La lettura delle memorie aveva dimostrato al giudice Ferpierre che la

contessa d'Arda si trovava in una situazione tale da dover pensare alla

morte come al solo termine della sua sventura. Tuttavia egli sentiva di

dover considerare l'altro aspetto del problema ed approfondire

l'argomento addotto dal Vérod contro l'ipotesi del suicidio. Nel nuovo

amore che ella combatteva con la previsione della caducità e più con la

coscienza del male, c'era una grande persuasione di gioia, il maggior

incitamento a vivere; lo stesso impegno col quale ella lo contendeva a

sè stessa ne dimostrava la forza. Ora mancando una esplicita

confessione, restava sempre possibile che, non essendosi ella uccisa

prima, in tutto il tempo non breve trascorso dacchè aveva conosciuto il

Vérod, non si fosse neppure uccisa all'ultimo, ma fosse stata

assassinata da uno dei due Russi: l'assassino traeva profitto dalla

verisimiglianza del suicidio per evitare l'accusa.

A rischiarare il mistero conveniva conoscere con precisione quali

rapporti erano interceduti negli ultimi tempi tra lei ed il giovane,

quali domande e quali promesse erano state scambiate. Le lettere del

Vérod alla contessa, due o tre in tutto, non dicevano cose notevoli,

esprimevano soltanto la sua gratitudine per la visita da lei fatta al

sepolcro della sorella, e il desiderio e la speranza di rivederla. Dalle

altre carte della defunta nessuna luce veniva: le più importanti erano

un fascio di lettere di quella suor Anna Brighton a cui ella aveva

scritto la mattina stessa della catastrofe.

Suor Anna la trattava veramente nelle sue lettere come una figlia; si

comprendeva dalle parole di conforto, dai richiami alla fede cristiana,

che la suora rispondeva a lettere dove la morta le diceva i suoi dolori

e le sue disperazioni. Già per mezzo della legazione inglese a Berna, il

Ferpierre aveva disposto che la Brighton fosse ricercata alla Nuova

Orléans, di dove le sue lettere erano datate, perchè si sapesse da lei

che cosa le aveva scritto nell'ultimo giorno l'antica sua allieva. Egli

aveva pure ordinato che fossero perquisiti i domicilii della defunta a

Nizza e dei nihilisti a Zurigo, e richiesto informazioni intorno a

costoro alla legazione di Russia. Frattanto fece chiamare il Vérod per

sentire da lui più precisamente in quale situazione era stato dinanzi

alla contessa. L'accusatore aveva detto, nel primo interrogatorio, che

la vigilia della tragedia si era trovato con lei e che niente gli aveva

fatto sospettare quel che doveva accadere il domani; premeva al

magistrato di sapere che cosa era stato detto in quest'ultimo colloquio.

Nel vedere apparire il Vérod, egli fu impressionato dal pallore

cadaverico, dal disfacimento della sua figura. La notte d'ambascia era

passata sul giovane come tutta una età: era invecchiato di dieci anni.

--Siete voi ancora,--cominciò a domandargli il Ferpierre,--nella stessa

opinione di ieri? Credete ancora che l'amica vostra sia stata uccisa?

--Lo credo!--rispose il Vérod subitamente vibrando come un ferito che

sente il ferro ricercar la sua piaga.

--E avete trovato altre prove od argomenti che confermino la vostra

accusa?

--Non ancora.

--Ebbene, ragioniamo un poco insieme. Se noi non troveremo alcuna

dimostrazione materiale della verità, come pare purtroppo, siamo

impegnati in un processo indiziario la soluzione del quale dipende da un

problema psicologico. Ciò che innanzi tutto importa conoscere è lo stato

d'animo della contessa negli ultimi giorni. Ma ditemi prima: vi

rammentate bene di tutto ciò che accadde fra voi dacchè la conosceste?

--Di tutto. Ogni sua parola è impressa indelebilmente nella mia memoria.

Nulla potrà mai cancellarne una sola.

--Che giorno la conosceste?

--Il 31 luglio dell'anno passato.

--Rammentate una data saliente nella storia della vostra amicizia?

Accadde tra voi qualcosa il 12 agosto?

Roberto Vérod si passò una mano sugli occhi prima di rispondere; poi

disse, sommessamente:

--Sì. Fummo insieme, l'accompagnai sulla montagna.

