misterioso e dei suoi attori. Dopo aver conosciuto la vita dei due Russi
egli non negava i lati buoni di quelle anime, ma la bontà restava
offuscata e menomata dalla durezza, dalla violenza, dalla tenebrosa
ferocia. Forse, trattati altrimenti, posti in migliori condizioni di
vita, essi sarebbero divenuti migliori? Ma l'umile, il devoto, il
supplice amore della contessa Fiorenza non era valso a redimere
Zakunine; e pensando al martirio della infelice, il giudice bandiva ogni
indulgenza, riconosceva che quel violento, come aveva voluto la
mortificazione della mite creatura, così aveva potuto volerne anche la
morte.
Quanto alla nihilista, la sua vita non era piena d'atrocità; anzi la
durezza della sorte che la lasciava sola a vent'anni, il coraggio col
quale lottava contro le difficoltà dell'esistenza, e l'ardore degli
studii e l'altezza della mente deponevano in favor suo; ma il giudice
non perdonava a una donna, a una fanciulla, il sanguinoso ideale della
distruzione; e se pure egli si piegava a scusarlo, senza scusa le pareva
il suo legame col principe. Come mai aveva ella potuto darsi in braccio
a quell'uomo che non era stato mai fermo in un affetto? Disconoscere le
leggi, le convenzioni, i pregiudizii sociali era, in certe condizioni
dell'animo, sotto l'influenza di certi esempii, per l'efficacia di
un'assidua predicazione, troppo naturale; e il Ferpierre ammetteva che
la giovane parteggiasse per il libero amore; ma questo amore doveva pur
essere ricambiato, doveva pur fare assegnamento sopra una sincerità,
sopra una fedeltà sia pure temporanea; ma la vita di Zakunine vietava di
credernelo capace. Allora il Ferpierre pensava che quei due s'erano
uniti senz'alcuna gentilezza di sentimenti, per mero impulso istintivo,
per sola cupidigia di piacere: da questa indegna unione il delitto aveva
potuto germinare.
La confessione del loro amore, che la giovane aveva affrettata e il
principe contrastata, aggravava realmente o migliorava la loro
condizione? Nel pubblico le opinioni continuavano a dividersi. Se la
contessa, senza amare più Zakunine, sperava ancora di potere restare con
lui rispettata e protetta, il dover rinunziare a quest'ultima lusinga
poteva aver colmato la misura e determinato il suicidio. Ma contro
questa supposizione stava il nuovo amore di lei per il Vérod: amando
anch'ella un altro, non doveva rallegrarsi della nuova affezione del
principe? Ciò pareva tanto più certo, quanto che l'amicizia fra la
morta e il Vérod non aveva potuto, secondo i più, restare innocente.
Pochissimi credevano alla purezza del loro sentimento; il giovane doveva
essere stato l'amante felice della dama italiana, senza di che quale
interesse lo avrebbe spinto all'accusa? Era credibile che, amandosi, con
la libertà della quale godevano entrambi, fossero rimasti a sospirarsi?
Come mai il giovane si sarebbe appagato d'un affetto fraterno? E che
cosa avrebbe potuto costringere la contessa a resistergli? Se una prima
volta ella era passata sopra alla legge, era fatale che continuasse a
dimenticarla. Poteva forse arrestarla la paura od il rispetto di
Zakunine che non la curava, anzi la trascurava in ogni modo?... Queste
presunzioni, passando di bocca in bocca, diventavano altrettante prove
irrecusabili: che il Vérod fosse ultimamente l'amante della morta non
era più dubbio. E in questa certezza, oltre che nell'antipatia contro i
nihilisti, molti trovavano una prova dell'omicidio: l'amica del Vérod
aveva dovuto pensare non ad uccidersi, ma al contrario a godere quanto
più era possibile del nuovo amore: il principe e la Natzichev l'avevano
assassinata. Ma le discussioni ricominciavano tosto, perchè se fra il
Ginevrino e l'Italiana non c'era una semplice ed onesta amicizia, tanto
meno semplice ed onesta si doveva credere l'amicizia dei due nihilisti:
pertanto, se il principe e la studente erano amanti, nessuno dei due
poteva pensare a dolersi dell'amore della contessa e del Vérod, nè a
voler male all'uno od all'altra; entrambi invece se ne dovevano
rallegrare, perchè questo amore li lasciava liberi di fare il piacer
loro. La morte violenta di Fiorenza d'Arda, sia per suicidio, sia per
assassinio, restava inesplicabile senza un dissidio, una discordia, un
dramma; l'ipotesi dell'accordo delle due coppie era inammissibile
dinanzi al sanguinoso cadavere.
