contessa d'Arda si trovava in una situazione tale da dover pensare alla
morte come al solo termine della sua sventura. Tuttavia egli sentiva di
dover considerare l'altro aspetto del problema ed approfondire
l'argomento addotto dal Vérod contro l'ipotesi del suicidio. Nel nuovo
amore che ella combatteva con la previsione della caducità e più con la
coscienza del male, c'era una grande persuasione di gioia, il maggior
incitamento a vivere; lo stesso impegno col quale ella lo contendeva a
sè stessa ne dimostrava la forza. Ora mancando una esplicita
confessione, restava sempre possibile che, non essendosi ella uccisa
prima, in tutto il tempo non breve trascorso dacchè aveva conosciuto il
Vérod, non si fosse neppure uccisa all'ultimo, ma fosse stata
assassinata da uno dei due Russi: l'assassino traeva profitto dalla
verisimiglianza del suicidio per evitare l'accusa.
A rischiarare il mistero conveniva conoscere con precisione quali
rapporti erano interceduti negli ultimi tempi tra lei ed il giovane,
quali domande e quali promesse erano state scambiate. Le lettere del
Vérod alla contessa, due o tre in tutto, non dicevano cose notevoli,
esprimevano soltanto la sua gratitudine per la visita da lei fatta al
sepolcro della sorella, e il desiderio e la speranza di rivederla. Dalle
altre carte della defunta nessuna luce veniva: le più importanti erano
un fascio di lettere di quella suor Anna Brighton a cui ella aveva
scritto la mattina stessa della catastrofe.
Suor Anna la trattava veramente nelle sue lettere come una figlia; si
comprendeva dalle parole di conforto, dai richiami alla fede cristiana,
che la suora rispondeva a lettere dove la morta le diceva i suoi dolori
e le sue disperazioni. Già per mezzo della legazione inglese a Berna, il
Ferpierre aveva disposto che la Brighton fosse ricercata alla Nuova
Orléans, di dove le sue lettere erano datate, perchè si sapesse da lei
che cosa le aveva scritto nell'ultimo giorno l'antica sua allieva. Egli
aveva pure ordinato che fossero perquisiti i domicilii della defunta a
Nizza e dei nihilisti a Zurigo, e richiesto informazioni intorno a
costoro alla legazione di Russia. Frattanto fece chiamare il Vérod per
sentire da lui più precisamente in quale situazione era stato dinanzi
alla contessa. L'accusatore aveva detto, nel primo interrogatorio, che
la vigilia della tragedia si era trovato con lei e che niente gli aveva
fatto sospettare quel che doveva accadere il domani; premeva al
magistrato di sapere che cosa era stato detto in quest'ultimo colloquio.
Nel vedere apparire il Vérod, egli fu impressionato dal pallore
cadaverico, dal disfacimento della sua figura. La notte d'ambascia era
passata sul giovane come tutta una età: era invecchiato di dieci anni.
--Siete voi ancora,--cominciò a domandargli il Ferpierre,--nella stessa
opinione di ieri? Credete ancora che l'amica vostra sia stata uccisa?
--Lo credo!--rispose il Vérod subitamente vibrando come un ferito che
sente il ferro ricercar la sua piaga.
--E avete trovato altre prove od argomenti che confermino la vostra
accusa?
--Non ancora.
--Ebbene, ragioniamo un poco insieme. Se noi non troveremo alcuna
dimostrazione materiale della verità, come pare purtroppo, siamo
impegnati in un processo indiziario la soluzione del quale dipende da un
problema psicologico. Ciò che innanzi tutto importa conoscere è lo stato
d'animo della contessa negli ultimi giorni. Ma ditemi prima: vi
rammentate bene di tutto ciò che accadde fra voi dacchè la conosceste?
--Di tutto. Ogni sua parola è impressa indelebilmente nella mia memoria.
Nulla potrà mai cancellarne una sola.
--Che giorno la conosceste?
--Il 31 luglio dell'anno passato.
--Rammentate una data saliente nella storia della vostra amicizia?
Accadde tra voi qualcosa il 12 agosto?
Roberto Vérod si passò una mano sugli occhi prima di rispondere; poi
disse, sommessamente:
--Sì. Fummo insieme, l'accompagnai sulla montagna.
--Che le diceste?
