da noi negati, il sentimento vivo ha bisogno di credersi eterno. Questo
è l'errore. La felicità che io provai giorni addietro mi pareva
indistruttibile. Non è distrutta, ma turbata.
«Che pena! Che pena! Mai più avrei sospettato tante miserie, tanti
dolori, È questa la prima volta che egli li confida a qualcuno. E ride
ancora! Non voglio...
«La sua lettera d'oggi m'ha fatto palpitare di superbo contento. Se
fosse vero! Se io avessi veramente questa forza!»
Con l'espressione di quel dubbio il diario restava ancora una volta
sospeso, quasi che prima di riprenderlo la scrittrice avesse voluto
provare. Ma nei fogli successivi le confessioni non erano più ordinate.
«La vita è più difficile che io non credessi.»
Questo solo giudizio leggevasi in una pagina; più oltre un dubbio
ancora:
«Credere d'aver ragione sarebbe dunque presunzione?
Poi alcune frasi di senso oscuro:
«In nessun modo, ma giova sperare...
«Non è debolezza, non è sorpresa: ho pensato lungamente, la fede mi
sorregge, io vedo la meta....
«Ora le parole mancano...»
Sotto una data: «18 giugno 1890» stava scritto:
«Dinanzi a Dio, per sempre.»
E il Ferpierre cercava d'approfondire il senso di quelle parole
collegandole in modo da ricostruire l'intima storia.
Le cose dette dal Vérod si confermavano: l'idea di far del bene
all'anima inferma di Zakunine appariva dominante nel pensiero della
contessa: con la sua mitezza soave, per la legge d'attrazione fra i
contrarii, ella doveva apprezzare la forza impetuosa, la foga indomabile
del ribelle come greggie ricchezze dalle quali si sarebbe potuto
esprimere un valor puro. Certamente qualcosa di più semplice, il solo
amore, bastava a spiegare la relazione stretta fra i due; e dell'amor
suo ella dava una prova eloquente quando confessava di comprendere i
dubbii del marito e del padre intorno alla sua felicità d'un tempo.
L'affetto del marito le era bastato; ella non aveva fatto un sacrifizio
accettando di sposarlo nonostante la grande differenza delle età;
quantunque la possibilità del matrimonio le fosse apparsa tardi, ella
era stata veramente felice con lui; il dubbio era postumo, ma dimostrava
con grande evidenza come più forte ed eccitante fosse il sentimento
nuovo. Tuttavia la commozione per i mali che travagliavano il principe,
la speranza e quasi il dovere di giovargli avevano dovuto determinarla
ad assecondarne l'affetto.
«Se fosse vero! Se avessi questa forza!» Manifestamente il principe le
aveva detto che l'amore di lei era il suo conforto, la sua gioia, la sua
salute; fosse egli sincero, o fingesse calcolando sull'effetto di quelle
parole, era certo che l'effetto non poteva mancare in un'anima amante.
Liberi entrambi, niente avrebbe vietato che s'unissero legittimamente,
se il ribelle non avesse disconosciuto e odiato le leggi, anzi diretto
ogni suo sforzo a distruggerle. Della sua conversione avrebbe potuto
darle la massima prova, sposandola; ma probabilmente non era sincero
dicendosi convertito. Con più verisimiglianza nessuna allusione diretta
avevano essi dovuto fare al loro avvenire; nè il principe aveva
esplicitamente promesso di convertirsi al matrimonio, nè la contessa gli
aveva rigorosamente imposto di mettersi in regola col mondo: durante un
certo tempo entrambi avevano dovuto amarsi castamente, ella sperando di
placare e redimere il negatore, egli forse sorridendo di questa sua
speranza: un giorno la complicità delle circostanze, la dolcezza
dell'ora, la debolezza della donna, la prepotenza dell'uomo avevano
mutato repentinamente la natura dei loro rapporti. Ella cui la purezza
delle intenzioni non doveva bastare se n'era intimamente doluta: ma non
aveva espresso il proprio dolore, certa d'essersi impegnata dinanzi a
Dio, sino alla morte, e fiduciosa di far presto o tardi riconoscere
anche a lui la santità del dovere.