Dell'intima lotta sostenuta dalla contessa pochi come il Ferpierre erano
edotti. Sempre che imaginava lo stato di coscienza della infelice alla
vigilia della catastrofe, il giudice riconosceva che ella aveva potuto e
forse dovuto uccidersi. Ma, oltre che l'accusa del Vérod e i sospetti
dell'opinione pubblica e il contegno degli accusati e come una specie di
secreto istinto, la stessa sua coscienza di magistrato lo difendeva
contro un definitivo acquetamento in questa fiducia. La sua lunga
esperienza d'inquisitore gli diceva che la verisimiglianza d'una ipotesi
dinanzi a un fatto oscuro non esclude altre possibilità; il suo amore
del mestiere era eccitato all'idea del caso molto intricato e difficile.
Ed egli non rammentava veramente di essersi trovato dinanzi a maggiori
difficoltà.
Escluso l'intimo dramma svoltosi nell'animo della contessa, quale altra
lotta di sentimenti da parte degli accusati poteva spiegare la
catastrofe? Bisognava tornare ad ammettere senz'altro che, amando la
Natzichev, o meglio avendola presa con sè per allungare la lista delle
sue fortune galanti, il principe non avesse del tutto dimenticata la
contessa, o che sentisse ridestarsi l'amor suo per lei nel punto stesso
che la vedeva presa da un altro. La sicura possessione di un bene non
genera tanta stanchezza, che il bene è presto sdegnato; e perchè torni
ad essere caro non basta talvolta la sola minaccia di perderlo? Basta
sovente che qualcuno apprezzi ciò che noi trascuriamo perchè, mutando a
un tratto opinione, anche noi ne riconosciamo il valore. Per sostenere
l'assassinio di Fiorenza d'Arda bisognava che questo mutamento fosse
avvenuto nel principe; allora soltanto si poteva spiegare che egli
l'avesse uccisa, sapendola del Vérod con l'anima, o che l'avesse uccisa
la nihilista sapendo che Zakunine ricominciava ad amarla.
Ma se la resurrezione dell'amore del principe era necessaria a spiegare
il delitto, l'assassino, data questa resurrezione, non poteva esser lui!
Infatti la sua gelosia non avrebbe avuto molto fondamento poichè la
contessa gli era rimasta fino all'ultim'ora fedele e per fedeltà alla
parola data si era sottratta al Vérod. Si poteva supporre che la sola
certezza d'aver perduto l'anima di lei e la persuasione di non poterla
più recuperare lo avessero spinto al delitto? Data la violenza della sua
natura ciò non pareva del tutto incredibile; bisognava tuttavia, per
ammetterlo, che fra lui e la defunta vi fossero state spiegazioni,
provocazioni, minaccie. Se egli l'avesse supplicata di amarlo ancora, di
non abbandonarlo, e se ella gli avesse risposto di non voler più
restare con lui, l'assassinio era spiegato; ma si poteva credere che,
rimastagli fedele e sottomessa quando egli la maltrattava, la contessa
gli si fosse ribellata vedendolo pentito e supplichevole? Dato il
carattere di lei, bisognava credere che, tutt'al contrario, la
resurrezione dell'amore del principe e le sue insistenti preghiere
avrebbero accresciuto l'imbarazzo, acuito l'ambascia, rafforzato gli
scrupoli, moltiplicato le dolorose difficoltà tra le quali ella si
dibatteva!
Il Ferpierre si confermava così da una parte nei ragionamenti già fatti;
ma era spinto dall'altra a considerare come molto aggravata la
condizione della Natzichev. Vedendo che Zakunine non era tutto suo; che
per amore, o per pietà, o per rispetto, o per interesse era ancora della
contessa, la Russa poteva aver odiato quest'ultima. Tra le due donne una
spiegazione era potuta intervenire, provocata senza dubbio dalla
nihilista, la cui presenza ai _Cyclamens_ poco si spiegava; benchè
incapace di voler male ad alcuno, l'Italiana aveva forse ferito la
giovane ribellandosi alle sue minaccie, non potendo tollerare che, dopo
aver distolto il principe da lei, venisse a prenderglielo nella stessa
sua casa; l'esito di questa spiegazione aveva potuto essere cruento. Ma
il principe che doveva trovarsi, se non presente, certo vicino, non si
era interposto, non era accorso ad impedire il delitto? E la nihilista,
non essendo mai entrata nella camera della contessa, come aveva saputo
trovare l'arma di lei?
