--Per che motivo? Per avere notizie di Russia? Per trascinarvi nei suoi

complotti?... Rispondete!

Ella rispose dopo un momento di silenzio:

--Per aiutarmi.

--In che modo?

--Io ero sola, senza mezzi, in paese sconosciuto. Venne a offrirmi il

suo appoggio.

--Vi diede denaro?

--L'offerse. Io lo rifiutai.

--Come vi giovò, dunque?

--Mi raccomandò a persone di sua conoscenza, mi procurò lezioni di

russo, mi fece scrivere sui giornali e le rassegne.

--Quanto tempo foste insieme?

--Un giorno.

--Partiste voi o partì lui?

--Io.

--Andaste allora a Zurigo?... Vi scriveste?... E quando vi rivedeste?

--Un anno dopo, a Lugano.

--Egli era solo?

--Sì.

--Non sapete perchè? Comprendeste che non amava più la contessa?

--Non m'occupai di queste cose.

--Perchè andaste a Lugano? Che cosa vi faceva egli stesso?

La giovane non rispose.

--Non lo volete dire?

--Non posso.

--Il partito vi adunava?

Ella restò ancora muta.

--Quanto tempo steste a Lugano?

--Tre giorni.

--E poi?

--Tornai a Zurigo.

--Quando ci venne egli?

--In questo aprile.

--Per far che cosa?

Come l'interrogata taceva ancora, il Ferpierre riprese, pacatamente:

--Non volete rispondere neppur ora?... Capisco il vostro ritegno. Voi

non potete e non dovete svelare i secreti della vostra associazione. E

col silenzio vorreste significare che egli venne a Zurigo appunto per

lavorare alla propaganda, per congiurare, per una ragione politica,

insomma. Vi avverto però che c'è qualche punto oscuro da rischiarare

prima di credere questa cosa. Nel tempo che secondo voi egli stette a

Zurigo per ragioni politiche, dalla Russia, dall'Inghilterra, da tutte

le parti gli scrissero chiamandolo, rimproverandolo di trascurare la

causa, accusandolo di freddezza e quasi di viltà. Abbiamo una quantità

di lettere che sono molto chiare. Come spiegate questa contraddizione?

La giovane scosse il capo senza pronunziare una sillaba.

--Continuate a non volere rispondere?... E come mai, quando egli lascia

Zurigo e viene qui a Ouchy, voi che prima non lo avete cercato, correte

a trovarlo, più volte, in una casa che oramai non era più sua, tanto che

vi troviamo con lui il giorno della catastrofe?... Non rispondete neppur

ora?... Vi dirò dunque un'altra cosa: fra queste lettere dove quasi lo

incolpano di tradimento ce n'è una di un amico il quale lo scongiura di

non ricadere in una debolezza che pare gli sia abituale: quella di

lasciarsi sedurre dalle donne, di dare troppa parte del suo tempo alla

galanteria... Questo amico scrive come se già sapesse che proprio una

nuova avventura con un'altra donna lo distrae dal compimento del dovere

verso i compagni..... Perchè evitate ora di guardarmi? Se vi domandassi

chi è questa donna che cosa mi rispondereste?

Ella disse fermamente, fissandogli gli occhi negli occhi:

--Sono io.

--Ah, confessate?--esclamò il Ferpierre.--L'altro giorno vi offendeste

del mio sospetto!... Bene! Ditemi allora: quando mutarono i vostri

rapporti?

--Quando egli venne a Zurigo.

--Venne apposta per voi?

--No.

--Perchè allora?

--Per motivi politici.

--Spiegatemi come mutarono i vostri rapporti. In due anni vi vide due

sole volte. Vi disse allora nessuna parola d'amore?

--Nessuna.

--E voi?

--Io l'amai dal primo giorno che venne a soccorrermi.

La voce della giovane, quantunque ella si studiasse di contenersi,

rivelava un turbamento secreto.

--Allora voi stessa parlaste la prima?

--No.

--Egli s'accese così, improvvisamente, dopo che per due anni non aveva

pensato a voi?

--Stetti parecchi mesi a Zurigo, ci vedemmo ogni giorno.

--Non sapete che, dopo avere abbandonato la contessa, venne a cercarla,

proprio da Zurigo?

--Lo seppi.

--E non ve ne inquietaste?

