sguardo tra umile e ardente in faccia al magistrato.--Non dite così!...
Io non so, non posso dirvi che cosa sentissi... Sì, forse questi
sentimenti, altri ancora, meno definibili, occupavano l'animo mio; ma io
l'amavo, sentivo che m'amava, la vedevo occupata di me, soffrire per me;
e fuggire, lasciarla sola, non dirle l'impeto della mia gratitudine,
della tenerezza, della pietà; non dirle che tremavo per lei, che volevo
morire per lei, non mescolare le mie lacrime alle sue, questa cosa era
impossibile!
--Voi parlaste così?
--Dovevo parlare. Ella m'udì. Il temporale era finito, il sole splendeva
sul vivido verde. Io dissi che la tempesta della sua vita si sarebbe un
giorno sedata, che quel giorno io sarei stato ancora suo. Ella mi disse:
«Se vi avessi conosciuto prima!...» Io parlai ancora. Non chiedevo
nulla, ma volevo e dovevo dire che nulla vi è d'irreparabile al mondo,
che questa vita sarebbe veramente troppo malvagia se la speranza non la
confortasse. Le dissi un'altra cosa più vera, triste forse: che la gioia
è più nell'aspettazione che nell'ottenimento; che perciò la speranza è
il massimo bene. Le domandai: «Non è forse vero?» Ella rispose: «Sì.»
Questa parola, la parola dell'assenso, fu l'ultima sua...
Il Ferpierre lasciò che l'eco della voce appassionata si disperdesse.
Incrociate le braccia sul petto, proferì poi lentamente, dopo un breve
silenzio:
--Orbene: noi non abbiamo ancora testimonianze lampanti della verità, e
voglio credere che da un momento all'altro si possa trovare la prova
irrecusabile della vostra accusa. Voglio concedere che quando avremo la
lettera diretta a suor Anna Brighton, troveremo che in questo foglio
scritto due ore prima della sua morte la contessa non solamente non
parlava di morire, ma esprimeva al contrario l'imminente felicità. Ma
ora come ora, se la logica ha da valere qualcosa, bisogna credere al
suicidio.
Poichè il Vérod non rispose, guardandolo timidamente, egli riprese:
--Quest'ultimo vostro colloquio, del quale non volete riconoscere
l'importanza, basta a spiegare la catastrofe. Io presentivo che qualche
cosa dovesse essere avvenuta fra voi per la quale ella aveva visto
spalancarsi un baratro dinanzi ai suoi passi. Se la disgraziata
illudevasi sulla possibilità d'una pura amicizia, le ultime vostre
parole doverono disingannarla. Tutti gli argomenti che le adduceste sono
i consueti sofismi della passione. Voi non chiedevate nulla: anche
l'uomo per il quale s'era perduta aveva detto così. La logica della vita
è quella che costui le aveva crudamente rivelata: «Chi ha fame deve
cibarsi.» Se la speranza è il massimo bene, intanto essa ci giova in
quanto pensiamo di conseguirne l'oggetto; nessuno al mondo si consola
imaginando un bene al quale non potrà mai arrivare. Logicamente,
necessariamente ella doveva cadere in un nuovo errore. Dico errore, ma
potrei anche dire colpa. Non dubito dell'onestà delle vostre intenzioni,
ma la debolezza vostra e sua ve la avrebbe fatta dimenticare. L'ardenza
del desiderio vi spingeva a contrarre un impegno del quale forse vi
sareste pentito. Anche senza la previsione del vostro pentimento ella si
sentiva preclusa la via ad una nuova gioia. Tutti questi pensieri che la
disgraziata aveva lungamente considerati si dovevano ridestare più
urgenti, più molesti, più funesti dopo le vostre parole. Quale momento
sceglieste per parlare? Il più grave. L'uomo cui si era legata tornava
presso di lei. Egli era diventato migliore; abbiamo la testimonianza di
Giulia Pico, dalla quale risulta che il principe cominciava a diportarsi
meglio verso l'amica. Se, dunque, ella aveva pure cercato di
persuadersi talvolta che il suo legame era sciolto dopo l'abbandono
patito, non poteva più sentirsi ora libera. Il dovere di restare con
