già data...» Furono inutili anche queste parole. Si scosse

soltanto quando le dissi: «No! Ciò non avverrà. Il vostro amante sarà

morto! Egli lo ucciderà. Lo conoscete? Lo ucciderà! Sarete voi

responsabile dell'assassinio. Lo avrete voluto, lo volete; ogni

giorno, ogni ora, ogni minuto che passa lo prepara, lo affretta,

inevitabilmente!...» Allora ella disse: «Ah, morire! Debbo io,

voglio io morire...» Lo sdegno e lo sprezzo mi gonfiarono il cuore:

chi dice questa cosa quando la sente? Se era vero che ella volesse

morire, si sarebbe uccisa. Le dissi il mio sdegno e il mio

disprezzo. «Non è vero! Avete paura! Siete vile!...» Ella assenti:

«Sì, sono vile; l'arma è lì, la mano mi trema.» Presi io l'arma,

glie la porsi: «Raccogliete il vostro coraggio, se ne avete ancora,

se ne avete mai avuto...» Ella giunse le mani, scongiurandomi:

«Uccidetemi voi, liberatemi voi!...» Il mio sdegno cresceva vedendo

tanta viltà. Le promisi, con voce sorda, con l'arma in mano: «Ti

ucciderò se non lo lasci.» Ella giunse le mani, supplicando ancora:

«Uccidetemi!...»--«Non vuoi lasciarlo?»--«Uccidetemi!...»--«No?» Udii

il passo di lui, la sua voce chiamare. La uccisi.

Ansante, ella tacque.

--E non ne siete pentita?

--Non ne sono pentita. Ella era vinta dalla vita, voleva e doveva

morire. Egli doveva essere libero d'attendere all'Opera. Li ho liberati

entrambi.

E il Ferpierre riconosceva finalmente la verità già sospettata.

Ora tutto si chiariva, tutto si concatenava logicamente. La rea non

voleva convenire che, oltre lo zelo settario, anche la gelosia l'aveva

armata; ostentava di ricusare l'attenuazione del suo crimine per

gloriarsi d'essere inaccessibile agli interessi personali. C'era in

questa rinunzia una fosca grandezza che dava la misura della forza di

quell'anima; ma, senza dubbio, anche l'amore disconosciuto aveva dovuto

spingerla contro l'Italiana. Il pentimento del principe, la sua condotta

ambigua degli ultimi mesi, il suo dolore dopo la catastrofe, tutto si

spiegava. Negando d'essere l'amante della nihilista egli aveva detto la

verità. L'aveva ammesso forzato da lei, per secondarla, per salvarla,

quando ella credeva di potersi salvare così. Anche le ultime parole

della contessa, quell'invocazione alla morte liberatrice,

quell'incitamento rivolto alla minacciosa rivale, erano la naturale

soluzione del contrasto fra l'incapacità d'uccidersi e il bisogno di

morire dal quale ella realmente era stretta. La rea non aveva ragione?

Quell'assassinio del quale la giustizia aveva pure da chiederle conto

non si confondeva quasi col suicidio liberatore?

Così l'intrico era sciolto. Ma restava tuttavia al Ferpierre di chiamare

Zakunine. Riferendo alla nihilista che il principe si era accusato, egli

aveva mentito per amore di fare la luce; ma un dubbio ora gli

s'affacciava alla mente: se, udendo che Zakunine s'incolpava, la giovane

si era incolpata ella stessa, che cosa avrebbe detto il principe udendo

la confessione di lei? Si doveva sospettare che entrambi si sarebbero

dichiarati colpevoli?

Il contegno del principe, dall'ultimo interrogatorio, era, secondo la

relazione del direttore dell'Evêché, radicalmente mutato. Non passava

più il suo tempo, immobile e silenzioso, indifferente a ogni cosa:

l'insofferenza della prigionia lo faceva ora dare in ismanie. Aveva

chiesto di parlare con un avvocato, e non avendolo ottenuto si era

sfogato con parole dure contro la giustizia. Più volte in un giorno

chiamava i guardiani per domandar loro se era venuto l'ordine di

scarcerazione; udendo le risposte negative s'accigliava e fremeva.