Da quale disinganno era stata amareggiata scoprendo l'inutilità della
propria dedizione? Senza dubbio l'inganno non le era stato subito
palese; finchè il principe aveva continuato ad amarla ella aveva
sperato: credendolo sentendolo suo sposo con l'anima, nella sincerità
della coscienza, ella aveva lungamente aspettato piena di speranza. La
sfiducia morale aveva preceduto o seguìto la sentimentale delusione?
Forse s'erano prodotte ad un tempo.
Il libro delle memorie mostrava, alla scrittura, all'inchiostro,
d'essere stato ancora una volta interrotto. E lo sforzo di negar credito
all'ingrata realtà era evidente nelle nuove confessioni. Ella scriveva:
«Bisogna credere. Bisogna sperare... Il più delle volte noi non ci
conosciamo, dobbiamo essere rivelati a noi stessi...»
Quest'idea era senza dubbio riferibile all'uomo che le stava vicino,
alla sua ostinata insistenza nell'opera di distruzione, alla speranza
ancora viva di piegarlo, di farlo ricredere; poichè ella scriveva
inorridita:
«Ancora l'odio, il sangue, le fiamme! No, mai: non sarà mai questa la
via!... Come un'anima amante può parlare così? Egli dice che l'amore si
ripaga con l'amore, l'odio con l'odio. Ciò sarà giusto, ma non è
generoso. E coloro che egli combatte odiano veramente? Non soffrono
anch'essi di dover ricorrere alla violenza?...»
Pareva così che la discordia fra l'istinto di ribellione del principe e
la predicazione di pace della contessa avesse preceduto il disinganno
sentimentale: ma nell'atto che riconosceva l'inutilità dei proprii
sforzi non doveva ella sospettare che quell'uomo non era stato sincero
assicurandole d'essersi per lei ricreduto? E un sospetto simile non
doveva lederla, oltre che nelle sue credenze, nelle sue stesse speranze?
Ella non parlava del destino serbato all'amor suo. Faceva così perchè,
più d'assicurare la felicità sua personale, le premeva di pacificare il
ribelle? Od al contrario rivolgeva ella la sua attenzione al dissidio
morale per distoglierla dalla più paurosa visione di un disinganno che
le sarebbe riuscito ben altrimenti funesto? Se l'amore di quell'uomo era
mentito, l'intima sanzione che la coscienza aveva dato a un legame fuor
della legge non veniva a mancare? Per la cristiana, a cui la colpa era
parsa, se non scusata, almeno attenuata dalla schiettezza dell'amore,
dall'onestà degli intendimenti, dalla saldezza dell'impegno,
l'improvvisa mancanza di queste condizioni non doveva implicare una
condanna grave?
Il Ferpierre sentiva che questi pensieri avevano dovuto occupare la
defunta a quel tempo; egli quasi li leggeva tra riga e riga. E come
durante l'audizione di una frase musicale si prevede lo svolgimento e la
cadenza della melodìa, le sue logiche anticipazioni erano confermate dai
successivi passaggi delle memorie.
«Non ho avuto coraggio, ma bisogna trovarne. Un'altra volta ebbi paura
di scendere in me per compiere l'esame di coscienza, il dovere che mi fu
sempre facile e grato. Ma la paura d'allora non ha nulla che possa
paragonarsi con la presente.
«Fingo verso me stessa? E come pretendere l'altrui sincerità? La
superbia m'impedisce d'ammettere che io abbia potuto ingannarmi? Ma Dio
che mi legge nel cuore sa ch'io credetti al bene. Io credo ancora.
«Egli non si conosce. Obbedisce a tante e così varie impulsioni, il suo
pensiero è così complesso, la sua esperienza è stata così ricca, che
egli non sa qual è la sua vera natura e non la libera dai passeggeri
atteggiamenti e si fa diverso da sè stesso. Io speravo d'essere riuscita
a rimetterlo sulla via della verità: l'opera è più difficile e richiede
più tempo che non pensai. Ma la speranza, la fiducia che m'animarono, mi
sostengono ancora.
«Vi sono momenti che dubito. Dubito, più che di lui, di me stessa.
Penso che questa speranza è fallace, che questa fiducia non è sincera,
che io me ne servii per nascondere qualcosa di meno degno, per secondare
un desiderio meno puro.
«Non è questo il giudizio che ognuno darebbe? Si serve di mezzi ambigui
chi vuol raggiungere un diritto fine? Per rimettere lui sulla via
maestra dovevo io seguire vie tortuose? Io che dovevo dargli l'esempio
della virtù alla quale non crede, gli ho dato un'altra prova di quella
debolezza accomodante che condannavo....