quest'uomo al quale s'era data per sempre, che dimostrava d'apprezzare
l'amore di lei, questo dovere risorgeva, più imperioso. Lasciando un
traditore ella poteva trovare una qualche giustificazione, nè costui
avrebbe pensato di rinfacciarle l'instabilità di quella fede alla quale
ella voleva convertirlo: se pure l'avesse rimproverata di ciò, ella
aveva come rispondergli. Abbandonandolo ora che tornava a lei, ella
doveva sentirsi doppiamente colpevole. E restare con lui non poteva. Non
lo amava più d'amore; amava voi. E nei vostri occhi, nella vostra voce,
dove prima, quando, era sola, aveva letto soltanto l'amore e la pietà
per lei, ella sentì improvvisamente fremere l'odio contro l'uomo che
sorgeva a impedire la vostra felicità. Non solamente ella pensò di
dovere fatalmente scapitare nella vostra stima, ma temè di essere causa
di altri mali spingendo due uomini a odiarsi, forse ad uccidersi. Poche
ore dopo questa tempesta morale, costei, che è anche inferma
inguaribilmente, il cui petto è roso da un male senza riparo, che non ha
nessuno al mondo, nè padre nè fratello, manda via con un pretesto la
donna che ha sempre vegliato presso di lei; noi la troviamo morta, con
un'arma accanto, con l'arma che le apparteneva, che ella custodiva, con
l'arma alla quale aveva già pensato di chiedere l'ultimo riposo: io
debbo dire, voi dovete riconoscere che questa donna si è uccisa!
Il Ferpierre aveva parlato più duramente, quasi gli stesse dinanzi non
il vendicatore ma un accusato. E l'attitudine di Roberto Vérod era
quella d'un colpevole: a capo chino, con una mano sul petto, egli pareva
piegarsi sotto il peso del rimprovero altrui, del suo proprio rimorso.
--Non dite nulla? Non riconoscete l'esattezza dei miei ragionamenti?
--No!--proruppe il giovane, risollevandosi a un tratto, e in
atteggiamento quasi di sfida.--Non è così! Non può essere così! Non lo
posso credere, non lo crederò mai!... Questi pensieri furono i suoi, è
vero; ma sopra i pensieri di morte, più alto, più potente doveva essere
e fu il pensiero della vita e dell'amore. Anche a me non sarebbe nulla
costato darmi la morte, prima di conoscerla. Io avevo ragione di odiare
l'esistenza....
--La stessa ragione che ve la fece odiare a vent'anni?
Il Ferpierre disse queste parole quasi per un impeto incosciente.
Quantunque alla severità del suo ufficio non convenisse richiamare i
rapporti anticamente passati tra lui e l'accusatore, pure l'istintiva
curiosità di sapere se il giovane si ricordava ancora di lui lo pungeva
fino dal giorno innanzi.
--La stessa,--rispose il Vérod guardandolo negli occhi;--ma più urgente,
più sconsolata di quella che voi rammentate. Voi mi conoscete, è vero?
Anch'io subito vi riconobbi. Voi sapete che troppo presto io vidi la
miseria, il vuoto, l'orrore della vita.
--Come mai? Siete povero? Avete sofferto qualche ingiustizia per opera
degli uomini o del destino? Sì, io mi ricordo di voi; ma non so, come
non seppi, che cosa vi hanno fatto!
Il magistrato provava una specie di piacere nell'incalzare il
pessimista, nel costringerlo da presso a riconoscere l'errore del suo
sentimento.
--Nulla mi han fatto. Ma io piangevo di tutto. Forse ero infermo, sì; ma
inferma era l'anima, non già la fibra. Ella fu la mia salute. Dopo
averla veduta rinacqui. Questa è la potenza dell'amore: la sola
esistenza di una creatura amata è una ragione, la più potente ragione di
vivere.
--È ciò vero di qualunque amore?
--Non mi parlate degli ostacoli! Sì, io odio, io esecro, io vorrei come
già volli uccidere l'uomo che me la tolse, e l'odio trasparì dalle mie
parole. Sì, ella mi disse ciò che avete pensato, tutto ciò che il
ragionamento vi ha fatto scoprire; e nel comprendere che l'esistenza di
quest'uomo era d'ostacolo alla nostra felicità, io le dissi l'odio mio.