Misurava in lungo e in largo la sua cella, con le mani strette sul

dorso, il capo chino, lo sguardo fisso e duro. Aspettava l'ora

dell'uscita quotidiana con impazienza, rientrava più torvo di prima.

Chiedeva libri, rifiutava il cibo della prigione, faceva venire da fuori

il suo vitto.

Appena condotto dinanzi al Ferpierre disse, con accento di mal repressa

impazienza:

--Ancora interrogazioni? Non volete riconoscere la verità alla fine?

--La verità mi è nota oramai!--rispose il giudice severamente.--Non

siete materialmente colpevole e non posso più trattenervi...

--Ah, dunque!

--Ma la vostra responsabilità morale è molto più grave di quella che

confessaste in principio; e questa vostra impazienza mi pare anche fuori

di luogo, poichè con una sola parola mi avreste tolto dal dubbio...

S'arrestò per dargli tempo di rispondere, di replicare qualcosa; ma il

principe lo guardava senza dir nulla.

--Pare dunque che la generosità dalla quale foste animato nei primi

giorni taccia finalmente e che non vi importi più tanto di salvare la

rea?

--Di salvare?...

--M'inganno, allora? Fingete la meraviglia e l'ignoranza? Sono fuori di

luogo. Ella ha confessato.

--Che cosa?

L'accento d'ansioso stupore col quale egli fece questa domanda pareva

sincero.

--Su via, volete farmi perdere ancora altro tempo? Vi duole ora di

vederla perduta? Non sapete che questa donna vi ha amato? Non sentite

che tutta la morale responsabilità di tante rovine pesa su voi,

unicamente? Fingete lo stupore dopo avere mentito? Diceste la menzogna

riconoscendo di essere l'amante di lei; ma questa almeno vi fu quasi

strappata dalla speranza di salvarla; ma perchè nascondeste i vostri

sentimenti ultimi verso quell'altra sciagurata?...

Il principe tremava. La Natzichev aveva detto il vero.

--E andavate a parlare dell'improvvida resurrezione del vostro amore a

chi vi amava, a una vostra complice nelle ribellioni, affinchè la

gelosia e il fanatismo si svegliassero in costei ad un tempo e

l'animassero contro quella infelice!... Siete ammutolito e tremate ora,

dopo aver fatto due vittime?... E perchè avete nascosto tutte queste

cose? Non era dunque generosità verso la rea, era un sentimento tutto

diverso; era tutta paura che, se io avessi saputo l'impeto di questa

vostra tardiva passione, avrei potuto e dovuto sospettare di voi con

maggior fondamento?

Allora il principe, sollevando risolutamente il capo e affissando lo

sguardo nello sguardo di lui, rispose con voce sorda:

--Non ho da dirvi perchè ho taciuto. Avete saputo la verità: perchè non

mi liberate? Che altro chiedete?

VIII.

LA LETTERA.

Quando i fogli pubblici diedero notizia che, chiusa l'istruttoria,

sulle concordi confessioni della Natzichev e di Zakunine la contessa

d'Arda era stata assassinata dalla nihilista e che l'atto d'accusa

avrebbe deferito la rea al giudizio dei giurati, la curiosità del

pubblico, cresciuta a dismisura negli ultimi giorni, s'acquetò

finalmente. I negatori del suicidio trionfavano vedendo confermati i

ragionamenti opposti all'improbabile ipotesi; nè gli altri erano del

tutto sconfitti, perchè, nonostante la secretezza delle indagini

giudiziarie, già si risapeva come Alessandra Natzichev uccidendo la

contessa non avesse fatto se non obbedire al desiderio, quasi

all'ingiunzione della disperata sua vittima.

