Dalla compagnia delle donne aveva rifuggito come per istinto, fino da

piccolo. A vent'anni, morta sua madre, rimasto padrone d'un'immensa

fortuna, era uscito ad un tratto, con un voltafaccia repentino, dalla

vita solitaria delle campagne dove alternava i violenti esercizii con le

macerazioni dello studio, per darsi freddamente e quasi studiatamente

agli eleganti e malsani piaceri delle grandi città. Sciupò molto denaro

e molta forza nervosa, la sua costituzione già squilibrata deperì.

L'amore, il primo amor d'anima, gli fu ispirato dalla figlia del

principe Arkof. Con un morale anacronismo che in quella natura fuor del

comune non doveva stupire, egli amò del fanciullesco, ingenuo e timido

sentimento quando per ogni altro uomo non ne è più la stagione. La sua

adolescenza solitaria e selvaggia non era stata visitata da fantasmi

poetici; ma, per quelle leggi d'equilibrio e di compenso che sembrano

estendere il proprio impero dal mondo della materia al mondo dello

spirito, la poesia del cuore, alla virtù della quale egli pareva essersi

sottratto, lo invase quando fu immerso nei più prosaici e disgustosi

amori. Come la confusione provata una volta lo aveva spinto a trarre la

propria mente dai limbi dell'ignoranza, così il turbamento sentimentale

redense l'anima sua. Da un giorno all'altro, per un tempo non breve,

nessuno più lo riconobbe: lasciate le indegne compagnie, fuggite le vili

occupazioni, con una reazione imprevedibile non visse se non di sogni,

di pura contemplazione, di adorazione muta e discreta; non altro

proponimento lo animò se non quello di rendersi, con una vita esemplare,

degno della creatura amata. L'incanto si ruppe e il malefizio tornò ad

operare su lui quando, per la tirannia dei parenti, la principessa

Caterina andò sposa al generale Borischoff, governatore di Kiew. Allora

gl'impeti selvaggi, le convulsioni violente tornarono ad assalirlo; ma,

cosa strana, non gli presero immediatamente la mano. La sincerità del

suo ravvedimento, la capacità sentimentale dell'anima sua furono provate

e misurate da ciò: che egli seppe frenarsi ed accettò di sapere in

braccio altrui la sposa del cuor suo. Egli che non le aveva quasi

parlato, che non ne conosceva i sentimenti, che si era appagato di

sospirarla da lontano, potè credere, vedendola accettare la mano del

generale, che lo amasse, che sarebbe stata felice con lui. E sanguinando

e struggendosi, tacque, scomparve, per non esserle d'ostacolo; ma quando

seppe che il fortunato rivale era immeritevole della fortuna ottenuta,

che non solo non faceva felice, ma avviliva, maltrattava e mortificava

la creatura alla quale egli aveva voluto risparmiare, non che un dolore,

un solo pensiero molesto, allora la furia del cruccio, del rimorso e

dello sdegno lo gettarono in mezzo ai nihilisti che meditavano

d'uccidere il terribile governatore. Scoperta la congiura, il gran nome

e più del nome il motivo tutto morale, estraneo alla politica, che lo

aveva animato, lo salvarono dalle pene crudeli inflitte ai suoi

compagni; ma quella politica, alla quale fino al giorno prima era stato

indifferente, lo infiammò subitamente.

Durante i preparativi del complotto, nella frequentazione dei

rivoluzionarii, egli non aveva potuto, dominato com'era da un'altra

idea, porre mente alle ragioni che armavano i suoi compagni; l'amore

della libertà, l'odio della tirannide, la sete di giustizia, l'ideale di

fratellanza dovevano essere per l'amante vendicatore incomprensibili; ma

quando fu arrestato e processato, quando conobbe le brutalità della

polizia, l'incoscienza dei giudici, l'eroismo dei complici; quando si

vide sbandito dalla patria; quando conobbe, girando per il mondo con la

morte nel cuore, i dolorosi contrasti delle grandezze superbe e delle

miserie insanabili, una nuova meta brillò repentinamente ai suoi occhi:

la redenzione umana.

Ma, come era da prevedere, neanche questa volta egli conobbe misura. In

Francia, in Olanda, in Germania, in Inghilterra cercò i capi del partito

nihilista ed anarchico, diede quanto potè della sua sostanza e tutta la

sua attività personale alla propaganda, si mescolò a nuove congiure che

sortirono effetti cruenti, fu ancora una volta processato e condannato a

morte. Con una temerità incredibile tornò in Russia, celatamente, più

volte, per intendersi con i suoi compagni di fede, per animarli e

dirigerli; fu per cadere nelle mani della giustizia, si salvò

miracolosamente, riprese più tardi a complottare all'estero sempre

sognando e preparando il cataclisma sociale che lo avrebbe restituito al

suo paese risorto.