--Nulla. Altri erano con noi. Io parlai poco. Non le avrei detto nulla
anche se fossimo stati soli. Non già che non provassi il bisogno di
esprimere i miei sentimenti; ma le parole erano inadatte più che di
consueto. Nel bosco della Comte, sotto la luce verde, fra le alte
colonne degli alberi, ella mi pareva un prodigioso fiore animato; la sua
bellezza fioriva come il fiore della vita. Il profumo dei ciclamini
addolciva l'aria. Io ne colsi molti, molti, per lei; i fiori che
coglievo sui vertici del monte, che le offrivo con mano tremante,
potevano solo dire il mio pensiero. La sua cintura fu in breve tutta
fiorita. Anche il riso fioriva nel suo sguardo....
--Ebbene: guardate, leggete....
Il Ferpierre prese il diario, lo schiuse alla pagina dove aveva trovato
i fiori e lo passò al giovane.
«Non la gioia ha tanta virtù di far dimenticare il dolore quanto un
nuovo dolore.--_ notte del 12 agosto._»
Roberto Vérod considerava i fiori morti, rileggeva il mortale pensiero
con occhio arido. Non poteva più piangere.
--Comprendete il significato di queste parole?--riprese il
Ferpierre.--Mi pare che sia fin troppo evidente. Insieme con voi,
all'omaggio che le facevate, al pensiero d'amore che vi scopriva, ella
sentivasi sollevare dalla lunga oppressione e pensava che per virtù
della nuova gioia il dolore fosse dimenticato; più tardi, nella notte,
considerando tra sè la condizione sua, riconoscendo di non poter
secondare questa passione, di dover rinunziare alla sperata felicità,
vedeva ancora finito il dolore antico, ma non più per opera del piacere,
sibbene per un nuovo e maggior dolore. La tristezza di questo pensiero è
veramente mortale, ella ha saputo esprimerlo con una forma incisiva che
farebbe invidia a ogni scrittore di professione. Nel leggerlo io già
sospettai che si riferisse alle vostre relazioni con lei; dopo ciò che
mi avete narrato è manifesto. Vedete dunque come questo amore non fosse
per la disgraziata signora un motivo di speranza, ma di estrema
disperazione.
Il Vérod che era rimasto a udire tenendo stretto fra le mani il giornale
della morta, non seppe rispondere altrimenti che balbettando, confuso e
quasi spaurito:
--Voi credete?....
--Come dubitarne? Leggete piuttosto le pagine seguenti.
Il giovane lesse tra sè, e il giudice cercava invano di scoprire nel
viso di lui l'effetto della lettura. Talmente esso era scomposto, lo
sguardo era così inaridito, le occhiaie così incavate, i labbri avevano
preso pieghe tanto dolorose, che la nuova tristezza non poteva esprimere
una nuova lacrima dagli occhi, non poteva incidere una nuova ruga sul
viso.
--Voi vedete che la mia induzione di ieri è confermata da queste
confessioni. L'amor vostro accrebbe l'ambascia della povera donna, non
la consolò. Non lo sospettaste mai?
Il Vérod, deposto il libro, appoggiata la fronte alla mano, rispose
lentamente, come parlando a sè stesso:
--Io speravo. Credevo che anch'ella sperasse. Un giorno, ragionando
delle speranze, io dissi che la loro forza non è tutta eguale. Ve ne
sono alcune così salde come certezze immancabili: nel dolore, nella
miseria, queste si pèrdono. Ma c'è anche una speranza lontana, tenue,
fievole, che noi teniamo nascosta perchè un soffio la disperderebbe:
questa è la speranza che non muore mai, che nulla c'impedisce di
accogliere. Io dissi questa cosa. Ella assentì. Assentendo, non
partecipò al mio pensiero secreto, che una simile speranza luceva ancora
per noi?
--Voi stesso mi diceste ieri che, apparentemente libera, ella aveva
preso con sè stessa un impegno irrevocabile nel quale trovava
l'impedimento a un altro amore. Tale era infatti il suo sentimento: da
molti passaggi di questo giornale è evidente. Soltanto la forza dello
scrupolo era in lei molto maggiore di quel che forse voi non credete.
Udite, piuttosto...
