sua libreria: disegna benissimo e con una sveltezza straordinaria. Mi ha
spiegato che lo scudo per le damigelle è di forma diversa da quella
delle dame e dei cavalieri; ha parlato tutta la sera d'araldica e di
cavalleria, ho imparato una quantità di cose che ignoravo.
«Il babbo che ha sempre tanta fretta di passare dalla mia sarta non si
occupa dei proprii abiti: ho dovuto pregare il suo amico di persuaderlo
a pensare un poco anche a sè.
«Scherzano tra loro, a proposito delle cose della moda; il babbo ha
osservato, ed anch'io, veramente, che l'amico suo è d'un'eleganza
squisita, da un certo tempo; e mi spiega sempre, a proposito del taglio
delle giacchette e delle fogge delle cravatte: «Questa è l'_ultima
parola_ di Gironi.... Questa è l'_ultima parola_ di Vassier...» Gironi è
il sarto, Vassier il cravattaio...
«Oggi ancora libri; ma questa volta sono accompagnati da un cartoncino
come quelli che adoperano i negozianti per diffondere il loro indirizzo:
c'è su il nostro stemma, miniato perfettamente, e poi una scritta che
dice così: _Libreria internazionale di Luigi d'Arda, Fornitore di Sua
Grazia la Marchesina Fiorenza Albizzoni-Vivaldi...._ Come ha riso il
babbo! «Aspettiamo la fattura!...» gli ha detto, continuando lo scherzo;
e il conte, serio serio: «La nostra casa regola i conti a fin d'anno.»
«Ora anche il babbo mi dà della _Vostra Grazia_, e quando parlano di me
tra loro dicono sempre: «Sua Grazia la marchesina.» La mia Grazia è
commossa da tanta grazia!...
«Il conte d'Arda, l'ho saputo oggi, è più giovane del babbo: ha
quarantaquattro anni. Non so bene se questa cosa mi fa piacere o
dispiacere...»
Una pagina bianca interrompeva a questo punto il diario. Il manoscritto
ricominciava poi, con altro inchiostro e anche con carattere un poco
modificato:
«Oggi partiamo. Non scrivo più da oltre sei mesi. Quante cose in questo
tempo! Non importa che non abbia scritto nulla su queste pagine: sta
tutto scritto qui, nella memoria, nel cuore. Luigi ha pianto, il babbo
cercava di farsi forza, ma non riusciva a contenere la sua commozione.
Quando li ho visti abbracciarsi, con gli occhi ridenti e lacrimosi,
allora ho pianto anch'io. Sua Grazia la Marchesina Fiorenza
Albizzoni-Vivaldi non c'è più...»
E il giudice Ferpierre, sostando perchè il manoscritto era di nuovo
interrotto, ricostruiva con l'imaginazione le cose taciute dalla
narratrice.
Il conte d'Arda, che aveva visto nascere la figliuola dell'amico suo e
che l'amava da bambina come un altro padre, s'era dovuto sentir vincere,
dinanzi alla giovanetta, da un sentimento diverso, più dolce e
tormentoso. Certo aveva tentato di resistergli, pensando alla grande
disproporzione dell'età, soffrendo d'una pena secreta e quasi vergognosa
tutte le volte che l'amico ancora ignaro alludeva alla loro giovinezza
tramontata; ma l'amore era stato più forte ed aveva suggerito i suoi
persuasivi ragionamenti. A quarantaquattro anni poteva egli dirsi
vecchio? Se la sua persona e il suo carattere non dispiacevano alla
giovinetta, che cosa importava la differenza degli anni? L'esperienza
acquistata con gli anni non faceva di lui un partito più conveniente di
tanti altri?... Ma sopra ogni cosa l'amicizia che lo legava al padre non
dava garanzia che egli avrebbe consacrato tutta la vita a rendere felice
la figlia dei fratello suo? Per l'assidua e intima frequentazione di
quella famiglia non era già come se egli fosse entrato a farne parte?...
E questo argomento doveva aver persuasa la giovinetta. Senza dubbio il
marchese, stupito nel comprendere la speranza dell'amico, aveva esitato
prima di secondarne la domanda, e in ogni caso aveva lasciato libera la
figlia di accoglierla o di rifiutarla; ma con altrettanta certezza si
poteva pensare che l'idea di affidare la fanciulla a un cuore provato
come quello dell'amico doveva avergli sorriso. La giovinetta, leggendo
nell'anima del padre come nella sua propria, comprendendone la secreta
inclinazione, sicura dell'affetto del conte, doveva aver sofferto per
quelle care persone ed anche un poco per sè stessa all'idea che la loro
intimità potesse un giorno finire, e accettato quindi l'idea di renderla
imperitura; non conoscendo altri uomini, non facendo ancora differenza
tra amore e amore, aveva acconsentito.