--Che le diceste?

--Nulla. Altri erano con noi. Io parlai poco. Non le avrei detto nulla

anche se fossimo stati soli. Non già che non provassi il bisogno di

esprimere i miei sentimenti; ma le parole erano inadatte più che di

consueto. Nel bosco della Comte, sotto la luce verde, fra le alte

colonne degli alberi, ella mi pareva un prodigioso fiore animato; la sua

bellezza fioriva come il fiore della vita. Il profumo dei ciclamini

addolciva l'aria. Io ne colsi molti, molti, per lei; i fiori che

coglievo sui vertici del monte, che le offrivo con mano tremante,

potevano solo dire il mio pensiero. La sua cintura fu in breve tutta

fiorita. Anche il riso fioriva nel suo sguardo....

--Ebbene: guardate, leggete....

Il Ferpierre prese il diario, lo schiuse alla pagina dove aveva trovato

i fiori e lo passò al giovane.

«Non la gioia ha tanta virtù di far dimenticare il dolore quanto un

nuovo dolore.--_ notte del 12 agosto._»

Roberto Vérod considerava i fiori morti, rileggeva il mortale pensiero

con occhio arido. Non poteva più piangere.

--Comprendete il significato di queste parole?--riprese il

Ferpierre.--Mi pare che sia fin troppo evidente. Insieme con voi,

all'omaggio che le facevate, al pensiero d'amore che vi scopriva, ella

sentivasi sollevare dalla lunga oppressione e pensava che per virtù

della nuova gioia il dolore fosse dimenticato; più tardi, nella notte,

considerando tra sè la condizione sua, riconoscendo di non poter

secondare questa passione, di dover rinunziare alla sperata felicità,

vedeva ancora finito il dolore antico, ma non più per opera del piacere,

sibbene per un nuovo e maggior dolore. La tristezza di questo pensiero è

veramente mortale, ella ha saputo esprimerlo con una forma incisiva che

farebbe invidia a ogni scrittore di professione. Nel leggerlo io già

sospettai che si riferisse alle vostre relazioni con lei; dopo ciò che

mi avete narrato è manifesto. Vedete dunque come questo amore non fosse

per la disgraziata signora un motivo di speranza, ma di estrema

disperazione.

Il Vérod che era rimasto a udire tenendo stretto fra le mani il giornale

della morta, non seppe rispondere altrimenti che balbettando, confuso e

quasi spaurito:

--Voi credete?....

--Come dubitarne? Leggete piuttosto le pagine seguenti.

Il giovane lesse tra sè, e il giudice cercava invano di scoprire nel

viso di lui l'effetto della lettura. Talmente esso era scomposto, lo

sguardo era così inaridito, le occhiaie così incavate, i labbri avevano

preso pieghe tanto dolorose, che la nuova tristezza non poteva esprimere

una nuova lacrima dagli occhi, non poteva incidere una nuova ruga sul

viso.

--Voi vedete che la mia induzione di ieri è confermata da queste

confessioni. L'amor vostro accrebbe l'ambascia della povera donna, non

la consolò. Non lo sospettaste mai?

Il Vérod, deposto il libro, appoggiata la fronte alla mano, rispose

lentamente, come parlando a sè stesso:

--Io speravo. Credevo che anch'ella sperasse. Un giorno, ragionando

delle speranze, io dissi che la loro forza non è tutta eguale. Ve ne

sono alcune così salde come certezze immancabili: nel dolore, nella

miseria, queste si pèrdono. Ma c'è anche una speranza lontana, tenue,

fievole, che noi teniamo nascosta perchè un soffio la disperderebbe:

questa è la speranza che non muore mai, che nulla c'impedisce di

accogliere. Io dissi questa cosa. Ella assentì. Assentendo, non

partecipò al mio pensiero secreto, che una simile speranza luceva ancora

per noi?

--Voi stesso mi diceste ieri che, apparentemente libera, ella aveva

preso con sè stessa un impegno irrevocabile nel quale trovava

l'impedimento a un altro amore. Tale era infatti il suo sentimento: da

molti passaggi di questo giornale è evidente. Soltanto la forza dello

scrupolo era in lei molto maggiore di quel che forse voi non credete.

Udite, piuttosto...

