Appressatosi al sepolcro per comporre in un solo pensiero le tutelari

imagini della morta e della lontana, i suoi occhi furono percossi da un

bagliore. Sul muro funerario, accanto agli scheletri delle ghirlande

votive che era venuto altre volte ad appendervi, una grande corona

candida abbagliava come un'aureola. Non era intessuta di fiori, ma di

bianche stoffe e di fili d'argento: una mano sapiente aveva piegato il

raso bianco, i merletti bianchi, i veli bianchi, in modo da raffigurare

petali nivei e foglie spumose. La sua confusione dinanzi a quel voto

durò un attimo; per un attimo, pensando che nessuno al mondo fuorchè

egli stesso aveva amato la morta, lo stupore, l'ignoranza dell'affetto

dal quale veniva quel voto lo lasciarono perplesso e ansioso. Comprese

come alla luce d'un lampo. Certo che nessuno fuorchè la creatura d'amore

era potuto venire ad appendere quella corona votiva, le lacrime

cominciarono a sgorgargli dagli occhi, inesauribili. Beatrice secreta,

consolatrice pietosa, egli la riconosceva al pensiero d'amore che

l'aveva nascostamente guidata dinanzi a quella lapide, al pensiero

d'amore che le aveva fatto intrecciare quella ghirlanda. Le ossa della

sorella morta avevano dovuto tremare, quando la pietosa mano aveva

appeso la bianca ghirlanda! Tremando egli piangeva di gioia secreta, di

gratitudine effusa, di timida speranza. Egli dunque viveva nella

memoria, nel cuore di lei! Quando ancora chiedeva a sè stesso quali

ricordi aveva lasciati alla lontana, quando dubitava d'esser rammentato

da lei, ella aveva sposato la sua religione del sepolcro! Fissando lo

sguardo velato alla corona luminosa pareva a lui che per un nuovo

prodigio la sorella morta esprimesse i sentimenti dai quali egli era

invaso; come oltre lo spazio ed il tempo il pensiero della lontana

arrivava fino a lui, così oltre la vita l'anima della sorella parlava,

ripeteva il consiglio che egli aveva udito altra volta: «Ama e vivi,

credi e vivi, spera e vivi.» Presentendo di adunare in uno stesso quadro

le imagini belle, egli le vedeva tenersi per mano, venirgli incontro

raggianti. La lontana aveva tratto dal sepolcro la morta; i due fantasmi

vivevano d'una stessa vita sovrumana, intangibile. Ma sopra la

meraviglia beata e l'estasi trepida e la grata fede, un sentimento di

secreta ambascia gli stringeva il cuore pensando che nessuna parola mai

avrebbe potuto significare alla creatura vivente l'impeto di devozione,

il bisogno di genuflessione che lo piegavano. Prendere genuflesso la

mano di lei, baciare la mano che aveva intessuta la corona virginea, ciò

solo egli poteva. Ma gli sarebbe bastato? Tutte le cose dolci che

s'agitavano in lui non lo avrebbero soffocato? E al pensiero d'amor puro

dal quale era stata guidata dinanzi a quella tomba avrebbe egli risposto

confessando un amore esigente, un lesivo amore? Non voleva egli ora

averla per sè, tutta, ora che la sapeva sua nella fraternità d'oltre

tomba? La fuga era stata dunque inutile? Che avrebbe dovuto dunque egli

fare?...

Sorse in piedi al ricordo di quell'ansietà, tornò indietro verso il

lago, stendendo il braccio come in cerca d'un sostegno, come ebro. La

dolcezza delle memorie lo inebriava, lo sottraeva allo strazio presente.

Ma come l'insanguinata imagine riappariva, egli sentiva il suo cuore

schiantarsi. L'iniquo destino distruggeva così le sole creature degne

di vivere: una dopo l'altra egli perdeva così le sorelle.

--Sorella!... Sorella!...