Il Ferpierre vedeva confermate le sue deduzioni nei fogli successivi:
quantunque le date mancassero ancora, questi dovevano essere scritti
dopo il viaggio di nozze:
«Nulla è dunque mutato: rieccoci insieme come un tempo. Allora Luigi
veniva da noi; ora è il babbo quello che viene a trovarci. Non ha egli
stesso voluto che si facesse una casa sola: a me sarebbe piaciuto tanto,
e a Luigi pure. Tutto ciò che mi piace piace a Luigi; il nostro accordo
sulle cose dell'arte e del pensiero continua intorno alla vita.
«Il babbo mi domanda se sono contenta: io ringrazio il Signore della
felicità che mi accorda. Che ci accorda. Egli quasi non crede
all'accaduto. L'idea che, maritandomi, io potessi capitar male, era il
suo tormento. Luigi mi domanda se l'amo; io non so come provarglielo.
«Mi pare che tutti e due dubitino, l'uno della mia felicità, l'altro
dell'amor mio. Non insistono nel volerne l'assicurazione, ma leggo nei
loro sguardi una secreta ansietà, quasi ch'io nascondessi loro
qualcosa. Tutto ciò perchè mio marito ha quarantaquattro anni! Se ne
avesse trentaquattro non dubiterebbero!...
«Che piacere! che piacere! Ho potuto finalmente persuadere Luigi della
verità. Gli avevo detto, in viaggio, che ho scritto in questo libro
certi miei ricordi dal giorno che uscii di collegio, e gli avevo
promesso di darglieli da leggere. Egli voleva sapere se parlavo di lui,
che cosa ne dicevo, che giudizio ne davo. Venuti a casa, non me ne
chiese più; l'altro giorno che glie ne riparlai io stessa, mi rispose
che non voleva leggere nel mio giornale. La sua ragione non mi parve
buona: disse che le cose da me confidate alla carta non andavano
svelate: invece era sempre la paura di scoprire che non mi fosse parso
abbastanza giovane, che mi fosse piaciuto poco. Allora l'ho pregato di
starmi a sentire, ed ho letto io stessa. Quando sono arrivata alle
ultime righe, mi ha chiesto, con gli occhi rossi, di spiegargliele. Le
ultime righe, prima del nostro matrimonio, dicono così:
_«Il conte è più giovane del babbo: ha quarantaquattro anni. Non so bene
se questa cosa mi fa piacere o dispiacere.»_
«Ed io glie le ho spiegate come meglio ho potuto. Saperlo più giovane
del babbo mi fece un senso di pena per il babbo mio, giacchè io vorrei
che per lui il tempo non solo non passasse, ma tornasse indietro; ma
poi, pensando che il babbo aveva me, mentre l'amico suo era solo, mi
piacque e mi parve anche giusto che questi fosse più giovane, perchè
doveva anch'egli prender moglie e crearsi una famiglia. Come mi ha
abbracciata, Luigi! Che occhi ridenti! Che parole d'amore! Non l'ho
visto mai tanto felice, neppure il giorno che gli dissi di sì! Ora non
può più dubitare che i suoi quarantaquattro anni mi sembrino troppi; è
anzi persuaso che l'idea di sposarlo non mi dovè sembrare poi tanto
stravagante come egli ed il babbo temevano. Mi parve anzi naturale.
Pensai un momento, è vero, che Luigi aveva il doppio dell'età mia; ma
l'età degli uomini non si conta come quella delle donne. E poi, chi
darebbe quarantaquattro anni a mio marito? Non importa l'età, importano
le qualità dell'animo; e della bontà di Luigi io avevo questa gran
prova: che è amico del babbo. Tutto ciò che gli avevo udito dire in due
anni d'intimità mi dimostrava che il suo modo di pensare e di sentire è
delicato, gentile, squisito, che il suo ingegno è alto ed eletto, che la
sua cultura è varia e profonda.
«E ora capisco che la quistione è un'altra: Luigi non aveva tanta paura
che non mi paresse giovane abbastanza, quanto che non mi piacesse come
persona, come viso.