Il giudice Ferpierre riportava dalla lettura di quei documenti

un'impressione vivace. L'istintiva avversione che egli provava per il

ribelle si era venuta secretamente temperando con un sentimento di

pietà. Quell'anima convulsa non era tutta malvagia: messa e guidata per

altre vie avrebbe potuto dare al mondo luminosi esempii di bene. Perchè

mai l'amore d'una creatura come la contessa d'Arda non l'aveva

guarita?...

Dell'influenza che questo amore aveva esercitata sul principe i rapporti

della polizia dicevano qualche cosa. Cinque anni innanzi, al tempo che

aveva conosciuto l'Italiana, l'attività politica di Zakunine era quasi

cessata. Pareva che egli avesse dimenticato i suoi ideali, i suoi

complici e tutto per vivere vicino all'amica. Il mutamento era tanto più

notevole quanto che non riguardava la politica ma anche i costumi.

L'esuberante e insaziata capacità di vita che era in quell'uomo non

s'appagava dell'assidua prosecuzione della riforma sociale: tra l'uno e

l'altro complotto egli trovava tempo di passare d'amore in amore. Le sue

fortune galanti erano innumerevoli: come per virtù d'un fascino tutte le

donne che aveva fatto oggetto d'un desiderio erano state sue. Da questa

vita egli era uscito per opera della contessa Fiorenza. Intorno ai

sentimenti da lui provati a quel tempo il giudice ebbe più precisa

notizia leggendo le carte trovate nel domicilio della defunta, a Nizza.

Fra quelle lettere, la più parte insignificanti o rivelatrici di cose

già note al Ferpierre, c'erano quelle che il principe aveva scritte

all'amica nei primordii dell'amor loro. Erano così appassionate e

ferventi che quasi un caldo alito se ne sprigionava: le parole

sospiravano, cantavano, ardevano come vive fiamme.

«Luce del mondo, vita dell'anima, sorriso della grazia, porto della

salute, volete voi udire ciò che nessun vivente udì mai? Mai nessun

vivente seppe chi sono. Io non ebbi madre, io non ebbi sorella. Non me

ne dolgo, ne sono altero e superbo, perchè ora a voi prima, ora a voi

sola potrò svelare il cuor mio...»

Ed egli le si confessava, candidamente: le diceva che era un infermo, un

fanciullo, un pazzo bisognoso di cure e d'amore; che l'apparente suo

coraggio nascondeva una paura infantile, che nella superbia era umile,

che odiando amava, che le lacrime della pietà erano in lui represse dai

sorrisi dello scherno, che trascorreva dall'uno all'altro estremo con

una dolorosa inquietudine, con un'ansia tormentosa, col bisogno

nostalgico d'una immutabile serenità.

«L'amor vostro sarà la salvezza, la pace, il porto, la terra promessa,

il paradiso perduto e ritrovato. Amatemi come ho bisogno d'essere amato,

come si amano i bambini e le bestie, d'un amore che sia indulgenza,

pietà, consolazione, lenimento e soccorso...»