E il Ferpierre lesse ad alta voce le pagine più significative delle
memorie. Il senso delle confessioni gli appariva ora più netto, il
dibattito di quella coscienza più grave. Per dimostrare al Vérod la
sincerità della narratrice egli lesse ancora altri passaggi, le ingenue
impressioni della giovanetta e della sposa. A poco a poco ricostruì
tutta la storia di quell'anima, come l'aveva ricostruita tra sè, durante
la prima lettura.
--Bisogna credere ciò che ella qui scrisse. Se a voi non disse queste
cose, se poteste comprendere che non disperava, ciò si spiega
umanamente. Nè la mente nè il cuore restano sempre in un solo pensiero e
in un solo sentimento, senza mutazione; la forza morale cresce e scema
da ora a ora. Dinanzi a voi ella poteva trovarsi meno armata contro le
lusinghe; sola, in cospetto della propria coscienza, ritrovava la
capacità di resistere. Notate ancora questa circostanza: ella che
consegnava alle pagine del suo diario tutte le sue impressioni, non
parla direttamente dell'amore per voi; se non fossero le parole scritte
la notte del 12 agosto e il giudizio trascritto dalla _Verità e Poesia_,
non sapremmo, da queste carte, che cosa era sopravvenuto ad aggravare
la sua condizione. Ciò dimostra chiaramente che ella aveva paura di
questa passione...
--Ciò non ne dimostra anche la forza?
--Sì, è vero; ma per sapere a qual partito ella doveva finalmente
apprendersi, bisogna ch'io vi esorti ad esser sincero: di che cosa la
richiedeste e fino a che punto spingeste la vostra richiesta?
Prima di potere rispondere il Vérod dovette stringersi la fronte tra le
mani. Udendo la lettura fatta dal giudice, penetrando nel secreto
dell'anima amata, rivivendo quasi la sua vita, un amaro incantesimo lo
aveva occupato. L'adorazione per la sua bellezza, la pietà dei suoi mali
erano cresciute, lo avevano talmente invaso da cancellare ogni altro
sentimento. Per poco egli quasi dimenticò che era morta; destavasi a un
tratto udendo riaccusarsi d'averla uccisa egli stesso.
--Di che potevo richiederla? Sospettate che io insistessi presso di lei,
io che la fuggii quando temetti che il solo sguardo mi tradisse? Credete
he io tentassi di violentarla e che ella si sia uccisa per sottrarsi
alla mia violenza?
Tale era infatti il sospetto del giudice. La condizione nella quale la
contessa e il Vérod si trovavano poteva durare, quantunque ambigua, se
per opera del giovane nulla fosse intervenuto a tentar di mutarla. Ora
che il Vérod, sentendosi amato, s'appagasse sempre della pura amicizia,
non pareva al giudice credibile. E se l'artista aveva adoperato i
sottili espedienti della poesia per sedurre quella donna, se aveva
nobilitato con la magia dell'espressione letteraria il suo scontento e
le sue brame, la contessa d'Arda, destatasi dal sogno d'un affetto
fraterno, trovandosi inevitabilmente al formidabile bivio di vivere
peccando o di morire per evitare la colpa, aveva potuto apprendersi al
più disperato, ma meno indegno proposito.
--Non dico che voi foste violento, nè per un'anima come quella della
vostra amica, con la dolorosa sensibilità della quale soffriva, sarebbe
occorsa la violenza a toglierla dalla fiducia. La sola naturale vivacità
della passione, una di quelle ardenti parole che l'amore inventa, che a
voi poeti non costano molto, doveva bastare a toglierla dall'illusione
che la seduceva, a dimostrarle inevitabile la trasformazione della
vostra amicizia, e a darle, con la previsione del male, l'idea di
sottrarsi finalmente a una vita troppo assediata dal dolore. Nè voi
forse sareste rimasto diminuito nel suo concetto: ella doveva pensare
che in voi, in un uomo, l'impazienza del desiderio era naturale; che
l'errore era stato suo per non averla prevista!
--Avete ragione,--rispose il Vérod scrollando lentamente il
capo.--Questa cosa era naturale. Voi non potete credere che una cosa
naturale non si producesse. Non crederete che la fuggii, che la
rispettai, che l'obbedii. Voi non sapete la trasformazione che per virtù
sua avvenne in me.
--Ditemene qualche cosa.