«Ebbene, se certe volte io ho giudicato stupida l'abitudine di prendere
queste note, e se certe altre invece l'ho approvata, oggi mi pare che
sia stata proprio una fortuna averle scritte, poichè ho potuto
convincere Luigi con quella famosa esitazione. E così avessi scritto
bene tutta la mia precisa impressione di quella volta che, sfidando il
babbo per chiasso, prese un fioretto dal trofeo d'armi e si mise in
guardia! Stava così bene con l'arma lucente in mano, con gli sguardi
lampeggianti come la spada, era così forte ed agile che mi parve
veramente una figura balzata fuori da quei romanzi di Walter Scott che
mi piacciono tanto. Non pensavo ancora di poterlo sposare, ma pensai
benissimo che potevo essere la dama per la quale egli scendeva in campo.
E se sapesse che piacere diverso, non ancora provato, quando mi mandò
quel cartellino dove si diceva, per chiasso, _Fornitore di Sua Grazia la
marchesina Fiorenza!_ Su quel cartellino si trovavano insieme i nostri
nomi, come sopra una partecipazione nuziale: era scritto! Neppure allora
io pensai con precisione che un giorno avremmo potuto essere uniti come
ora: ma notai sì, che i nostri nomi erano messi accanto, pensai che egli
stesso li aveva accoppiati, che m'aveva chiamata _Sua Grazia_, e sentii
che il cuore mi batteva forte forte...
«Ah, se avessi scritto queste cose Luigi ora non dubiterebbe. Ero sul
punto di dirgliele, ma poi le tacqui; un poco perchè egli si trovava in
una delle sue ore di dubbio, un poco perchè pensai di far meglio
scrivendole su questo libro dove egli le leggerà un giorno. Giacchè non
crede, non merita ch'io le dica a lui; le confido a queste pagine che
erano già destinate ad accoglierle. Se le scrivo più tardi di quando le
pensai, non vuol dire che non siano vere!...»
E sotto quelle parole, a caratteri più grossi, più irregolari, tracciati
con mano tremante, stava scritto:
«Ha letto! Ha creduto!...»
Così continuavano quelle memorie, piene delle espressioni d'un'intima
contentezza, rivelatrici di un'anima amante, candida e schietta, della
quale il giudice Ferpierre ora quasi s'innamorava.
Maritata in quelle condizioni, con uno che poteva esserle padre, non era
però da prevedere che la giovanetta dovesse rinunziare alla vivace
felicità e ottenere, nella migliore ipotesi, la quiete; una quiete
presto o tardi insidiata dalle imaginazioni d'un bene maggiore?...
Le confessioni della morta distruggevano questo sospetto. Il Ferpierre
amava credere che, se la narratrice non fosse stata felice, se avesse
sentito d'essersi ingannata sposando il conte d'Arda, lo avrebbe
confessato schiettamente, interamente; ma poichè ella aveva riconosciuto
una volta di sentir cose che non poteva scrivere, forse non avrebbe
nettamente dichiarato il proprio inganno; fors'anche, invece di
adombrarlo, non avrebbe più scritto nulla, ed il silenzio sarebbe stato
ancora più eloquente. Ma, non che tacere, non che alludere al
disinganno, ella insisteva tanto nelle manifestazioni d'un affetto
ingenuo e caldo ad un tempo, che il giudice non poteva dubitare della
sincerità di lei. Del resto quell'amore d'una giovane di vent'anni per
un uomo d'oltre quaranta era proprio incredibile? A spiegarlo il
Ferpierre non teneva tanto conto delle qualità morali dello sposo quanto
delle fisiche; e fra le carte rinvenute presso la defunta egli aveva
visto alcune fotografie di parenti e d'amici, due delle quali, per
dichiarazione di Giulia Pico, erano del conte: la figura di quell'uomo
aveva una bellezza così forte e nobile, così piena di espressione, che
l'amore della giovane sposa ne restava giustificato. E per lunghe e
lunghe pagine ella non parlava d'altro: narrava orgogliosa tutte le
prove d'amore datele dal marito, trascriveva le sue parole innamorate,
esultava nel vederlo oramai ricreduto, nel sapere suo padre sicuro della
loro felicità.
Bruscamente una pagina bianca interrompeva ancora il giornale: sulla
seguente una sola riga era scritta:
«Padre, padre mio, vivi! Vivi per me!...»