E il Ferpierre lesse ad alta voce le pagine più significative delle

memorie. Il senso delle confessioni gli appariva ora più netto, il

dibattito di quella coscienza più grave. Per dimostrare al Vérod la

sincerità della narratrice egli lesse ancora altri passaggi, le ingenue

impressioni della giovanetta e della sposa. A poco a poco ricostruì

tutta la storia di quell'anima, come l'aveva ricostruita tra sè, durante

la prima lettura.

--Bisogna credere ciò che ella qui scrisse. Se a voi non disse queste

cose, se poteste comprendere che non disperava, ciò si spiega

umanamente. Nè la mente nè il cuore restano sempre in un solo pensiero e

in un solo sentimento, senza mutazione; la forza morale cresce e scema

da ora a ora. Dinanzi a voi ella poteva trovarsi meno armata contro le

lusinghe; sola, in cospetto della propria coscienza, ritrovava la

capacità di resistere. Notate ancora questa circostanza: ella che

consegnava alle pagine del suo diario tutte le sue impressioni, non

parla direttamente dell'amore per voi; se non fossero le parole scritte

la notte del 12 agosto e il giudizio trascritto dalla _Verità e Poesia_,

non sapremmo, da queste carte, che cosa era sopravvenuto ad aggravare

la sua condizione. Ciò dimostra chiaramente che ella aveva paura di

questa passione...

--Ciò non ne dimostra anche la forza?

--Sì, è vero; ma per sapere a qual partito ella doveva finalmente

apprendersi, bisogna ch'io vi esorti ad esser sincero: di che cosa la

richiedeste e fino a che punto spingeste la vostra richiesta?

Prima di potere rispondere il Vérod dovette stringersi la fronte tra le

mani. Udendo la lettura fatta dal giudice, penetrando nel secreto

dell'anima amata, rivivendo quasi la sua vita, un amaro incantesimo lo

aveva occupato. L'adorazione per la sua bellezza, la pietà dei suoi mali

erano cresciute, lo avevano talmente invaso da cancellare ogni altro

sentimento. Per poco egli quasi dimenticò che era morta; destavasi a un

tratto udendo riaccusarsi d'averla uccisa egli stesso.

--Di che potevo richiederla? Sospettate che io insistessi presso di lei,

io che la fuggii quando temetti che il solo sguardo mi tradisse? Credete

he io tentassi di violentarla e che ella si sia uccisa per sottrarsi

alla mia violenza?

Tale era infatti il sospetto del giudice. La condizione nella quale la

contessa e il Vérod si trovavano poteva durare, quantunque ambigua, se

per opera del giovane nulla fosse intervenuto a tentar di mutarla. Ora

che il Vérod, sentendosi amato, s'appagasse sempre della pura amicizia,

non pareva al giudice credibile. E se l'artista aveva adoperato i

sottili espedienti della poesia per sedurre quella donna, se aveva

nobilitato con la magia dell'espressione letteraria il suo scontento e

le sue brame, la contessa d'Arda, destatasi dal sogno d'un affetto

fraterno, trovandosi inevitabilmente al formidabile bivio di vivere

peccando o di morire per evitare la colpa, aveva potuto apprendersi al

più disperato, ma meno indegno proposito.

--Non dico che voi foste violento, nè per un'anima come quella della

vostra amica, con la dolorosa sensibilità della quale soffriva, sarebbe

occorsa la violenza a toglierla dalla fiducia. La sola naturale vivacità

della passione, una di quelle ardenti parole che l'amore inventa, che a

voi poeti non costano molto, doveva bastare a toglierla dall'illusione

che la seduceva, a dimostrarle inevitabile la trasformazione della

vostra amicizia, e a darle, con la previsione del male, l'idea di

sottrarsi finalmente a una vita troppo assediata dal dolore. Nè voi

forse sareste rimasto diminuito nel suo concetto: ella doveva pensare

che in voi, in un uomo, l'impazienza del desiderio era naturale; che

l'errore era stato suo per non averla prevista!

--Avete ragione,--rispose il Vérod scrollando lentamente il

capo.--Questa cosa era naturale. Voi non potete credere che una cosa

naturale non si producesse. Non crederete che la fuggii, che la

rispettai, che l'obbedii. Voi non sapete la trasformazione che per virtù

sua avvenne in me.

--Ditemene qualche cosa.

