Aspettando, il Ferpierre non poteva occuparsi di altro che del dramma

misterioso e dei suoi attori. Dopo aver conosciuto la vita dei due Russi

egli non negava i lati buoni di quelle anime, ma la bontà restava

offuscata e menomata dalla durezza, dalla violenza, dalla tenebrosa

ferocia. Forse, trattati altrimenti, posti in migliori condizioni di

vita, essi sarebbero divenuti migliori? Ma l'umile, il devoto, il

supplice amore della contessa Fiorenza non era valso a redimere

Zakunine; e pensando al martirio della infelice, il giudice bandiva ogni

indulgenza, riconosceva che quel violento, come aveva voluto la

mortificazione della mite creatura, così aveva potuto volerne anche la

morte.

Quanto alla nihilista, la sua vita non era piena d'atrocità; anzi la

durezza della sorte che la lasciava sola a vent'anni, il coraggio col

quale lottava contro le difficoltà dell'esistenza, e l'ardore degli

studii e l'altezza della mente deponevano in favor suo; ma il giudice

non perdonava a una donna, a una fanciulla, il sanguinoso ideale della

distruzione; e se pure egli si piegava a scusarlo, senza scusa le pareva

il suo legame col principe. Come mai aveva ella potuto darsi in braccio

a quell'uomo che non era stato mai fermo in un affetto? Disconoscere le

leggi, le convenzioni, i pregiudizii sociali era, in certe condizioni

dell'animo, sotto l'influenza di certi esempii, per l'efficacia di

un'assidua predicazione, troppo naturale; e il Ferpierre ammetteva che

la giovane parteggiasse per il libero amore; ma questo amore doveva pur

essere ricambiato, doveva pur fare assegnamento sopra una sincerità,

sopra una fedeltà sia pure temporanea; ma la vita di Zakunine vietava di

credernelo capace. Allora il Ferpierre pensava che quei due s'erano

uniti senz'alcuna gentilezza di sentimenti, per mero impulso istintivo,

per sola cupidigia di piacere: da questa indegna unione il delitto aveva

potuto germinare.

La confessione del loro amore, che la giovane aveva affrettata e il

principe contrastata, aggravava realmente o migliorava la loro

condizione? Nel pubblico le opinioni continuavano a dividersi. Se la

contessa, senza amare più Zakunine, sperava ancora di potere restare con

lui rispettata e protetta, il dover rinunziare a quest'ultima lusinga

poteva aver colmato la misura e determinato il suicidio. Ma contro

questa supposizione stava il nuovo amore di lei per il Vérod: amando

anch'ella un altro, non doveva rallegrarsi della nuova affezione del

principe? Ciò pareva tanto più certo, quanto che l'amicizia fra la

morta e il Vérod non aveva potuto, secondo i più, restare innocente.

Pochissimi credevano alla purezza del loro sentimento; il giovane doveva

essere stato l'amante felice della dama italiana, senza di che quale

interesse lo avrebbe spinto all'accusa? Era credibile che, amandosi, con

la libertà della quale godevano entrambi, fossero rimasti a sospirarsi?

Come mai il giovane si sarebbe appagato d'un affetto fraterno? E che

cosa avrebbe potuto costringere la contessa a resistergli? Se una prima

volta ella era passata sopra alla legge, era fatale che continuasse a

dimenticarla. Poteva forse arrestarla la paura od il rispetto di

Zakunine che non la curava, anzi la trascurava in ogni modo?... Queste

presunzioni, passando di bocca in bocca, diventavano altrettante prove

irrecusabili: che il Vérod fosse ultimamente l'amante della morta non

era più dubbio. E in questa certezza, oltre che nell'antipatia contro i

nihilisti, molti trovavano una prova dell'omicidio: l'amica del Vérod

aveva dovuto pensare non ad uccidersi, ma al contrario a godere quanto

più era possibile del nuovo amore: il principe e la Natzichev l'avevano

assassinata. Ma le discussioni ricominciavano tosto, perchè se fra il

Ginevrino e l'Italiana non c'era una semplice ed onesta amicizia, tanto

meno semplice ed onesta si doveva credere l'amicizia dei due nihilisti:

pertanto, se il principe e la studente erano amanti, nessuno dei due

poteva pensare a dolersi dell'amore della contessa e del Vérod, nè a

voler male all'uno od all'altra; entrambi invece se ne dovevano

rallegrare, perchè questo amore li lasciava liberi di fare il piacer

loro. La morte violenta di Fiorenza d'Arda, sia per suicidio, sia per

assassinio, restava inesplicabile senza un dissidio, una discordia, un

dramma; l'ipotesi dell'accordo delle due coppie era inammissibile

dinanzi al sanguinoso cadavere.

