«Tancredi» non è un casato, come si crederebbe a prima vista, ma
soltanto il nome del signor Mari.
— Che importa aggiungere il Mari, quando basta Tancredi? — Così spiega,
alla sua serva, la vecchia Veronica, il signor Tancredi Mari, che
risparmia sempre, su tutto.
— Chi mi conosce, sa che il signor Tancredi sono io, e di chi non mi
conosce, non me ne importa.
L'appartamento di Tancredi si compone di quattro stanze; la famiglia,
di tre individui: il padrone, la serva e _Truffaldino_, un galletto
vecchio e spennato.
Il cuore espansivo della serva ha bisogno di amore; ma il padrone, al
galletto, avrebbe preferito un gatto. Il gatto si sarebbe mantenuto da
sè, mangiando i topi, e per di più avrebbe permesso al signor Tancredi
di papparsela allegramente, per una settimana, con polenta, cavoli
e _Truffaldino_... Ma quando egli espresse questa sua idea, per poco
la Veronica non gli cavò gli occhi. Tancredi borbottò contro tutte le
donne, capricciose, pazze, romantiche... ma rinunciò al guazzetto di
_Truffaldino_.
La Veronica era l'unico essere al mondo che tenesse un po' in
soggezione il signor Tancredi, e al quale il signor Tancredi, a modo
suo, fosse anche affezionato. La Veronica era sempre stata in casa;
egli la pagava ancora, come l'aveva pagata suo padre, sotto i tedeschi,
in ragione di sette svanziche al mese; e nascosta, sotto il pelo del
suo cuore, c'era una punta d'invidia, di gelosia per la preferenza
che la Veronica aveva sempre dimostrato a suo fratello minore, quello
_spampanone_ di Nano. Nano, il diminutivo di Giordano.
Nella cucina che serve anche da salotto e da studio: la Veronica,
seduta sotto la finestra e con un paio d'occhiali, colle lenti
rotte, inforcato sul naso, rattoppa delle calze blù, grosse un dito.
_Truffaldino_, in equilibrio sopra una gamba sola, si gratta il becco,
fra le penne. Quando entra Tancredi, _Truffaldino_ scappa, la Veronica
non si muove.
TANCREDI (_ha la faccia, tale e quale, di suo fratello Giordano: ma
bucherellata dal vaiuolo e senza barba. Non ha quasi più denti, ma i
pochi rimasti sono bianchissimi come quelli di Giordano. Due, davanti,
quando parla si allungano per ballare. È vestito con un'enorme giacca
marrone, che sembra un saio. Le brache larghe, sformate, gli cascano
da tutte le parti e gli nascondono, quasi, i piedi tozzi, piatti, con
certe scarpacce di tela greggia, come le pantofole da bagno_) Anche,
per oggi, il pranzetto lo abbiamo guadagnato! E abbondante. (_Butta
un fagotto sul tavolo, e siede, ridendo sgangheratamente, sopra una
seggiola di paglia, così bassa, che la giacca gli spazza per terra_).
La VERONICA (_si alza lentamente, pone le calze sullo sgabello e gli
occhiali sulle calze; si avvicina alla tavola e comincia a sciogliere
i nodi del fagotto_).
TANCREDI (_cogli occhi da ghiottone e i due denti che gli ballano dalla
gioia_) Una bella fetta di lardo, quattro carciofi, sedano, patate,
cavoli. (_S'interrompe, con un'altra risata di compiacenza_).
Tutta quella «grazia di Dio» non gli costa un soldo. Gambe e talento;
ma del vero talento, del _suo_; di quello che frutta. E gambe buone:
fare un sei o sette chilometri, fra l'andare e il tornare, sotto il
sole cocente, lungo lo stradone, fuori di porta San Giovanni.
Tancredi negozia in effetti privati. Il tasso varia dal venti al
trenta per cento all'anno, sugli affari grossi, e dal cinque al dieci
per cento al mese, sulle _picciorlerie_; cioè, sulle cambialette
di poche decine di lire. Pei grossi affari ha i suoi agenti, le sue
teste di legno. Le _picciorlerie_, invece, le tratta da sè. Formano il
suo passatempo, dal quale ritrae, oltre al solito frutto del cinque
o del dieci per cento al mese, anche la piccola gioia quotidiana di
un'economia sulle spese di casa.