--No.

--Come mai? Anche poco fa, quando vi chiesi del suoi rapporti con

l'Italiana, rispondeste che non vi occupavate di queste cose. Se lo

amavate veramente, come non vi premeva di saperlo libero?

--Lo sapevo libero.

--Volete dire che per lui l'impegno preso con la morta non valeva?

--Voglio dire che non la amava più.

--Ma non sapevate che ella, sì, lo amava?

--Ora neppur ella lo amava più.

--Perchè dunque tornò da lei?

--Avevano ancora interessi comuni.

--Chiamate interessi comuni i prestiti dei quali la richiedeva?... Ma se

ella non lo amava più, non poteva esser gelosa di voi!

--No.

--Allora perchè si sarebbe uccisa?

--Non so. Per suoi scrupoli, forse.

--Perchè voleva ma non poteva amarne un altro?

--Non so. Forse. Il suicidio, anche quando pare lungamente premeditato,

si compie sempre per un impulso momentaneo ed improvviso. Basta che vi

sia un motivo di dolore. Ella ne aveva molti.

--Ragionate molto bene!... Seppe il principe che ella amava un altro?

--Non credo.

--Non ve ne parlò mai?

--Mai.

--Ora torneremo a interrogar lui.

Licenziata la giovane, il Ferpierre ordinò che fosse introdotto

Zakunine.

La condotta di costui, durante la prigionia, era stata tutta diversa da

quella della presunta sua complice. Nulla aveva chiesto per sè, non cibi

speciali, non libri, non carta; di nulla si era lagnato; non aveva quasi

detto verbo: le guardie riferivano che passava il suo tempo giacendo sul

letto, immobile, come se dormisse. All'aspetto, dagli occhi arrossati,

l'interno travaglio era visibile; ma l'ingiustizia dell'accusa o il

rimorso del delitto lo travagliavano?

Quando il Ferpierre gli domandò se persisteva nelle sue dichiarazioni,

se non aveva nulla da aggiungere a propria discolpa, egli rispose con

voce cupa:

--Nulla.

--Riconosceste l'altro giorno i vostri torti, confessaste di non aver

ricambiato l'affetto che la contessa d'Arda vi portava. Se non l'amavate

più, perchè non la lasciaste senz'altro al suo destino?

--Ella mi voleva suo.

--Anche sapendo che a voi non importava più di lei?

--Credeva d'essersi unita a me per sempre.

--E voi sentivate come una specie di dovere, qualche volta, fra una

corsa e l'altra, fra l'una e l'altra avventura, di tornare per un poco

presso di lei? Questo sentimento vi fa molto onore!

Il principe guardò in faccia il Ferpierre, quasi in atto di replicare

all'ironia dell'osservazione. Poi, chinato il capo, a voce bassa, con

accento d'amarezza, disse:

--Questo sentimento fu anche molto provvido!... Infatti, quando ella

potè credere d'essersi liberata di me e pensare a disporre altrimenti

della propria vita, io venni a rammentarle l'impegno antico, l'errore

che doveva pesare su lei irreparabilmente!

Diceva egli così perchè questa era la verità o perchè, colpevole,

comprendeva l'efficacia della difesa?

--Avevate anche da ricorrere a lei per denaro?

Zakunine alzò la fronte a quella domanda, fissando lo sguardo

improvvisamente acceso sul magistrato; poi tornò a chinarlo, confuso.

--Che cosa vi ha trattenuto a Zurigo tutta questa estate?

--La propaganda.

--Non è vero. Le lettere dei vostri correligionarii di Russia e

d'Inghilterra vi rimproverano di averli traditi.

Una terza volta l'accusato guardò in faccia il giudice, fremendo.

--Avevo da badare ad altri. Credete che io vi riveli i secreti non miei?

Volete trarre profitto dalla mia cattura per istruire un processo

politico?

--Ma no! Ma no! Io posso ammettere benissimo che lasciavate senza

risposta alcuni vostri compagni non per mancato zelo ma per badare ad

altri. Alessandra Natzichev, per esempio, vi occupava molto...

Lo sguardo del principe lampeggiava.

--Non parlate così!--disse sordamente.