Tale era stata per lui. L'amor di sorella, il nome di sorella, erano le

sole cose soavi al suo cuore. Tutti gli altri suoi amori erano stati

perfidi e velenosi, non avevano lasciato neppure un solo ricordo buono;

sdegno e nient'altro avanzava, di tanti amori: sdegno contro le perfide,

sdegno contro sè stesso. Un tempo egli si era gloriato di queste sue

passioni, se n'era insuperbito come di altrettante fortune. Ma,

concepite nel male, esse portavano dentro il germe della distruzione; se

null'altro n'era avanzato fuorchè putredine, se egli n'era rimasto

ammorbato, ciò era il suo meritato castigo. Non volendo più commettere

l'errore, sentendo risorgere il bisogno lungamente inappagato e represso

d'un'intima comunione, non potendo più vivere solo, egli ritrovava in

lei la sorella. Andarle incontro, dirle con viva voce la gioia che ella

gli dava, era stato il suo primo impulso; ma non l'aveva obbedito.

L'esagitazione dell'anima era ancora tanto violenta, e alla solitudine

sua veniva tanta consolazione dall'assiduo pensiero di lei, che egli

volle e potè aspettare. Geloso di sè stesso, quasi pauroso di menomare

il proprio sentimento indagandolo, era vissuto in una beatitudine

secreta della quale obliava quasi l'origine. Come al destarsi di lieti

sogni, come quando latenti e ignote energie eccitano e moltiplicano i

sensi della vita, egli trovava in tutte le cose una nuova virtù. Un

giorno finalmente le scrisse. Alla sensitiva creatura, al proprio

sentimento secreto, la troppo vivace espressione vocale non conveniva. E

scrivendole egli contenne l'impeto delle passioni: tacque la speranza,

moderò la gioia, disse soltanto pienamente la gratitudine. Ella rispose.

Gli parlò della sorella morta. Quali altri ricordi avrebbero potuto mai

cancellare dalla memoria di lui le parole fraterne? «Io certamente

conobbi ed amai vostra sorella. Quando mi parlaste di lei, quando mi

diceste le preziose e care doti della sua persona e del suo cuore,

sentii che ella fu il desiderio della mia gioventù, la sorella che mai

non potei consolarmi di non trovare al mio fianco nelle ore della gioia

e della tristezza. Quando mi narraste lo strazio della sua morte mi

parve come se tanta bellezza e tanta bontà fossero state da me stessa

perdute. Io mi proposi di pregare sulla sua tomba, quando seppi che è

sepolta nella città dove passo parte della mia vita. Ho compito con

gioia l'impegno preso tra me e sono felice che il mio pensiero vi sia

tanto grato...» Ora anch'ella era morta!

Il giorno era morto, la gioia era morta. La luna spandeva sul paesaggio

un mortuario lume cinereo; i muri inalbati davano imagine di lapidi

sepolcrali; il silenzio e l'immobilità della morte tenevano le acque,

la terra, il cielo, tutte le cose. Ora egli aveva un altro sepolcro

dinanzi al quale inginocchiarsi e appendere voti! Ma ella non era per

anco sepolta. La salma sanguinosa era rimasta tutto il pomeriggio sulla

tavola incisoria, in mano degli anatomisti. A quell'ora giaceva in

chiesa. Egli si guardò ancora attorno per riconoscere il luogo, per

avviarsi alla chiesa. Era sul Cammino di Lucinge: riprese ad andare per

il Cammino di Jurigoz con passo più fermo.

Nella casa della preghiera dove erano convenuti le prime volte avevano

ora l'estremo convegno! Lontano da lei il suo sguardo e il suo pensiero

s'erano rivolti al cielo, per incontrarla. Dopo la prima lettera egli

aveva tentato di scriverle ancora, ma le parole erano state inadatte.