Se la contessa d'Arda non era riuscita nell'opera bisognava darne a lei

la colpa? Rammentando il diario della morta e le stesse confessioni del

principe, il Ferpierre doveva ammettere che la colpa non era stata della

contessa ma dello stesso Zakunine. Forse se ella lo avesse conosciuto

prima, quando il male non aveva messo in lui radici tanto profonde, lo

avrebbe guarito; ma il loro incontro era avvenuto troppo tardi, e se per

un poco egli aveva dimenticato le inveterate abitudini di vita e di

pensiero, era ben tosto tornato quello di prima. E poichè le continue

reazioni di quell'anima parevano crescere in violenza, egli aveva fatto

scontare alla contessa Fiorenza le promesse di ravvedimento con le

derisioni e gli oltraggi. Credendo alle promesse di lui, la contessa lo

aveva condotto in Italia, a Milano, sui laghi lombardi, nei luoghi a lei

familiari, nelle case dove ella era vissuta, sperando che per la

lontananza dai compagni di fede e per la virtù del benefico clima morale

la guarigione sarebbe stata più pronta. Invece più rapido era stato il

disinganno, perchè dall'Italia egli si era fatto espellere. L'avventura

aveva fatto molto rumore nella penisola: quantunque il solo nome d'un

rivoluzionario come Zakunine potesse giustificare il provvedimento della

polizia italiana, il ministro Francalanza era stato accusato d'averlo

preso per ragioni intime, perchè c'era di mezzo una gran dama; vivaci

interpellanze erano state portate in Parlamento. Lo scandalo aveva

dolorosamente ferito la contessa; ma, nonostante, ella aveva seguito lo

sbandito, accettando l'esilio. Fuori d'Italia egli si era dato

nuovamente alle congiure ed agli amori, tutto quanto. L'anno innanzi un

grandioso tentativo rivoluzionario in Russia, da lui ideato e diretto,

era stato sul punto di riuscire. Mentre la nave che doveva trasportare

lo Czar da Pietroburgo a Kronstadt saltava in aria, mentre due

reggimenti si ribellavano a Mosca, mentre una colonna di condannati in

Siberia marciava in armi verso gli Urali, un manipolo di fuorusciti

sbarcava in Crimea e metteva in fiamme le province meridionali

dell'impero. Se l'autocrate si fosse trovato sul battello naufragato, la

sua morte nel punto che da tante parti gli audaci scendevano in armi

avrebbe forse segnato il principio della fine; ma, per un improvviso

mutamento, la Corte aveva seguito la via di terra, e allora le parziali

rivolte erano state soffocate nel sangue: dei capi, solo Zakunine,

rimasto lontano, sopravviveva.

Tale era l'uomo che Roberto Vérod accusava di aver ucciso la contessa

d'Arda.

--È costui capace d'aver commesso l'assassinio?--domandava il Ferpierre

a sè stesso; e contrariamente all'opinione di Giulia Pico rispondeva:

--È capace!

Ma aveva veramente uccisa la disgraziata? La capacità di delinquere non

valeva nulla, senz'altro. Nel suo giornale, Fiorenza d'Arda aveva, sì,

trascritto la minaccia di lui: «Se tu m'abbandoni quando non t'amo più,

te ne sono grato; se mi tradisci quando t'amo ancora, ti uccido:» ma,

come il giudice aveva dimostrato al Vérod, non era vero che la contessa

lo avesse tradito; amata ancora da lui, ella avrebbe trovato maggiori

difficoltà a lasciarlo; l'idea di restargli accanto per dovere,

quest'idea che appariva dominatrice del suo pensiero, sarebbe stata

rafforzata dal presentimento del dolore che gli avrebbe inflitto. E,

innanzi tutto, si doveva ancora provare che egli avesse veramente

ripreso ad amarla!

Che cosa aveva fatto negli ultimi tempi? Bisognava credere che tenesse

in un luogo secreto i documenti della sua attività rivoluzionaria,

perchè nel suo domicilio di Zurigo se ne trovarono pochissimi. Questi

tuttavia non erano senza importanza. Alcune lettere di correligionarii,

con date recenti, erano piene di sorde accuse. Dalla Russia i compagni

gli scrivevano lagnandosi a una voce del suo silenzio, della sua

freddezza, rimproverandogli di non mantenere promesse sulle quali

facevano assegno e quasi accusandolo di tradimento. I nihilisti avevano

deliberato un altro tentativo subito dopo l'ultimo disastro: un

tentativo che era disperato ed inutile, ma che pure avrebbe attestato

come l'imperversare della più feroce reazione non potesse toglier loro

l'ardire e la speranza. Ora essi gli scrivevano: «Mentre noi siamo qui

pronti a dare la nostra vita, mentre non aspettiamo altro che una

parola, tu ci abbandoni? Il tuo coraggio è dunque proprio finito dopo

Kronstadt? Eppure non arrischiasti gran cosa! Te ne rimanesti al sicuro,

mentre qui si moriva!...»

Come mai Zakunine si lasciava rimproverare così? I correligionarii lo

accusavano a torto, oppure lo zelo di lui si era veramente intepidito? E

in tal caso come e perchè l'ostinato ribelle aveva potuto distogliersi

dallo scopo della sua vita?