Queste difficoltà non davano molta ombra al magistrato. Forze Zakunine
non si era interposto non potendo supporre che il colloquio finisse in
tragedia; forse l'arma della contessa non era quel giorno chiusa, o la
giovane sapeva dove trovarla. Una difficoltà, tutta morale, era più
grave, quella stessa sulla quale il Ferpierre erasi molte volte
arrestato: se la nihilista sapeva dell'amore di Fiorenza d'Arda per il
Vérod come poteva volerle male? La rivalità si spiegava se la defunta
avesse posto opera a trattenere il principe presso di sè: e ciò non era.
Ma forse la Natzichev non sapeva dell'amore per il Vérod: questa
passione che la morta aveva soffocata, che il giovane aveva contenuta,
poteva esser rimasta ignorata se nessun fatto esteriore, se nessun atto
l'aveva rivelata.
Pertanto, benchè queste supposizioni non fossero confortate di prove e
molte cose restassero da rischiarare, il giudice si veniva affermando
nell'opinione che, negato il suicidio, il sospetto più verisimile
dovesse pesare contro la donna. Il pentimento del principe e il suo
ritorno presso l'antica amica, determinati o dal bisogno di denaro o da
un più degno sentimento, come impedivano di credere che egli avesse
voluto la morte d'una persona nuovamente cara, così spiegavano l'odio se
non la gelosia della studente. Se Zakunine pareva più capace d'uccidere,
era meno verosimile che la sua posizione nel partito, la febbre di
propaganda e le gravi responsabilità non lo avessero distolto da un
delitto che lo consegnava alla giustizia. Nella Natzichev invece, meno
seriamente impegnata, la coscienza delle responsabilità era nulla o
minima; il dovere politico doveva opporre in lei, donna, minore ostacolo
alla passione; e se ella non aveva ancora meritato condanne per crimini,
le informazioni della polizia la dicevano capace di consumarne. Questa
capacità, la violenza dei suoi sentimenti, non le stavano scritte del
resto nella fisonomia, negli sguardi? In tutta la sua persona, in tutte
le sue parole, non c'era qualche cosa di duro, di fiero, una sfida
continua, una sorda minaccia, una ribellione implacabile? Lo stesso suo
contegno dinanzi al cadavere e dopo la prigionia disponeva il Ferpierre
contro di lei. Mentre Zakunine era apparso perduto dal dolore, ella era
rimasta fredda, impenetrabile. Aveva dapprima negato d'essere l'amante
di lui, poi aveva confessato; questa e le altre contraddizioni,
l'iniziativa presa nell'ultimo interrogatorio rispondendo invece del
principe, rivelavano, nonostante la mentita indifferenza, l'ansia
secreta di salvarsi.
A questo punto il Ferpierre si proponeva un nuovo quesito. Se ella era
colpevole, come mai il principe, vedendo pesare anche sopra sè stesso
l'accusa, non si scagionava rivelando la verità? Certo egli sperava
salvarsi con lei avvalendosi di tutti gli argomenti che stavano per il
suicidio: voleva salvarla per amore, per compassione, o piuttosto per
quel sentimento di fratellanza che la fede comune doveva suscitare e
alimentare. Questo medesimo sentimento, se l'omicida fosse stato il
principe, non avrebbe dovuto animare la nihilista? Era da credere. Ma
che cosa sarebbe avvenuto se l'innocente, chiunque fosse dei due, avesse
perduto ogni speranza di salvarsi con il colpevole? Se ciascuno degli
accusati si fosse visto irremissibilmente perduto, non era certo che
l'innocente non avrebbe più trovato tanto eroismo da salvare il
colpevole, oppure che il colpevole stesso non avrebbe più sofferto di
trascinare con sè l'innocente?
In forza di tale ragionamento il Ferpierre volle tentare una prova. Egli
pensò di richiamare successivamente i due accusati per dire a ciascuno
che tutti i sospetti pesavano oramai sull'altro; dal loro contegno
avrebbe forse potuto trarre qualche prova della verità.
Ed anche una volta ricominciò l'interrogatorio della Natzichev.