«Siamo ora entrambi nell'errore. Questo è grave, nell'amore: che ciascun
amante non è solo responsabile delle proprie azioni, ma anche di quelle
alle quali spinge l'amato. Su questa solidarietà io avevo fatto
assegnamento quando aspettavo di partecipare con lui non alla pena
dell'errore, ma alla gioia del premio....
«Io non posso neppur dire d'essere stata sorpresa, di non aver previsto
ciò che sarebbe avvenuto. Quanti sofismi! Nel prevedere la caduta dicevo
a me stessa che egli non poteva volere il mio avvilimento, pensavo di
affidarmi a lui per non fare atto di superbia attribuendomi
esclusivamente la capacità di regolare il nostro amore!
«Non sarebbe stata superbia. Questa capacità è nostra, siamo noi donne
responsabili del bene e del male. All'energia esuberante e prepotente
degli uomini la nostra resistenza deve dettare la legge. Ma questo
pensiero mi piegò: che per le anime forti non occorre che la legge sia
scritta in un libro: basta comprenderla. Egli che le disconosce tutte,
mi disse d'aver compreso per me la legge dell'amore: la fedeltà. Ora io
non posso, non debbo, non voglio sospettare ch'ei calpesti anche questa.
Eppure che vale pensare, dire ad alta voce, scrivere questa cosa, se il
dubbio m'occupa e mi tormenta?
«A poco a poco, ma nitidamente, io l'ho visto sorgere, crescere,
giganteggiare. In certi momenti il dubbio angoscioso diventa disperata
certezza. Allora io penso che avrò ancora una forza da esercitare,
l'estrema forza: il perdono. Sento che non mi sarà grave. Forse è male,
perchè se mi costasse varrebbe di più. Ma egli può fare di me ciò che
vuole, purchè non neghi tutto e sempre....
«Ah, quel riso!...»
Era sperabile che Zakunine osservasse l'unico patto posto dalla
infelice?... Nel ricostruire con l'aiuto di quelle confessioni il
carattere dell'accusato, il Ferpierre sentiva che l'avverso giudizio di
Roberto Vérod non era dettato dalla passione. Dietro l'umanitaria
professione di fede, con la predicazione della giustizia,
dell'eguaglianza, dell'amore, quell'uomo doveva nascondere un egoismo
scettico, ingordi appetiti, voglie malsane, se era stato capace di
ridurre a quel tormento la creatura che gli si era resa a discrezione.
Se la lusinga di ridurlo a una più calma prosecuzione della riforma
sociale era fallita, aveva egli almeno risposto con atti di bontà alle
dimostrazioni dell'amore?
Il Ferpierre lesse con raccapriccio nelle nuove pagine del diario:
«Egli m'ha detto queste precise parole:
«Dunque tu credi che l'amor tuo sia immortale? Non capisci che finirai
di amarmi, che già non mi ami più come prima? Tu mi giudichi indegno
d'amore, pensi d'esserti sacrificata, il sacrifizio ti costa, vuoi
ottenerne il compenso, lo cercherai in un altro amore; non dubitare:
qualcuno te l'offrirà.... Sul principio dirai che la colpa è stata mia,
più tardi riconoscerai che io non ho colpa. Dentro di te, dentro di me,
nei nervi, nella carne, nel sangue di noi tutti c'è un fermento che
niente e nessuno può sedare: quando tu avrai fame ti ciberai; dopo aver
mangiato sarai sazia. Non c'è altra verità fuori di questa. Bisogna
dirla, ripeterla, onorarla, e riconoscere che le tue leggi, i tuoi
comandamenti, i tuoi scrupoli sono menzogna ed ipocrisia che dobbiamo
smascherare e confondere. I tuoi grandi nomi, l'Amore, il Dovere, il
Diritto, hanno un senso, ma non è quello che tu pensi. Il nostro dovere
e il nostro diritto si riducono a ottenere e mantenere il piacere, che è
la ragione, l'origine, il fine della vita; finchè il piacer tuo è nel
mio, noi ci amiamo; quando non ci bastiamo più l'amore finisce. Tu dici
un'altra grossa parola: l'onore. Dove mai lo riponi? L'onor mio consiste
nel dire ciò che penso, nel metter d'accordo le mie azioni con le mie
idee. Tutto il mondo è retto da pregiudizii iniqui, ma più stupidi che
iniqui. La scienza che non mente ha espresso la vera, la sola legge dal
cumulo delle secolari menzogne: voglio dire la legge della lotta per
l'esistenza. Nascondetela, date al fuoco i libri che l'insegnano, se
volete che le vostre menzogne siano ancora credute. Ma quando la
riconoscete, come potete restar serii udendo ripetere i ritornelli
bugiardi? Bisogna scegliere tra la morte e la vita: rinunziare alla vita
è preferibile, ma voi non volete. Se io debbo vivere, estermino tutto il
genere umano per procurarmi quella che a te pare la più futile delle mie
soddisfazioni! Tu volevi che noi facessimo una famiglia indissolubile.