--E perchè non volete che parli?... Quando da più parti v'accusano di

esservi intepidito e perfino d'aver paura, quando voi lasciate che i

capi del vostro partito si adunino a Londra senza andare a sentirli;

quando voi fate così per restarvene a Zurigo dove sta questa donna che

il giorno della tragedia troviamo presso di voi, in una casa non vostra,

non volete che a lei, alla sua frequentazione, alla sua amicizia sia

attribuito il mutamento?

--Non c'è mutamento. Vi ripeto che gli scopi da noi proseguiti sono

molteplici, che le vie sono numerose. Se non andai a Londra, feci altre

cose non meno rilevanti.

--Voi non volete dire quali sono queste cose, e fate bene perchè così vi

suggerisce il dovere settario. Ma un altro dovere, più generalmente

compreso, v'impedisce di confessare la natura dei vostri rapporti con la

Natzichev. Vi avverto però che la vostra delicatezza è perduta, giacchè

ella ha confessato.

--Che cosa?--esclamò il principe, con accento di vivace stupore.

--Che voi siete il suo amante.

--Ella ha detto così?--tornò ad esclamare l'accusato, esprimendo con la

voce e con lo sguardo l'impossibilità di credere alla rivelazione.

Il Ferpierre restò un poco in silenzio a considerarlo.

La meraviglia di quell'uomo pareva sincera. La nihilista aveva dunque

mentito? E perchè? Quale motivo poteva averla spinta a confessare una

cosa che doveva riuscire di pregiudizio alla propria reputazione? Se

anche, ribelle a tutte le convenzioni, il pregiudizio non le importava,

bisognava pure che ella mirasse a uno scopo nel dire la menzogna! Ma non

aveva piuttosto detta la verità, e il principe non se ne stupiva appunto

per il danno che questa confessione doveva produrre ad entrambi?

--Ha detto ella stessa così!--ripetè il magistrato.---Ve ne stupite?

--È falso!--rispose il principe.

--Da quanto tempo la conoscete?

--Da tre anni.

--Come?

--Ero amico dei suoi fratelli.

--Quando emigrò in Isvizzera veniste a trovarla? La soccorreste?...

Vedete che sono bene informato! Ella stessa ha narrato queste cose.

Prima la vedevate raramente; dall'aprile, dacchè passaste da Zurigo,

foste insieme. Queste sono le sue dichiarazioni. Volete sì o no

riconoscere che siete il suo amante?

All'impaziente durezza di questa domanda, l'accusato guardò il giudice

negli occhi. La cute delle sue tempie s'increspò: egli stringeva

irosamente le mascelle.

--Fate male a non rispondere. Mi costringete a mettervi in confronto.

E il Ferpierre ordinò che la Russa fosse ricondotta in sua presenza.

La sorda ira del principe già dava luogo a una palese inquietudine:

pareva che egli si sentisse ora minacciato, che avesse paura, che non

sapesse da qual parte cercare una via. Al sopravvenire della giovanetta

le fissò gli occhi negli occhi ardentemente.

--Vi ho fatta richiamare,--disse il giudice,--perchè ripetiate alla

presenza di costui ciò che dichiaraste a me. Siete l'amante sua?

Il principe si protendeva verso di lei come ansioso della risposta o

cupido di suggerirla egli stesso.

--Sì,--rispose fermamente la giovane.

--Vedete,--riprese il Ferpierre additando il principe,--che egli

dimostra di non credervi.

--Comprendo il motivo che gli consiglierebbe di nascondere la verità. Ma

la verità si saprebbe altrimenti, e non m'offende.

Ella rispondeva all'interrogante, senza badare ai suo complice. Solo

quando il giudice si rivolse a quest'ultimo per domandargli se negava

ancora, ella girò il capo, guardandolo.

--È vostra amante?--ripetè il Ferpierre mentre i due si fissavano, la

donna con espressione di dominatrice serenità, il principe titubante e

smarrito.

Questi da ultimo chinò il capo, in atto di confessare.

--E allora voi tornaste dalla contessa e vi mostraste a lei pentito dei

vostri torti unicamente perchè avevate bisogno del suo denaro?

--Che dite?--pronunziò sdegnosamente Zakunine.

--Ma dunque, perchè?--incalzo il magistrato.

--Io gli suggerii di tornare da lei,--disse la giovane.