E null'altro. Il Ferpierre quasi udiva il grido della disperata
preghiera che al capezzale del padre agonizzante rompeva dal petto della
figlia devota. Invano: nella pagina successiva una ciocca di capelli
grigiastri era passata fra due tagli del foglio, con una data al
margine: _3 giugno 1886._ Poi il libro era pieno di memorie del morto:
la contessa affidava a quelle pagine i più cari suoi ricordi di figlia
con un dolore così cocente ma confortato dalla cristiana speranza, che,
a certi passaggi, pareva parlasse ancora del padre vivo, come al
principio del libro. Ma il giudice percorreva rapidamente quelle pagine,
impaziente d'arrivare al dramma che presentiva immancabile.
Col tempo, con la vecchiezza del marito, con le seduzioni del mondo, non
era fatale che la calma felice di quella donna finisse? Come avrebbe
ella parlato della tentazione?
Non ne parlava. Il diario aveva però una lacuna maggiore delle
precedenti; la scrittura appariva, dopo un'interruzione, ancora più
modificata; e il senso delle nuove note riusciva incomprensibile.
«.... Io ne sono sicura. Le sue parole mi ritornano tutte alla memoria.
Allora ne sorridevo, ne insuperbivo: oggi pago la superbia d'un tempo. A
certi momenti dubito che la colpa sia mia. Che cosa avrebbe fatto
un'altra? La colpa è certamente della mia ignoranza, della mia
inesperienza...
«Non volle o non potè parlare? Forse non volle e non potè. Una sola
volta gli domandai: «Ma come? Com'è stato?...» L'odo ancora rispondere,
torcendo gli sguardi: «Più tardi...»
«Egli non credeva che l'uccidersi fosse male imperdonabile. Uccidersi
per non saper vivere era a suo giudizio viltà; ma in altri casi la morte
volontaria non era per lui condannabile. Molte volte discutemmo questo
problema: egli mi dimostrò che il mondo onora giustamente chi si sottrae
con la morte al servaggio, alla vergogna, al disonore; chi morendo salva
od aiuta i suoi simili. Uccidersi per castigarsi, diceva ancora, è
giustizia...
L'incertezza del Ferpierre sul significato di queste parole durò poco:
il pensiero della narratrice si veniva precisando da una pagina
all'altra: ella pensava che suo marito non fosse morto per una
disgrazia, ma deliberatamente; che avesse cercato la morte tremenda
sotto le ruote d'un convoglio.
«Le persone presenti dissero, e dicono ancora, di non capire come egli
non udisse le loro grida, non vedesse i loro gesti disperati. Una di
quelle vertigini delle quali soffriva nell'ultimo anno potrebbe spiegare
l'accaduto, se io non sapessi.
«La sua tristezza era mortale. Quando glie ne chiedevo la ragione mi
guardava così dolorosamente come se fosse sul punto di perdermi. Un
giorno, molto lontano, quando mi parlò la prima volta della sua vita di
scapolo, le parole erano così sdegnose sulle sue labbra! E la certezza
d'essersi finalmente sottratto all'errore, alla colpa, gli dava tanto
conforto!...
«Era severo e quasi senza perdono, nonostante la sua bontà, per i
traviamenti della passione. La rovina del suo amico che aveva
abbandonato la famiglia gli pareva meritata: non lo persuadeva
all'indulgenza neppure la morte nella solitudine e nella povertà...
«Io sentivo ciò che accadeva. Non parlai. Ebbi paura. Ebbi paura di
pensare.
«Non sono sincera. Non dico tutto...»
E il Ferpierre, vedendo che nelle pagine seguenti ella non parlava più
del dramma, sostò ancora una volta per meditare sulle cose lette.