Dell'intima lotta sostenuta dalla contessa pochi come il Ferpierre erano

edotti. Sempre che imaginava lo stato di coscienza della infelice alla

vigilia della catastrofe, il giudice riconosceva che ella aveva potuto e

forse dovuto uccidersi. Ma, oltre che l'accusa del Vérod e i sospetti

dell'opinione pubblica e il contegno degli accusati e come una specie di

secreto istinto, la stessa sua coscienza di magistrato lo difendeva

contro un definitivo acquetamento in questa fiducia. La sua lunga

esperienza d'inquisitore gli diceva che la verisimiglianza d'una ipotesi

dinanzi a un fatto oscuro non esclude altre possibilità; il suo amore

del mestiere era eccitato all'idea del caso molto intricato e difficile.

Ed egli non rammentava veramente di essersi trovato dinanzi a maggiori

difficoltà.

Escluso l'intimo dramma svoltosi nell'animo della contessa, quale altra

lotta di sentimenti da parte degli accusati poteva spiegare la

catastrofe? Bisognava tornare ad ammettere senz'altro che, amando la

Natzichev, o meglio avendola presa con sè per allungare la lista delle

sue fortune galanti, il principe non avesse del tutto dimenticata la

contessa, o che sentisse ridestarsi l'amor suo per lei nel punto stesso

che la vedeva presa da un altro. La sicura possessione di un bene non

genera tanta stanchezza, che il bene è presto sdegnato; e perchè torni

ad essere caro non basta talvolta la sola minaccia di perderlo? Basta

sovente che qualcuno apprezzi ciò che noi trascuriamo perchè, mutando a

un tratto opinione, anche noi ne riconosciamo il valore. Per sostenere

l'assassinio di Fiorenza d'Arda bisognava che questo mutamento fosse

avvenuto nel principe; allora soltanto si poteva spiegare che egli

l'avesse uccisa, sapendola del Vérod con l'anima, o che l'avesse uccisa

la nihilista sapendo che Zakunine ricominciava ad amarla.

Ma se la resurrezione dell'amore del principe era necessaria a spiegare

il delitto, l'assassino, data questa resurrezione, non poteva esser lui!

Infatti la sua gelosia non avrebbe avuto molto fondamento poichè la

contessa gli era rimasta fino all'ultim'ora fedele e per fedeltà alla

parola data si era sottratta al Vérod. Si poteva supporre che la sola

certezza d'aver perduto l'anima di lei e la persuasione di non poterla

più recuperare lo avessero spinto al delitto? Data la violenza della sua

natura ciò non pareva del tutto incredibile; bisognava tuttavia, per

ammetterlo, che fra lui e la defunta vi fossero state spiegazioni,

provocazioni, minaccie. Se egli l'avesse supplicata di amarlo ancora, di

non abbandonarlo, e se ella gli avesse risposto di non voler più

restare con lui, l'assassinio era spiegato; ma si poteva credere che,

rimastagli fedele e sottomessa quando egli la maltrattava, la contessa

gli si fosse ribellata vedendolo pentito e supplichevole? Dato il

carattere di lei, bisognava credere che, tutt'al contrario, la

resurrezione dell'amore del principe e le sue insistenti preghiere

avrebbero accresciuto l'imbarazzo, acuito l'ambascia, rafforzato gli

scrupoli, moltiplicato le dolorose difficoltà tra le quali ella si

dibatteva!

Il Ferpierre si confermava così da una parte nei ragionamenti già fatti;

ma era spinto dall'altra a considerare come molto aggravata la

condizione della Natzichev. Vedendo che Zakunine non era tutto suo; che

per amore, o per pietà, o per rispetto, o per interesse era ancora della

contessa, la Russa poteva aver odiato quest'ultima. Tra le due donne una

spiegazione era potuta intervenire, provocata senza dubbio dalla

nihilista, la cui presenza ai _Cyclamens_ poco si spiegava; benchè

incapace di voler male ad alcuno, l'Italiana aveva forse ferito la

giovane ribellandosi alle sue minaccie, non potendo tollerare che, dopo

aver distolto il principe da lei, venisse a prenderglielo nella stessa

sua casa; l'esito di questa spiegazione aveva potuto essere cruento. Ma

il principe che doveva trovarsi, se non presente, certo vicino, non si

era interposto, non era accorso ad impedire il delitto? E la nihilista,

non essendo mai entrata nella camera della contessa, come aveva saputo

trovare l'arma di lei?