E come il principe fece un nuovo moto di protesta, ella soggiunse:

--Non abbiate paura di nuocermi. Bisogna dire la verità. Confermate pure

che io stessa vi suggerii di tornare da lei per disporla a una

definitiva separazione franca e leale. Io non mi pento d'aver dato

questo consiglio. Tutto si doveva preferire all'equivoco. Non potendo

più vivere con lei come le avevate promesso, voi dovevate restituirle la

sua parola, non farle accogliere nuove lusinghe. Se ciò le dolse e la

spinse ad uccidersi, è certo dispiacevole; ma nè io nè voi possiamo

esserne chiamati responsabili. In una circostanza simile entrambi

faremmo ancora altrettanto, chiunque agirebbe così.

--Lasciamo da parte,--riprese il Ferpierre,--il giudizio su questa

vostra supposta condotta. Prima di giudicarla importa accertarla. Ora se

voi consigliaste al vostro amante di tornare dalla contessa per

separarsi lealmente da lei, egli dovè male interpretare il suggerimento,

e invece di dirle francamente che tutto era finito, le venne vicino più

volte, le si mostrò pentito e sommesso. Mi pare uno strano modo di

rompere un legame quello di riannodarlo...

Il Ferpierre aveva parlato rivolto al principe. Mentre questi restava

muto e confuso, la giovane rispose:

--Vi stupite che nel punto di lasciare per sempre una persona già amata,

il ricordo del tempo vissuto insieme attristi, commuova, renda penoso il

dovere della franchezza e ne ritardi il compimento?

--Avevo parlato con lui, veramente, ed a lui toccava

rispondere...--osservò il Ferpierre con un'ambigua mossa del capo, come

insospettito dallo zelo della donna.--Ma poichè voi siete così bene

informata di ciò che accadde tra loro mentre prima negaste d'occuparvi

di queste cose, ditemi un poco se questo dovere della franchezza fu da

lui compito una buona volta; perchè, da altre deposizioni, mi risulta

che fino alla vigilia della catastrofe alla contessa non era stata

restituita la sua parola, anzi che ella si sentiva più che mai legata.

--Ciò non accadde fra loro due soltanto: fui presente anch'io.

--Quando?

--Il giorno della morte, la mattina stessa. Giacchè bisogna dir tutto,

vi dirò perchè mi trovai in quella casa. Sapevo che l'ultima spiegazione

doveva avvenire, aspettavo con impazienza che egli me ne riferisse

l'esito. Non vedendolo tornare, venni io. Egli esitava ancora, come

presago di farle male. Allora gli suggerii di scriverle; quest'idea gli

piacque. Eravamo nello studio di lui, credevamo di non essere uditi,

quando ella apparve. Disse parole amare, contro di lui, contro di me.

Egli se ne sdegnò, dimenticò la pietà, la accusò di spiarlo, le dichiarò

che partiva per non tornare mai più. Ella disparve. Restammo a preparare

le sue cose. Poco tempo dopo udimmo il colpo. Questa è la verità.

--Voi confermate ciò che dice costei?--domandò il Ferpierre a Zakunine.

L'interrogato rispose con un breve cenno del capo.

--Quali furono le parole amare che la contessa proferì?

Rispose ancora la donna:

--Disse: «Voi parlate di lealtà? Lo scrupolo della franchezza vi

nasconde qui, a tramare contro di me? Sono stata forse d'impaccio ai

vostri amori? Dovevate anche darmene spettacolo?»

Il magistrato tacque un poco considerando la narratrice; poi, senza

lasciarla con lo sguardo, disse lentamente:

--E voi pensate che, dopo una spiegazione tempestosa, con lo sdegno che

doveva ribollire in cuore a quella donna, la versione del suicidio

diventi più verosimile? Come non v'accorgete d'esservi posta sopra una

falsa strada, con l'invenzione poco felice di questa scena incredibile?

La giovane rispose duramente, aggrottando le ciglia:

--Il vostro mestiere è di dubitare. Io ho detto la verità; tanto peggio

se torna a mio danno. Avete null'altro da domandarmi?

Invece d'aspettare d'essere congedata, ella stessa lo congedava.

VII.

LA CONFESSIONE.

