E l'aveva riveduta, la sera stessa, qualche ora dopo, alla Casa di

salute dove un dottore amico lo persuadeva a curare con un po' d'acqua

tepida sulle spalle il male dell'anima. D'altro rimedio aveva egli

bisogno! Non le docce, non l'aria, non l'esercizio dei muscoli potevano

nulla contro il suo dolore. Anche una volta, alla terrazza della Casa di

salute, egli le era passato dinanzi, più da presso; e quantunque il

nuovo incontro fosse rapido come il primo, pure egli aveva notato che

l'estenuata bellezza di lei era a un tratto tutta rianimata e lucente. E

anche una volta l'aveva guardata negli occhi. Che diceva lo sguardo?...

Ora le ombre sorgevano più dense dalla conca del lago. Le nubi già d'oro

erano grige, e solo per qualche pennellata cuprea e violacea la luce

attestava di non essere morta interamente. Un riflesso di quelle

colorazioni dava alle acque stagnanti l'iridescenza delle lamine

metalliche. Le digradanti coste dei monti savoiardi parevano cadere a

picco sul lago e le cime staccavansi nere sul chiaro fondo del cielo,

come un intaglio. Egli riprese ad andare, anelante.

L'appressarsi della notte lo sgominava. Che avrebbe fatto, nella notte?

Dovunque volgesse lo sguardo, ora vedeva almeno qualcosa che gli parlava

di lei. Egli la rivedeva come l'aveva tante volte veduta, tutta vestita

dell'ultima luce, contemplare immobile il muto spettacolo del tramonto;

egli tratteneva il respiro ed il passo, come un tempo dinanzi alla

figura vivente, pauroso di vederla sparire, di vederla dileguare, di

perderla. Ed era sparita, si era dileguata, egli l'aveva perduta! Quante

volte questo sentimento di paura aveva stretto il suo cuore! Era ella

fatta per la vita terrena? Quante volte l'aveva udita dire, parlando del

futuro, di disegni da compiere un giorno: «Se sarò ancora al mondo!...»

Allora egli sostava, senza vedere più nulla, con gli occhi chiusi dal

pianto; e il suo dolore era così acuto e ineffabile che diveniva quasi

una mortale voluttà. Il pianto era stato la voluttà di quell'amore: di

gioia, di speranza, di pietà, di paura, di dolore egli aveva pianto.

Così fortemente la prima vista di lei lo aveva percosso, che egli non

aveva potuto tutta comprenderne la bellezza. Consisteva la sua maggior

seduzione nella grazia languida e quasi vacillante della persona alta e

tenue, o nella purezza dei lineamenti, del gracile viso, della fronte

tersa come un'opera di scultura, cinta di chiome copiose nere e lucenti

che le scendevano in due bande lungo le tempie e la rassomigliavano alle

figurazioni della Vergine; o nella dolcezza dolorosa dello sguardo,

nell'espressione profonda di un'anima ansiosa?