Queste difficoltà non davano molta ombra al magistrato. Forze Zakunine

non si era interposto non potendo supporre che il colloquio finisse in

tragedia; forse l'arma della contessa non era quel giorno chiusa, o la

giovane sapeva dove trovarla. Una difficoltà, tutta morale, era più

grave, quella stessa sulla quale il Ferpierre erasi molte volte

arrestato: se la nihilista sapeva dell'amore di Fiorenza d'Arda per il

Vérod come poteva volerle male? La rivalità si spiegava se la defunta

avesse posto opera a trattenere il principe presso di sè: e ciò non era.

Ma forse la Natzichev non sapeva dell'amore per il Vérod: questa

passione che la morta aveva soffocata, che il giovane aveva contenuta,

poteva esser rimasta ignorata se nessun fatto esteriore, se nessun atto

l'aveva rivelata.

Pertanto, benchè queste supposizioni non fossero confortate di prove e

molte cose restassero da rischiarare, il giudice si veniva affermando

nell'opinione che, negato il suicidio, il sospetto più verisimile

dovesse pesare contro la donna. Il pentimento del principe e il suo

ritorno presso l'antica amica, determinati o dal bisogno di denaro o da

un più degno sentimento, come impedivano di credere che egli avesse

voluto la morte d'una persona nuovamente cara, così spiegavano l'odio se

non la gelosia della studente. Se Zakunine pareva più capace d'uccidere,

era meno verosimile che la sua posizione nel partito, la febbre di

propaganda e le gravi responsabilità non lo avessero distolto da un

delitto che lo consegnava alla giustizia. Nella Natzichev invece, meno

seriamente impegnata, la coscienza delle responsabilità era nulla o

minima; il dovere politico doveva opporre in lei, donna, minore ostacolo

alla passione; e se ella non aveva ancora meritato condanne per crimini,

le informazioni della polizia la dicevano capace di consumarne. Questa

capacità, la violenza dei suoi sentimenti, non le stavano scritte del

resto nella fisonomia, negli sguardi? In tutta la sua persona, in tutte

le sue parole, non c'era qualche cosa di duro, di fiero, una sfida

continua, una sorda minaccia, una ribellione implacabile? Lo stesso suo

contegno dinanzi al cadavere e dopo la prigionia disponeva il Ferpierre

contro di lei. Mentre Zakunine era apparso perduto dal dolore, ella era

rimasta fredda, impenetrabile. Aveva dapprima negato d'essere l'amante

di lui, poi aveva confessato; questa e le altre contraddizioni,

l'iniziativa presa nell'ultimo interrogatorio rispondendo invece del

principe, rivelavano, nonostante la mentita indifferenza, l'ansia

secreta di salvarsi.

A questo punto il Ferpierre si proponeva un nuovo quesito. Se ella era

colpevole, come mai il principe, vedendo pesare anche sopra sè stesso

l'accusa, non si scagionava rivelando la verità? Certo egli sperava

salvarsi con lei avvalendosi di tutti gli argomenti che stavano per il

suicidio: voleva salvarla per amore, per compassione, o piuttosto per

quel sentimento di fratellanza che la fede comune doveva suscitare e

alimentare. Questo medesimo sentimento, se l'omicida fosse stato il

principe, non avrebbe dovuto animare la nihilista? Era da credere. Ma

che cosa sarebbe avvenuto se l'innocente, chiunque fosse dei due, avesse

perduto ogni speranza di salvarsi con il colpevole? Se ciascuno degli

accusati si fosse visto irremissibilmente perduto, non era certo che

l'innocente non avrebbe più trovato tanto eroismo da salvare il

colpevole, oppure che il colpevole stesso non avrebbe più sofferto di

trascinare con sè l'innocente?

In forza di tale ragionamento il Ferpierre volle tentare una prova. Egli

pensò di richiamare successivamente i due accusati per dire a ciascuno

che tutti i sospetti pesavano oramai sull'altro; dal loro contegno

avrebbe forse potuto trarre qualche prova della verità.

Ed anche una volta ricominciò l'interrogatorio della Natzichev.