Allora era vissuto nell'ansia. La cercava dovunque. Credeva di vederla

dinanzi a tutte le cose belle. Talvolta il cuore gli sobbalzava, se tra

le figure incontrate per via qualcuna lontanamente le somigliava. Ma

dopo queste imaginazioni il dolore si aggravava su lui. Il terrore delle

notti erano i sogni durante i quali sentiva d'averla perduta, di non

poterla rivedere più mai. Uno tornava assiduamente: egli le stava

dinanzi, col cuore pieno di tumulto, con le mani tremanti, e non poteva

dirle una sola parola: ed ella, dopo avere invano aspettato le sue

parole, s'allontanava, svaniva, lasciandolo inanimato, impetrito. Questo

sentimento di angosciosa incapacità lo teneva anche nella veglia,

gl'impediva di correre incontro a lei. Quando andò a Nizza e non ve la

trovò quasi ne restò confortato. Nel rivederla a Ouchy, sul principio

dell'estate, tremò. Col tempo, per la lontananza, egli aveva creduto e

quasi sperato d'essersi sottratto alla sua grazia: ella doveva rinnovare

il prodigio. Ma l'angoscia e la paura e tutti i sentimenti indegni

cederono improvvisamente quando le fu vicino. Poteva egli tacerle che

viveva del suo favore?... Prima ancora che parlasse ella lo aveva

compreso. Ella non s'era offesa della confessione dell'amor suo, non ne

aveva dubitato. I falsi pudori, le ipocrisie del sentimento le erano

ignoti. «Come io vi credo, mi crederete?» gli aveva domandato. Erano

sulla montagna, nel bosco della Comte; oltre la pendula volta frondosa

il lago, i monti, i paesi si disegnavano limpidi e tersi nella luce

abbagliante. Bagliori di verità erano nelle sue parole: «La verità è

come la luce: non si nasconde, La vostra memoria mi accompagnò dovunque;

la speranza di rivedervi mi sorrise. Io sapevo che quest'ora sarebbe

venuta. Ma vi sono più verità nella vita. Come ciò è realmente vero, è

pur vero d'una verità morale che l'amor vostro e il mio non sono

durabili. L'amore dev'essere appagato. Muore nella piena felicità, ma

dopo aver vissuto. Contendergli la vita per paura della morte è lo

stesso che uccidersi perchè si deve morire. Ma la vita dell'amore

dipende da una condizione: dall'osservanza delle leggi. Pensate alla

vostra sorella morta. Che cosa le avrebbe desiderato il vostro cuore, se

fosse vissuta? Che avesse amato un uomo che l'avesse amata. Voi non

avreste ricercato molto a dentro la precedente vita di quest'uomo; non

vi sareste molto inquietato delle sue prime e meno degne passioni. Ciò è

nella legge naturale che vuole gli uomini più cupidi e impazienti. Ma

quest'uomo avrebbe sdegnato il proprio passato e avrebbe tremato di

gioia superba nello stringere al cuore la vergine. Essi si sarebbero

uniti per sempre. Non si sarebbero contentati d'un tacito impegno, ma

avrebbero chiesto la sanzione sociale e la divina; perchè la legge

morale vuole che l'amore sia il fondamento della famiglia: allora esso

non muore, o si trasforma. Noi ci siamo conosciuti troppo tardi. Io non

nego che si possa amare più d'una volta, da parte vostra segnatamente.

Per noi donne l'esperienza è più rischiosa. E in generale quanto più si

prova tanto meno si crede. Troppo a lungo io sono vissuta fuori della

legge, perchè possa ancora sperare di rientrarvi. Voi non vorrete

crederlo, ora, e siete sincero; ma sarete egualmente sincero più tardi,

credendolo. Non mi faccio peggiore di quel che sono; ma se non gli

altri, io stessa ho, indistruttibile, il sentimento della mia decadenza.