Costei occupava ancora il suo tempo leggendo e scrivendo; la sua
sprezzante indifferenza non aveva ceduto ad altri lunghi giorni di
prigionia.
--Sono venuto a compiere,--le disse il magistrato con tono
gratulatorio,--un dovere molto piacevole. La giustizia è convinta della
vostra innocenza: voi siete libera. Se avete creduto che noi godiamo
nell'accusare, nel sospettare ad ogni costo, io vorrei che, uscendo di
qui, vi persuadeste d'esservi ingannata. Il nostro dovere è di scoprire
il vero; quantunque lo scopo sia degno sopra ogni altro, soffriamo anche
noi quando, contro le apparenze fallaci, non possiamo aiutare
gl'innocenti a liberarsi. Ma, ripeto, oramai la giustizia non ha più
nessun conto da chiedervi. Certo il ricordo del tempo passato qui dentro
non potrà esservi grato; ma forse questo soggiorno non sarà stato senza
frutto per i vostri studii sociali?
Senza una parola, senza un moto di gioia, impassibile, immobile, la
nihilista affisava lo sguardo sul giudice. Pareva non avesse compreso il
breve sermone; il Ferpierre quasi aspettavasi di sentirsi dire: «Quando
avrete finito?...»
--Certamente,--riprese egli,--sarebbe stato meglio per voi esaminare il
nostro sistema carcerario liberamente; ma se abbiamo dovuto trattenervi
tutti questi giorni, la colpa, convenitene, è stata un poco anche
vostra. Il sentimento che vi guidò è certamente rispettabile e vi fa
molto onore; ma se, per non accusare il vostro amante, ci avete voluto
lasciare nel dubbio, siamo noi responsabili della prolungata vostra
prigionia?
La Natzichev continuava a guardarlo fiso. All'ultima domanda, chiusi un
attimo gli occhi, ella disse:
--Che volete significare?
--Non comprendete?
--No.
--Eppure non sarebbe difficile... O sperate ancora di liberarlo insieme
con voi? La vostra intenzione era e sarebbe molto lodevole, se non
offendesse quella verità che tanto noi abbiamo il dovere di scoprire,
quanto voi dovreste avere quello di riconoscere...
--Che dite?...--interruppe la giovane, con un moto d'insofferenza.
--Io non dico nulla,--rispose il Ferpierre stringendosi nelle spalle e
abbassando lo sguardo alle carte che stavano sulla tavola.--È il vostro
stesso amante quello che confessa d'esser egli l'assassino!
Nell'evitare lo sguardo della giovane il magistrato obbediva a due
impulsi diversi. Doleva alla sua rettitudine di servirsi della menzogna
per iscoprire la verità; rare volte, e soltanto nei casi disperati come
quello dinanzi al quale ora trovavasi, e sempre superando un'istintiva
repugnanza egli aveva ricorso a questo mezzo. Tuttavia, se un senso di
vergogna l'occupava secretamente e gli faceva torcere gli occhi,
l'istinto e l'abitudine dell'indagine gli consigliavano di insistere in
quell'atteggiamento affinchè l'accusata, non vedendosi più guardata, non
reprimesse il vero sentimento suscitato in lei dalla rivelazione.
Finto di cercare tra le carte, egli riprese:
--Ecco la sua dichiarazione debitamente firmata. Sperate ancora
salvarlo?
E la guardò.
Ella aveva un'altra faccia. Come se la maschera della durezza sprezzante
e superba le fosse stata strappata, le guance impallidite, le labbra
dischiuse e gli occhi smarriti dicevano il dolore, la paura, il rimorso,
un sentimento che il Ferpierre non sapeva ancora precisare, ma che era
senza dubbio troppo penoso.
--Ve ne duole?... Dovete molto amarlo!
Lo spettacolo di quel repentino turbamento distrasse sul principio il
giudice dall'impaccio che provava mettendosi per una via obliqua. Ma
sentendo di doverla percorrere oramai sino in fondo, considerando
l'ambascia della giovane, la sua repugnanza cresceva. Non infliggeva
egli a quella donna, per amore della verità, una morale tortura? E la
differenza era veramente grande fra gli orridi strumenti delle antiche
inquisizioni, e la menzogna con la quale ora ricercava l'anima
dell'accusata?