La curiosità suscitata nel pubblico dalla tragedia di Ouchy era venuta

di giorno in giorno crescendo. La qualità dei personaggi, la stranezza

del caso che poneva insieme gente venuta da tante parti e così diversa

di nascita e di vita: un rivoluzionario noto a tutta Europa come

Zakunine, uno scrittore come Roberto Vérod, una gran dama come la

contessa d'Arda, una creatura misteriosa come Alessandra Natzichev,

avrebbero eccitato l'interesse generale se non fosse già bastato

l'intrico giudiziario.

La notizia del suicidio e l'accusa d'assassinio si erano insieme diffuse

e dividevano l'opinione in due campi pressochè eguali. Forse coloro che

ammettevano il delitto erano più numerosi; ma solo il credito che

naturalmente gli uomini accordano al male, e in parte anche

l'avversione per le idee politiche del principe e della studente,

spingevano tanti al sospetto; giacchè, dovendone dimostrare il

fondamento, non ne sapevano poi dare valide ragioni. Ma le difese non

mancavano, ed erano anzi vivaci. Perchè i ribelli non indietreggiavano

dinanzi al ferro ed al fuoco quando avevano da lavorare al conseguimento

del loro ideale, bisognava dire che fossero capaci d'un delitto comune?

Non c'era fra le due cose una distinzione profonda e i più feroci

settarii non solevano essere, nella vita privata, d'una onestà

scrupolosa e d'una ingenua bontà?

I particolari intorno alla vita di Zakunine e della Natzichev davano

argomento tanto ai difensori quanto agli accusatori d'insistere nelle

loro opinioni. In quelle nature complesse di Slavi impetuosi e freddi ad

un tempo, ora violentemente trascinati dal cieco istinto, ora

rigidamente sottoposti alla più ferrea ragione, gli uni e gli altri

trovavano la capacità e l'incapacità del delitto. Era da stupire, anzi

non era naturale che in un impeto di gelosia, d'odio, di rancore, quelle

persone che si credevano superiori ad ogni legge, distruggessero una

vita dopo aver dato mano a distruggerne tante altre? Dall'altra parte

osservavasi come non fosse credibile che queste persone, la cui attività

era tutta diretta a raggiungere un intento condannato dai più, ma per

esse certamente grande e quasi sacro, si perdessero in un'avventura

volgare, per un delitto inutile. Come mai queste persone che rinnegavano

patria, famiglia, amicizia, tutti i sentimenti dai quali gli altri

uomini sono legati, per lavorare liberamente alla distruzione del mondo,

avrebbero poi tradito la loro causa per obbedire a una passione

meschina? Replicavano gli altri che questi rivendicatori dei massimi

ideali umani non erano già inaccessibili alle passioni, al contrario--e

lo provavano con le innumerevoli avventure del principe--e che sotto

l'impero d'una passione, la ragione, come cede nella generalità degli

uomini, così, anzi più facilmente doveva cedere in loro.

Quindi lunghe e vivaci discussioni s'accendevano intorno alla

determinazione dell'accusa. L'omicida era il principe? La nihilista era

innocente oppure complice? Le opinioni si dividevano ancora una volta;

perchè secondo alcuni l'uomo aveva commesso il delitto per gelosia del

Vérod; secondo altri la donna per rivalità. Di questa incertezza si

giovavano appunto quanti credevano al suicidio: come dar fede a

un'accusa che non riusciva a precisarsi? Sostenere poi che i due

avessero uccisa insieme la contessa non pareva possibile; solo qualche

accanito accusatore, in odio ai rivoluzionarii, diceva che i due avevano

potuto accordarsi nel pensiero omicida: se Alessio Zakunine voleva

punire la contessa dell'amore che portava al Vérod e se la nihilista

voleva punirla dell'amore che le aveva portato il principe, la

complicità dei due perversi restava spiegata. Alcuni andavano anche

oltre, perchè, saputo che il principe versava in imbarazzi finanziarii,

sostenevano che i due Russi avevano uccisa la contessa per derubarla. Ma

alla malvagità che bisognava ammettere per sostenere questa ipotesi

pochi credevano; e la maggior parte degli accusatori riconoscevano di

dover portare i loro colpi o contro l'uno o contro l'altra. E mancando

le prove dell'accusa e della discolpa, ciascuno dei due partiti non

insisteva tanto nel dimostrare il proprio assunto, quanto nel combattere

l'assunto contrario. Chi incolpava il principe o la nihilista sosteneva

l'inverisimiglianza del suicidio; per affermarlo, gli altri adducevano

l'inverisimiglianza e l'impossibilità del delitto.