Per ciò, questi suoi piccoli clienti li sa scegliere con molto tatto.
Ha le scarpe rotte?... Tancredi presta novanta lire per un mese, sopra
una cambialetta di cento, ad un calzolaio, ed esige, per soprammercato,
in ricambio «dell'amicizia», una buona rimonta.
E così ha fatto quel giorno coll'ortolano fuori di porta San Giovanni.
Passando «a caso» per di là, è entrato nel podere, per riposare un
poco; e dopo quattro chiacchiere sul prezzo dei cavoli, sul taglio
del fieno e sull'Africa, lasciando balenare la speranza di una
rinnovazione, ha fatto, _gratis_, la sua abbondante provvista per il
pranzo.
— Sono sicuro, signor Tancredi? — gli dice l'ortolano, portandogli il
fagotto fin sulla strada. — Sono sicuro? Mi fa il rinnovo per un altro
mese?
— Sicuro, mai! — gli risponde Tancredi, con una cera misteriosa che
lo sbigottisce. — In affari, posso promettere; ma non mai assicurare.
Anch'io devo ricorrere alla Banca, e il Comitato di sconto è ancora
più terribile, certe volte, del Consiglio dei Dieci! Ma vi prometto,
brav'uomo, tutto il mio possibile, anche a costo di fare un sacrificio.
— E col sorriso e il saluto del generoso benefattore, preso il fagotto,
se ne torna a Padova.
Mentre Veronica, pulita e tagliata la verdura, la mette nel secchio per
lavarla, Tancredi, che la sta osservando, sempre seduto sulla seggiola
bassa, sente il bisogno di una parola di lode, di approvazione:
— Dunque, Veronica, ho più talento io, che so conservare e far fruttare
i pochi soldi di mio padre, o quella tua «bardassa cara» che ha dato
fondo a tutto e si è riempito di debiti?
La Veronica tace; butta sotto la tavola, a _Truffaldino_, le foglie
verdi dei cavoli e del sedano e comincia a mondare le patate.
TANCREDI (_per toccare il cuore alla Veronica_) Anche il nostro
_Truffaldino_ fa la sua spappolata! Come becca di gusto! — Ohi,
adagio, _Truffaldino_! Non mangiar tutto in un giorno, come Nano!
(_Tancredi ride per far ridere la Veronica; ma questa rimane seria,
imbronciata_). Gli puoi dare anche la buccia delle patate; gli fa bene:
è un rinfrescante. (_Chiamandola_) Veronica! (_più forte_) Veronica!
VERONICA (_lo guarda, imbronciata, affettando le patate in una
scodella_).
TANCREDI (_strizzandole l'occhio_) Mancano ancora quattro giorni
soltanto; e poi la prima cambiale gli va in protesto.
VERONICA (_fissandolo cogli occhi torvi, la voce roca_) Vergogna!
Godersi del male di suo fratello! Vergogna!
TANCREDI. Starà allegro colla gloria e le sue contesse!... Ridi,
Veronica!
— No; non rido.
— Adesso, per altro, devi dire anche tu che Nano è un poco di buono e,
per di più, un asino.
— No; non dico niente.
— Un poco di buono, perchè non paga i proprii debiti.
— Se non paga vuol dire che non può. Del resto, ancora non si sa
niente. Non mancano quattro giorni alla scadenza?
TANCREDI (_arrabbiandosi_) Devi dire almeno che è un asino: lo devi
dire! Quando non si può pagare, si corre, si cerca, si domanda; non
si aspetta di aver l'acqua alla gola; non si lasciano protestare le
cambiali; non si disonora la propria firma, il proprio nome!
VERONICA. Ancora non si può dir niente sul conto del mio Nano. Ancora
non si sa che cosa farà!