Costei occupava ancora il suo tempo leggendo e scrivendo; la sua

sprezzante indifferenza non aveva ceduto ad altri lunghi giorni di

prigionia.

--Sono venuto a compiere,--le disse il magistrato con tono

gratulatorio,--un dovere molto piacevole. La giustizia è convinta della

vostra innocenza: voi siete libera. Se avete creduto che noi godiamo

nell'accusare, nel sospettare ad ogni costo, io vorrei che, uscendo di

qui, vi persuadeste d'esservi ingannata. Il nostro dovere è di scoprire

il vero; quantunque lo scopo sia degno sopra ogni altro, soffriamo anche

noi quando, contro le apparenze fallaci, non possiamo aiutare

gl'innocenti a liberarsi. Ma, ripeto, oramai la giustizia non ha più

nessun conto da chiedervi. Certo il ricordo del tempo passato qui dentro

non potrà esservi grato; ma forse questo soggiorno non sarà stato senza

frutto per i vostri studii sociali?

Senza una parola, senza un moto di gioia, impassibile, immobile, la

nihilista affisava lo sguardo sul giudice. Pareva non avesse compreso il

breve sermone; il Ferpierre quasi aspettavasi di sentirsi dire: «Quando

avrete finito?...»

--Certamente,--riprese egli,--sarebbe stato meglio per voi esaminare il

nostro sistema carcerario liberamente; ma se abbiamo dovuto trattenervi

tutti questi giorni, la colpa, convenitene, è stata un poco anche

vostra. Il sentimento che vi guidò è certamente rispettabile e vi fa

molto onore; ma se, per non accusare il vostro amante, ci avete voluto

lasciare nel dubbio, siamo noi responsabili della prolungata vostra

prigionia?

La Natzichev continuava a guardarlo fiso. All'ultima domanda, chiusi un

attimo gli occhi, ella disse:

--Che volete significare?

--Non comprendete?

--No.

--Eppure non sarebbe difficile... O sperate ancora di liberarlo insieme

con voi? La vostra intenzione era e sarebbe molto lodevole, se non

offendesse quella verità che tanto noi abbiamo il dovere di scoprire,

quanto voi dovreste avere quello di riconoscere...

--Che dite?...--interruppe la giovane, con un moto d'insofferenza.

--Io non dico nulla,--rispose il Ferpierre stringendosi nelle spalle e

abbassando lo sguardo alle carte che stavano sulla tavola.--È il vostro

stesso amante quello che confessa d'esser egli l'assassino!

Nell'evitare lo sguardo della giovane il magistrato obbediva a due

impulsi diversi. Doleva alla sua rettitudine di servirsi della menzogna

per iscoprire la verità; rare volte, e soltanto nei casi disperati come

quello dinanzi al quale ora trovavasi, e sempre superando un'istintiva

repugnanza egli aveva ricorso a questo mezzo. Tuttavia, se un senso di

vergogna l'occupava secretamente e gli faceva torcere gli occhi,

l'istinto e l'abitudine dell'indagine gli consigliavano di insistere in

quell'atteggiamento affinchè l'accusata, non vedendosi più guardata, non

reprimesse il vero sentimento suscitato in lei dalla rivelazione.

Finto di cercare tra le carte, egli riprese:

--Ecco la sua dichiarazione debitamente firmata. Sperate ancora

salvarlo?

E la guardò.

Ella aveva un'altra faccia. Come se la maschera della durezza sprezzante

e superba le fosse stata strappata, le guance impallidite, le labbra

dischiuse e gli occhi smarriti dicevano il dolore, la paura, il rimorso,

un sentimento che il Ferpierre non sapeva ancora precisare, ma che era

senza dubbio troppo penoso.

--Ve ne duole?... Dovete molto amarlo!

Lo spettacolo di quel repentino turbamento distrasse sul principio il

giudice dall'impaccio che provava mettendosi per una via obliqua. Ma

sentendo di doverla percorrere oramai sino in fondo, considerando

l'ambascia della giovane, la sua repugnanza cresceva. Non infliggeva

egli a quella donna, per amore della verità, una morale tortura? E la

differenza era veramente grande fra gli orridi strumenti delle antiche

inquisizioni, e la menzogna con la quale ora ricercava l'anima

dell'accusata?

