--Non dite così!--proruppe il Vérod giungendo le mani, alzando lo

sguardo tra umile e ardente in faccia al magistrato.--Non dite così!...

Io non so, non posso dirvi che cosa sentissi... Sì, forse questi

sentimenti, altri ancora, meno definibili, occupavano l'animo mio; ma io

l'amavo, sentivo che m'amava, la vedevo occupata di me, soffrire per me;

e fuggire, lasciarla sola, non dirle l'impeto della mia gratitudine,

della tenerezza, della pietà; non dirle che tremavo per lei, che volevo

morire per lei, non mescolare le mie lacrime alle sue, questa cosa era

impossibile!

--Voi parlaste così?

--Dovevo parlare. Ella m'udì. Il temporale era finito, il sole splendeva

sul vivido verde. Io dissi che la tempesta della sua vita si sarebbe un

giorno sedata, che quel giorno io sarei stato ancora suo. Ella mi disse:

«Se vi avessi conosciuto prima!...» Io parlai ancora. Non chiedevo

nulla, ma volevo e dovevo dire che nulla vi è d'irreparabile al mondo,

che questa vita sarebbe veramente troppo malvagia se la speranza non la

confortasse. Le dissi un'altra cosa più vera, triste forse: che la gioia

è più nell'aspettazione che nell'ottenimento; che perciò la speranza è

il massimo bene. Le domandai: «Non è forse vero?» Ella rispose: «Sì.»

Questa parola, la parola dell'assenso, fu l'ultima sua...

Il Ferpierre lasciò che l'eco della voce appassionata si disperdesse.

Incrociate le braccia sul petto, proferì poi lentamente, dopo un breve

silenzio:

--Orbene: noi non abbiamo ancora testimonianze lampanti della verità, e

voglio credere che da un momento all'altro si possa trovare la prova

irrecusabile della vostra accusa. Voglio concedere che quando avremo la

lettera diretta a suor Anna Brighton, troveremo che in questo foglio

scritto due ore prima della sua morte la contessa non solamente non

parlava di morire, ma esprimeva al contrario l'imminente felicità. Ma

ora come ora, se la logica ha da valere qualcosa, bisogna credere al

suicidio.

Poichè il Vérod non rispose, guardandolo timidamente, egli riprese:

--Quest'ultimo vostro colloquio, del quale non volete riconoscere

l'importanza, basta a spiegare la catastrofe. Io presentivo che qualche

cosa dovesse essere avvenuta fra voi per la quale ella aveva visto

spalancarsi un baratro dinanzi ai suoi passi. Se la disgraziata

illudevasi sulla possibilità d'una pura amicizia, le ultime vostre

parole doverono disingannarla. Tutti gli argomenti che le adduceste sono

i consueti sofismi della passione. Voi non chiedevate nulla: anche

l'uomo per il quale s'era perduta aveva detto così. La logica della vita

è quella che costui le aveva crudamente rivelata: «Chi ha fame deve

cibarsi.» Se la speranza è il massimo bene, intanto essa ci giova in

quanto pensiamo di conseguirne l'oggetto; nessuno al mondo si consola

imaginando un bene al quale non potrà mai arrivare. Logicamente,

necessariamente ella doveva cadere in un nuovo errore. Dico errore, ma

potrei anche dire colpa. Non dubito dell'onestà delle vostre intenzioni,

ma la debolezza vostra e sua ve la avrebbe fatta dimenticare. L'ardenza

del desiderio vi spingeva a contrarre un impegno del quale forse vi

sareste pentito. Anche senza la previsione del vostro pentimento ella si

sentiva preclusa la via ad una nuova gioia. Tutti questi pensieri che la

disgraziata aveva lungamente considerati si dovevano ridestare più

urgenti, più molesti, più funesti dopo le vostre parole. Quale momento

sceglieste per parlare? Il più grave. L'uomo cui si era legata tornava

presso di lei. Egli era diventato migliore; abbiamo la testimonianza di

Giulia Pico, dalla quale risulta che il principe cominciava a diportarsi

meglio verso l'amica. Se, dunque, ella aveva pure cercato di

persuadersi talvolta che il suo legame era sciolto dopo l'abbandono

patito, non poteva più sentirsi ora libera. Il dovere di restare con

quest'uomo al quale s'era data per sempre, che dimostrava d'apprezzare

l'amore di lei, questo dovere risorgeva, più imperioso. Lasciando un

traditore ella poteva trovare una qualche giustificazione, nè costui

avrebbe pensato di rinfacciarle l'instabilità di quella fede alla quale

ella voleva convertirlo: se pure l'avesse rimproverata di ciò, ella

aveva come rispondergli. Abbandonandolo ora che tornava a lei, ella

doveva sentirsi doppiamente colpevole. E restare con lui non poteva. Non

lo amava più d'amore; amava voi. E nei vostri occhi, nella vostra voce,

dove prima, quando, era sola, aveva letto soltanto l'amore e la pietà

per lei, ella sentì improvvisamente fremere l'odio contro l'uomo che

sorgeva a impedire la vostra felicità. Non solamente ella pensò di

dovere fatalmente scapitare nella vostra stima, ma temè di essere causa

di altri mali spingendo due uomini a odiarsi, forse ad uccidersi. Poche

ore dopo questa tempesta morale, costei, che è anche inferma

inguaribilmente, il cui petto è roso da un male senza riparo, che non ha

nessuno al mondo, nè padre nè fratello, manda via con un pretesto la

donna che ha sempre vegliato presso di lei; noi la troviamo morta, con

un'arma accanto, con l'arma che le apparteneva, che ella custodiva, con

l'arma alla quale aveva già pensato di chiedere l'ultimo riposo: io

debbo dire, voi dovete riconoscere che questa donna si è uccisa!

Il Ferpierre aveva parlato più duramente, quasi gli stesse dinanzi non

il vendicatore ma un accusato. E l'attitudine di Roberto Vérod era

quella d'un colpevole: a capo chino, con una mano sul petto, egli pareva

piegarsi sotto il peso del rimprovero altrui, del suo proprio rimorso.

--Non dite nulla? Non riconoscete l'esattezza dei miei ragionamenti?

--No!--proruppe il giovane, risollevandosi a un tratto, e in

atteggiamento quasi di sfida.--Non è così! Non può essere così! Non lo

posso credere, non lo crederò mai!... Questi pensieri furono i suoi, è

vero; ma sopra i pensieri di morte, più alto, più potente doveva essere

e fu il pensiero della vita e dell'amore. Anche a me non sarebbe nulla

costato darmi la morte, prima di conoscerla. Io avevo ragione di odiare

l'esistenza....

--La stessa ragione che ve la fece odiare a vent'anni?

Il Ferpierre disse queste parole quasi per un impeto incosciente.

Quantunque alla severità del suo ufficio non convenisse richiamare i

rapporti anticamente passati tra lui e l'accusatore, pure l'istintiva

curiosità di sapere se il giovane si ricordava ancora di lui lo pungeva

fino dal giorno innanzi.

--La stessa,--rispose il Vérod guardandolo negli occhi;--ma più urgente,

più sconsolata di quella che voi rammentate. Voi mi conoscete, è vero?

Anch'io subito vi riconobbi. Voi sapete che troppo presto io vidi la

miseria, il vuoto, l'orrore della vita.

--Come mai? Siete povero? Avete sofferto qualche ingiustizia per opera

degli uomini o del destino? Sì, io mi ricordo di voi; ma non so, come

non seppi, che cosa vi hanno fatto!

Il magistrato provava una specie di piacere nell'incalzare il

pessimista, nel costringerlo da presso a riconoscere l'errore del suo

sentimento.

--Nulla mi han fatto. Ma io piangevo di tutto. Forse ero infermo, sì; ma

inferma era l'anima, non già la fibra. Ella fu la mia salute. Dopo

averla veduta rinacqui. Questa è la potenza dell'amore: la sola

esistenza di una creatura amata è una ragione, la più potente ragione di

vivere.

--È ciò vero di qualunque amore?

--Non mi parlate degli ostacoli! Sì, io odio, io esecro, io vorrei come

già volli uccidere l'uomo che me la tolse, e l'odio trasparì dalle mie

parole. Sì, ella mi disse ciò che avete pensato, tutto ciò che il

ragionamento vi ha fatto scoprire; e nel comprendere che l'esistenza di

quest'uomo era d'ostacolo alla nostra felicità, io le dissi l'odio mio.