L'amore, l'amore ricambiato, cresce dinanzi all'ostacolo, tenta
spezzarlo; non cede. L'amore aspetta e spera. È vero, ella tremò quando
mi udì parlare così; ma ciò non le tolse di riconoscere che potevo, che
dovevo sperare. Non vi ho detto tutto ciò che accadde fra noi. Due
giorni prima dell'ultimo incontro io l'accompagnai sullo Chesand;
bevemmo a una fonte; io dopo di lei, nella stessa sua coppa, bevvi
l'acqua che ella aveva lasciata: fu come se avessi appressato la bocca
alla sua bocca. Ieri, quando ella mi consentì di sperare, io presi
ancora una volta la sua mano, la baciai avidamente. Ella tremò, ma non
la ritrasse. Io sentii che ella era mia, che avrei potuto cogliere un
altro bacio sul fiore delle sue labbra. E il domani, poche ore dopo, si
sarebbe uccisa?
--Ma sì! Ma sì!--replicò subitamente il giudice, vedendo che, nella foga
della difesa, il Vérod si scopriva.--Ma sì, poche ore dopo! Perchè
questo vostro contegno che vi pare suggerito dall'amore rispettoso e
obbediente, sapete voi da qual amore è suggerito? Dall'amore prepotente
ed egoista! Perchè questi piaceri dei quali voi godevate, che ve ne
facevano antivedere altri maggiori, dovevano invece atterrir lei!...
Ella era pure una creatura di carne: dinanzi a voi non trovò la forza di
resistere all'esigente passione; sola con la propria coscienza ne udì le
voci imperiose! Tutta l'ultima parte del suo diario è piena di un
pensiero di morte; vi stupite che, al bivio, lo ponesse ad effetto?
--Lo disse, lo scrisse; ma nel momento di compiere l'atto il pensiero di
Dio dovè fermarle la mano.
--Il pensiero di Dio le fermò tante volte la mano, ma nel momento della
massima pena s'è uccisa!
--Senza lasciarmi una sola parola? Ella che sapeva d'avermi ridato alla
vita, avrebbe distrutto d'un colpo l'effetto dei suoi insegnamenti? Voi
dite che volle sottrarsi al male, uccidendosi; ma così facendo credete
forse che abbia ben fatto?
Il giudice restò a sua volta senza risposta. E il Vérod, comprendendo
d'avere ottenuto finalmente in quella lotta un reale vantaggio, incalzò:
--Ella pensava e scrisse che si può in qualche caso fuggire la vita
senza biasimo; ma potrà morire chi è solo, non già quegli dalla cui vita
un'altra dipende. Non avete voi letto pur ora le sue parole? «Questo è
grave, nell'amore: che ciascun amante non è solo responsabile delle
proprie azioni, ma anche di quelle alle quali spinge l'amato.» Ed ella
m'avrebbe dato l'esempio della morte?... Io credo alla bellezza
dell'anima sua, non credo ad altro. Ma la certezza che ella non s'è
uccisa non lede la fede mia.
--Il dovere di non lasciare l'uomo al quale si era sposata in cuor suo
era dunque una fisima?
--Non s'era sposata realmente.
--Che cosa significava allora quel legame, se la legge non lo aveva
sanzionato?
--Credete voi alla bontà, alla perfezione delle leggi umane? Credete che
nell'osservarle letteralmente sia la salute?
--Ne dubitate? E sono questi i principii che propagate con i vostri
libri? E con questi principii avete tanta avversione per il nihilista?
Non sapete che siete voi negatori, voi pessimisti, i suoi maestri, gli
eccitatori di tutte queste anime audaci cui non basta l'astratta
speculazione, ma che traducono in atto, logicamente, i vostri
ragionamenti?
--Io non nego le leggi, dico che esse non risolvono le difficoltà dentro
alle quali noi siamo condannati ad aggirarci, le esprimono soltanto. Se
anche ella si fosse unita legalmente a quell'uomo....
--Voi avreste avuto il diritto di sedurla, di toglierla a lui? Ella
avrebbe potuto venir meno alla parola data?
--Non si può giurare d'amar sempre....
--Voi però lo giuravate a lei?
--Non si può amare chi non ama.
--Direste altrettanto se foste voi l'abbandonato?
E come alle stringenti argomentazioni il giovane restava muto e confuso,
il giudice riprese con altro tono di voce:
--Ah! Noi non siamo lontani, come vi potrà forse parere, dall'oggetto
della nostra indagine! Queste idee, il contrasto dell'illusione con la
realtà, il dissidio del dovere col piacere dilaniarono la disgraziata.