Per una più pacata contemplazione aveva egli compreso più tardi che

tutte queste cose insieme formavano il molteplice incanto di lei; ma

allora aveva anche visto che quella bellezza non era durabile. A giorni,

a ore la magrezza delle guance pareva troppo grande; tutte le linee del

viso s'alteravano come prossime a disfarsi; la carnagione, non più

illuminata dalle fiamme interiori, era smorta; lo sguardo velato e quasi

cieco. Ma queste improvvise oscurazioni che parevano lo scotto d'una

bellezza troppo grande e quasi fuor dell'umano, lo avevano fatto tremar

di paura, rivelandogli la minaccia che pendeva sulla vita di lei. Il

sentimento d'ammirazione che la prestigiosa creatura destava nei

momenti del suo massimo splendore mutavasi allora in sollecita pietà; e

la pietà della fugace e peritura bellezza avvinceva il cuore di lui più

saldamente che non potesse avvincerlo l'ammirazione per ogni altra

bellezza superba e trionfante. Egli rammentava ancora le parole udite

una sera lontana, quando, in uno dei troppi rari momenti di pace,

sedotta dalla insistenza d'una folla giuliva, ella s'era messa al

pianoforte. Musiche inebbrianti uscivano dallo strumento sonoro, e la

misteriosa virtù della melodia disponeva l'animo di lui a tutta

comprendere la sovrumana bellezza che per l'improvvisa animazione le

sfolgorava in viso. A quel massimo grado di meraviglia egli sentivasi

però umiliato e quasi offeso: quanto più stupenda ella era, tanto più

inarrivabile doveva sentirla, tanto più mediocre e indegno doveva

giudicare sè stesso. Ma come più il suo cuore chiudevasi dall'angoscia

per la coscienza della troppa distanza che lo separava da lei, ad un

tratto, senza che ella interrompesse l'esecuzione d'un _Largo_ di Bach,

la porpora delle sue guance impallidì, la meravigliosa purezza dei suoi

lineamenti s'alterò e dissolse. In quel punto uno degli spettatori ch'ei

credeva occupati da un sentimento eguale al suo proprio gli era venuto

accosto per dirgli, additandola: «Non è un peccato, guardate? Senza

queste improvvise mancanze, che bellezza perfetta! Sarebbe veramente

stupenda, se non mancasse da un momento all'altro, così!...» Allora,

repentinamente, l'angoscia e la tristezza s'erano dileguate; egli non

l'aveva più sentita tanto alta e lontana da lui, ma tutta vicina e sua;

perchè non il senso di rammarico che altri esprimeva, ma un impeto di

tenerezza lo animava ponendo mente alla inferma, un sentimento di

commossa pietà, un bisogno di prodigare alla vulnerata creatura tante

cure gelose, un così vigile affetto, da compensare i suoi passati

dolori, da risparmiarle i venturi.

Era egli riuscito in quest'opera?...

Anche una volta dal cielo delle memorie la sua attenzione rivolgevasi al

circostante spettacolo. Le prime fiamme splendevano, aurate nell'ultimo

crepuscolo, sulle rive e sulle pendici della Savoia; il fanale d'un

battello, come una punta infocata, solcava le acque. Andarsene, fuggire,

sparire: solo così egli avrebbe potuto evitare a lei ed a sè stesso

altre pene. Di fuggire egli era stato tentato, quando il turbamento che

lo vinceva anche a scorgerla da lontano gli diceva che fuoco lo avrebbe

investito se l'avesse conosciuta da presso. E rammentava le lettere

scritte in quei giorni per annunziar la partenza: lettere dove la

tristezza della rinunzia a un'adorazione ch'ei presentiva formidabile si

mascherava, si sfogava in accuse alla volgarità del luogo e dei suoi

popolatori. Ma, deliberato di andarsene, era rimasto ancora, aveva

continuamente rimandato il distacco gustando la mirrata dolcezza

dell'ultima contemplazione; quando un giorno aveva potuto parlarle. Egli

aveva potuto udire la sua voce: la voce sommessa, armonia lenta, musica

velata, eco dell'anima profonda. Che sottile virtù era nelle sue

parole; come ogni sua parola pareva inaudita, felicemente creata ad

esprimere il pensiero recondito! Ed era rimasto, per udirla.

L'anima sua fu allora occupata dalla meraviglia. Egli non credeva

possibile dipendere così da una creatura umana. Ripensando i suoi

passati amori non rinveniva nulla di simile alla presente realtà. I suoi

amori erano morti, interamente; ma non perciò egli ne negava la forza;