Questo sentimento contenderebbe la vita alla fede. Dinanzi al sepolcro

di vostra sorella, quando voi eravate lontano, quando non sapevo bene

che cosa sarebbe accaduto fra noi, io pensai d'esservi unita da un

sentimento fraterno. Ora sento che anche questo ci è conteso. Voi

dovreste arrossire di me. Se la pietà fosse più forte, non riuscireste a

vincere la tentazione di mutare la natura del nostro legame; o

vincendola ne soffrireste troppo. Queste cose sono tutte fuori legge,

tutte destinate naturalmente a perire ed a ferire...» Egli aveva tentato

di opporsi alle luminose dimostrazioni, non sapendo ancor bene di

trovarsi dinanzi a una coscienza tanto sicura. Allora ella aveva steso

la mano verso i monti lontani: «Vedete quelle pendici? Alcune parti sono

illuminate, altre restano avvolte nell'ombra. Ma come il sole compie il

suo corso, così queste si illuminano e le altre si velano. La verità è

in tutto come la luce: non va senza l'ombra. Se a quest'ora voi credete

che ombre misteriose e propizie ci consentano di sperare, aspettate che

il tempo s'avanzi e la luce cruda vi mostrerà l'inganno...» Egli non

l'aveva lasciata finire: «E io vi dirò altre verità che voi non sapete o

non volete sapere! Voi che vi giudicate così, voi che avete uno sguardo

tanto chiaroveggente, non sapete che per la vostra dirittura, per la

vostra sincerità, per la vostra umiltà, siete una creatura d'elezione,

degna di riverenza? Non sapete che la vita contamina tutte le cose? Vi è

tra noi chi sia esente da errori? E credete che la distinzione fra i

lievi ed i maggiori importi poi molto? Ciò che importa è nutrire

l'ideale del bene. Chi si smarrì una volta e se ne dolse non è

altrettanto degno di premio di chi seguì sempre la via diritta? Un tempo

io credei che questa fosse l'ingiustizia della fede cristiana; voi

stessa mi faceste ricredere. Se pure erraste, le intenzioni che vi

guidarono vi fanno più meritevole di perdono di ogni altro. Voi che ve

ne sentite indegna, lo sperate, lo aspettate...»

Ella disse: «Non qui.» Allora egli pianse. Non ella!

E il tempo era passato senza disperdere l'ombre proprie. Egli non le

aveva detto che l'amor suo aveva fatto di lui un uomo nuovo, capace di

nuove cose: quest'orgoglio le sarebbe dispiaciuto, questa presunzione

l'avrebbe ferita. Senza dirle più nulla s'era lasciato vivere nel puro

incantamento. La certezza d'essere amato da lei lo colmava di una così

limpida gioia, che non restava nell'essere suo nessun'altra energia per

nessun altro oggetto. La speranza fioriva nell'ombra, nascostamente. Le

parole non l'esprimevano perchè non aveva bisogno di essere espressa:

doveva anzi restare gelosamente celata. La sua vitalità era così tenue

che non avrebbe resistito ad un tocco. Lasciata a sè stessa si

sostentava naturalmente, a poco a poco; traeva alimento da tutte le

cose, era il loro alimento...

Robert Vérod s'arrestò a un tratto, rabbrividendo.

Era dinanzi a San Luigi. Le finestre si disegnavano sui muri della

chiesa illuminate dalle luci interiori; le lampade vegliavano. Egli

cadde contro il cancello.

Il giorno innanzi aveva udita la sua voce! Il giorno innanzi le aveva

aperto il proprio cuore! Il giorno innanzi ella aveva lasciato che le

baciasse la mano!

Ora era morta, assassinata; e il giudice non credeva al delitto, ed egli

viveva!

IV.

STORIA D'UN'ANIMA.

L'incertezza del giudice Ferpierre dinanzi al dramma di Ouchy era venuta

crescendo. I risultati dell'autopsia non facevano alcuna luce: l'esame

della ferita, molto netta, annerita dal fumo dell'arma, dimostrava che

il colpo doveva essere stato esploso da una distanza di circa mezzo

metro: se ciò confermava l'ipotesi del suicidio, non infirmava quella

dell'assassinio, perchè l'omicida aveva potuto trarre il colpo da

presso. Neppure le lesioni interne, il cammino del proiettile che

seguiva una linea inclinata dal basso all'alto, permettevano di dare un

giudizio preciso. Sulla persona della morta nessuna traccia di violenza:

nè alle mani, nè ai polsi, nè al collo.

Mancando pertanto qualunque prova reale a sostegno d'una delle due

sopposizioni, il Ferpierre sperava di trovarne qualcuna morale nel libro

di memorie sequestrato con altre carte in casa della defunta. La stessa

notte dell'autopsia, con la febbre della curiosità suscitata in lui dal

mistero, le lesse.