--Comprendo il vostro dolore, ma dovevate pur essere preparata a
sopportarlo. Voi faceste di tutto per stornare i nostri sospetti e il
rimorso di avergli nuociuto non può tormentarvi. Ma la verità a lungo
non si nasconde. E bisogna anche dire che avreste potuto essere un poco
più abile. Come poteste mai sperare che io credessi la fiaba dell'ultima
spiegazione avvenuta fra voi tre? Era credibile ancora che il principe,
tornato dalla contessa, secondo volevate darmi a intendere, per
separarsene definitivamente, mettesse tanto tempo a fare questa
dichiarazione? Se indugiò tanto, ciò fu perchè mutò proponimento; perchè
sul punto di abbandonarla s'accorse che ella stessa non pensava più a
lui; e allora l'amor proprio ferito lo distolse dalla prima intenzione.
Allora egli non volle che questa donna fosse d'altri, volle anzi
riaverla per sè come un tempo, e si mostrò pentito e supplichevole. A
voi nascose, e fu naturale, questo suo mutamento; ma come mai non lo
imaginaste vedendo le sue tergiversazioni? Voi vedeste bene che egli
tardava troppo a compiere la promessa fattavi; ma se vi disse che la
pietà gl'impediva di portare un colpo mortale a quella donna, il vostro
cuore d'amante doveva avvertirvi che il suo ritorno presso di lei era
pericoloso; che la passione, quando pare morta e sepolta,
improvvisamente divampa più gagliarda di prima. A saperlo presso di lei,
più volte, non soffriste, non sospettaste che i ricordi del passato,
che la seduzione di quella donna quasi nuova dopo il lungo abbandono lo
avvincessero ancora una volta?... Sì, voi intuiste queste cose, me lo
dice il vostro doloroso silenzio: e le avete taciute per amore di lui,
perchè comprendeste che se la giustizia avesse saputo che egli l'amava
ancora, che ne era geloso, la verità sarebbe apparsa luminosamente. Ma
il vostro zelo non poteva esser felice. Quando io gli domandai il perchè
del suo indugio presso la defunta, voi stessa gli suggeriste di addurre
la pietà; egli non seppe neppur trovare questo pretesto per nascondere
la vera ragione, che era l'amore e la gelosia! E credevate che io non
dovessi notare il vostro intervento e il suo imbarazzo, e che non ne
scoprissi finalmente il perchè?
Il Ferpierre dimenticava ora il suo rimorso nel fervore dell'inchiesta,
comprendendo d'essere molto vicino alla verità. Il silenzio della
giovane, lo smarrimento crescente della sua espressione, il tremor delle
mani, l'ansia che le sollevava il seno, dimostravano sempre più al
magistrato che egli toccava ora la nota giusta, che Zakunine era stato
veramente ripreso dall'amore della contessa, che la nihilista aveva
sofferto di gelosia, che qui bisognava trovare la ragione del mistero.
Egli aveva già divinato tutte queste cose, ma poi era stato distratto e
fuorviato da altri ragionamenti, dalla mancanza di prove: ora accumulava
tutte le presunzioni, ne imaginava perfino quando gliene mancavano,
perchè la sua fidente asseveranza servisse come una specie di reattivo
morale, mordendo il cuore della giovane e lasciandovi leggere dentro.
--L'amor vostro per lui deve essere molto forte se avete accettato
questa parte, se avete nascosto la gelosia che vi torturava, se avete
finto l'ignoranza e l'indifferenza! E come è stato mal ripagato! Voi non
poteste illudervi neppure un istante, e vedeste ciò che avveniva e
prevedeste ciò che sarebbe avvenuto; perchè, una volta impegnato a
contendere quella donna a un rivale, Zakunine, con la veemenza che porta
nelle sue passioni, non avrebbe esitato dinanzi a un delitto. Voi
veniste a trovarlo temendo che la catastrofe fosse compiuta; veniste
troppo tardi a tentar d'impedirla. È vero?
La giovane si riscosse a quella domanda. Portò le mani alle tempie
comprimendole, quasi la tempesta suscitata in lei dalle parole del
giudice minacciasse di aprirle il cervello; poi, respirato fortemente,
così da far sibilare l'aria fra i denti chiusi, con l'espressione di
repugnanza dolorosa e di sdegno impotente di chi si sente violentare ed
opprimere, disse:
--Avete finito? Volete divertirvi ancora a tormentarmi? Il vostro
piacere è troppo grande, senza dubbio? Ora basta!
--Come parlate?