--È difficile. Poichè io ho l'abitudine di dare forma letteraria ai
pensieri, voi troverete probabilmente nelle mie parole l'esagerazione
del retore. Non avete già sospettato che ricorressi agli artifizii dei
retori per esprimerle i sentimenti miei?
Era vero. Il Ferpierre, quantunque dal dolore del Vérod fosse inclinato
a un compatimento sincero, pure ne diffidava. Quell'uomo pareva migliore
delle sue opere, ma l'arte sua era troppo amara e disperata. Del più
nobile ed efficace strumento, della Parola, si serviva per un'opera
dissolvitrice. Come credere alla sua bontà?
--Non dico,--rispose tuttavia, piegato mal suo grado dal chiaroveggente
timore del giovane,--non dico che deliberamente, studiatamente, vi siate
messo a sedurla. Ma se già in ogni uomo...
--Non pensate che io sia un uomo diverso dagli altri,--interruppe il
Vérod.--La natura di ognuno di noi è duplice e le forze morali sono
latenti anche nelle anime brute. Perchè possano operare bisogna che
siano educate ed espresse da altre anime naturalmente migliori e più
forti. Questa creatura mi rivelò cose che io ignoravo. Se voi credete
alla verità, la verità è questa...
E con voce tremante, a occhi chini, narrò la storia della loro amicizia.
Il magistrato l'udiva ora con attenzione più indulgente; tuttavia il
dubbio che per vendicare la morta e perdere il rivale l'accusatore
tacesse qualche circostanza e si facesse migliore, s'insinuava
nell'animo suo.
--Una speranza sia pure tenue e remota dunque sorrideva a voi. Ma come
non pensaste che ciò che voi speravate doveva da lei esser temuto? Un
nuovo legame non doveva avvilirla?
Roberto Vérod guardò in faccia l'interrogatore.
--Io volevo farne la donna mia dinanzi al mondo e a Dio.
Con un cenno del capo il Ferpierre parve riconoscere che in tal caso la
sua argomentazione cadeva.
--Però,--riprese,--ella voleva essere degna del vostro rispetto e non
poteva sperarlo senza l'approvazione della propria coscienza. Ora ciò
che attenuava l'illegalità dei suoi rapporti col principe era appunto
l'idea, la certezza d'essersi unita con lui irrevocabilmente.
Lasciandolo, sia pure per contrarre una legittima unione, non doveva
ella vedere infirmata quell'idea e distrutta quella certezza?
L'ostacolo, se voi credete alla bellezza dell'anima sua, dovette
apparirle formidabile. È vero?
Il Vérod non rispose. Francesco Ferpierre sentì d'aver portato un colpo
giusto.
--Considerate che la via nella quale s'era messa non aveva
uscita,--continuò quest'ultimo dopo una pausa.--Sola speranza lecita per
lei era che il principe, riconoscendo i proprii torti e ripudiando
l'opera cruenta alla quale s'era dato, ripagasse finalmente l'amore e la
fede che ella aveva riposti in lui. Allora la loro passione si sarebbe
riscattata; quantunque nata male, sarebbe degnamente durata e avrebbe
prodotto un effetto buono. Forse era già tardi: ma quand'anche ella non
potesse più amarlo, dobbiamo credere che sarebbe rimasta al suo fianco,
vedendolo fatto migliore, se non felice certamente serena. Fuori di qui
non poteva esserci bene per lei. Quanto più debole era agli occhi del
mondo la parola che la univa a quell'uomo, tanto più forte doveva essere
per la sua coscienza; mancando la sanzione sociale e la sacra alla loro
unione, tanto più forte doveva essere la sanzione morale. Nonostante i
disinganni, i dolori, gli oltraggi patiti, ella doveva restare fedele a
colui che aveva accettato come compagno della sua vita. Gli estremi
torti del coniuge consentono forse ad una moglie infelice di cercare
altro bene con altri? Pensate che il sentimento di questo dovere era in
lei afforzato dall'impegno di dimostrare al miscredente la potenza di
quegli scrupoli che egli schernisce, e riconoscerete che la morte doveva
apparirle nuovamente, fatalmente, come il termine della sua sventura.