--È difficile. Poichè io ho l'abitudine di dare forma letteraria ai

pensieri, voi troverete probabilmente nelle mie parole l'esagerazione

del retore. Non avete già sospettato che ricorressi agli artifizii dei

retori per esprimerle i sentimenti miei?

Era vero. Il Ferpierre, quantunque dal dolore del Vérod fosse inclinato

a un compatimento sincero, pure ne diffidava. Quell'uomo pareva migliore

delle sue opere, ma l'arte sua era troppo amara e disperata. Del più

nobile ed efficace strumento, della Parola, si serviva per un'opera

dissolvitrice. Come credere alla sua bontà?

--Non dico,--rispose tuttavia, piegato mal suo grado dal chiaroveggente

timore del giovane,--non dico che deliberamente, studiatamente, vi siate

messo a sedurla. Ma se già in ogni uomo...

--Non pensate che io sia un uomo diverso dagli altri,--interruppe il

Vérod.--La natura di ognuno di noi è duplice e le forze morali sono

latenti anche nelle anime brute. Perchè possano operare bisogna che

siano educate ed espresse da altre anime naturalmente migliori e più

forti. Questa creatura mi rivelò cose che io ignoravo. Se voi credete

alla verità, la verità è questa...

E con voce tremante, a occhi chini, narrò la storia della loro amicizia.

Il magistrato l'udiva ora con attenzione più indulgente; tuttavia il

dubbio che per vendicare la morta e perdere il rivale l'accusatore

tacesse qualche circostanza e si facesse migliore, s'insinuava

nell'animo suo.

--Una speranza sia pure tenue e remota dunque sorrideva a voi. Ma come

non pensaste che ciò che voi speravate doveva da lei esser temuto? Un

nuovo legame non doveva avvilirla?

Roberto Vérod guardò in faccia l'interrogatore.

--Io volevo farne la donna mia dinanzi al mondo e a Dio.

Con un cenno del capo il Ferpierre parve riconoscere che in tal caso la

sua argomentazione cadeva.

--Però,--riprese,--ella voleva essere degna del vostro rispetto e non

poteva sperarlo senza l'approvazione della propria coscienza. Ora ciò

che attenuava l'illegalità dei suoi rapporti col principe era appunto

l'idea, la certezza d'essersi unita con lui irrevocabilmente.

Lasciandolo, sia pure per contrarre una legittima unione, non doveva

ella vedere infirmata quell'idea e distrutta quella certezza?

L'ostacolo, se voi credete alla bellezza dell'anima sua, dovette

apparirle formidabile. È vero?

Il Vérod non rispose. Francesco Ferpierre sentì d'aver portato un colpo

giusto.

--Considerate che la via nella quale s'era messa non aveva

uscita,--continuò quest'ultimo dopo una pausa.--Sola speranza lecita per

lei era che il principe, riconoscendo i proprii torti e ripudiando

l'opera cruenta alla quale s'era dato, ripagasse finalmente l'amore e la

fede che ella aveva riposti in lui. Allora la loro passione si sarebbe

riscattata; quantunque nata male, sarebbe degnamente durata e avrebbe

prodotto un effetto buono. Forse era già tardi: ma quand'anche ella non

potesse più amarlo, dobbiamo credere che sarebbe rimasta al suo fianco,

vedendolo fatto migliore, se non felice certamente serena. Fuori di qui

non poteva esserci bene per lei. Quanto più debole era agli occhi del

mondo la parola che la univa a quell'uomo, tanto più forte doveva essere

per la sua coscienza; mancando la sanzione sociale e la sacra alla loro

unione, tanto più forte doveva essere la sanzione morale. Nonostante i

disinganni, i dolori, gli oltraggi patiti, ella doveva restare fedele a

colui che aveva accettato come compagno della sua vita. Gli estremi

torti del coniuge consentono forse ad una moglie infelice di cercare

altro bene con altri? Pensate che il sentimento di questo dovere era in

lei afforzato dall'impegno di dimostrare al miscredente la potenza di

quegli scrupoli che egli schernisce, e riconoscerete che la morte doveva

apparirle nuovamente, fatalmente, come il termine della sua sventura.