Ciò non temperava i giudizii dei quali l'assassina era segno. Al motivo

da lei addotto si credeva solo in parte; che ella avesse uccisa la

disgraziata italiana soltanto per liberare il compagno di fede e

restituirlo al partito, pareva credibile a chi dello zelo partigiano

aveva l'idea più trista; i più riconoscevano che lo zelo della settaria

unitamente con la gelosia dell'amante avevano determinato il delitto. Ma

se la ferocia della ribelle incuteva terrore, la gelosia dell'amante non

era già perdonata: i più indulgenti verso i delitti d'amore negavano

alla passione della nihilista ogni buona qualità, la giudicavano fredda,

dura e selvaggia.

E mentre la figura di lei restava così sotto una fosca luce, i

denigratori di Zakunine, senza ricredersi del tutto, riconoscevano la

sua innocenza. Non si ricredevano interamente perchè vedevano lui

all'origine di tutti quei danni; della sola materiale responsabilità

del delitto egli restava sgravato. Anche i suoi tentativi di salvare

l'assassina gli erano ascritti dai più indulgenti a favore, sebbene i

più severi glie ne facessero un addebito: correndo il rischio d'essere

condannato con lei per tentar di salvarla, non confermava egli stesso

nel modo più evidente che erano entrambi passibili dell'identica pena?

L'unanime sentimento dava infine ragione a Roberto Vérod, che contro

tutte le apparenze aveva insistito a credere nel delitto e riusciva così

a vendicare l'amante.

Mentre i curiosi aspettavano pertanto con più tranquillità di vedere

l'ultima scena del dramma al pubblico dibattimento, solo il Vérod

restava nell'ansia.

Se dinanzi al cadavere di Fiorenza egli aveva sentito schiantarsi il

cuore, se all'incredibile idea di non vederla mai più era stato sul

punto d'impazzire, se l'impotenza di vendicarla lo aveva roso, se la

paura di averla egli stesso fatta morire era venuta ad aggravare con

l'atroce rimorso il suo già troppo grave dolore, egli poteva credersi

giunto al termine delle prove crudeli; ma un nuovo orrore lo aveva tosto

occupato. Nel punto d'accusare i due Russi egli aveva già sentito un

secreto imbarazzo, come una paura di rivelare la sua amicizia per la

contessa; ma il sentimento di morale pudore che gl'impediva di narrare

quest'intima storia era rimasto soffocato e vinto dall'impeto

vendicativo. Narrandola, egli aveva temuto che il magistrato non

credesse alla purezza della passione infelice; ma, anche dimostrata

questa purezza, gli era parso come di macchiarla. Aveva egli diritto di

rivelare il secreto d'un'anima? Se quest'anima aveva nascosto non

solamente agli altri ma quasi a sè stessa il proprio secreto, poteva

egli rivelarlo? Ed egli, egli che sapeva gli scrupoli dell'anima

adorata, che li aveva compresi e rispettati, a questo ora riusciva: che

tutti parlavano di lui come d'un nuovo amante della morta....

Portando l'accusa egli non aveva pensato che un giorno le cose dette al

magistrato si sarebbero risapute dalla folla; che dinanzi a una folla

accesa di curiosità malsana egli avrebbe dovuto ripeterle; che il nome

della creatura amata sarebbe corso di bocca in bocca, che le

dimostrazioni dell'innocenza dell'amor loro non avrebbero ottenuto

credenza, che dopo essere stato causa di tanta ambascia all'amata in

vita, egli stesso avrebbe posto opera ad avvilirne il ricordo. Nel

bisogno della vendetta, nell'accesso dell'odio contro i malfattori, non

aveva previsto queste naturali conseguenze della propria condotta;

vedendole prodursi il suo tormento era cresciuto fuor di misura. La

vittima innocente era da tanti coinvolta nel disprezzo che gravava sopra

i suoi tormentatori; alcuni perfino dicevano che se l'Italiana era stata

uccisa, la triste sorte era meritata della vita trista!...

Che importava se la verità si sarebbe un giorno affermata? Come placare

la memoria della innocente profanata ed avvilita? Dinanzi a tutti, il

giorno del dibattimento, doveva egli attestar sulla croce l'innocenza di

lei? Non doveva egli piuttosto desiderare che il processo non si facesse

e dichiarare il proprio inganno e riconoscere che l'innocente s'era

uccisa, per non essere obbligato a rivelare dinanzi alla cupida folla il

secreto dell'anima amata?