L'amore, l'amore ricambiato, cresce dinanzi all'ostacolo, tenta

spezzarlo; non cede. L'amore aspetta e spera. È vero, ella tremò quando

mi udì parlare così; ma ciò non le tolse di riconoscere che potevo, che

dovevo sperare. Non vi ho detto tutto ciò che accadde fra noi. Due

giorni prima dell'ultimo incontro io l'accompagnai sullo Chesand;

bevemmo a una fonte; io dopo di lei, nella stessa sua coppa, bevvi

l'acqua che ella aveva lasciata: fu come se avessi appressato la bocca

alla sua bocca. Ieri, quando ella mi consentì di sperare, io presi

ancora una volta la sua mano, la baciai avidamente. Ella tremò, ma non

la ritrasse. Io sentii che ella era mia, che avrei potuto cogliere un

altro bacio sul fiore delle sue labbra. E il domani, poche ore dopo, si

sarebbe uccisa?

--Ma sì! Ma sì!--replicò subitamente il giudice, vedendo che, nella foga

della difesa, il Vérod si scopriva.--Ma sì, poche ore dopo! Perchè

questo vostro contegno che vi pare suggerito dall'amore rispettoso e

obbediente, sapete voi da qual amore è suggerito? Dall'amore prepotente

ed egoista! Perchè questi piaceri dei quali voi godevate, che ve ne

facevano antivedere altri maggiori, dovevano invece atterrir lei!...

Ella era pure una creatura di carne: dinanzi a voi non trovò la forza di

resistere all'esigente passione; sola con la propria coscienza ne udì le

voci imperiose! Tutta l'ultima parte del suo diario è piena di un

pensiero di morte; vi stupite che, al bivio, lo ponesse ad effetto?

--Lo disse, lo scrisse; ma nel momento di compiere l'atto il pensiero di

Dio dovè fermarle la mano.

--Il pensiero di Dio le fermò tante volte la mano, ma nel momento della

massima pena s'è uccisa!

--Senza lasciarmi una sola parola? Ella che sapeva d'avermi ridato alla

vita, avrebbe distrutto d'un colpo l'effetto dei suoi insegnamenti? Voi

dite che volle sottrarsi al male, uccidendosi; ma così facendo credete

forse che abbia ben fatto?

Il giudice restò a sua volta senza risposta. E il Vérod, comprendendo

d'avere ottenuto finalmente in quella lotta un reale vantaggio, incalzò:

--Ella pensava e scrisse che si può in qualche caso fuggire la vita

senza biasimo; ma potrà morire chi è solo, non già quegli dalla cui vita

un'altra dipende. Non avete voi letto pur ora le sue parole? «Questo è

grave, nell'amore: che ciascun amante non è solo responsabile delle

proprie azioni, ma anche di quelle alle quali spinge l'amato.» Ed ella

m'avrebbe dato l'esempio della morte?... Io credo alla bellezza

dell'anima sua, non credo ad altro. Ma la certezza che ella non s'è

uccisa non lede la fede mia.

--Il dovere di non lasciare l'uomo al quale si era sposata in cuor suo

era dunque una fisima?

--Non s'era sposata realmente.

--Che cosa significava allora quel legame, se la legge non lo aveva

sanzionato?

--Credete voi alla bontà, alla perfezione delle leggi umane? Credete che

nell'osservarle letteralmente sia la salute?

--Ne dubitate? E sono questi i principii che propagate con i vostri

libri? E con questi principii avete tanta avversione per il nihilista?

Non sapete che siete voi negatori, voi pessimisti, i suoi maestri, gli

eccitatori di tutte queste anime audaci cui non basta l'astratta

speculazione, ma che traducono in atto, logicamente, i vostri

ragionamenti?

--Io non nego le leggi, dico che esse non risolvono le difficoltà dentro

alle quali noi siamo condannati ad aggirarci, le esprimono soltanto. Se

anche ella si fosse unita legalmente a quell'uomo....

--Voi avreste avuto il diritto di sedurla, di toglierla a lui? Ella

avrebbe potuto venir meno alla parola data?

--Non si può giurare d'amar sempre....

--Voi però lo giuravate a lei?

--Non si può amare chi non ama.

--Direste altrettanto se foste voi l'abbandonato?

E come alle stringenti argomentazioni il giovane restava muto e confuso,

il giudice riprese con altro tono di voce:

--Ah! Noi non siamo lontani, come vi potrà forse parere, dall'oggetto

della nostra indagine! Queste idee, il contrasto dell'illusione con la

realtà, il dissidio del dovere col piacere dilaniarono la disgraziata.

