Tancredi non ride più. Sente tutto il veleno della gelosia,
dell'invidia, della rabbia contro suo fratello:
— Sai, che anche questa qui... è un bel capo? Buttarsi via in tal modo,
senza nessuna vergogna, col primo che capita?
GIORDANO (_gli salta alla gola, strozzandogli le parole_).
TANCREDI (_gridando_) Veronica! Veronica!
GIORDANO. Canaglia d'una canaglia! Bada come parli!
TANCREDI. Veronica!
GIORDANO. Non sei degno di baciare, colla tua bocca schifosa, dove
questa creatura mette i piedi.
TANCREDI. Aiuto! Veronica!
VERONICA (_sull'uscio_) Gesummaria! Cosa succede?
TANCREDI. Mi ammazza per le cambiali!
GIORDANO (_spingendolo, buttandolo contro il letto_) Va via! Sei una
canaglia e un vigliacco!
TANCREDI. Te lo giuro. Veronica. È per le cambiali! Ha tentato di
ammazzarmi per le cambiali! Perchè gli ho detto di no!
GIORDANO. Sì; per cattiveria! Sai, Veronica?.. Mi ha detto di no! Per
cattiveria! Perchè mi vuol vedere rovinato, morto. Lo sa, gliel'ho
detto che mi ammazzo. E lui non ci rimette un soldo: sa anche questo.
E gli ho fin promesso diecimila lire di regalo.
VERONICA. Vada di là; si calmi. Parlerò io col signor Tancredi! Lo
persuaderò io.
TANCREDI. Dopo che mi ha messo le mani addosso? Piuttosto morire!
VERONICA (_spinge Giordano nella cucina: chiude l'uscio, rimane qualche
momento sola con Tancredi, poi torna da Giordano: piano_) È ancora
troppo presto: bisogna lasciare che si calmi. Poi lasci fare a me.
So che cosa devo dire. Gridavano tanto che ho sentito tutto. Lei,
adesso, vada all'albergo. È alla _Stella d'oro_? Va bene. Più tardi
glielo mando io, il signor Tancredi, o le faccio sapere qualche cosa.
Aspetti un momento! (_E la Veronica corre a prendere una spazzola, e
pulisce dalla polvere il cappello e i vestiti del suo Nano, come faceva
quand'era ragazzo, prima di mandarlo a scuola_). Mi deve promettere
però...
— Che cosa?
— Una volta che l'ha sposata, quella sua signorina di Milano... di
farle buona compagnia. Pensi alla sua povera mamma. È morta giovane; e
lo so io di che male. È morta di lacrime, la poveretta!
L'arrabbiarsi non toglie l'appetito a Giordano Mari, e le ultime parole
della Veronica sono state per lui un buon cordiale. Ha fatto onore,
dunque, al pranzo della _Stella d'oro_: poi, preso il caffè, ha speso
un'altra mezz'oretta fumando, centellinando il cognac, immollando nel
bicchierino tutti i pezzetti di zucchero che gli sono rimasti. Ma poi,
a poco a poco, è tornato inquieto, e non può più star fermo. È ormai
notte; si alza e va a girare in piazza, tenendo sempre d'occhio il
portone dell'albergo.
Non viene nessuno.
— Come mai? Che anche Veronica non abbia ottenuto nulla?
— Addio, Nano! — È Tancredi che lo ferma, sbucando ad un tratto fra le
colonne dei portici.
— Buona sera.
— Sono stato dal Finardi. Ho parlato del matrimonio: riuscirò a
persuaderli. Rinnovazione a sei mesi: ci metteremo d'accordo per la
regalìa. Li ho persuasi che, protestando adesso, non c'è più niente
da sperare; mentre, aspettando, possono fare un buon affare, oltre al
ricevere i loro quattrini. Domani fisseremo tutto. Dammi, intanto, le
lettere.
— Che lettere?
— Le lettere della ragazza.
— Perchè?
— Le voglio io, come documento. Se le tue sono _cabale_... io voglio
aver tanto in mano da giustificarmi con quella gente. Non ti persuade?
Allora a monte e buona sera.
GIORDANO MARI (_fermando Tancredi che fa per allontanarsi_) Aspetta! Un
momento! Ti darò una copia.
— Bravo! Per farmi dare anche del minchione.
GIORDANO MARI (_impallidisce di nuovo. Guarda, fissa suo fratello_)
Mi devi giurare che queste lettere non usciranno mai dalle tue mani. A
questa sola condizione...
TANCREDI (_interrompendolo_) Le condizioni le metto io, che ti faccio
rinnovar le cambiali; e non ne ricevo. C'è poco da scegliere; o dammi
le lettere, o niente di fatto!