Il contrasto fra i due doveri dei quali egli sentiva il peso, del dovere

di vendicare la morta insistendo nell'accusa e quello di rispettarne la

memoria tacendo, si sarebbe dovuto comporre all'annuncio della

confessione della rea. Invece in quello stesso punto cresceva.

La morale certezza dell'impossibilità del suicidio lo aveva spinto ad

accusare i due Russi, ma egli non aveva saputo dire su quale dei due il

sospetto doveva principalmente cadere. Udendo che la Natzichev assumeva

la responsabilità del delitto, questo risultato lo lasciava ora

altrettanto scontento quanto l'avrebbe scontentato la conferma del

suicidio. Vedendo provata l'innocenza di Zakunine, egli sentiva ora

d'aver lanciato l'accusa in odio a lui direttamente; una secreta voce

gli diceva che l'assassino era lui. A quell'uomo, non alla donna, egli

sentiva di dover chiedere conto della morte della infelice; l'ambiguo

sospetto ora si determinava; egli riconosceva d'avere sbagliato non

rivolgendo il magistrato fin dal principio contro quell'uomo

soltanto....

Poteva egli ancora riparare al mal fatto? Se, per una secreta ragione,

per salvare il compagno di fede, la nihilista aveva confessato un

delitto che non aveva commesso, doveva egli insistere nell'accusa contro

Zakunine? Ora che la giustizia e la pubblica opinione s'acquetavano

vedendo logicamente spiegato il mistero, come avrebbe egli potuto

sorgere ancora a negare la spiegazione, a denunciare il supposto eroismo

della giovane, la supposta infamia dell'assassino che lasciava pagare

alla innocente per amor di salvarsi?... Se avesse fatto così, egli

stesso avrebbe dato ragione a chi lo diceva amante fortunato della morta

e geloso rivale del principe! Quanto più zelo avrebbe messo

nell'accusare quest'ultimo ora che l'innocenza ne pareva dimostrata,

tanto più naturalmente si sarebbe creduto che soltanto il cieco odio lo

animava, e spiegato con l'amor suo per la morta quest'odio e questo

bisogno di vendetta! Mentre la confessione della Natzichev faceva

dimenticare la passione di lui e permetteva di evitarne le

testimonianze, egli doveva, per dichiarare mentita questa confessione,

intervenire ancora più attivamente, insistere nel sentimento che lo

aveva unito alla contessa, esporlo ai sospetti profanatori!... Ma, per

evitare il danno intollerabile, egli doveva pure, tacendo, ammettere che

Zakunine fosse innocente; e a quest'idea tutto l'essere suo insorgeva:

no! se c'era un colpevole era lui! non poteva esser altri che lui!...

Se c'era un colpevole!... Infatti, posto che egli avesse denunziato ai

giudici la menzogna della Natzichev, come avrebbe potuto convincerli poi

della colpa di Zakunine? Se la innocente s'incolpava per salvare il reo,

come indurre il reo alla confessione? Mancando le testimonianze, solo la

confessione d'uno dei due sospettati poteva escludere il suicidio:

negato valore alle dichiarazioni della nihilista e non potendo indurre

il suo compagno ad incolparsi, questo risultato sarebbe stato

inevitabile: che il giudice sarebbe tornato ad affermare la morte

volontaria!

Così, da qualunque lato egli volgevasi, a qualunque partito pensava

d'apprendersi, il danno era certo. Che l'istinto lo ingannasse, che

l'odio soltanto lo spingesse contro Zakunine, egli negava a sè stesso.

Se avesse potuto ispirare al giudice una certezza così salda come la

propria, la condanna di quell'uomo sarebbe stata immancabile. E troppo

grave, troppo triste era che l'omicida andasse impunito, più triste e

più grave ora che un'altra doveva pagare per lui.