Ella vide e sentì quanto la vita è difficile. Che abbia voluto lasciarla

è troppo evidente. Resta da dimostrare che realmente mise in atto il

proposito. Le testimonianze dirette ci mancano; ma tutte le presunzioni

sono contro di voi. Considerate freddamente, se ne siete capace, la

somma delle circostanze dinanzi alle quali ci troviamo, e vedrete che ho

ragione di pensare così. Avete denunziato le due persone che erano in

casa di lei nel momento della morte; ma contro quale delle due bisogna

precisamente rivolgere i sospetti e le indagini? Sarebbe tempo di

decidersi! È colpevole il principe? E perchè mai egli avrebbe uccisa la

disgraziata? Per gelosia? Ma, innanzi tutto, voi mi dovete concedere che

quest'uomo, al quale non attribuite altra capacità se non quella

dell'odio e del male, avesse ripreso ad amare la contessa e soffrisse

sapendo di averne perduto l'affetto. Ma era ella vostra? Assecondava la

vostra passione? Voleva lasciarlo e venirsene con voi? No, al contrario!

Fino all'ultimo momento ella si sente vincolata a lui, rifiuta di

udirvi, vi scongiura di lasciarla! A stento, dopo lunghe insistenze, voi

le strappate il permesso di sperare: una speranza ambigua, incerta,

lontana; un permesso del quale potreste anche fare a meno, che ella non

vi potrebbe negare e che non l'impegna a nulla. Dato il carattere

dell'amica vostra, la serietà dei suoi scrupoli, la sincerità dei suoi

rimorsi, noi dobbiamo credere che, appena voi andaste via, ella

ricominciò ad incolparsi, a interdirsi la speranza prima consentita. In

questa situazione che motivo aveva il principe di ucciderla? L'amava

ancora o, se vi piace, era geloso d'una gelosia tutta brutale, di quella

gelosia che è offesa al sentimento di proprietà e nient'altro. Ma di che

poteva accusarla? Non di essersi data a voi! Egli doveva anzi esser

certo che il più lieve sforzo di bontà, una prova d'amore, una parola

buona avrebbero impedito che la contessa fosse vostra. Io voglio credere

che non la gelosia, non l'odio vi facciano disistimare tanto quest'uomo;

ammetto che i buoni sentimenti gli siano sconosciuti e che egli sia

veramente capace d'un volgare delitto. Ma la malvagità più brutale ha

pure bisogno d'un pretesto, se non d'una ragione, per armarsi e colpire.

Io non vedo qui nè ragioni nè pretesti. Supponete forse che, dopo avervi

con tanta pena accordato un assenso tanto ambiguo, ella andasse da lui

per provocarlo, dichiarandogli ad un tratto d'amar voi? Forse l'amor

proprio vi suggerisce, a vostra insaputa, questo ragionamento. Esso è

illogico. Se la contessa avesse voluto secondare l'inclinazione che

sentiva per voi, nessuno glie lo avrebbe vietato quando Zakunine era

lontano. Anche ora aveva ella veramente bisogno di chiederne licenza a

quest'uomo? Se l'impedimento fosse venuto da costui ella avrebbe potuto

ribellarsi e sfidare; ma non veniva da lui, sibbene da lei stessa, dalla

sua intima coscienza. Dunque l'ipotesi è assurda. Volete rifarvi con la

nihilista? Amando il principe questa era gelosa della contessa e perciò

l'avrebbe uccisa? Ma qui le difficoltà non sono minori, al contrario!

Prima di tutto si dovrebbe dimostrare che sono amanti, cosa che negano;

poi, quando pure ciò si provasse, perchè la Natzichev uccidesse la

contessa bisognava che quest'ultima fosse d'ostacolo all'amor suo. Come

mai? La disgraziata sapeva e poteva forse vietare al principe di

andarsene con altre donne? Che ombra poteva ella dare alla nihilista? I

due Russi non erano liberi di continuare a starsene insieme a Zurigo? Se

l'omicidio non si può ragionevolmente imputare nè all'uno nè all'altra,

potremo supporre che lo abbiano commesso insieme? L'assurdità sarebbe

doppia! Ora, se la vostra amica non avesse avuto ragione di fuggire la

vita, noi dovremmo, quantunque poco fondato, accogliere il sospetto

dell'assassinio. Ma i motivi che l'avrebbero spinta ad uccidersi non

solamente non mancano, ma abbondano. Voi avete nondimeno dalla vostra

parte un argomento, uno solo....