TANCREDI. Il tuo Nano!... Però, se si lascia protestare le cambiali,
questo sarà un disonore anche per il tuo Nano! Sì o no? Sarà un
disonore, sì o no? (_Non ottenendo risposta, dopo un momento, con un
impeto d'ira, agguantando il galletto che continua a beccare sotto la
tavola_) Rispondi sì o no, o strappo la coda a _Truffaldino_!
VERONICA (_avventandosi, infuriata; togliendogli la vittima dalle
mani_) Vergogna! Disonore è il suo di fare il Caino!... Caino! Anche
colle povere bestie!
TANCREDI. Caino! Perchè Caino? È venuto forse, il gran talentone,
a domandarmi qualche cosa? Forse che io gli dovrei correr dietro a
costo di sporcarlo, soltanto a farmi vedere dalle sue _madame_, per
ottener l'alto onore di pagare i suoi debiti? (_Facendo colle dita il
solito conto che seguita a ripetere da quindici giorni alla Veronica_)
Dunque quattordici, poi mille e cinquecento, poi altre duemila fanno
diciassette e cinquecento... in tutto ventimila lire! Ha mangiato tutto
il suo, più ventimila lire degli altri. Che appetito il tuo Nano, la
tua bella bardassa cara! Oggi — capisci l'aritmetica? — ha bisogno
ancora di ventimila lire, soltanto per non aver un soldo! (_Alzandosi,
irritato per l'atteggiamento e il mutismo ostile di Veronica_) Superbo,
spampanone, vanaglorioso e asino, con tutta la sua scienza; (_più
forte_) un bell'asino!
VERONICA (_si tappa le orecchie colle mani, allontanandosi per non
sentire_).
TANCREDI (_la segue gridando_) Un asino! Un asino! Un asino!
(_L'afferra per un braccio e le urla sul viso_) Un porco!
VERONICA (_divincolandosi_) Finiamola! Mi lasci andare!
TANCREDI (_scotendola brutalmente_) Devi dire che questa è
un'azionaccia! Che non te l'aspettavi da Nano.
VERONICA (_tramortita: senza fiato e senza voce_) No... non me
l'aspettavo.
TANCREDI. E che io sono un galantuomo e Nano, invece, no.
VERONICA. Sì; sarà.
TANCREDI. Sarà? No, per Dio, è!
VERONICA (_sciogliendosi: stirandosi il braccio indolenzito_) È, è;
sissignore! Ma è uno di quei galantuomini lei... che fanno paura ai
ladri.
Si sente camminare in fondo alla scaletta, poi uno scricchiolìo leggero
di scarpe che sale e si avvicina rapidamente. Veronica e Tancredi
cessano dal bisticciarsi e guardano istintivamente verso l'uscio.
_Truffaldino_ posa per terra anche l'altra gamba, e, fissando l'uscio
a sua volta, emette dal gozzo un _corrocochè_ strozzato.
Dopo un momento di sospensione, entra Giordano Mari, senza picchiare,
spalancando l'uscio di colpo.
GIORDANO MARI. Addio! Tutti bene? Bravi! (_E va ad appendere il
cappello al solito piuolo, come se rientrasse per il pranzo, dopo la
passeggiatina di una mezz'ora_).
VERONICA (_è rimasta esterrefatta col mestolo in mano_) Gesummaria!
Il Nano! Proprio il Nano! (_A mano a mano, diventa rossa dal piacere
e le rughe della sua vecchia faccia sembrano spianarsi: rivolgendosi a
Tancredi, sempre col mestolo in mano e in aria di trionfo_) Vede, se io
avevo ragione di voler aspettare a giudicare? Eccolo, che è venuto in
persona.
TANCREDI (_sogghigna ironicamente, squadrando il fratello dalla testa
ai piedi; fa una smorfia sprezzante in atto di stizza; si caccia
le mani in tasca; poi, voltandogli le spalle, dimenandosi tutto e
zufolando, passa nell'altra stanza_).
VERONICA (_gridandogli dietro incollerita, mentre accende il fuoco
sotto la pentola_) È suo fratello! Vergogna! E dovrebbe vantarsi di
averlo per fratello!