Tra quelle due anime la tentazione si era insinuata; ma l'uomo, non la
donna l'aveva accolta! Le ultime parole di lei: «Non sono sincera, non
dico tutto...» significavano forse che ella non aveva accusato il marito
perchè non si sentiva neppure senza peccato? Quantunque all'esperienza
del giudice poche cose paressero impossibili, quantunque egli anzi
prevedesse che alla troppo giovane sposa il calmo affetto d'un marito
troppo vecchio non dovesse un giorno bastare, ora l'idea che ella avesse
potuto fallire gli repugnava. Egli si era venuto tanto affezionando alla
figura della morta nel leggerne la storia, la vedeva così nobile e pura,
sentiva in ogni pagina di quelle confessioni una schiettezza così
semplice, che il senso della reticenza ne restava naturalmente
giustificato. «Ebbi paura di pensare. Non sono sincera. Non dico
tutto...» Nel punto che scriveva quelle parole non pensava ella che il
tradimento del marito al quale aveva portato tanto amore, il tradimento
di chi aveva dubitato dell'amore di lei credendosene indegno, di chi
aveva promesso dedicare tutta la vita a meritarlo, a serbarselo, fosse
in lui una colpa grave, un immeritato castigo per lei? Non pensava ella
che quell'uomo aveva mentito o che si era vantato d'una forza della
quale mancava? Se turbatrici seduzioni eransi esercitate anche su lei e
se ella aveva saputo domarle e disperderle, ella che a giudizio del
mondo sarebbe stata più scusabile d'accoglierle, non doveva considerare
severamente la debolezza di quell'uomo? Tutto il dolore che il
disinganno, che la scienza del male fino a quel giorno insospettato
destavano nell'animo della sposa si esprimeva con quella frase: «Ebbi
paura di pensare...» e il Ferpierre, rileggendola, s'affermava nella sua
spiegazione, riconosceva che l'imprevista soluzione era logica:
illogico, o almeno troppo ligio al preconcetto era stato egli stesso nel
prevederne una contraria.
Che il conte d'Arda, vissuto fino a quarantaquattro anni la vita
necessariamente dissipata dello scapolo senza sentire più presto il
bisogno d'un affetto legittimo, si riducesse durabilmente a quella del
marito esemplare e s'appagasse dell'ingenuo amore della giovinetta era
forse naturalissimo? Ed era innaturale ed inammissibile che la sposa
amante ignara del mondo circoscrivesse tutta la gioia nel suo nuovo
stato? I particolari del dramma sfuggivano al Ferpierre, ma egli li
ricostruiva con l'imaginazione. Un'altra donna, una donna tutta diversa
dalla contessa, molto esperta, senza scrupoli, aveva sedotto Luigi
d'Arda: egli aveva tentato di resistere persuaso dell'infamia che
avrebbe commessa tradendo la giovanetta, dandole l'esempio del male,
egli cui non solo il dovere ma anche l'interesse consigliavano di
seguire la rigida via dapprima tracciatasi; ma la tentazione aveva
dovuto vincerlo. Che cosa bisognava pensare del sospetto della
contessa, che egli si fosse data la morte? L'anima alta di lei
attribuiva allo sposo la volontà di castigarsi se era stato incapace di
evitare l'errore? Oppure l'imaginazione romanzesca della donna vedeva un
suicidio dove non c'era altro che un disgraziato accidente? Mistero nel
mistero; ma questo doveva restare impenetrabile, se oramai il suggello
della morte aveva chiuso le labbra dei due attori del dramma. La
tentatrice sola, se viveva, avrebbe potuto rischiararlo; ma che,
soccombente mal suo grado alla colpa, il conte avesse voluto morire per
punirsi, per evitare d'essere in vita peggio punito con la caduta della
sposa a cui aveva additato le vie del male; o che, anche pensando queste
cose, la sua morte fosse opera del caso, oramai poco importava. Con
raddoppiata curiosità il Ferpierre continuava la lettura delle memorie
in cerca di ciò che più gli premeva.
Dopo i rapidi accenni alla sciagura egli non trovò altro che descrizioni
di paesi. La giovane vedova portava il suo lutto di luogo in luogo,
lungo il Reno, in Olanda, in Iscozia; qui soltanto le memorie erano
datate. Pareva che, come l'esperienza l'aveva maturata, così anche il
suo pensiero e il suo stile si fossero fortificati; certi paesaggi erano
ritratti con tocchi sobrii ma vigorosi, le imagini erano nitide ed
evidenti. Qua e là, fra le descrizioni, si trovavano schizzi a penna ed
a matita, vedute di luoghi, riproduzioni di tipi; e il tocco della
disegnatrice era aggraziato e fermo ad un tempo. Di tratto in tratto
ancora alcuni giudizii morali senza apparente relazione con le note
vicine, dimostravano come, dietro l'esteriore tranquillità, un secreto
lavorìo la tormentasse. A un punto ella diceva:
«Non basta saper regolare le nostre azioni esterne, bisognerebbe poter
guidare il pensiero intimo.»
Voleva ella forse dire con queste parole che, libera e sola, tentatrici
persuasioni, alle quali pur sapeva resistere, l'assediavano con suo
dolore? E non era troppo naturale che così dovesse essere?