Le prime pagine delle memorie non portavano date, ma si riferivano

evidentemente all'adolescenza della contessa. Cominciavano con le

impressioni della fanciulla all'uscire dal collegio, con le

manifestazioni della gioia che l'aveva occupata nel rivedere la sua

casa, nel ritrovarsi col padre. Pure ella non rammaricavasi del tempo

passato lontano; le pagine dove diceva le dolcezze della sua nuova vita

erano ancora piene dei ricordi dell'antica.

«A quest'ora le mie compagne sono in giardino; suor Anna passeggia nel

viale della fontana, leggendo nel libro che non finisce mai, poveretta,

per vegliare sulle sue figliuole; le _Inseparabili_ si perdono, a

braccetto, sotto i tigli; Rosa Bianca se ne sta soletta con i suoi

pensieri; le _Matte_ corrono, gridano, giocano; chi si ricorda di me

come io mi ricordo di loro?»

Il sentimento predominante era l'adorazione per il padre.

«Ora ho saputo che il babbo m'ha tenuta in collegio credendo di non

poter bastare, come uomo, alla mia educazione, ai miei piaceri. E invece

noi c'intendiamo sempre, in ogni cosa. Egli dice che sono io troppo

seria quando m'accordo con lui nei pensieri gravi; io dico invece che

egli stesso è troppo buono quando partecipa ai miei pensieri futili o

folli. La verità è più semplice, e domani glie la vo' dire: come mai non

l'ho pensata prima? Sono sua figlia: che c'è da stupirsi se gli

somiglio?

«Mi piace tanto prendere il suo braccio, quando andiamo attorno! Ma

forse è più bello quando egli prende il mio. Allora sono quasi

orgogliosa che il babbo mio, un uomo così forte e grande, s'appoggi a

me; mi pare che io sia buona a qualche cosa per lui; ma poi ho una gran

paura di non esser veramente buona a nulla...

«Bisogna che io dica al babbo una cosa della quale mi vengo accorgendo.

Egli teme che io mi annoi, sola sola, in questa gran casa: si vede che

il suo studio è di farmi svagare, di procurarmi piaceri e divertimenti.

Oggi ha sgridato Giovanni, che tardò tanto a passare dal teatro da non

trovare più nessun palchetto disponibile: è in collera perchè non mi

potrà condurre a questa rappresentazione, non già perchè voglia andarci

lui. Giulia m'ha detto che egli non andava mai al teatro, quand'era

solo. Povero babbo, quanto mi duole che si sacrifichi per me! Prima

andava al circolo, tutte le sere; ora mai più. Ho dovuto pregarlo tanto

perchè non trascuri troppo i suoi amici!...

«Ho detto male; egli non fa sacrifizii per me, come io non ne faccio per

lui. Far piacere alle persone che vogliamo bene è il maggior piacere. Ma

io vorrei persuaderlo che ha torto di temere che m'annoi. Io non mi sono

annoiata mai. Paola Lerani ripeteva sempre un intercalare: «Figlia mia,

la noia è grande!» Dava a tutte della _figlia_, anche alle maggiori di

lei, e s'annoiava sempre, di tutto. I suoi parenti tardavano a portarla

via dal collegio, ma ella non se ne doleva: «Figlia mia, la noia è

grande!» Si annoiava a giocare, a studiare, a passeggiare, a lavorare,

ad andar fuori, a restar dentro: non si sapeva che cosa fare per

guarirla della sua noia. Doveva soffrire d'una malattia, poveretta.

Forse che il babbo crede ammalata anche me?...»

Tratto tratto ella parlava dei suoi mali fisici, delle inquietudini del

padre per la salute di lei: giudicava che egli fosse più abile d'una

suora nel curare gli infermi.

«Quasi io desidero di star poco bene per vederlo seduto al mio

capezzale, per udirgli narrare le storie con le quali mi distrae, per

vederlo andare attorno, preparare le medicine, apparecchiare un tavolino

proprio accanto al mio letto, togliere di mano a Giulia ogni cosa e far

egli stesso ogni cosa, meglio di suor Anna!...

«Oh, no! povero babbo mio, non voglio più restare a letto; voglio

sentirmi sempre bene e avere una bella ciera e fare il chiasso perchè tu

ti rassicuri, perchè non t'affligga tanto a causa mia.