essi non già gli parevano scialbi per quella natural legge secondo la

quale i ricordi hanno più debole vita e importano meno delle impressioni

attuali: la nuova apparizione trionfava per una tutta sua propria virtù,

offuscava fantasmi ed imagini con la purezza della sua luce. Anche la

meraviglia di lui cresceva per la subitanea fede risposta in un'anima

che gli era tuttavia ignota. L'idea della bellezza associasi

naturalmente alle idee contigue della bontà e della virtù, talchè nulla

è più facile dell'attribuzione di queste doti alle belle creature; ma

non era egli uso, oltre che a difendersi contro le troppo naturali e non

ancora verificate deduzioni, a osservare altresì con tanta penetrazione

gli altri, sè stesso e la vita da negare, come aveva negato, ogni

prestigio? Pagava ora forse la lunga, strenua e disperata resistenza a

tutte le lusinghe con la dedizione improvvisa? Ma la prova maggiore del

mutamento operatosi in lui era questa: che non più come un tempo egli

compiacevasi nei faticosi e infecondi esercizii dell'indagine intima,

nelle continue alternative del dubbio; ma, senza discutere, quasi

obbediva una volontà estranea e imperiosa. L'espressione di questa

volontà era nello sguardo di lei che diceva: «Ama e vivi, credi e vivi,

spera e vivi.» Egli uniformavasi al comandamento.

L'atto di fede compito attribuendo ogni pregio alla creatura d'elezione

era quotidianamente confortato di prove. Poteva egli pensare d'essersi

ingannato se al suo sentimento tutti partecipavano, intorno a lui?

Parole di ammirazione erano su tutte le labbra; quale appariva in vista

tale ella rivelavasi: tutta buona, dolce e pietosa, tutta piena di

grazia. Come non parea fatta per la vita del mondo così intendeva

costantemente al cielo lo sguardo e il pensiero. Quando egli la cercava,

quando aveva bisogno di vederla, era sicuro di trovarla nelle case della

preghiera, genuflessa, umiliata dinanzi a Dio. Quante volte, non visto

da lei, era entrato negli insoliti luoghi! Che ore ineffabili vi aveva

vissuto! All'idea che anch'egli una volta aveva creduto, al ricordo

dell'anima ingenua che era morta in lui, alla speranza di poter credere

ancora per essere più vicino a lei, per comunicare con lei, come aveva

pianto di dolce tristezza e di trepida gioia!

Un giorno, da Evian, l'aveva guidata a una cappella dove celebravano una

festa che chiamava a torme i credenti dai luoghi più lontani: anche egli

aveva chinato la dubitosa fronte come tutti quegli umili, come lei; ma

non soltanto per seguire l'esempio della fedele, per nascondere a un

tempo il pianto che lo accecava. Un'altra volta, sulla montagna, ella

erasi fermata dinanzi a una cappelletta alla porta tarlata della quale

stava infissa la grossa chiave rugginosa; con la debole mano bianca

cercava di schiudere quella porta, inutilmente. Egli stesso l'aprì, e

nell'atto che schiudeva alla pia il varco del sacro luogo, egli pensava

come grande fosse la secreta forza di quella debolezza apparente: quando

la povera mano s'era stancata invano e pareva aver dovuto rinunziare

all'intento, il muscoloso braccio era stato spinto a vincere per lei

l'ostacolo. E allora egli aveva sentito struggersi dal bisogno di

baciare quella mano addolorata, di baciarla devotamente sul dorso, di

baciarla avidamente sulla palma; dal bisogno di sentirsi imporre la

miracolosa mano sulla fronte infiammata. Non era la dolce mano

soccorrevole e salutare? Non l'aveva egli vista un giorno medicare

pietosamente un ferito, un infermo della cui insania morale tutti

ridevano e che ella sola commiserava? Quell'uomo era caduto, grondava

sangue; e alla vista del suo sangue, all'udire le sue parole più

scomposte del consueto, le risa crudeli crescevano; ella sola, come una

suora, aveva saputo medicarlo e guarirlo. La sua mano era soave ed

agile, pronta e destra all'ufficio di carità, tutta animata da una vita

prodiga di sè stessa; la sua mano era larga, pieghevole, venata e fresca

come una foglia; nello stringerla nuda egli risentiva la freschezza

d'una foglia polputa.