Il Ferpierre sostò un momento per riprendere fiato. Roberto Vérod

restava nell'attitudine con la quale lo aveva udito: a capo chino, le

mani strettamente congiunte, come quegli che aspetta un colpo mortale.

--Nella situazione della contessa d'Arda, tra gli scrupoli morali e gli

allettamenti della passione, nè cento nè mille donne s'uccidono.

Aspettano. Col tempo s'accomodano a condizioni di vita che per un

momento credettero insoffribili; vengono a patti con i loro scrupoli,

trovano nell'altrui esempio una scusa, sperano nella redenzione futura.

Tale è la condotta di tutte, di quasi tutte. Voi avete definito bene,

fin dal primo momento, l'importanza di questa ragione. Ma per credere

così, per sostenere che dopo l'ultima spiegazione con voi, dinanzi alla

visione del male inevitabile, ella non si sia uccisa, dovete concedere

che la vostra amica, che questa donna della quale decantate la grandezza

dell'anima, che veramente m'è parsa, in queste sue confessioni e per le

testimonianze di chi la conobbe, superiore a molte altre, dovete

concedere, dico, che fosse invece come tutte le altre, anch'ella capace

delle comode transazioni delle quali siamo spettatori quotidiani. È

bensì vero: chi si uccide non dà prova d'animo strenuo nè di fede

incrollabile; ma se, per opera vostra, questa infelice si trovò

nell'impossibilità di scegliere un terzo partito, io debbo credere che

la sua scelta cadesse su quello dei due che è meno brutto. E non è

proprio strano che debba io sostenere, contro di voi, la forza della sua

coscienza, la delicatezza dell'onor suo?....

Allora il Vérod, levandosi e premendosi la fronte con la destra,

esclamò, vinto, perduto:

--Non dite così!... Sì, è vero... Avete ragione... Potete avere

ragione... Ma non lo dite, non lo ripetete!... Perchè allora io, io

stesso l'avrei uccisa!... Ella sarebbe morta per me! per me!... E

vedete: a questo pensiero, a questo dubbio, il cuore mi si schianta, io

mi sento impazzire...

VI.

L'INCHIESTA.

Quando il giudice rimase solo, la fiducia che lo aveva sostenuto cadde

ad un tratto. La resistenza dei Vérod gli era stata di sprone

suggerendogli argomenti la forza dei quali contro l'accusa sembravagli

grande: sentendosi da ultimo dare ragione, invece d'affermarsi nella sua

opinione tornava a dubitare. La sua ricostruzione del dramma era

verisimile, ma nessuno poteva testimoniare che fosse vera; e la

possibilità dell'assassinio era veramente insostenibile? Dopo avere

lumeggiata una delle due ipotesi egli doveva esaminar l'altra; a questa

impresa accingevasi con cresciuta antipatia per gli accusati. Scosso dal

dolore del Vérod, ricredutosi rispetto alla morta, egli diffidava ora

maggiormente dei Russi.

Il domani dell'interrogatorio del giovane, insieme con i pacchi delle

carte sequestrate a Nizza ed a Zurigo, egli ebbe le informazioni

richieste al capo del dipartimento di polizia e alla legazione di Russia

a Berna intorno ai nihilisti. Ciò che già sapeva dell'indole del

principe Alessio Petrovich restava confermato e documentato da quei

rapporti lunghi e minuziosi, pieni delle deposizioni assunte nei

precedenti processi politici. Ma egli seppe pure alcune cose che non

sospettava.

Erede del genio della razza slava, mosso da sentimenti impetuosi e

troppo vicini ai primitivi istinti, Zakunine era anche infermo di

quell'isterismo che la moderna scienza delle malattie nervose ha trovato

non essere più doloroso privilegio del sesso femminile. Di lui, della

tumultuosa sua gioventù si narravano cose veramente incredibili.

Cresciuto orfano di padre, il suo odio per il secondo marito della

madre si era sfogato in ismanie omicide. Battuto a sangue, punito più

selvaggiamente che non avesse peccato, il suo carattere s'era peggio

inasprito.