GIORDANO MARI (_intanto fa i complimenti al galletto che gli si
avvicina ciangottando sottovoce_) Evviva _Truffaldino! Corrocochè!
Corrocochè!_ Sempre di buon appetito e di buon umore!
VERONICA (_pianino_) È tornato per le sue cambiali, non è vero! Ha
fatto bene. Adesso che è venuto, suo fratello gliele dovrà pagare.
GIORDANO MARI (_fissandola, un po' inquieto_) Credi, Veronica?
VERONICA (_indicando Tancredi nell'altra camera_) Quel ludro è pieno di
quattrini!
GIORDANO. Non ho bisogno di quattrini: basta che mi faccia rinnovare le
mie cambiali per sei mesi.
VERONICA (_sicura di quello che promette_) Lo farà; si tratta di suo
fratello.
GIORDANO. E di tutto il mio avvenire. (_A bassa voce_) Prendo moglie.
VERONICA (_tra lo spavento e la contentezza_) Gesummaria! (_Guardando
esitante verso la camera di Tancredi_) Almeno, la sposina, ha qualche
cosa?
GIORDANO (_ancora più piano: in un orecchio_) Più di mezzo milione!
La Veronica rimane a bocca aperta, mentre il suo Nano entra nell'altra
stanza, lasciando l'uscio socchiuso.
La camera da letto di Tancredi:
Un lettone alto e gonfio, colla coperta bianca e l'imbottita rossa:
seggiole di paglia; lo sciugamano appeso ad un chiodo, accanto al
catino. A capo del letto, l'oleografia di una Madonna addolorata, con
una cornicetta nera, sottile, senza vetro.
GIORDANO. Puoi ascoltarmi cinque minuti, tranquillamente, e senza
ingiuriarmi?
TANCREDI (_continua a fissarlo, a squadrarlo, e ghignare: i due denti
davanti gli si allungano, ma per mordere_) Parlare con me? Oh, oh,
che degnazione! Ma, caso mai, intendiamoci: se tu mediti un colpo
nella speranza di potermi _imbalsamare_ colla tua oratoria, hai preso
un gambero, anzi un'aragosta addirittura! (_Ride contento del motto
spiritoso: continua a squadrarlo beffandolo_) Che lusso, commendatore!
Non ti dico nemmeno di sedere. Sei vestito troppo alla _milorda_ per
le mie seggiole. Io, invece, come mi vedi, estate e inverno, sempre lo
stesso vestito! (_Con invidia per l'eleganza del fratello e colla boria
esosa dei proprii quattrini_) Il che vuol dire che, non essendo un
riccone milionario, come te, io soffro il freddo l'inverno e il caldo
l'estate.
GIORDANO (_cominciando a perdere la pazienza_) Mi vuoi ascoltare? Ho da
parlarti di affari serii, che premono.
TANCREDI. A me, intanto, un solo affare mi preme; avvertirti che, se
vuoi denari, non ne ho. (_Soffiandosi sul palmo della mano_) _Tabula
rasa_. In quanto poi al tuo _avito_ patrimonio, rivolgersi per
informazioni all'avvocato Todeschini: e se hai fretta, gambe in spalla
e corri: Portici del Santo, n. 337.
GIORDANO. Ho da parlare con te: con te.
TANCREDI. Non hai capito che non ho denari? Nostra madre ti ha lasciato
di più, nel testamento, perchè eri il più giovane, il più bello,
il talentone della casa. E dunque, se non hai più un soldo, paga le
cambiali colla bellezza e col genio.
GIORDANO (_per la bile, gli diventa la faccia color di piombo: ma si sa
contenere: sedendosi_) Quando mi lascierai parlare, ti dirò che non ti
domando niente, nemmeno un soldo.