Pensando che già una prima volta, all'inizio della sua amicizia per la

contessa d'Arda, il principe aveva quasi tralasciato la propaganda;

considerando che, prima ancora d'aver concepito l'ideale politico, il

giovane era stato trasformato dall'amore della principessa Arkof, pareva

al giudice di dover sospettare che ancora nell'amore fosse la ragione

del nuovo mutamento. Era l'antica passione per la contessa

improvvisamente ridestatasi, oppure qualche nuova avventura? A priori,

il Ferpierre non poteva escludere che Zakunine avesse ripreso ad amare

Fiorenza d'Arda, anche dopo averle inflitto tanti tormenti: in un'anima

come la sua inclinata agli estremi, obbediente a contrarie

sollecitazioni, questo rinnovamento sentimentale era possibile,

specialmente dopo che la contessa amava il Vérod. Ma il contegno del

principe, negli ultimi tempi, non era tale da far accogliere l'ipotesi.

Se dalle dichiarazioni di Giulia Pico risultava che egli era diventato

migliore per l'antica amante, risultava pure che aveva continuato a

starsene lontano. Una visita di pochi giorni ogni due settimane od anche

ogni mese poteva appagare un cuore veramente innamorato e geloso? Poteva

Zakunine restarsene lontano quando sapeva che un altro gl'insidiava il

suo bene? Se l'amore, un amore così prepotente da spingerlo poi al

delitto, avesse dato nuove vampe nel suo cuore, egli avrebbe dovuto

gettarsi ai piedi della contessa, mostrarsi finalmente convertito e

redento, indurla a fuggire con lui, a nascondersi in qualche angolo

ignorato del mondo. Se egli avesse detto qualche cosa di simile, la

contessa sarebbe stata senza dubbio fortificata nella sua resistenza al

Vérod e un accenno se ne sarebbe trovato nel suo diario. O bisognava

credere che, struggendosi d'amore e di gelosia, il principe non le

avesse detto nulla per amor proprio, per alterigia? Da parte d'un suo

pari, d'un uomo il cui pensiero si mutava in azione rapidamente, come in

un fanciullo, ciò non era da credere. Per qual motivo tornava egli

dunque dall'amica e la trattava meglio nelle ancor troppo rare e brevi

sue visite?

Il Ferpierre scoperse questo motivo quando, fra l'altre, lesse anche le

lettere d'affari che il procuratore della contessa d'Arda le scriveva

dall'Italia. In queste lettere si parlava di cambiali del principe, di

conti che egli doveva rendere, di somme inviategli per mezzo di

banchieri. Era evidente che Zakunine, impegnata la sua sostanza

nell'opera rivoluzionaria, bisognoso anche di molti denari per la vita

dissipata, aveva ricorso all'amica sua. Nei primi tempi l'intimità del

loro legame scusava se non legittimava gl'imprestiti; più tardi, finito

l'amore e cominciati i mali trattamenti, egli non era stato in grado di

soddisfare gl'impegni. E frattanto i suoi bisogni erano divenuti più

urgenti. L'ultima cospirazione di Kronstadt gli era costata tanto, che

egli non aveva saputo più come fare: da lettere di risposta trovate a

Zurigo appariva che si era rivolto a più parti, insistendo

premurosamente per avere soccorsi.

A queste notizie il Ferpierre accolse un dubbio grave. Zakunine e la

nihilista avevano uccisa la contessa per impossessarsi del suo

denaro?...

Il sospetto, a priori, non era irrecusabile. In casa della morta si

erano trovati molti valori; ma ella era tanto ricca che forse ne aveva

potuto possedere, l'ultimo giorno, per una somma maggiore. Ad arte i due

Russi, se il furto era il movente del crimine, potevano non averli

involati tutti: ma difficilmente si spiegava in tal caso il modo

rumoroso col quale l'avevano uccisa e l'acuto dolore al quale Zakunine

era parso in preda; nè si poteva dire come e dove avessero nascosto le

somme rubate nei pochi istanti trascorsi fra il colpo e l'accorrere

delle persone di servizio. Si doveva credere che qualcuna di queste

persone fosse loro complice? Oppure che essi aspettassero ancora di

sottrarre i denari dopo aver fatto credere al suicidio, non prevedendo

l'accusa del Vérod?

Il Ferpierre deliberò di far chiedere a Milano al ragioniere di casa

d'Arda se i valori rinvenuti ai _Cyclamens_ erano interamente quelli che

si dovevano rinvenire, e di interrogare quindi i servi per iscoprire se

qualcuno di loro potesse, nella confusione del primo momento, aver preso

dagli assassini le somme mancanti. Ma quantunque egli tutto credesse

possibile al mondo, pure non ammetteva ora in Zakunine tanta malvagità

da uccidere per rubare. La supposizione che si poteva, che si doveva

logicamente fare era un'altra. Zakunine tornava dalla contessa non per

amore che sentisse di lei, ma per il bisogno dell'aiuto che ella poteva

dargli spontaneamente. Ricca oltre misura, avvezza a non spendere per sè

neanche la quarta parte delle sue rendite, ella poteva immediatamente

togliere l'antico amante dall'imbarazzo. Per ciò il principe veniva a

trovarla di tanto in tanto e le si mostrava migliore. L'amore, la

passione che non soffre indugi e lontananze, lo tratteneva altrove, lo

faceva vivere a Zurigo--dove viveva la Natzichev.