Quell'amore di giustizia, quel bisogno di verità che avevano animato la

vittima, non sarebbero rimasti scontentati ed offesi dal trionfo della

menzogna? Il dover suo non era di confondere la menzogna? Se anche egli

non avesse idolatrata la vittima e sperato di vendicarla, l'amore di

giustizia e il bisogno di verità che ella gli aveva ispirati non

dovevano incitarlo a salvare l'innocente e smascherare il colpevole?...

Allora, dal più profondo del suo cuore, dalle latebre dell'anima,

fievole ma nondimeno distinto, un altro ricordo sorgeva: non solamente

la verità e la giustizia avevano ispirato la vittima: più forti, più

potenti, altri sentimenti aveva ella espressi: i sentimenti cristiani

del perdono e della pietà.... E l'ansia del giovane cresceva ancora,

cresceva continuamente.

Il suo piacere e il suo orgoglio era stato di pensare, di credere, di

agire come la creatura amata pensava, credeva ed agiva.

Dell'approvazione, della lode di lei gli era importato sopra ogni cosa,

unicamente. Il pensiero di lei era stato la sua guardia e la sua tutela.

Se ella era morta, non doveva egli ancora e sempre trarre dalla sua

memoria l'ispirazione e seguire i suoi insegnamenti? Non era questo il

modo di farla rivivere?... Or quale sarebbe stato il consiglio di lei,

se egli avesse potuto chiederlo, se ella avesse potuto darlo? Come si

sarebbe ella condotta in una situazione simile a quella nella quale egli

versava?...

Sì: l'odio lo animava, lo faceva cupido di vendetta. All'idea di non

poter più mai udire la voce di lei, di doversi appagare del ricordo

invisibile, l'odio contro l'uomo che glie l'aveva contesa e tolta lo

dominava, fino a soffocare la voce d'ogni altro sentimento. Se ella non

poteva più rammentargli il consiglio del perdono, se il ricordo restava

inefficace, la colpa era tutta di quell'uomo. Nei primi giorni egli non

si era neppure proposto il problema morale che ora veniva ad accrescere

il suo tormento. Ma, come il primo impeto del dolore naturalmente

sedavasi, come egli doveva fatalmente abituarsi all'idea della morte,

come tutte le forze dell'anima sua erano intente a raccogliere, a

custodire, a immortalare la memoria della perduta, egli pensava se del

cieco odio e della vendetta ella non si dolesse. Nel punto che l'arma

omicida rompeva le sue carni, che gli occhi suoi chiudevansi alla luce,

aveva ella imprecato? L'ultimo pensiero della sua vita poteva essere

livido?

Quando il Vérod si proponeva queste domande, la risposta non era dubbia

per lui. Ella aveva perdonato. Doveva egli perdonare a sua volta? Se

voleva essere degno di lei, non doveva seguirne l'esempio?...

Alle volte egli chiudeva gli occhi e chinava la fronte, invaso dal

ricordo dei buoni insegnamenti, quasi vergognoso d'averlo smarrito.

Altre volte protestava ed insorgeva. La vita non può esser fatta tutta

d'amore! Se al male s'oppone il perdono, quale sarà il premio del

bene?... Ma allora le parole di lei gli tornavano a mente: «Se al male

non si concede perdono, se gli si oppone altro male, dove è più il

bene?» Ella diceva che la giustizia è amabile, ma che non basta. Poichè

le creature umane sono troppo deboli e peccano anche quando hanno

prescienza dei loro peccati, bisogna che alla somma troppo grande degli

errori sia concessa indulgenza. «La giustizia indulgente non è

giusta!...» aveva egli replicato; ed ella: «La stretta giustizia è

impotente, la bontà solo ha ragione del male.»

Egli aveva assentito. Perchè aveva assentito? Non era stato sincero? Se

le aveva dato sinceramente ragione, se aveva accolto candidamente il suo

precetto, non doveva ora perdonare? Se ora non perdonava non era stato

allora sincero; aveva finto per piegarla, per vincerla! Doveva egli

accusarsi della passata ipocrisia oppure della debolezza presente?

Spasimo · 第 12 / 15 段