TANCREDI. Oh, oh, ti conosco, mascherina! Quando non hai bisogno di
niente, non ti lasci vedere; non mi capiti fra i piedi. Allora, colla
scusa di lavorare, col pretesto degli studii, scappi lontano, il più
lontano possibile; e quando le tue contesse ti portano in trionfo
nei loro tiri a due, allora, fingi di non vedermi per la strada,
perchè hai vergogna di salutarmi!... Allora, quando ti domandano al
caffè Pedrocchi, se sei parente del Mari _capitalista_, allora, per
cavartela, rispondi ai tuoi nobili che ce ne son tanti dei _mari_ e dei
_monti_. (_Ridendo, trionfando, la faccia rossa, invasata; gli occhi
loschi, la boccaccia enorme, sdentata, che perde la saliva_) Fuori!
Fuori di casa mia! Adesso ho vergogna io, di te! Sì, io, l'usuraio! Io
che pago i miei debiti; io che non mi lascio protestare le cambiali;
io che ho una firma onorata e alla quale tutte le Banche fanno di
cappello! Va via! Vattene!... Ce ne son tanti di _mari_ e di _monti_:
io non ti conosco.
GIORDANO (_abbassa la voce_) Ho un affare da proporti. Un buon affare
anche per te.
TANCREDI. No, no, no; io sono l'usuraio dei signori. Lavoro sul sicuro.
Affari con te? Niente! (_Gli gira intorno di nuovo, osservandolo con
dispetto e invidia per quella sua eleganza signorile_) Certo che... a
guardarti, a giudicarti dagli abiti... altro che Rothschild!
GIORDANO (_con la voce bassa e con un tremito che pare d'incertezza,
mentre non è che lo sforzo per trattenere la collera_) Sì... hai
ragione. Non ho avuto testa, mi sono rovinato. Speravo di ottenere
dagli studii, dalle lettere, un compenso materiale molto maggiore.
Invece (_con un sospiro_) non ho pensato che non siamo in Francia, ma
nel paese più cretino, più ignorante e più pitocco, dove non leggono
che i professori e i giornalisti... ai quali i libri bisogna regalarli!
Hai ragione; ho commesso molti spropositi, ma ormai sono risoluto.
Voglio cambiar vita.
TANCREDI. Cambiar vita, alla tua età? (_Ghignando_) Fai ancora il
biondino con abbastanza disinvoltura, ma i quaranta sono sonati anche
per te. Troppo tardi per cambiar vita... quantunque si direbbe che
tu continui a mettere i denti. Una volta, o mi sbaglio? te ne mancava
qualcuno.
GIORDANO. Sono sul punto di farmi una posizione, di ottenere una
cattedra, di pagare tutti i miei debiti.
TANCREDI (_interrompendolo_) Vuoi dar la scalata alla Banca d'Italia?
GIORDANO. Aiutami, te ne prego colle lacrime agli occhi. Aiutami, è la
prima e sarà l'ultima volta. Non ti domando niente; non ti domando un
soldo. Sarai contento di me, e anche tu avrai fatto un buon affare, te
lo giuro. No? No? Ebbene, pensaci. Se non mi aiuti, al punto in cui
sono, al punto di raggiungere la felicità, la fortuna e la quiete,
perdio, mi ammazzo e sarà per colpa tua!
TANCREDI. Per colpa mia? No, caro. Ammazzati quanto vuoi; io non ho
rimorsi.
_La voce di_ VERONICA, _dalla cucina_. È suo fratello, vergogna! Lo
stia a sentire. Lo deve sentire!
TANCREDI (_sottovoce_) Animo, spicciati, perchè devo uscire. Non vuoi
niente? Non vuoi un soldo? Allora, cos'è che vuoi?
GIORDANO. Poter concludere un matrimonio colla nipote di un ministro,
molto ricca.
TANCREDI (_sogghigna, mostrandosi incredulo; ma nell'espressione
della faccia gli si vede ancora la rabbia, l'invidia_) Bravo!
Congratulazioni! È... giovane? Non sarà più tanto giovane, voglio
sperare; perchè sarebbe un altro sproposito, per tutti e due.
GIORDANO (_risentito: sincero_) Giovanissima; e parlane con tutto
il rispetto; e se la sposo, non è per interesse, ma perchè l'amo,
appassionatamente, perchè ne sono innamorato.