Ma non sei ora contenta d'esser libera, non è bene che tu mi possa
abbandonare se, avendomi visto come sono, ti faccio orrore? Lascia che i
figli ignorino i padri, se non vuoi che maledicano chi ha dato loro la
vita! Perchè vorresti che noi fossimo indissolubilmente legati, quando
naturalmente ciascuno di noi è autonomo; quando niente vieta, anzi tutto
ci persuade, che ciascuno di noi può amare e un giorno amerà un altro?
Se tu m'abbandoni quando non t'amo più, te ne sono grato; se mi tradisci
quando ti amo ancora, ti uccido. Fa altrettanto tu stessa. Il diritto
mio è uguale al tuo. Così fanno tutti gli uomini, a dispetto dei codici
stolti e delle ipocrite predicazioni. L'anarchia che noi vogliamo
instaurare è già nei costumi; ma è ancora anarchia nel senso vostro,
cioè come disconoscimento e lesione della legge. Bisogna invece che sia
conformazione alla legge naturale, uniformazione cosciente all'istinto
vitale; fuori di qui non c'è altro.»
«Non dimentico nulla. Queste sono state le sue precise parole. Egli ha
ragione. Fuori di qui non c'è altro....»
E il Ferpierre, nonostante la sua lunga assuefazione allo spettacolo del
dolore, si sentiva commuovere pensando come dovesse essere amaro lo
strazio della credente. Per trascrivere quelle parole ciascuna delle
quali doveva offenderla come un insulto e spaventarla come una
bestemmia, per riconoscere che Zakunine aveva ragione, bisognava che
ella si condannasse senza più scusa, che si giudicasse perduta senza più
speranza. Ella doveva ora riconoscere che l'illusione di redimere
un'anima e la fiducia di fare del bene erano stati semplici pretesti:
che nell'amor loro, che in tutti gli amori, che in tutta la vita
nessun'altra voce si ode fuorchè quella degli infimi istinti. Questo era
dunque il risultato: ella che voleva far ricredere l'amante, che voleva
accostarlo alla propria fede, ella stessa era ridotta a dubitare, a
negare. Invece di guarire l'infermo ella stessa aveva preso il suo male;
invece di mondare il caduto ella stessa erasi contaminata!
Ma poteva ella veramente a lungo rinnegare le credenze di tutta la sua
vita? Nel farle dare ragione al negatore quanta parte aveva l'amara
ironia? Poichè, mentre gli parlava dell'amor suo, costui adduceva
scettici e cinici argomenti e prevedeva e quasi s'augurava d'esser
tradito, la disgraziata doveva schernire sè stessa; ma che cosa pensava
della possibilità del tradimento? Riconosceva che per una logica fatale
il suo primo errore doveva essere seguito da un secondo e da un terzo;
oppure si ribellava a questa logica? Qui era il problema morale, la
soluzione del quale avrebbe rischiarato il mistero giudiziario.
E la curiosità del Ferpierre cresceva, l'attenzione che prestava alle
confessioni della morta raddoppiavasi.
«Per una madre dover disprezzare il proprio figlio, il vivo frutto delle
sue viscere, la miglior parte di sè stessa: che strazio!
«L'infelicità della vita consiste nell'idea della felicità.
«Chi segue nella morte una creatura adorata sarà passibile di pena? Per
un figlio, per uno sposo morire con la sposa e col genitore è una colpa?
Questa bellezza è condannata? Se io fossi morta col padre mio!