«La legge del perdono è necessaria perchè il male è universale; e senza
di essa nessuno potrebbe sperare di salvarsi.»
Quest'idea derivava da una persuasione astratta o non piuttosto dalla
coscienza di una qualche colpa personale?
A poco a poco ogni altro soggetto era posto da parte: in alcune pagine
non si leggevano altro che speculazioni intorno ai problemi nella vita.
«L'ingiustizia è grande nel mondo; nessuno è più degno d'encomio di chi
intende ripararla.»
«Vi sono due specie di leggi: le leggi della natura e quelle dell'anima:
molte volte la legge ideale consiste nell'operare contro alle impulsioni
naturali. Ciò mi stupiva una volta, ora non più. Quello di affrancarsi
dalle leggi naturali è il bisogno più alto e lo sforzo più nobile: il
merito consiste nella difficoltà da superare.
«Non molte volte, ma sempre c'è opposizione tra le due specie di leggi;
non è possibile in questa vita comporle, perchè senza lo sforzo non ci
sarebbe bene. Questa è la gran prova.
«Chi dice che è stolto predicare l'eguaglianza degli uomini perchè essi
sono naturalmente diseguali, non sa di dire una eresia morale.
Altrettanto giusto sarebbe dire che è stolto predicare il sacrifizio
perchè l'egoismo è legge della natura. Se l'amore di noi stessi è il
primo nostro bisogno reale, reprimerlo e posporlo all'amore degli altri
dev'essere il primo nostro bisogno ideale. Gli uomini sono nativamente
diversi: questa verità ingrata ci suggerisce l'ideale dell'eguaglianza.
Sono idee che mi sembrano semplici; egli dice che sono rare...»
L'attenzione del giudice crebbe in quel punto. «Egli» non era il
principe Alessio Petrovich? Quei ragionamenti intorno al problema
sociale non datavano dal tempo nel quale i due amanti si erano
incontrati? La narratrice pareva rispondere alla domanda che il
Ferpierre si rivolgeva mentalmente, perchè da una pagina all'altra il
tema delle memorie mutava e dalle speculazioni astratte ella passava a
più intime confessioni.
«No, io non avevo ancora provato un turbamento simile. Volevo negarlo,
ma non posso. Quest'ansia, questa febbre m'erano ignote.
«Lessi una volta che l'amore non è uno solo, e mi parve che lo
scrittore mentisse od errasse, che non vi fosse se non un modo d'amare.
No: egli ha ragione. L'affetto d'allora non somiglia al tumulto d'oggi;
Luigi che era più esperto di me lo sentiva e non si contentava di ciò
che gli davo. Dubitava dell'amor mio perchè non lo vedeva impetuoso e
veemente. Mio padre dubitava della mia felicità per ciò. Dubito ora
anch'io?...
«Fiocchi di nebbie s'insinuano fra le cime dei monti, strisciano come
draghi, s'annodano come bende, si stendono come veli; un lato del lago è
scomparso fra le nubi, le acque ora non sono più circoscritte, formano
come un golfo aperto sopra un oceano misterioso. Odo ancora la voce di
lui. Io sono felice...
«Io sono felice. La fiamma s'apprende da anima ad anima come da face a
face. Le sue parole sono come l'alito dell'interno fuoco. Potevo
nascondergli il mio pensiero? Se pure avessi voluto tacerlo, non
l'avrebbe egli letto?
«Quando noi crediamo una cosa neghiamo tutte le altre, quando proviamo
un sentimento disconosciamo i sentimenti opposti o semplicemente
diversi. Questo è il mio primo istinto. Mi pare d'aver cominciato a
vivere da un mese soltanto. La ragione ammonisce, il cuore ricorda. È
un'altra cosa...
«Se vi sono più modi d'amare ve n'è uno migliore, più desiderabile, più
vero? Bisogna che la voce della ragione non sia più udita, che tutte le
memorie siano dimenticate, che una sola idea vinca tutte le altre e un
solo bisogno rompa tutti gli ostacoli?...
«Le sue risa d'oggi m'hanno fatto male. Non avrei voluto che egli
ridesse udendo narrare un atto eroico. Quanto grande è la sua fede tanto
profondo e amaro è il suo scetticismo. Chi lo ha fatto così? La vita,
dice egli.
«Una pena maggiore ho provato nell'udirlo ridere di sè stesso. Quando
ride di questo suo riso falso mi pare che vi sia qualcosa di rotto nella
sua voce, nel suo petto...