Ella vide e sentì quanto la vita è difficile. Che abbia voluto lasciarla
è troppo evidente. Resta da dimostrare che realmente mise in atto il
proposito. Le testimonianze dirette ci mancano; ma tutte le presunzioni
sono contro di voi. Considerate freddamente, se ne siete capace, la
somma delle circostanze dinanzi alle quali ci troviamo, e vedrete che ho
ragione di pensare così. Avete denunziato le due persone che erano in
casa di lei nel momento della morte; ma contro quale delle due bisogna
precisamente rivolgere i sospetti e le indagini? Sarebbe tempo di
decidersi! È colpevole il principe? E perchè mai egli avrebbe uccisa la
disgraziata? Per gelosia? Ma, innanzi tutto, voi mi dovete concedere che
quest'uomo, al quale non attribuite altra capacità se non quella
dell'odio e del male, avesse ripreso ad amare la contessa e soffrisse
sapendo di averne perduto l'affetto. Ma era ella vostra? Assecondava la
vostra passione? Voleva lasciarlo e venirsene con voi? No, al contrario!
Fino all'ultimo momento ella si sente vincolata a lui, rifiuta di
udirvi, vi scongiura di lasciarla! A stento, dopo lunghe insistenze, voi
le strappate il permesso di sperare: una speranza ambigua, incerta,
lontana; un permesso del quale potreste anche fare a meno, che ella non
vi potrebbe negare e che non l'impegna a nulla. Dato il carattere
dell'amica vostra, la serietà dei suoi scrupoli, la sincerità dei suoi
rimorsi, noi dobbiamo credere che, appena voi andaste via, ella
ricominciò ad incolparsi, a interdirsi la speranza prima consentita. In
questa situazione che motivo aveva il principe di ucciderla? L'amava
ancora o, se vi piace, era geloso d'una gelosia tutta brutale, di quella
gelosia che è offesa al sentimento di proprietà e nient'altro. Ma di che
poteva accusarla? Non di essersi data a voi! Egli doveva anzi esser
certo che il più lieve sforzo di bontà, una prova d'amore, una parola
buona avrebbero impedito che la contessa fosse vostra. Io voglio credere
che non la gelosia, non l'odio vi facciano disistimare tanto quest'uomo;
ammetto che i buoni sentimenti gli siano sconosciuti e che egli sia
veramente capace d'un volgare delitto. Ma la malvagità più brutale ha
pure bisogno d'un pretesto, se non d'una ragione, per armarsi e colpire.
Io non vedo qui nè ragioni nè pretesti. Supponete forse che, dopo avervi
con tanta pena accordato un assenso tanto ambiguo, ella andasse da lui
per provocarlo, dichiarandogli ad un tratto d'amar voi? Forse l'amor
proprio vi suggerisce, a vostra insaputa, questo ragionamento. Esso è
illogico. Se la contessa avesse voluto secondare l'inclinazione che
sentiva per voi, nessuno glie lo avrebbe vietato quando Zakunine era
lontano. Anche ora aveva ella veramente bisogno di chiederne licenza a
quest'uomo? Se l'impedimento fosse venuto da costui ella avrebbe potuto
ribellarsi e sfidare; ma non veniva da lui, sibbene da lei stessa, dalla
sua intima coscienza. Dunque l'ipotesi è assurda. Volete rifarvi con la
nihilista? Amando il principe questa era gelosa della contessa e perciò
l'avrebbe uccisa? Ma qui le difficoltà non sono minori, al contrario!
Prima di tutto si dovrebbe dimostrare che sono amanti, cosa che negano;
poi, quando pure ciò si provasse, perchè la Natzichev uccidesse la
contessa bisognava che quest'ultima fosse d'ostacolo all'amor suo. Come
mai? La disgraziata sapeva e poteva forse vietare al principe di
andarsene con altre donne? Che ombra poteva ella dare alla nihilista? I
due Russi non erano liberi di continuare a starsene insieme a Zurigo? Se
l'omicidio non si può ragionevolmente imputare nè all'uno nè all'altra,
potremo supporre che lo abbiano commesso insieme? L'assurdità sarebbe
doppia! Ora, se la vostra amica non avesse avuto ragione di fuggire la
vita, noi dovremmo, quantunque poco fondato, accogliere il sospetto
dell'assassinio. Ma i motivi che l'avrebbero spinta ad uccidersi non
solamente non mancano, ma abbondano. Voi avete nondimeno dalla vostra
parte un argomento, uno solo....