Per credere che ella potesse accettare d'unirsi con voi, dovete
ammettere che i suoi scrupoli non fossero molto sinceri... che fossero
certamente poco forti. So bene che la passione ragiona altrimenti; che,
secondo il comune giudizio, alla forza dell'amore nulla deve resistere;
ma ciò potrà esser vero, se mai, d'un primo, d'un solo amore; il
continuo rinnovarsi di simili trionfi è a costo della dignità, del
rispetto, dell'onore, di una quantità d'altre cose che importano
anch'esse moltissimo. La vostra amica, già una prima volta lasciando
parlare il solo amore, aveva seguito una via traversa. C'era in fondo
all'animo suo il sentimento lodevole del riscatto da operare; ma ella
pur sentiva d'aver errato. L'amor vostro doveva rivelarle l'abisso che
ella rasentava. Voi stesso, con la fiducia e con la sola speranza di
poterla un giorno piegare, ve la spingevate. Volevate farne la donna
vostra; ma, sollecitati entrambi dalla passione, era verisimile che,
date le condizioni nelle quali ella si trovava, aveste aspettato?
Volevate mettervi sulla via diritta, ma un giorno non vi sareste trovati
immancabilmente per una via obliqua? Ella non doveva prevedere di non
potervi resistere?... Voi siete poeta, voi conoscete la vita, voi
studiate il cuore degli uomini: a che serve l'arte vostra se non vi fece
antivedere tutte queste cose?
Il giudice aveva parlato molto severamente. Roberto Vérod taceva, a capo
basso.
--Ma torniamo a ciò che preme per il momento. Non m'avete detto che la
vedeste la vigilia della morte?
--Sì, nel pomeriggio.
--Da lei?
--Sì.
--Che cosa le diceste?... Parlaste del vostro amore?...
Vedendo che il Vérod esitava a rispondere, il magistrato insistè:
--Bisogna, ripeto, che siate sincero. Il fatto che pare meno importante,
una parola, un niente possono metterci sulla strada della verità. Se la
passione vi spinge a far punire un assassinio, la coscienza deve
rammentarvi che la giustizia non conosce passioni. Le parlaste del
vostro amore?
--Sì.
E Roberto Vérod tremava.
L'ultimo suo colloquio con l'amica, il più appassionato, il più intimo,
quel colloquio dopo il quale egli aveva sperato con nuovo fervore, era
per lui la massima prova contro gli assassini: poteva forse pensare alla
morte la donna che lo aveva lasciato parlare d'un migliore avvenire? Ma
egli comprendeva che, secondo le induzioni del magistrato, il valore di
quella prova veniva ad essere invertito; che dalla prossima
contemplazione d'una felicità alla quale credeva e sentiva di non
potersi accostare, ella era stata appunto determinata all'ultimo passo.
E se il magistrato aveva ragione, la severità delle sue parole restava
giustificata; ma, più della severità di quell'uomo, l'intima coscienza
del male fatto alla creatura che egli doveva e voleva vegliare con
trepida cura lo straziava, ineffabilmente. Non più, come il giorno
innanzi, egli gridava dal dolore; ma si sentiva premere, stringere,
torcere il cuore da una mano di ferro; soffocava, le parole gli morivano
sulle labbra, sentendo di dover dire la verità e comprendendo che la
verità sarebbe stata contro di lui.
--Sì, le parlai dell'amor mio... Parlammo della nuova stagione, del
freddo che presto ci avrebbe scacciati di qui... Io volevo sapere dove
sarebbe andata, dove e quando avrei potuto rivederla. Ella mi disse:
«Non so ancora dove andrò; forse a Nizza, forse a Biarritz. Non è meglio
ignorarlo, per voi e per me?...»
--Vedete?... E poi?