L'altro giorno, mentre i dottori mi esaminavano, lo vidi dallo

specchio: non s'accorgeva d'essere guardato, e teneva le mani strette

l'una nell'altra, e tendeva il capo verso di noi, respirando a fatica,

come se l'ammalato che aspettasse il giudizio dei medici fosse egli

stesso!...

«Mi pare certe volte, quando ho il mal di capo, o sono infreddata, o non

posso neanche assaggiare certe cose, che il mio babbo abbia i miei

malanni o le mie nausee: se tossisco mi pare che anche a lui dolga il

petto, se sento freddo che anch'egli ne senta. È bello volersi bene

così!»

Ella era così alta e il padre ancora tanto giovane, che talvolta li

prendevano per fratello e sorella; questo errore della gente le faceva

un immenso piacere; ed ella anche pensava che non fosse errore tanto

grande quanto pareva:

«Un fratello potrebbe fare di più per me? Il fratello di Virginia non dà

altro che dispiaceri a lei ed a tutta la famiglia; anche quando sono

buoni gli uomini non capiscono tante cose, le cose che non ci piacciono;

mentre invece il mio babbo!...»

Ed anche di questo fatto ella trovava la spiegazione:

«Egli amò tanto la povera mamma, che prese tutti i suoi gusti, tutte le

sue abitudini, i suoi modi di pensare e di sentire. E tutto il bene che

ella mi voleva, quando ero in fasce, lo ha preso lui e me lo ha serbato

e ora me lo dà. Fu una gran disgrazia la morte della mamma mia,

parliamo sempre di lei, l'abbiamo sempre presente; e se potessi vederla

un giorno! Ma quando egli si duole perchè da solo non può bastarmi, non

ha ragione: io ringrazio il Signore d'avermi dato un padre come il mio,

che mi vuol tanto bene, che non mi lascia desiderare mai nulla.»

Ella stessa temeva di non bastargli, e non tanto per sè quanto per lui

pensava che, se avesse avuto una sorella, in due sarebbero meglio

riuscite a farlo felice. Le famiglie molto numerose e concordi le

facevano invidia:

«Quando si è in tanti ciascuno dice la sua, ciascuno ne pensa qualcuna,

gli umori diversi reagiscono l'uno sull'altro e si modificano; mentre

una persona sola può essere tutt'in una volta, seria e allegra, può

pensare a tutto, prevedere e far tutto? Quando sto poco bene il

desiderio di una sorella che tenga allegro il babbo, che gli allevii le

cure ed i pensieri diviene più forte.... Ho detto al babbo questa mia

idea; egli si contenta di me sola, non vorrebbe dividere in due il bene

che mi vuole. No, babbo mio; il bene non si dividerebbe in tal caso: si

sommerebbe...»

E quantunque l'amore del padre la occupasse tutta, ella sentiva che nel

suo cuore c'era posto per un affetto diverso. Confessava la prima volta

questo sentimento nel provare un secreto senso di vergogna all'idea che

il padre potesse leggere in quel suo giornale:

«Il babbo non sa che la sera, prima di andare a letto, io mi metto di

tanto in tanto a scrivere in questo libro. Ieri è venuta giù una gran

pioggia alle undici, quando egli credeva che fossi addormentata: sapendo

che ero ancora desta mi ha domandato se mi sentivo male. L'ho tosto

rassicurato; ma non ho soggiunto che mi sentivo tanto bene da restar

levata per poter scrivere in questo libro. È male che io mi nasconda dal

babbo. Certe volte mi propongo di confidarmi a lui, di dargli da leggere

ciò che scrivo. Non sono le stesse cose che gli dico a voce, ogni

giorno? Ma non so: ho vergogna e quasi paura. Talvolta mi pare anche di

far male a scrivere qui. Camilla Sergondi mi fece venire la prima volta

quest'idea, di scrivere la nostra vita, al collegio; ma non cominciammo

mai. Però, tutte le sere, ringraziando il Signore della giornata

trascorsa felicemente, io ripensavo alle cose accadute, a ciò che avevo

fatto, che avevo detto, che avevo pensato; quanto a scrivere, non sapevo

da che parte rifarmi, perchè tutti i giorni erano gli stessi; allora

aspettai d'essere a casa: e così ho cominciato. Ora me ne pento perchè

non so confidarmene al babbo. E poi, qualche volta, come ora, mi pare

inutile scrivere queste cose: le cose che penso sempre non hanno bisogno

d'essere scritte; certe altre non le so scrivere, non le posso....