«Pregare Iddio di darci la morte, aspettarla come una liberazione,
desiderarla come un premio, non è quasi come darsela? La distanza che
separa la vocazione ardente dall'atto è poi così grande? Se l'atto è
colpevole, la supplice intenzione come potrà essere acconsentita?...
«Non dovrei aspettar molto, già l'opera di distruzione è avanzata; il
dolore morde più acutamente il mio petto. Ma ogni giorno, ogni ora che
passa mi è troppo grave.
«Vi sono coincidenze che sembrano avvertimenti, consigli, complicità del
destino. Perchè ho avuto l'arma, proprio quando ne sentivo la
mancanza?...»
Tutti questi passaggi dove l'infelice discuteva tra sè il problema del
suicidio dimostravano come solo nella morte oramai ella potesse sperare.
A un punto ella trascriveva una sentenza letta in un libro:
«Io sono obbligato di seguire le leggi quando vivo sotto di esse; ma
quando ne vivo fuori possono ancora legarmi?» (Montesquieu).
Questo giudizio aveva dovuto sembrarle singolarmente adatto alla propria
situazione. Nonostante tutti i suoi contrarii ragionamenti, ella doveva
sentire che l'uccidersi è male, e che la legge morale vuole la paziente
sopportazione della vita fino all'ultimo giorno; ma questo comandamento
poteva valere per chi aveva obbedito tutti gli altri; ella che ne aveva
trasgredito uno molto più grave doveva sentirsene sciolta, tanto più
che, morendo, intendeva punirsi.
«È tempo?» chiedeva in un altro punto a sè stessa, «Certo, quando ogni
altro rimedio è impossibile, quando la speranza è morta del tutto, io
potrei compire quest'atto; ma sono io buon giudice dell'opportunità del
momento? Quando pare che un corpo vivente sia presso a dissolversi sotto
l'azione d'un male implacabile, la natura non trova tante volte in sè
stessa la forza di ravvivarlo? La vita così ricca e feconda non può
risolvere in modo insperato una situazione che parea senza uscita? La
speranza non dovrebbe essere l'ultima a morire? Bisogna dunque
aspettare?...»
Persuasa di questa convenienza, ella aveva aspettato. Ma che cosa aveva
trovato?
Dopo alcune pagine bianche questo pensiero attrasse l'attenzione del
magistrato:
«Non la gioia ha tanta virtù di far dimenticare il dolore, quanto un
nuovo dolore.--_La notte del 12 agosto._»
Fiori secchi, ciclamini rigidi e scoloriti erano posti a guisa di segno
tra i due fogli.
I fiori, la data aggiunta a quelle parole fecero argomentare al
Ferpierre che accennassero a qualche avvenimento più degno di nota, che
la contessa attribuisse loro una speciale importanza. Continuando a
leggere egli trovò un altro passaggio sul quale s'arrestò più
lungamente. La morta non esprimeva un suo proprio pensiero, trascriveva
ancora una volta da un libro:
«Nulla contribuisce tanto al disgusto della vita quanto un secondo
amore. Il carattere d'eternità, d'infinità che porta e solleva l'amore
sopra ogni altra cosa è svanito; l'amore sembra effimero come tutto ciò
che ricomincia. (Goethe).»
Il Ferpierre rammentava molto bene questo giudizio del poeta tedesco:
poteva la morta citarlo senza sentirlo appropriato a sè stessa? E il
dubbio che egli aveva espresso al Vérod cominciava a prendere
consistenza. Se ella aveva trascritto la sconfortata sentenza dopo aver
conosciuto il Vérod, quando era stata turbata da una simpatia ancora
incosciente, bisognava credere che nel secondo amore non giudicasse di
poter trovare un compenso, ma un nuovo motivo di pena! Dopo avere
aspettato, dopo aver voluto sperare nella vita, che cosa otteneva da
questa? Non un aiuto, ma l'ultimo crollo!