Il giudice Ferpierre stava attento a tutte queste voci per cercare

d'averne lume nella scoperta della verità. Dopo il nuovo interrogatorio

egli era rimasto ancora più esitante. Perchè mai gli accusati avevano

risposto diversamente alla intimazione di rivelare la natura dei loro

rapporti? La Natzichev non era stata certamente costretta a confessarsi

amante del principe da prove schiaccianti; anzi aveva ella stessa quasi

forzato l'altro a non contraddirla; volendo, ella poteva ancora negare

come egli negava. Il solo amore della verità non l'aveva spinta; ella

doveva aver pensato che questa confessione le avrebbe giovato. Parimenti

non la sola delicatezza doveva aver persuaso il principe a negare la sua

relazione con lei; ma anche e specialmente la paura che, dicendo la

verità, glie ne sarebbe venuto nocumento. Più ripensava alle loro

risposte, più il magistrato riconosceva che un interesse secreto li

aveva messi per le opposte vie. Ma restava ancora insoluto il problema:

erano essi due complici che volevano salvarsi, oppure due innocenti che

temevano di difendersi male?

Il dubbio tornava ad occupare il Ferpierre. A certi momenti egli pensava

se il dover suo non fosse di rimetterli in libertà; poi un sospetto che

non sapeva bene giustificare a sè stesso, qualche cosa di ambiguo nella

condotta, e più che nella condotta nell'espressione degli accusati, lo

consigliava a indugiare, a cercare ancora.

Intorno al più triste sospetto, al sospetto d'un omicidio per furto,

egli ebbe da Milano notizie sfavorevoli agli accusati. Dalla deposizione

del ragioniere di casa d'Arda risultò che le somme di denaro, presso la

contessa, dovevano essere molto superiori a quelle trovate. Ma il

Ferpierre ebbe tosto prova che il furto non era stato commesso. Giulia

Pico, interrogata intorno alla moralità degli altri servi ed alla

possibilità che qualcuno di essi si fosse inteso con i Russi, diede

risposte che esclusero ogni sospetto. Ella disse anche che la sua

padrona faceva molta beneficenza, che dava e mandava molto denaro per i

poveri e gl'istituti di carità di Losanna, di Nizza e di Milano: ciò fu

confermato dalla baronessa di Börne e da tutti gli stranieri del

Beau-Séjour: la differenza fra le somme rinvenute presso la morta e

quelle che avrebbero dovuto trovarsi non si spiegava così? Una nuova e

più accurata perquisizione, ai _Cyclamens_, escluse che vi fossero

denari nascosti. L'interrogatorio e le perquisizioni nelle case dei

servi diedero anch'essi risultati contrarii al sospetto. Non restava

dunque se non l'ipotesi della semplice intenzione furtiva: il Ferpierre

le negava fede. Egli credeva che, se c'era stato un delitto, la passione

lo aveva determinato. Importava quindi accertare la natura dei rapporti

dei due Russi; ma nessuna luce egli ebbe dalle testimonianze assunte a

Zurigo tra i conoscenti di Zakunine e della Natzichev: i testimonii non

seppero precisare se erano veramente amanti; alcuni lo sospettavano,

altri l'escludevano; anche sulla loro capacità di delinquere le opinioni

erano divise.

La lettera a suor Anna Brighton avrebbe svelato il mistero; ma suor Anna

non si trovava. Alla Nuova Orléans, di dove erano datate le ultime sue

lettere rinvenute presso la morta, non stava più; nessuno sapeva dire

dove fosse andata. Il Ferpierre tuttavia sperava che un giorno o

l'altro ella stessa avrebbe fatto pervenire alla giustizia il documento

cercato. Tutti i giornali del mondo parlavano del dramma di Ouchy e

dicevano che solo l'ultima lettera della contessa d'Arda poteva

rischiararlo, confondendo i rei se non annunziava l'imminente suicidio,

salvando gli innocenti se confessava l'estremo proposito; non era

possibile che, alla lunga, suor Anna non avesse notizia dell'ansiosa

aspettazione e non sentisse il dovere di consegnare il documento alla

giustizia.

Spasimo · 第 10 / 15 段