E i ricordi, i dolci luminosi imperituri ricordi lo incalzavano, nella

sera serena, dinanzi al cielo verde come la speranza che ella aveva

suscitata nel cuore di lui. Ella aveva spirato la vita nell'anima morta,

ella era stata la vita dell'anima sua. Tutto ciò che ella credeva, le

cose semplici, le cose buone, le cose eterne, erano state da lui

finalmente credute. Ella aveva compito questo prodigio naturalmente,

senza volerlo, con la sola virtù della sua presenza, come fa credere

alla luce la vista del sole. Ella faceva il bene perchè era nata a

farlo. E un sentimento nuovo, inaudito, incredibile, aveva occupato il

cuore di lui, un sentimento che avrebbe dovuto essergli cagione di pena

intollerabile, ma che invece egli sopportava rassegnatamente, quasi con

gioia. Il cupido istinto voleva impossessarsi della miracolosa creatura,

averla tutta per sè; la ragione riconosceva che ella non poteva essere

distolta dal suo ufficio buono per amore d'un solo. Qual pazzo potrebbe

sognare di prendere per sè tutta l'aria? Ed egli non era stato geloso

sapendola d'un altro. Aveva pensato che, se era di un altro, ella doveva

compiere un'opera fruttuosa; nessuno poteva biasimarla per questo,

nessuno poteva distrarla dall'opera sua. Ella conosceva le secrete vie

del cuore, sapeva le parole che leniscono e sanano, le parole soavi come

un unguento. E l'uomo cui s'era unita aveva bisogno di soccorso; non

proseguiva per vie sanguinose un intento inarrivabile? Non sospingeva a

lotte tremende le anime miti con l'efficacia di un disperato esempio?

Accanto a quell'uomo abbeverato d'odio, per cui la vita umana non aveva

valore, che seminava di cadaveri il suo cammino, accanto a quell'uomo

era il posto di lei. Nulla di nuovo aveva per lei l'ideale di giustizia

e di pace in nome del quale colui levavasi in armi; ella doveva anzi

difendere queste cose sante, tutelare la bellezza delle idee dalla

contaminazione cruenta, convertire i fanatici, confortare i disperati.

Ella era la ragione accanto al sofisma, l'umiltà accanto alla superbia,

l'amore accanto all'odio; ella era la correzione del male, la sua vista

era la consolazione del mondo...

Guardando intorno a sè, il giovane non sapeva ora più dove fosse. Ebbe

bisogno di passarsi una mano sugli occhi prima di riconoscere la via di

Belmont. Allora cadde sul parapetto della via, chiamando:

--Anima! Anima! Anima!...

Lo sconforto fremeva sordamente sotto la fede che gli dettava

quell'invocazione. Egli non voleva e non poteva rassegnarsi alla

mostruosa realtà; e un impeto violento di sdegno iracondo lo sollevava:

torbide imagini e truci proponimenti gli accendevano lo sguardo e gli

facevano stringere le pugna; disperate parole gli salivano alle labbra:

--Non c'è nulla!... Tutto è menzogna!... Non c'è altro che il male!...

Se l'amore era ripagato dall'odio, se la povera labile vita della

creatura d'amore cui si dovevano le più gelose e trepide cure era stata

selvaggiamente distrutta da chi pur sapeva la benignità del suo sorriso,

non c'era nulla, null'altro che il male...

Ma Roberto Vérod reprimeva queste parole. Dal giorno che la vista di

tutte le bellezze adunate nella fedele lo aveva abbagliato e convertito,

un giudice e un custode vegliavano dentro di lui, lo difendevano contro

i tristi pensieri, contro i propositi indegni, contro le imagini impure.