--Io dissi: «Sia come volete. Da lontano, da vicino, pensate che vivo di
voi...» Ella chiuse gli occhi. Io soggiunsi: «È la verità. Dovrei
nasconderla? Non m'avete insegnato a dir sempre la verità? Non la
sapete, d'altronde?...» Tacemmo. Il cielo si era oscurato; ella guardava
i grigi vapori che salivano su per le coste dei monti e ne sbiadivano il
verde; guardava il lago grigio e increspato come piombo che si liquefa;
gli alberi piegarsi sotto il vento, perdere le prime foglie. Io
ripensavo il suo pensiero elegiaco dinanzi alla visione autunnale. Le
dissi: «Il colore che pare del cielo nei nostri occhi. L'azzurro è nero
nella tristezza; nella letizia il grigio è celeste.» Una nube azzurrina
fra i vapori cenerognoli pareva uno squarcio di cielo. Ella soggiunse:
«Sì, ma è un inganno; il cielo è chiuso.» Replicai: «Fra breve si
schiuderà.» A poco a poco tutto il paesaggio si era velato, tutti i
colori erano scomparsi; non si vedevano altri toni che di bianco e di
nero: i monti neri, le acque plumbee, le spume argentine, le nebbie
cineree, nuvole candide, nuvole pallide, nuvole ferrigne. Ella disse:
«Non pare un acquerello?» Assentii. Soggiunsi: «È altrettanto bello così
come quando il sole risplende.» Parlai ancora. Dissi che una luce
interiore illuminava tutta la mia vita, che io non vedevo se non forme
della bellezza, ovunque. La sua bellezza pallida era meravigliosa,
pareva tutta dipendere dal pallore delle cose circostanti. Presi la sua
mano. Un calore di vita fluiva dalla sua mano per tutto il mio corpo.
Ella la ritrasse impallidendo ancora. Non dissi nulla, ma il pianto mi
gonfiò gli occhi. Disse ella: «Comprendete che bisogna lasciarci.»
Risposi: «La vostra volontà sarà fatta, sempre. Se volete, io partirò
domani. Aspetterò da lontano. Se volete che non aspetti, che non speri,
cercherò d'obbedirvi. Sarà difficile svellere la speranza per la quale
la vita si regge; ma pensate che il mio piacere, il mio orgoglio, il mio
vanto consiste nell'essere come voi volete...» Tutto era scomparso alla
vista: i candori delle nubi, le nerezze dei monti sfumavano e si
confondevano in un grigio uniforme. La pioggia cominciava a cadere. Ella
rabbrividì. Io ripresi la sua mano. Volevo significarle che era il gesto
del saluto, che ella poteva lasciare la sua mano nella mia, un'ultima
volta. Non seppi dire. Ella non ritrasse la mano, nè io potevo ancora
parlare; troppi pensieri mi premevano...
--Non sentivate la lotta formidabile che si combatteva in lei?
All'interruzione il Vérod scrollò il capo ripetutamente.
--Non so, non so... Troppi pensieri volevano essere espressi; ma un'idea
mi occupava: «Se parlerò, io perderò la sua mano.» Il velo della nebbia
ora si veniva diradando; quando il lago appariva le ondate spumose che
sorgevano e svanivano davano imagine di rapide accensioni abbaglianti.
Un lembo di cielo sorrise. Allora dissi: «Vedete l'azzurro?...» Ella si
levò...
--E poi?--domandò il giudice, alla reticenza del narratore.
Le cose da dire dovevano essere più gravi, il giovane doveva sentirle
contrarie all'accusa per arrestarsi così.
--E poi?... Dite tutto: bisogna dir tutto!...
--Ella parlò di quell'altro. Io sapevo che non più l'amore, ma solo
l'idea d'un dovere la legava. Mi disse queste parole, levandosi: «Io non
merito l'amor vostro. La sincerità che lodo e pretendo negli altri mi è
mancata. Voi sapete e già vi dissi che non sono libera... Ma l'uomo al
quale ero unita mi aveva lasciata, voi non lo vedevate al mio fianco,
entrambi potevamo credere che non sarebbe più tornato. Ora egli è qui.
Se volete che io continui a stimarmi, non mi dite più nulla...»
--Vedete? Vedete?... E voi?
--Io risposi: «Sia come volete, ma costui vi lascerà ancora una
volta!...»
--Vedete? Vedete?--ripetè il magistrato.--Se voi le diceste queste
parole con la voce dura con la quale ora le riferite, non pensate che
ella dovesse aver paura dell'odio vostro contro quell'uomo?... Non
dovette ella comprendere che, nonostante il vostro rispetto per lei,
l'idea che ella era di quell'indegno avrebbe menomato il vostro
sentimento?... E come vi rispose?...
Il Vérod, che aveva abbassato la fronte, riprese pianissimo:
--Nascose il volto fra le mani.
--E non sentiste in quel momento che ella aveva ragione, che fra voi due
l'amore era condannato a una trista vita? Non comprendeste che bisognava
lasciare quella donna al suo destino per evitargliene uno peggiore?