Era credibile che quell'uomo, a cui la leggenda attribuiva le amanti di

Don Giovanni, fosse rimasto vicino alla studente senza che la comunanza

delle dottrine e degli scopi non desse origine a relazioni più intime? E

qualche indizio a sostegno di questo sospetto non mancava. Come dalla

Russia, così dall'Inghilterra i compagni di fede si rivolgevano a lui,

rimproverandolo di averli abbandonati: «La vostra presenza è qui

necessaria,» gli scrivevano da Londra; «vi aspettiamo da quattro mesi:

che cosa v'impedisce di venire? Sarebbe tempo che manteneste la vostra

parola!... O qualche nuova avventura vi trattiene costì?...» Lo

scrittore di quella lettera aveva dunque avuto sentore degli amori con

la giovane profuga?

Fra le carte della Natzichev il giudice non ne trovò alcuna che gli

servisse. Si riferivano tutte agli studii di lei; c'erano molti scritti

sulle più dibattute quistioni sociali, bozze di articoli destinati alla

rassegna americana _The Rebel_, a fogli spagnuoli e olandesi con i quali

era in corrispondenza. Quantunque l'antipatia del magistrato non

cedesse, egli era costretto a riconoscere tra sè che la coltura della

giovanetta era fuor del comune: scriveva correttamente lo spagnuolo,

l'inglese e il tedesco; mandava ai giornali bibliografie nelle quali

rendeva conto d'ogni sorta di pubblicazioni scientifiche e filosofiche.

Le informazioni assunte alla polizia di Zurigo deponevano anch'esse in

favor suo. Ella aveva lasciato la Russia da tre anni, sola, senza mezzi,

dopo che il padre e il fratello erano stati deportati in Siberia per

mene rivoluzionarie. A Zurigo aveva cominciato il corso di medicina,

vivendo del proprio lavoro, con le traduzioni di opere scientifiche

fatte per conto di editori francesi e tedeschi. Era in relazione con

tutti i rifugiati politici, ma non aveva preso parte attiva a complotti;

anzi con gli scritti e con le parole disapprovava i continui e inutili

sacrifizii di vite. Inclinava alla propaganda morale, alla preparazione

delle coscienze; ma, natura ardente e virile, non avrebbe esitato a

scendere ella stessa all'azione se l'avesse creduta necessaria.

E quantunque dei suoi rapporti col principe nulla si dicesse di preciso,

il sospetto che fossero amanti si rafforzava. Amandola, stando a Zurigo

per lei, Zakunine non aveva abbandonato gli agitatori impazienti, oltre

che per la snervante azione dell'amore, anche per la persuasione

direttamente esercitata dalla giovane? Costei non doveva aver messo

opera a far ricredere il principe, a dimostrargli la stoltezza degli

inutili eccidii?

Queste supposizioni parevano al Ferpierre verisimili. E l'accusa del

Vérod ne restava sempre più infirmata. Se il principe amava la

nihilista, i suoi rapporti con la contessa non erano tale ostacolo da

spingerlo a ucciderla. Il ribelle per cui la legge coercitiva non aveva

valore, poteva sentirsi legato da uno scrupolo tutto morale? In realtà

non aveva egli già lasciato l'amante sua per correre a nuovi piaceri?

Che cosa gli vietava di fare altrettanto, con maggiore libertà delle

prime volte? Realmente egli si era avvicinato alla contessa e l'aveva

trattata con maggiori riguardi; ma se pure ciò poteva dimostrare che era

pentito dei mali trattamenti d'un tempo, il pentimento, il sopravvenire

degli scrupoli, contraddicevano all'ipotesi dell'assassinio: non poteva

volere la morte d'una creatura chi si pentiva d'esserle stato causa di

dolore.