TANCREDI. Giovanissima? Male. La tua età è una brutta età per il
matrimonio in generale, e per sposare una giovane in particolare.
(_Ridendo, coi due denti che gli ballano_) C'è da diventar vecchi dalla
sera alla mattina... e, al solito, avresti fatto un altro debito, senza
aver da pagarlo. La nipote di un ministro! Salute, Eccellenza!
GIORDANO (_scattando: afferrandogli un braccio_) Finiscila di
scherzare! Finiscila di ghignare!
TANCREDI (_spaventato: diventando livido, gridando_) Veronica! Veronica!
GIORDANO. Non c'è da gridare, non c'è d'aver paura. Il tuo ghigno
offende quella ragazza, e non lo voglio, perchè devi rispettarla. Hai
capito? E devi ascoltarmi: ascoltami.
— Ebbene, non ti ascolto, perchè non ti credo.
— Non mi credi?
— No.
— Non credi al mio matrimonio?
— No.
— Ma, allora, perchè te lo avrei inventato?
— Per farmi pagare le tue cambiali.
— Ma ti giuro che è vero; verissimo; te lo giuro!
— No. Non ti credo; non credo niente.
GIORDANO (_afferrandolo per una mano; sottovoce_) Mi prometti di
tacere? È la signorina Emma Dionisy di Milano, la nipote dell'onorevole
Albertoni, ministro dell'istruzione pubblica. Scrivi a Milano, a
qualche tuo corrispondente d'affari... ti diranno se non è vero. Mi
basta che tu, con una tua parola, mi ottenga la rinnovazione di tutte
le mie cambiali per sei mesi. Sai che anch'io sono stato vittima di
una disgrazia. Se quell'altro non falliva, col mezzo del Finardi ero
certo di rinnovare. Pensa che colpo, che disgrazia sarebbe per me...
e anche per te! Prima di ammazzarmi, penserei anch'io a vendicarmi. Lo
direbbero tutti i giornali, che Giordano Mari si è ammazzato perchè tu,
suo fratello, tu ricco, tu il capitalista, l'usuraio, ti sei rifiutato,
non lo hai voluto aiutare.
TANCREDI (_colpito_) Sei sempre stato... una disgrazia per tutti!
Giordano. Per nessuno; e per te ancora meno; ma per te, al caso, potrò
diventarlo.
TANCREDI (_lo fissa cogli occhi sbigottiti: ha una gran paura
istintiva dei tribunali, dei giornali, di tutto ciò che può mettere
in pubblico i suoi affari e la sua vita... specialmente quella di
notte. Se un cronista pettegolo avesse fatto cantare le ragazzette
di una vecchia sarta in Prà della Valle, che egli, non ostante la sua
avarizia, regalava di dolciumi... e di certe piccole statuette in legno
rappresentanti sant'Antonio col bambino?_) Ne anderebbe di mezzo anche
il mio nome; sono sempre un Mari come te.
Giordano. Vedi, dunque? Bisogna star uniti, per l'interesse del nome,
della famiglia, per l'interesse comune. Fammi rinnovare le cambiali,
per sei mesi, soltanto. Ti regalerò cinque, diecimila lire.
Tancredi. Come vai di carriera! Si vede che hai in animo di
amministrarla bene la dote di tua moglie. Le hai dato ad intendere,
anche, di essere un milionario?
Giordano. Sa che sono povero.
Tancredi. E dunque?
GIORDANO. Altra cosa è esser povero... e altra essere un fallito.
TANCREDI. Tu sei un letterato; non sei un mercante. Dunque, tu non
hai paura del fallimento. Non mi hai scritto, l'ultima volta, che ti
avevano offerta la collaborazione in tante Riviste tedesche, inglesi,
francesi? Ebbene, vuol dire che diventerai un collaboratore... anche
del _Monitore dei protesti_! No; ti dico di no, la mia parola vale la
firma e dovrei pagare per te. Ventimila lire! Sei matto!