In tutti gli atti della vita, in tutte le disposizioni della mente egli

aveva voluto esser degno di lei, e quest'opera di preservazione gli era

stata agevole fino a quel giorno. Se il dubbio lo aveva morso talvolta,

quando lo spettacolo delle nequizie gli era apparso troppo crudamente,

solo a pensare che la creatura d'amore esisteva egli agguerrivasi nella

sua fede. Ora ella era morta! Era morta! Egli l'aveva dinanzi agli

occhi, distesa al suolo, immota, gelata, col mostruoso fiore sanguigno

sulla pallida tempia; e un'ansia mortale lo soffocava, perchè egli

voleva credere che la morte non l'avesse tutta distrutta, che la

miracolosa anima vivesse ancora, vegliasse su lui, gli ripetesse le

parole della fede e del perdono; ma non poteva; o se pure la voce soave

che ancora gli echeggiava attorno lo persuadeva, l'oltre umana vita di

quell'anima non bastava più a consolare la sua esistenza; i suoi occhi

mortali avevano bisogno di vedere, le sue orecchie di udire, egli aveva

bisogno di stringere la mano di lei, di toccare il lembo della sua

veste; e questo suo bisogno sarebbe rimasto inappagato, per sempre.

Perdonare agli assassini? Egli doveva vendicarla!

L'ultima luce del crepuscolo agonizzava, ma già l'alba lunare schiariva

l'oriente. La pace era divina. E nella divina pace, nel silenzio

augusto, Roberto Vérod si premeva la testa fra le mani per tentar di

sedare la tempesta che lo travolgeva. Al pensiero di non aver saputo

ispirare al giudice la propria certezza la sua ragione vacillava. Perchè

non era stato più efficace? Se un caso imprevedibile aveva voluto che il

giudice fosse un suo antico compagno, perchè non gli si era dato a

conoscere, come mai non aveva saputo persuaderlo della propria

sincerità? Non solo per discrezione egli non aveva rammentato al giudice

i loro antichi rapporti, ma per paura altresì; giacchè sapeva diverso

dal suo, e rigido, e severo l'animo di lui. Ed aveva costui visto più

lucidamente? Egli stesso si era ingannato? Aveva ella voluto morire?...

Tornava allora con la mente al passato, all'angoscioso stupore che lo

aveva occupato nel discoprire il male secreto dal quale quella povera

anima era piegata. Nell'atto che salvava altrui ella stessa era perduta.

Le sue parole d'un giorno gli tornavano alla memoria: un giorno, alla

notizia che un disperato s'era tolta la vita, alla condanna che i più

facevano pesare sopra il suicida, ella aveva espresso un sentimento del

quale i credenti non sono capaci: non era vero, ella diceva, che il

rinunziare all'esistenza portasse una dannazione implacabile, che la

fede condannasse in ogni caso la volontaria morte. Come d'ogni altra

azione umana doveva la coscienza liberamente valutare i motivi di questa

ed accettare le conseguenze del proprio deliberato; ma se l'inganno, la

paura, la viltà meritavano biasimo e pena, per altre ragioni non si

doveva disperare d'un più mite giudizio. Perchè queste idee fossero da

lei concepite ed espresse non bisognava che ella stessa si trovasse

ridotta a tale da pensare alla morte? E di che pietà il cuore di lui era

stato invaso nel vedere che l'argomentazione rispondeva al vero più

ch'ei non credesse!