Il Ferpierre sostò un momento per riprendere fiato. Roberto Vérod
restava nell'attitudine con la quale lo aveva udito: a capo chino, le
mani strettamente congiunte, come quegli che aspetta un colpo mortale.
--Nella situazione della contessa d'Arda, tra gli scrupoli morali e gli
allettamenti della passione, nè cento nè mille donne s'uccidono.
Aspettano. Col tempo s'accomodano a condizioni di vita che per un
momento credettero insoffribili; vengono a patti con i loro scrupoli,
trovano nell'altrui esempio una scusa, sperano nella redenzione futura.
Tale è la condotta di tutte, di quasi tutte. Voi avete definito bene,
fin dal primo momento, l'importanza di questa ragione. Ma per credere
così, per sostenere che dopo l'ultima spiegazione con voi, dinanzi alla
visione del male inevitabile, ella non si sia uccisa, dovete concedere
che la vostra amica, che questa donna della quale decantate la grandezza
dell'anima, che veramente m'è parsa, in queste sue confessioni e per le
testimonianze di chi la conobbe, superiore a molte altre, dovete
concedere, dico, che fosse invece come tutte le altre, anch'ella capace
delle comode transazioni delle quali siamo spettatori quotidiani. È
bensì vero: chi si uccide non dà prova d'animo strenuo nè di fede
incrollabile; ma se, per opera vostra, questa infelice si trovò
nell'impossibilità di scegliere un terzo partito, io debbo credere che
la sua scelta cadesse su quello dei due che è meno brutto. E non è
proprio strano che debba io sostenere, contro di voi, la forza della sua
coscienza, la delicatezza dell'onor suo?....
Allora il Vérod, levandosi e premendosi la fronte con la destra,
esclamò, vinto, perduto:
--Non dite così!... Sì, è vero... Avete ragione... Potete avere
ragione... Ma non lo dite, non lo ripetete!... Perchè allora io, io
stesso l'avrei uccisa!... Ella sarebbe morta per me! per me!... E
vedete: a questo pensiero, a questo dubbio, il cuore mi si schianta, io
mi sento impazzire...
VI.
L'INCHIESTA.
Quando il giudice rimase solo, la fiducia che lo aveva sostenuto cadde
ad un tratto. La resistenza dei Vérod gli era stata di sprone
suggerendogli argomenti la forza dei quali contro l'accusa sembravagli
grande: sentendosi da ultimo dare ragione, invece d'affermarsi nella sua
opinione tornava a dubitare. La sua ricostruzione del dramma era
verisimile, ma nessuno poteva testimoniare che fosse vera; e la
possibilità dell'assassinio era veramente insostenibile? Dopo avere
lumeggiata una delle due ipotesi egli doveva esaminar l'altra; a questa
impresa accingevasi con cresciuta antipatia per gli accusati. Scosso dal
dolore del Vérod, ricredutosi rispetto alla morta, egli diffidava ora
maggiormente dei Russi.
Il domani dell'interrogatorio del giovane, insieme con i pacchi delle
carte sequestrate a Nizza ed a Zurigo, egli ebbe le informazioni
richieste al capo del dipartimento di polizia e alla legazione di Russia
a Berna intorno ai nihilisti. Ciò che già sapeva dell'indole del
principe Alessio Petrovich restava confermato e documentato da quei
rapporti lunghi e minuziosi, pieni delle deposizioni assunte nei
precedenti processi politici. Ma egli seppe pure alcune cose che non
sospettava.
Erede del genio della razza slava, mosso da sentimenti impetuosi e
troppo vicini ai primitivi istinti, Zakunine era anche infermo di
quell'isterismo che la moderna scienza delle malattie nervose ha trovato
non essere più doloroso privilegio del sesso femminile. Di lui, della
tumultuosa sua gioventù si narravano cose veramente incredibili.
Cresciuto orfano di padre, il suo odio per il secondo marito della
madre si era sfogato in ismanie omicide. Battuto a sangue, punito più
selvaggiamente che non avesse peccato, il suo carattere s'era peggio
inasprito.