--Comprendo il vostro dolore, ma dovevate pur essere preparata a

sopportarlo. Voi faceste di tutto per stornare i nostri sospetti e il

rimorso di avergli nuociuto non può tormentarvi. Ma la verità a lungo

non si nasconde. E bisogna anche dire che avreste potuto essere un poco

più abile. Come poteste mai sperare che io credessi la fiaba dell'ultima

spiegazione avvenuta fra voi tre? Era credibile ancora che il principe,

tornato dalla contessa, secondo volevate darmi a intendere, per

separarsene definitivamente, mettesse tanto tempo a fare questa

dichiarazione? Se indugiò tanto, ciò fu perchè mutò proponimento; perchè

sul punto di abbandonarla s'accorse che ella stessa non pensava più a

lui; e allora l'amor proprio ferito lo distolse dalla prima intenzione.

Allora egli non volle che questa donna fosse d'altri, volle anzi

riaverla per sè come un tempo, e si mostrò pentito e supplichevole. A

voi nascose, e fu naturale, questo suo mutamento; ma come mai non lo

imaginaste vedendo le sue tergiversazioni? Voi vedeste bene che egli

tardava troppo a compiere la promessa fattavi; ma se vi disse che la

pietà gl'impediva di portare un colpo mortale a quella donna, il vostro

cuore d'amante doveva avvertirvi che il suo ritorno presso di lei era

pericoloso; che la passione, quando pare morta e sepolta,

improvvisamente divampa più gagliarda di prima. A saperlo presso di lei,

più volte, non soffriste, non sospettaste che i ricordi del passato,

che la seduzione di quella donna quasi nuova dopo il lungo abbandono lo

avvincessero ancora una volta?... Sì, voi intuiste queste cose, me lo

dice il vostro doloroso silenzio: e le avete taciute per amore di lui,

perchè comprendeste che se la giustizia avesse saputo che egli l'amava

ancora, che ne era geloso, la verità sarebbe apparsa luminosamente. Ma

il vostro zelo non poteva esser felice. Quando io gli domandai il perchè

del suo indugio presso la defunta, voi stessa gli suggeriste di addurre

la pietà; egli non seppe neppur trovare questo pretesto per nascondere

la vera ragione, che era l'amore e la gelosia! E credevate che io non

dovessi notare il vostro intervento e il suo imbarazzo, e che non ne

scoprissi finalmente il perchè?

Il Ferpierre dimenticava ora il suo rimorso nel fervore dell'inchiesta,

comprendendo d'essere molto vicino alla verità. Il silenzio della

giovane, lo smarrimento crescente della sua espressione, il tremor delle

mani, l'ansia che le sollevava il seno, dimostravano sempre più al

magistrato che egli toccava ora la nota giusta, che Zakunine era stato

veramente ripreso dall'amore della contessa, che la nihilista aveva

sofferto di gelosia, che qui bisognava trovare la ragione del mistero.

Egli aveva già divinato tutte queste cose, ma poi era stato distratto e

fuorviato da altri ragionamenti, dalla mancanza di prove: ora accumulava

tutte le presunzioni, ne imaginava perfino quando gliene mancavano,

perchè la sua fidente asseveranza servisse come una specie di reattivo

morale, mordendo il cuore della giovane e lasciandovi leggere dentro.

--L'amor vostro per lui deve essere molto forte se avete accettato

questa parte, se avete nascosto la gelosia che vi torturava, se avete

finto l'ignoranza e l'indifferenza! E come è stato mal ripagato! Voi non

poteste illudervi neppure un istante, e vedeste ciò che avveniva e

prevedeste ciò che sarebbe avvenuto; perchè, una volta impegnato a

contendere quella donna a un rivale, Zakunine, con la veemenza che porta

nelle sue passioni, non avrebbe esitato dinanzi a un delitto. Voi

veniste a trovarlo temendo che la catastrofe fosse compiuta; veniste

troppo tardi a tentar d'impedirla. È vero?

La giovane si riscosse a quella domanda. Portò le mani alle tempie

comprimendole, quasi la tempesta suscitata in lei dalle parole del

giudice minacciasse di aprirle il cervello; poi, respirato fortemente,

così da far sibilare l'aria fra i denti chiusi, con l'espressione di

repugnanza dolorosa e di sdegno impotente di chi si sente violentare ed

opprimere, disse:

--Avete finito? Volete divertirvi ancora a tormentarmi? Il vostro

piacere è troppo grande, senza dubbio? Ora basta!

--Come parlate?