La sentenza del poeta significava che il secondo amore è condannato
irremissibilmente, perchè illudersi sulla saldezza del nuovo affetto non
è possibile al cuore che ha già visto la morte del primo: tali i
selvaggi d'America credevano immortali gli Europei che primi scesero a
conquistare il nuovo mondo e li stimavano onnipotenti, finchè, visto il
primo Spagnuolo soccombere, riconobbero l'inganno e finirono di
venerarli.... Tuttavia la certezza espressa dal Goethe e riaffermata
dalla contessa d'Arda che cosa valeva contro le persuasioni dell'istinto
vitale? Sapere che il nuovo amore finirà come il primo a quanti
impedisce di amare anche una volta? Esser certi di dover morire è una
ragione d'uccidersi? Chi concepisce le tristi verità vive male, ma pur
vive, perchè gl'istinti sono più persuasivi delle astratte concezioni;
la capacità di frenarli consiste soltanto nelle sanzioni morali. E la
contessa si trovava già fuori della legge morale. Questa sua condizione,
la mancanza di qualunque obbligo scritto che la legasse
indissolubilmente al principe, l'esempio datole dall'indegno amante,
dovevano naturalmente, umanamente spingerla a cercare nel nuovo amore un
conforto e una gioia la caducità dei quali, comune a tutte quante le
cose umane, non poteva, non doveva arrestarla. Se non che, mentre ella
era libera dinanzi agli uomini, s'era vincolata dinanzi alla propria
coscienza, senza riti, ma con cuore sincero; ella si trovava bensì fuor
della legge, ma per farvi rientrare chi n'era uscito disconoscendola;
aveva ottenuto da costui l'esempio del male, ma per dargli quello del
bene. Secondare pertanto il nuovo amore non le era possibile senza
rinunziare alle attenuazioni che, nell'ambiguità del suo stato, la
sottraevano alla condanna o le lasciavano almeno sperare di evitarne il
rigore. «Questo pensiero mi piegò: che per le anime forti non occorre
che la legge sia scritta in un libro: basta comprenderla.» Poteva ella
aver dimenticato le sue proprie parole, il sentimento che glie le aveva
dettate? Se quel sentimento era sincero e saldo, se l'animo di lei era
tanto alto e forte come dalle testimonianze raccolte e dalle pagine di
quel giornale appariva, non solo era possibile, ma bisognava quasi
prevedere che ella si sarebbe data la morte.
Finchè non aveva incontrato il Vérod, il suo cuore era oppresso, la sua
vita piena d'amarezza, le sue speranze tutte fallite; ma ella poteva
ancora rispettarsi. Nell'amarezza del disinganno aveva, sì, potuto
deridersi ed avvilirsi affermando d'essersi unita col principe Alessio
non per raggiungere un nobile scopo animata da un sentimento purissimo,
ma per appagare le proprie brame, semplicemente; tuttavia ella doveva
sentire che il suo unico fallo restava attenuato. Una seconda caduta non
solamente non poteva in alcun modo scusarsi, ma avrebbe anche confermato
lo scettico giudizio che di lei aveva dato il primo amante. «Il tuo
sacrifizio ti costa, vuoi ottenerne il compenso, lo cercherai in un
altro amore; non dubitare; qualcuno te l'offrirà....» Queste parole di
Zakunine che l'avevano umiliata ed offesa quando erano soltanto una
scettica previsione, sarebbero state confermate dal fatto, avrebbero
espresso una realtà se ella avesse ceduto all'amore del Vérod; allora lo
scettico, il negatore, il bestemmiatore avrebbe avuto ragione: la fede
sostenuta contro di lui dalla credente si sarebbe ridotta, come egli
voleva ridurla, a una menzogna, a un'ipocrisia.
Il Ferpierre ripeteva a sè stesso che il suicidio non era soltanto, in
tali condizioni, possibile, ma quasi necessario. Già per un'altra
ragione egli ne riconosceva la verisimiglianza in una natura, come
quella, malinconica e contemplativa; per un'anima abituata a guardare
assiduamente sè stessa, a considerare senza paura, anzi con una specie
di compiacimento i problemi della vita. E al lume di queste deduzioni
egli trovava un nuovo senso nelle ultime note del giornale, dove la
mattina il giudice di pace aveva cercato, senza trovarla, la confessione
della morte volontaria. La disgraziata non confessava d'essersi uccisa,
ma il significato delle sue ultime parole appariva ora più chiaro al
Ferpierre:
«Bisogna che la fede sia molto salda e cerchi e trovi un modo
d'affermarsi contro il dubbio trionfante....
«La massima tristezza è di dover rinunziare alla speranza.
«L'estrema speranza.....
«..... Al bivio formidabile: di vivere peccando o di.....»
Queste erano le ultime parole. La frase non doveva logicamente compiersi
così: «o di morire per evitare la colpa?....»
V.
DUELLO.