Un giorno, a dieci anni, passeggiando con un compagno della sua stessa
età, si era appressato a una stazione ferroviaria; l'amico gli aveva
spiegato che i cantonieri percorrono i tratti di via a ciascuno di loro
affidati per accertarsi che nessun ostacolo minaccia l'incolumità del
convoglio; allora egli, profittando d'un momento che il compagno non
l'osservava, senz'altro scopo che una perversa curiosità del male, aveva
messo sotto le rotaie due grossi sassi e s'era indugiato fino all'arrivo
del treno per godere lo spettacolo della catastrofe. I sassi erano
grossi ma per fortuna friabili; le ruote della macchina li avevano
ridotti in polvere senza scostarsi d'una linea.
Un'altra volta, un poco più innanzi negli anni, la fredda insania di
quell'anima s'era manifestata in altro modo, contro sè stessa. Girando
per le sue possessioni della Piccola Russia, il figliuolo d'un mugik che
gli faceva da guida gli veniva spiegando le qualità dei vegetali;
dinanzi a una verde macchia, additata una pianta bassa dalle foglie
lunghe e villose, aveva detto: «Questo è giusquiamo, veleno tremendo.»
Allora, rapidamente, prima che la sua guida avesse tempo, non che
d'impedire l'atto, ma neppure d'accorgersene, egli aveva strappato
quante foglie la sua mano capiva, divorandole. La guida si era
ingannata, quella pianta non era giusquiamo; ma per un giorno tutti
avevano creduto Alessio Zakunine avvelenato ed erano rimasti tra
ammirati e sgomenti vedendo l'ironica allegria con la quale egli
aspettava la morte e sferzava i trepidanti.
Tutta la sua prima gioventù era stata una tempesta. Senza denaro, il
demone del giuoco lo aveva afferrato per i capelli: una notte, perduta
una somma fortissima che non poteva pagare, si era tirato un colpo di
revolver al cuore per non sopravvivere alla vergogna; la palla,
deviando, gli aveva fracassato l'omero. Battutosi in duello per una
quistione turpe e non riconciliatosi con l'avversario, lo aveva più
tardi salvato dalla morte, a rischio della propria vita, eroicamente.
Era stato impossibile, fino a diciotto anni, fargli apprendere nulla,
persuaderlo ad ascoltare una sola lezione; confuso una volta da una
donna, da una fanciulla, che gli parlava francese credendolo pratico di
questa lingua, aveva mutato vita da un giorno all'altro: per due, per
tre anni nessuno lo vide più: datosi allo studio con la foga che metteva
nelle cose maligne, aveva rapidamente acquistato il tempo perduto.
Intelligenza tersa ed acuta, nulla gli riusciva difficile. La sua
volontà era capace di fermezze ferree, di perseveranze instancabili, ma
non si manteneva sempre eguale; crisi di fiacchezze nervose, di
rilassamenti malaticci si alternavano con gli sforzi protervi. Questo
lato della sua costituzione morale era meno noto perchè egli metteva una
specie di geloso pudore nel nascondere le proprie debolezze. Nondimeno
era stato visto piangere.
Freddo e duro con i suoi proprii simili, amava d'umano amore le bestie.
Appassionato della caccia, i suoi cani gli tenevano luogo d'amici:
parlava con essi, li baciava, li guardava lungamente negli occhi quasi
per penetrare nell'oscura anima bruta. Dinanzi a quelle infime anime
egli si faceva umile: serviva le sue bestie, trascurava sè stesso per
badare che non mancassero di nulla; se qualcuna ammalavasi non aveva più
un momento di pace. Quando uno dei suoi cani morì, con la testa adagiata
sui ginocchi di lui, guardandolo con i miti occhi appannati; quando egli
vide irrigidite le elastiche forme, quando sentì freddo e inerte il
corpo prima vibrante sotto le carezze, quando ebbe compreso il mistero
della morte, il pianto, un muto e lungo pianto spetrò i suoi occhi. Per
le femmine non era stata mai tanto tenero come per i maschi; i colpi di
scudiscio, nei momenti d'ira, cadevano soltanto su quelle. Egli si
ricredette il giorno che una di esse, dato con stento alla luce mezza
dozzina di piccoli, si ammalò ma non sofferse che i figli le fossero
tolti, e tanto lamentosamente guaì che glie li restituirono, e spirò con
la prole attaccata al petto febbricitante.