GIORDANO (_è agitatissimo: un tremito delle labbra, delle mani mostra
la sua nervosità, il suo dispetto, la sua rabbia, il suo timore di
non poter riuscire_) Ebbene, come ti ho detto, informati a Milano. Non
adoperare, s'intende, il primo che capita, ma uno dei tuoi manigoldi;
uno molto prudente e che abbia rapporti coll'aristocrazia. Bada bene:
sono i Dionisy, che hanno un palazzo in Monte Napoleone.
TANCREDI (_con un'alzata di spalle_) Che ci siano i Dionisy e il
palazzo non vuol dire.
GIORDANO (_con qualche esitazione: poi vincendosi_) Fa domandare se
non è vero che la figlia unica dei Dionisy, la... (_soffre nel dover
dire quel nome a suo fratello, il cui occhio, il ghigno della boccaccia
lurca, hanno dell'osceno nella loro volgarità_) la signorina Emma, era
quasi fidanzata ad un ricchissimo giovinotto, il Sebastiani; e se non
è vero che il matrimonio è andato a monte perchè si è innamorata di un
letterato, di Giordano Mari di Padova...
TANCREDI (_con sprezzo_) Peuh! Sarebbe una bella matta da legare;
ma non ti credo. Sei sempre stato un bugiardo: questo lo diceva
anche nostra madre e arriva ad ammetterlo anche Veronica: tu mi vuoi
_gabbolare_ per via delle cambialette. Alle ragazze piace di scherzare,
di far le civette anche coi disperati: ma sposano i quattrini. In
ogni modo, lontan dagli occhi lontan dal cuore, e quando le diranno
che sei uno spiantato, un letterato... collaboratore del _Monitore
dei protesti_ per la _picciorleria_ di ventimila lire, ti volterà le
spalle e sarà come se non ti avesse mai conosciuto. (_Vede di aver
punto suo fratello sul vivo e contento, ripete le stesse parole con una
sghignazzata_).
GIORDANO. Ah, no! Anche volendolo, non lo potrebbe più fare. È in mano
mia.
L'altro continua a sghignazzare. Ma bisogna aver pazienza, ingoiare gli
scherni, gli insulti, soffrire e soffocare la collera; bisogna che suo
fratello gli faccia rinnovare le cambiali o è perduto: perduta Emma,
perduto tutto! Bisogna smuoverlo, bisogna convincerlo. Ha creduto la
cosa assai più facile e sopra tutto sicura. Una firma; del denaro, più
o meno, da sborsare dopo il matrimonio. E se, invece, quella canaglia
si ostinasse? Se non volesse saperne ad ogni costo? Se lasciasse
protestare le cambiali?... Egli trema convulso e ansima per la rabbia
repressa, per l'orgasmo e per lo spavento dell'ultimo pericolo. Da
plumbeo, è diventato livido: gli occhi affossati, cattivi. Non è più
lui, Giordano Mari, il bel conferenziere, il gonfio e pettoruto padrone
del mondo: è un altro: un vecchio dalla faccia losca, truce, curvo,
schiacciato sotto il peso del delitto che sta per commettere.
GIORDANO MARI (_afferrando ad un tratto, stringendo una mano di suo
fratello: la voce alterata, tremula_) Se ti fo vedere le sue lettere?..
È una prova!... Ti basta? Mi fai rinnovare le cambiali?
TANCREDI (_ha un lampo negli occhi: il desiderio, la curiosità di
quelle lettere per sè stesse: delle parole amorose, delle smorfie,
dei baci, perchè ci devono essere anche i baci_) Vediamo: fuori le
letterine!... Due sole?
GIORDANO. Questa l'ho ricevuta a Milano, all'albergo (_Gli dà, infatti,
la prima lettera di Emma_).
TANCREDI (_l'apre, la legge, slargando la boccaccia, coi due denti che
sembrano cadere dalle gengive scoperte. Sente un profumo delicato uscir
dal foglietto: lo fiuta a lungo, poi sternutisce per fare una buffonata
spiritosa_) E l'altra?... Vediamo l'altra...
GIORDANO (_gli dà anche l'altra da leggere_) Questa l'ho ricevuta
adesso alla posta, prima di venir qui.
Non sono che due parole:
«Tua