Per credere che ella potesse accettare d'unirsi con voi, dovete

ammettere che i suoi scrupoli non fossero molto sinceri... che fossero

certamente poco forti. So bene che la passione ragiona altrimenti; che,

secondo il comune giudizio, alla forza dell'amore nulla deve resistere;

ma ciò potrà esser vero, se mai, d'un primo, d'un solo amore; il

continuo rinnovarsi di simili trionfi è a costo della dignità, del

rispetto, dell'onore, di una quantità d'altre cose che importano

anch'esse moltissimo. La vostra amica, già una prima volta lasciando

parlare il solo amore, aveva seguito una via traversa. C'era in fondo

all'animo suo il sentimento lodevole del riscatto da operare; ma ella

pur sentiva d'aver errato. L'amor vostro doveva rivelarle l'abisso che

ella rasentava. Voi stesso, con la fiducia e con la sola speranza di

poterla un giorno piegare, ve la spingevate. Volevate farne la donna

vostra; ma, sollecitati entrambi dalla passione, era verisimile che,

date le condizioni nelle quali ella si trovava, aveste aspettato?

Volevate mettervi sulla via diritta, ma un giorno non vi sareste trovati

immancabilmente per una via obliqua? Ella non doveva prevedere di non

potervi resistere?... Voi siete poeta, voi conoscete la vita, voi

studiate il cuore degli uomini: a che serve l'arte vostra se non vi fece

antivedere tutte queste cose?

Il giudice aveva parlato molto severamente. Roberto Vérod taceva, a capo

basso.

--Ma torniamo a ciò che preme per il momento. Non m'avete detto che la

vedeste la vigilia della morte?

--Sì, nel pomeriggio.

--Da lei?

--Sì.

--Che cosa le diceste?... Parlaste del vostro amore?...

Vedendo che il Vérod esitava a rispondere, il magistrato insistè:

--Bisogna, ripeto, che siate sincero. Il fatto che pare meno importante,

una parola, un niente possono metterci sulla strada della verità. Se la

passione vi spinge a far punire un assassinio, la coscienza deve

rammentarvi che la giustizia non conosce passioni. Le parlaste del

vostro amore?

--Sì.

E Roberto Vérod tremava.

L'ultimo suo colloquio con l'amica, il più appassionato, il più intimo,

quel colloquio dopo il quale egli aveva sperato con nuovo fervore, era

per lui la massima prova contro gli assassini: poteva forse pensare alla

morte la donna che lo aveva lasciato parlare d'un migliore avvenire? Ma

egli comprendeva che, secondo le induzioni del magistrato, il valore di

quella prova veniva ad essere invertito; che dalla prossima

contemplazione d'una felicità alla quale credeva e sentiva di non

potersi accostare, ella era stata appunto determinata all'ultimo passo.

E se il magistrato aveva ragione, la severità delle sue parole restava

giustificata; ma, più della severità di quell'uomo, l'intima coscienza

del male fatto alla creatura che egli doveva e voleva vegliare con

trepida cura lo straziava, ineffabilmente. Non più, come il giorno

innanzi, egli gridava dal dolore; ma si sentiva premere, stringere,

torcere il cuore da una mano di ferro; soffocava, le parole gli morivano

sulle labbra, sentendo di dover dire la verità e comprendendo che la

verità sarebbe stata contro di lui.

--Sì, le parlai dell'amor mio... Parlammo della nuova stagione, del

freddo che presto ci avrebbe scacciati di qui... Io volevo sapere dove

sarebbe andata, dove e quando avrei potuto rivederla. Ella mi disse:

«Non so ancora dove andrò; forse a Nizza, forse a Biarritz. Non è meglio

ignorarlo, per voi e per me?...»

--Vedete?... E poi?

--Io dissi: «Sia come volete. Da lontano, da vicino, pensate che vivo di

voi...» Ella chiuse gli occhi. Io soggiunsi: «È la verità. Dovrei

nasconderla? Non m'avete insegnato a dir sempre la verità? Non la

sapete, d'altronde?...» Tacemmo. Il cielo si era oscurato; ella guardava

i grigi vapori che salivano su per le coste dei monti e ne sbiadivano il

verde; guardava il lago grigio e increspato come piombo che si liquefa;

gli alberi piegarsi sotto il vento, perdere le prime foglie. Io

ripensavo il suo pensiero elegiaco dinanzi alla visione autunnale. Le

dissi: «Il colore che pare del cielo nei nostri occhi. L'azzurro è nero

nella tristezza; nella letizia il grigio è celeste.» Una nube azzurrina

fra i vapori cenerognoli pareva uno squarcio di cielo. Ella soggiunse:

«Sì, ma è un inganno; il cielo è chiuso.» Replicai: «Fra breve si

schiuderà.» A poco a poco tutto il paesaggio si era velato, tutti i

colori erano scomparsi; non si vedevano altri toni che di bianco e di

nero: i monti neri, le acque plumbee, le spume argentine, le nebbie

cineree, nuvole candide, nuvole pallide, nuvole ferrigne. Ella disse:

«Non pare un acquerello?» Assentii. Soggiunsi: «È altrettanto bello così

come quando il sole risplende.» Parlai ancora. Dissi che una luce

interiore illuminava tutta la mia vita, che io non vedevo se non forme

della bellezza, ovunque. La sua bellezza pallida era meravigliosa,

pareva tutta dipendere dal pallore delle cose circostanti. Presi la sua

mano. Un calore di vita fluiva dalla sua mano per tutto il mio corpo.

Ella la ritrasse impallidendo ancora. Non dissi nulla, ma il pianto mi

gonfiò gli occhi. Disse ella: «Comprendete che bisogna lasciarci.»

Risposi: «La vostra volontà sarà fatta, sempre. Se volete, io partirò

domani. Aspetterò da lontano. Se volete che non aspetti, che non speri,

cercherò d'obbedirvi. Sarà difficile svellere la speranza per la quale

la vita si regge; ma pensate che il mio piacere, il mio orgoglio, il mio

vanto consiste nell'essere come voi volete...» Tutto era scomparso alla

vista: i candori delle nubi, le nerezze dei monti sfumavano e si

confondevano in un grigio uniforme. La pioggia cominciava a cadere. Ella

rabbrividì. Io ripresi la sua mano. Volevo significarle che era il gesto

del saluto, che ella poteva lasciare la sua mano nella mia, un'ultima

volta. Non seppi dire. Ella non ritrasse la mano, nè io potevo ancora

parlare; troppi pensieri mi premevano...

--Non sentivate la lotta formidabile che si combatteva in lei?

All'interruzione il Vérod scrollò il capo ripetutamente.

--Non so, non so... Troppi pensieri volevano essere espressi; ma un'idea

mi occupava: «Se parlerò, io perderò la sua mano.» Il velo della nebbia

ora si veniva diradando; quando il lago appariva le ondate spumose che

sorgevano e svanivano davano imagine di rapide accensioni abbaglianti.

Un lembo di cielo sorrise. Allora dissi: «Vedete l'azzurro?...» Ella si

levò...

--E poi?--domandò il giudice, alla reticenza del narratore.

Le cose da dire dovevano essere più gravi, il giovane doveva sentirle

contrarie all'accusa per arrestarsi così.

--E poi?... Dite tutto: bisogna dir tutto!...

--Ella parlò di quell'altro. Io sapevo che non più l'amore, ma solo

l'idea d'un dovere la legava. Mi disse queste parole, levandosi: «Io non

merito l'amor vostro. La sincerità che lodo e pretendo negli altri mi è

mancata. Voi sapete e già vi dissi che non sono libera... Ma l'uomo al

quale ero unita mi aveva lasciata, voi non lo vedevate al mio fianco,

entrambi potevamo credere che non sarebbe più tornato. Ora egli è qui.

Se volete che io continui a stimarmi, non mi dite più nulla...»

--Vedete? Vedete?... E voi?

--Io risposi: «Sia come volete, ma costui vi lascerà ancora una

volta!...»

--Vedete? Vedete?--ripetè il magistrato.--Se voi le diceste queste

parole con la voce dura con la quale ora le riferite, non pensate che

ella dovesse aver paura dell'odio vostro contro quell'uomo?... Non

dovette ella comprendere che, nonostante il vostro rispetto per lei,

l'idea che ella era di quell'indegno avrebbe menomato il vostro

sentimento?... E come vi rispose?...

Il Vérod, che aveva abbassato la fronte, riprese pianissimo:

--Nascose il volto fra le mani.

--E non sentiste in quel momento che ella aveva ragione, che fra voi due

l'amore era condannato a una trista vita? Non comprendeste che bisognava

lasciare quella donna al suo destino per evitargliene uno peggiore?

Spasimo · 第 7 / 15 段