Ella non aveva pensato alla morte per fuggire il dolore. Il dolore era

la stessa legge della vita, diceva. Non che fuggirlo, bisognava far

consistere il dovere e la gioia nel sopportarlo serenamente. Ella aveva

voluto sottrarsi al male. Lo aveva affrontato per distruggerlo; era

discesa fino ad esso per un'opera di redenzione. La forza dell'amore le

era parsa così grande da trionfare, immancabilmente. Passando sopra alle

leggi umane e, prova maggiore, alle divine, aveva sperato di farle

accettare all'uomo che le negava e le combatteva, tutte. Ella stessa era

caduta nell'errore per evitare che egli continuasse a consumarlo, perchè

egli credesse a qualche cosa di bene. Dal sogno superbo s'era destata

impotente, piagata, avvilita ella stessa. L'amor suo era stato

disprezzato, le sue preghiere schernite, la sua fede offesa; l'opera di

distruzione era continuata più alacre di prima; ella che aveva voluto

impedirla se n'era sentita complice. Allora aveva riconosciuto troppo

tardi che la via tenuta doveva fatalmente avere quell'uscita; il suo

inganno le era parso immeritevole di perdono: allora aveva pensato alla

morte. Nel punto che le conseguenze dell'inganno fatale le apparivano

più gravi, quando l'ultimo lume di speranza erasi spento, Roberto Vérod

l'aveva incontrata; e come egli aveva attinto in lei la salute, ella

stessa s'era sentita rivivere. Cieco, egli aveva visto per lei; piagata,

ella era stata sorretta da lui. Lungamente quella mutua salvazione era

rimasta ignota ad entrambi. Nessuno dei due, sentendosi rinascere per

opera dell'altro, aveva creduto possibile che un eguale miracolo si

fosse prodotto per sua propria virtù. Nei primi tempi egli s'era

appagato della vista di lei, era vissuto nella sua luce, nessuna gioia

imaginando maggiore. Quando ne aveva concepita e intraveduta un'altra,

allora era fuggito.

Girando intorno lo sguardo per la cerchia dei monti grigi nel lume di

luna, egli ricordava ora l'alba della fuga, l'alba livida e fredda, il

lago plumbeo flagellato dal vento, irto di onde opache. Egli fuggiva

senza esitare. La speranza, la certezza di rivederla lo sorreggevano.

Quando, dove? Non sapeva. Ma l'avrebbe rivista. E la portava

nell'anima. Non aveva pianto, con l'anima piena di lei. Sulla riva,

all'improvviso apparire del battello, grigio sulle acque grige, ansante

e tangheggiante, s'era sentito chiudere il cuore. Finchè erano rimaste

visibili, i suoi occhi non avevano lasciato le sponde di Ouchy, le

alture di Losanna. E nulla rammentava del viaggio, altro che alcune

rapide scene. Aveva vegliato tutta la notte prima di fuggire, scrivendo.

Sapeva che non avrebbe potuto mandarle altro che una parola di saluto:

ma aveva scritto tutta la notte. Sul battello un sonno penoso, un incubo

greve lo aveva abbattuto. Udiva tratto tratto il fragore delle onde

rotte contro i fianchi poderosi, l'arrestarsi dell'ansante respiro;

vedeva le rive fuggire e ignorava dove fosse, dove andasse. Era andato

in Italia, per vedere il bel paese, il chiaro sole, il cielo dolce che

l'avevano fatta qual era. Era stato a Milano per vedere la sua casa

natale: la casa alta e severa come una torre, in una via remota e

silenziosa, dinanzi a una chiesetta tutta fiorita. Aveva visitato la

piccola cittadella di provincia nel collegio della quale ella aveva

trascorsa l'adolescenza; poi, in Brianza, il paese delle rose dove ella

aveva passato tanta parte della giovinezza, dove erano sepolti i suoi

cari. Imaginazioni felici lo avevano occupato; pensando ai giovani anni

della diletta, alle ingenue speranze che le avevano sorriso, alla pura

gioia che aveva diffuso intorno a sè, all'alba radiosa di quella

benefica vita, egli aveva pianto lacrime grate. Ma il tempestoso pianto

lo aspettava altrove.

Dopo una lunga peregrinazione, al morire della bella stagione era

passato per Nizza come sempre usava prima di ridursi a Parigi. A Nizza

egli aveva perduta la sorella sua, la sola compagna della sua orfana

giovinezza; dinanzi al sepolcro della sorella egli veniva a meditare sui

formidabili enimmi della vita e della morte. Quell'anno s'appressava al

sepolcro più trepidante, pieno dei nuovi pensieri da confidare alla cara

memoria, cupido delle ispirazioni che ella gli serbava. Della sorella

morta aveva parlato a lei un giorno, accompagnandola a Chillon; le aveva

detto che geloso amore egli aveva perduto, quanta parte di sè era chiusa

in quella tomba. Ed ella stessa gli aveva chiesto di parlargliene

ancora, più volte; aveva voluto sapere la vita della sorella sua e

vederne i ritratti; con parole delle quali possedeva il secreto aveva

detto la dolcezza forte del fraterno amore.

Spasimo · 第 3 / 15 段