Perchè vi sono certe cose che non si possono scrivere, e neppur dire? Ma

se avessi una sorella! A lei direi tutto, lo sento!...»

Un giorno finalmente, non potendo a lungo mantenere il secreto col

padre, gli aveva confidato che teneva quel diario. Per fortificar la

memoria ella vi soleva ricopiare le poesie che più le piacevano: c'erano

versi del Prati, dell'Aleardi, del Manzoni, di Shelley, di Byron; un

giorno, recitando al padre una poesia di Victor Hugo trascritta da un

giornale e non rammentandola bene, era andata a prendere quel suo libro:

«Ho detto al babbo che qui ricopio le belle poesie e scrivo le mie

impressioni. Quantunque risoluta a dirgli tutto, pure speravo che egli

non avrebbe voluto leggervi. Quando mi domandò: «Mi lasci vedere?» gli

diedi il libro, ma credo d'essermi fatta molto rossa in viso. Il babbo

ha letto qualche rigo, in due o tre pagine soltanto, poi l'ha chiuso,

abbracciandomi strettamente, baciandomi in fronte, anch'egli con gli

occhi rossi. Allora, venutomi un gran coraggio e quasi un pentimento

della mia paura, l'ho pregato di leggere tutto; ma egli non ha voluto.

Ho dovuto leggere io stessa. E così la vergogna se n'è andata e ora mi

sento come liberata, da un gran peso, e contenta, contenta...»

Ella nominava la prima volta il conte Luigi d'Arda nel parlare di poesia

e d'arte; quel nome tornava poi spesso, quasi sempre a proposito di

libri e di cose letterarie. Intimo amico del padre, suo compagno di

gioventù, il conte era dei pochissimi che frequentavano casa Albizzoni;

la giovinetta dava di lui giudizii molto favorevoli.

«Come si vogliono bene il babbo ed il conte! Somiglia al babbo, l'amico

suo; è buono come lui, ha quasi la stessa sua aria...

«Oggi il conte mi ha mandato i romanzi del Walter Scott.... Oggi ho

avuto dal nostro buon amico i drammi di Metastasio....

«Egli si esercita ancora alla scherma; il babbo invece ha smesso da

molto tempo. Ne hanno parlato a proposito dei duelli che il Tasso

descrive nella _Gerusalemme liberata_; per chiasso il conte ha sfidato

il babbo, ma questi ha risposto, scrollando il capo: «Non sono più cose

dell'età nostra!...» La sua risposta m'ha fatto tanto dispiacere! Forse

che si crede vecchio? Ha quarantanove anni appena! Anche all'amico suo

la risposta deve aver fatto male, perchè non ha più detto niente, ed

anche è andato via più presto del solito....

«Oggi il nostro amico ha mandato tanti libri inglesi che non so più dove

metterli. M'accorgo che siamo quasi sempre dello stesso sentimento

intorno ai libri che leggiamo. Egli ha tanto letto e studiato che non

ardisco dire la mia opinione quando me la richiede; allora dice egli la

sua, ed a me non resta da far altro che assentire....

«Ora comincio a farmi coraggio, sentenzio anch'io di tanto in tanto, ed

egli loda il mio gusto...

«Ancora libri! Il babbo ha detto per chiasso che il conte è il mio

fornitore.

«Oramai è cosa intesa: egli è il mio fornitore; mi ha chiesto anzi il

permesso di alzare lo stemma di casa Albizzoni sulla sua libreria; io

glie l'ho accordato: come s'è riso!

«Mi piace tanto di veder ridere il babbo e l'amico suo! Nelle persone

che ordinariamente sono serie il riso ha un altro sapore, non rallegra

tanto quanto intenerisce.

Spasimo · 第 4 / 15 段