--Come debbo. Io non voglio, intendete? che i vostri iniqui artifizii

trascinino nel precipizio chi non ha colpa. Voi amate la verità sopra

ogni cosa? Il vostro sacro dovere è di scoprire la verità? Voi siete

delegato dalla società a fare giustizia? Ebbene, dite a questa vostra

società,--e la sua voce si alzò di tono, ella quasi gridò:--dite che

uccisi io quella donna. Date corso alla vostra giustizia; ma sappiate

che io la disconosco, che la disprezzo; ponetevi nella mente che io

rivendico la responsabilità dell'atto commesso non per patirne il

castigo ma per ottenerne la lode!

L'impressione prodotta da quelle parole nell'animo del giudice fu

enorme. La meraviglia e il piacere per la pronta riuscita

dell'espediente, la soddisfazione di veder confermati i suoi sospetti,

la nuova curiosità per la superba millanteria della rea, un senso di

compassione che secretamente e quasi mal suo grado lo persuadeva

all'indulgenza ora che la confessione e la millanteria avrebbero dovuto

farlo più rigido, occupavano ad una volta l'animo suo.

--Ah, confessate?...--potè dire soltanto nel primo momento della

confusione, senza troppo badare all'opportunità della domanda; ma subito

dopo, padroneggiandosi:--Confessate anche voi?--ripetè, per insistere

nell'artifizio così bene riuscito.--A chi debbo credere, ora? Gareggiate

dunque di generosità fino a tal segno? Ciascuno s'accusa per salvar

l'altro? Nobile gara!...

La giovane disse, duramente:

--Voi non sapete riconoscere la verità?

--Non sempre! Quando altri lavora a nasconderla!... Bene: se volete che

io creda a voi, vi crederò. Più difficile mi riesce comprendere il tono

di vanteria col quale v'accusate. So che disconoscete le nostre leggi;

ma nella società ideale all'avvenimento della quale voi lavorate si

ucciderà forse impunemente e sarà anzi titolo di gloria aver distrutto

una vita, così, per piacere?

--Non per piacere.

--Come! Sarà forse dovere per ogni amante geloso toglier di mezzo

l'oggetto della sua gelosia?

--Voi non sapete.

--Non so, infatti! È vero, sì o no, che il principe non si poteva

decidere di rinunziare alla contessa perchè la riamava?

--È vero.

--E voi non ne foste gelosa?

Ella disse, con voce gelata, facendo sonare una dopo l'altra le parole:

--Il mio sentimento non importa; nessun sentimento, nessun interesse,

niente importa quando si è compreso il Dovere. La vita degli altri, la

vita propria, l'onore, gli affetti, tutte le cose vane debbono cedergli.

Questa è la mia norma; questa doveva essere anche la sua. Ma egli la

dimenticò!...

Il Ferpierre cominciava ora a comprendere.

--Volete dire che non per amor vostro egli trascurava di lavorare al

trionfo della causa, ma per la contessa?

--Sì.

--Perchè stava allora a Zurigo, vicino a voi, e non con lei?

--Perchè sapeva di esserle odioso, ma voleva parlare con qualcuno di

lei.

--E ne parlava con voi?

--Sì.

--Già voi diceste che non ve ne tenne parola! Ma, se ve ne parlava, non

vi amava?

--Non mi ha amata mai.

Nonostante la freddezza impassibile del viso statuario, qualcosa di così

dolente echeggiava nelle ultime parole della giovane, che il Ferpierre

pensò: «Non mentisce!»

--E voi sì, l'amaste, l'amate?

--Che v'importa di ciò?--riprese ella tornando a una durezza che il

Ferpierre giudicava ora ostentata.--Importerà a voi ciò che non importa

a me stessa? Se volessi trovare un'attenuante all'atto commesso, se

volessi essere scusata da voi, dalla vostra società, vi direi che lo

amavo, che la uccisi per gelosia. Questa debolezza, questo egoismo sono

scusati e perfino glorificati dalla società vostra. L'amante che per

evitare a sè stesso un dolore, per assicurare il piacere suo proprio

uccide il rivale, è perdonato; talvolta il cieco e letale amor suo è

giudicato forte, grande, ammirabile. L'amore che guida noi, il nostro

sacrifizio cosciente, l'opera di salute alla quale attendiamo, sono

condannati!

--Strana opera salutare la vostra, che vi fa versare il sangue,

frattanto!

Spasimo · 第 11 / 15 段