--Come debbo. Io non voglio, intendete? che i vostri iniqui artifizii
trascinino nel precipizio chi non ha colpa. Voi amate la verità sopra
ogni cosa? Il vostro sacro dovere è di scoprire la verità? Voi siete
delegato dalla società a fare giustizia? Ebbene, dite a questa vostra
società,--e la sua voce si alzò di tono, ella quasi gridò:--dite che
uccisi io quella donna. Date corso alla vostra giustizia; ma sappiate
che io la disconosco, che la disprezzo; ponetevi nella mente che io
rivendico la responsabilità dell'atto commesso non per patirne il
castigo ma per ottenerne la lode!
L'impressione prodotta da quelle parole nell'animo del giudice fu
enorme. La meraviglia e il piacere per la pronta riuscita
dell'espediente, la soddisfazione di veder confermati i suoi sospetti,
la nuova curiosità per la superba millanteria della rea, un senso di
compassione che secretamente e quasi mal suo grado lo persuadeva
all'indulgenza ora che la confessione e la millanteria avrebbero dovuto
farlo più rigido, occupavano ad una volta l'animo suo.
--Ah, confessate?...--potè dire soltanto nel primo momento della
confusione, senza troppo badare all'opportunità della domanda; ma subito
dopo, padroneggiandosi:--Confessate anche voi?--ripetè, per insistere
nell'artifizio così bene riuscito.--A chi debbo credere, ora? Gareggiate
dunque di generosità fino a tal segno? Ciascuno s'accusa per salvar
l'altro? Nobile gara!...
La giovane disse, duramente:
--Voi non sapete riconoscere la verità?
--Non sempre! Quando altri lavora a nasconderla!... Bene: se volete che
io creda a voi, vi crederò. Più difficile mi riesce comprendere il tono
di vanteria col quale v'accusate. So che disconoscete le nostre leggi;
ma nella società ideale all'avvenimento della quale voi lavorate si
ucciderà forse impunemente e sarà anzi titolo di gloria aver distrutto
una vita, così, per piacere?
--Non per piacere.
--Come! Sarà forse dovere per ogni amante geloso toglier di mezzo
l'oggetto della sua gelosia?
--Voi non sapete.
--Non so, infatti! È vero, sì o no, che il principe non si poteva
decidere di rinunziare alla contessa perchè la riamava?
--È vero.
--E voi non ne foste gelosa?
Ella disse, con voce gelata, facendo sonare una dopo l'altra le parole:
--Il mio sentimento non importa; nessun sentimento, nessun interesse,
niente importa quando si è compreso il Dovere. La vita degli altri, la
vita propria, l'onore, gli affetti, tutte le cose vane debbono cedergli.
Questa è la mia norma; questa doveva essere anche la sua. Ma egli la
dimenticò!...
Il Ferpierre cominciava ora a comprendere.
--Volete dire che non per amor vostro egli trascurava di lavorare al
trionfo della causa, ma per la contessa?
--Sì.
--Perchè stava allora a Zurigo, vicino a voi, e non con lei?
--Perchè sapeva di esserle odioso, ma voleva parlare con qualcuno di
lei.
--E ne parlava con voi?
--Sì.
--Già voi diceste che non ve ne tenne parola! Ma, se ve ne parlava, non
vi amava?
--Non mi ha amata mai.
Nonostante la freddezza impassibile del viso statuario, qualcosa di così
dolente echeggiava nelle ultime parole della giovane, che il Ferpierre
pensò: «Non mentisce!»
--E voi sì, l'amaste, l'amate?
--Che v'importa di ciò?--riprese ella tornando a una durezza che il
Ferpierre giudicava ora ostentata.--Importerà a voi ciò che non importa
a me stessa? Se volessi trovare un'attenuante all'atto commesso, se
volessi essere scusata da voi, dalla vostra società, vi direi che lo
amavo, che la uccisi per gelosia. Questa debolezza, questo egoismo sono
scusati e perfino glorificati dalla società vostra. L'amante che per
evitare a sè stesso un dolore, per assicurare il piacere suo proprio
uccide il rivale, è perdonato; talvolta il cieco e letale amor suo è
giudicato forte, grande, ammirabile. L'amore che guida noi, il nostro
sacrifizio cosciente, l'opera di salute alla quale attendiamo, sono
condannati!
--Strana opera salutare la vostra, che vi fa versare il sangue,
frattanto!