Se il principe fosse stato marito della defunta; se, stanco di lei,

avesse voluto sposare la nihilista e se la nihilista avesse voluto

sposar lui, il dramma poteva ragionevolmente ricostruirsi così: finto

d'essere ravveduto, il marito tornava presso la moglie, persuadeva gli

altri e lei stessa della propria conversione in modo da stornare ogni

sospetto; poi, solo o con la complicità dell'amante, la uccideva per

liberarsi. Ma egli nè era indissolubilmente legato alla contessa, nè si

poteva credere che volesse legarsi alla giovane connazionale: tutte

queste supposizioni si dovevano abbandonare. Il ravvedimento di

quell'uomo era tuttavia sincero o per meglio dire credibile, perchè

aveva uno scopo: il bisogno di denaro. Oltre a questa, un'altra ragione

più sottile poteva spiegarlo.

Nella sua lunga e varia esperienza il Ferpierre aveva molto attentamente

studiato le passioni umane; egli sapeva che gli amanti infedeli sogliono

essere presi, nel punto del tradimento, da un senso di pietà per

l'amante tradito. Con la coscienza di far male, essi attenuano la

propria colpa accordando una commiserazione che dovrebbe dimostrare la

bontà dell'animo loro, ma che infatti è un godimento da egoisti e, come

tale, offende peggio i traditi. Il principe che aveva trascurato e

vilipeso l'amica sua quando era andato in cerca di semplici piaceri,

poteva essere stato disposto da una nuova passione a questa presuntuosa

pietà; per meglio gustare la propria fortuna era forse venuto a

contemplare lo spettacolo dell'infelicità da lui cagionata, a

confortarla ipocritamente.

Se questa era la giusta spiegazione del sentimento di Zakunine, quale

effetto doveva essersi prodotto nell'animo della contessa? Amando

anch'ella un altro uomo, poteva essere stata gelosa della nihilista e

per gelosia impotente darsi la morte? Non si poteva credere. Al

contrario: la certezza che il principe era d'un'altra doveva averle

procurato, nonostante la serietà che aveva per lei l'impegno preso con

la propria coscienza, un senso di liberazione; ella aveva dovuto sentire

che, a giudizio dei più, sarebbe stata ora scusabile se avesse ripreso

la propria parola. Ma contro questo accomodamento stavano tutti i suoi

scrupoli, e l'ipotesi del suicidio appariva anzi più naturale se la

disgraziata aveva ignorato che la pietà del principe era falsa.

Potendola credere sincera, ignorando il nuovo amore di lui, ella aveva

dovuto sentir crescere la difficoltà di secondare le speranze del Vérod.

Ma aveva realmente ignorato il nuovo amore del principe? Anzi il

principe amava realmente la nihilista? Il Ferpierre sentiva di dover

prima accertarsi di questa opinione, verisimile senza dubbio, ma non

ancora provata.

Recatosi al carcere dell'Evêché dove gli accusati erano detenuti, egli

deliberò di cominciare il nuovo interrogatorio dalla giovane. Lo

sprezzante atteggiamento di lei nel giorno della catastrofe gli aveva

lasciato il desiderio e quasi il bisogno di misurarsi con quell'anima

fiera per piegarla e forse confonderla. Il direttore delle prigioni,

intanto che i guardiani andavano a prendere l'accusata per condurla

dinanzi al magistrato, riferiva a quest'ultimo che il contegno di lei,

nei due giorni di prigionia, era stato quello di chi non solamente è

tranquillo ma sfida i sospetti. Si era lagnata della cella e del cibo,

aveva chiesto di poter leggere e scrivere, aveva scritto infatti uno

studio sull'emigrazione svizzera pieno di cifre e di notizie

statistiche. Introdotta nel gabinetto della direzione, sedette a un

cenno del Ferpierre sostenendone lo sguardo indagatore e incrociando le

braccia.

--Pare che la vostra memoria si sia finalmente destata?--cominciò il

giudice--Se le notizie e le cifre che avete consegnate in questo scritto

sono esatte, essa è anzi molto tenace! Vorrei quindi sperare che non vi

farà difetto riguardo alle cose ora principalmente utili a sapere. Da

quanto tempo conoscete il principe Alessio Petrovich?

--Da molti anni.

--Dalla Russia?

--Sì.

--Come lo conoscete?

--Era amico dei miei fratelli.

--I quali gli erano anche compagni di fede, naturalmente?... Dopo aver

lasciato il vostro paese, dove lo incontraste?

--Qui, a Losanna.

--Era solo?

--No.

--Era con la contessa?

--Con lei.

--Andaste voi da lui? Come vi vedeste?

--Seppe del mio arrivo, cercò egli stesso di me.

Spasimo · 第 9 / 15 段