Un giorno, a dieci anni, passeggiando con un compagno della sua stessa

età, si era appressato a una stazione ferroviaria; l'amico gli aveva

spiegato che i cantonieri percorrono i tratti di via a ciascuno di loro

affidati per accertarsi che nessun ostacolo minaccia l'incolumità del

convoglio; allora egli, profittando d'un momento che il compagno non

l'osservava, senz'altro scopo che una perversa curiosità del male, aveva

messo sotto le rotaie due grossi sassi e s'era indugiato fino all'arrivo

del treno per godere lo spettacolo della catastrofe. I sassi erano

grossi ma per fortuna friabili; le ruote della macchina li avevano

ridotti in polvere senza scostarsi d'una linea.

Un'altra volta, un poco più innanzi negli anni, la fredda insania di

quell'anima s'era manifestata in altro modo, contro sè stessa. Girando

per le sue possessioni della Piccola Russia, il figliuolo d'un mugik che

gli faceva da guida gli veniva spiegando le qualità dei vegetali;

dinanzi a una verde macchia, additata una pianta bassa dalle foglie

lunghe e villose, aveva detto: «Questo è giusquiamo, veleno tremendo.»

Allora, rapidamente, prima che la sua guida avesse tempo, non che

d'impedire l'atto, ma neppure d'accorgersene, egli aveva strappato

quante foglie la sua mano capiva, divorandole. La guida si era

ingannata, quella pianta non era giusquiamo; ma per un giorno tutti

avevano creduto Alessio Zakunine avvelenato ed erano rimasti tra

ammirati e sgomenti vedendo l'ironica allegria con la quale egli

aspettava la morte e sferzava i trepidanti.

Tutta la sua prima gioventù era stata una tempesta. Senza denaro, il

demone del giuoco lo aveva afferrato per i capelli: una notte, perduta

una somma fortissima che non poteva pagare, si era tirato un colpo di

revolver al cuore per non sopravvivere alla vergogna; la palla,

deviando, gli aveva fracassato l'omero. Battutosi in duello per una

quistione turpe e non riconciliatosi con l'avversario, lo aveva più

tardi salvato dalla morte, a rischio della propria vita, eroicamente.

Era stato impossibile, fino a diciotto anni, fargli apprendere nulla,

persuaderlo ad ascoltare una sola lezione; confuso una volta da una

donna, da una fanciulla, che gli parlava francese credendolo pratico di

questa lingua, aveva mutato vita da un giorno all'altro: per due, per

tre anni nessuno lo vide più: datosi allo studio con la foga che metteva

nelle cose maligne, aveva rapidamente acquistato il tempo perduto.

Intelligenza tersa ed acuta, nulla gli riusciva difficile. La sua

volontà era capace di fermezze ferree, di perseveranze instancabili, ma

non si manteneva sempre eguale; crisi di fiacchezze nervose, di

rilassamenti malaticci si alternavano con gli sforzi protervi. Questo

lato della sua costituzione morale era meno noto perchè egli metteva una

specie di geloso pudore nel nascondere le proprie debolezze. Nondimeno

era stato visto piangere.

Freddo e duro con i suoi proprii simili, amava d'umano amore le bestie.

Appassionato della caccia, i suoi cani gli tenevano luogo d'amici:

parlava con essi, li baciava, li guardava lungamente negli occhi quasi

per penetrare nell'oscura anima bruta. Dinanzi a quelle infime anime

egli si faceva umile: serviva le sue bestie, trascurava sè stesso per

badare che non mancassero di nulla; se qualcuna ammalavasi non aveva più

un momento di pace. Quando uno dei suoi cani morì, con la testa adagiata

sui ginocchi di lui, guardandolo con i miti occhi appannati; quando egli

vide irrigidite le elastiche forme, quando sentì freddo e inerte il

corpo prima vibrante sotto le carezze, quando ebbe compreso il mistero

della morte, il pianto, un muto e lungo pianto spetrò i suoi occhi. Per

le femmine non era stata mai tanto tenero come per i maschi; i colpi di

scudiscio, nei momenti d'ira, cadevano soltanto su quelle. Egli si

ricredette il giorno che una di esse, dato con stento alla luce mezza

dozzina di piccoli, si ammalò ma non sofferse che i figli le fossero

tolti, e tanto lamentosamente guaì che glie li restituirono, e spirò con

la prole attaccata al petto febbricitante.

Spasimo · 第 8 / 15 段