Dalla sua prima gioventù, da quando ebbe sulle labbra gli stornelli
d’amore, Innocenzo abitò nella pineta a guardia dei cavalli selvatici,
liberi in essa.
Una vita strana e forte, libera e quasi selvaggia riaccostantesi alla
vita primitiva per tutte le singolarità e le libere azioni.
Egli ebbe volontà ribelli da soggiogare, forze giovani ed aspre da
sottoporre alla sua; fu una specie di trionfo continuo della sua
cosciente intelligenza sulla bruta ribellione delle bestie: ciò aveva
dato al suo occhio la lucentezza viva ed imperiosa del comando; a’
suoi muscoli l’elasticità del giunco e la resistenza dell’acciaio;
alla sua voce toni forti e vibranti, improvvisi, a scatti, come scoppi
brevi e secchi. Qualsiasi sua apparenza o manifestazione era rigida e
imperiosa, breve e incisiva, costringente infine.
Da giovanetto, quand’era ancora nuovo de’ luoghi e della vita,
il vecchio cavallaro prima di cedergli il posto, volle per sua
compiacenza, compartirgli i primi insegnamenti delle cose essenziali
per quella vita solitaria ed attiva.
Gli disse in prima:
— Sai tu cavalcare?
E siccome Innocenzo rise quasi volendo punire una supposta ingenuità
del vecchio, questi lo guardò e disse:
— Ebbene, vieni, ti proverò.
Andarono per la pineta. Quando il vecchio mandò un sibilo dalle labbra,
uno scalpitio sordo sull’erba si udì e una veloce giumenta saltò un
cespuglio e ansando tese le froge. Il vecchio allungò una mano, ella
vieppiù si appressò finchè egli l’acciuffò per la criniera e la tenne.
Stette la bestia tremando, quasi paurosa e abbassate le orecchie ed
il capo scalpitò, pronta alla ribellione più selvaggia. Il vecchio si
volse:
— Ebbene? Che fai? Provala.
Innocenzo si avvicinò prese lo scatto e le saltò sulla groppa di colpo.
Il vecchio si ritrasse.
La giumenta stette un poco come incerta e perplessa dalla risolutezza
del giovane, poi all’avvio ch’egli le dette, ridestatasi come,
s’impennò, ricadde, impresse di poi con le reni un formidabile urto
al giovane, il quale, per quanto si tenesse saldamente avvinto sulla
groppa, dall’improvviso scatto fu gettato sull’erba come corpo inerte.
Il vecchio si rivolse: egli non ebbe riso sulle vecchie labbra, ma le
parole che disse furon d’ammaestramento.
Innnocenzo ne fece tesoro, poi, siccome quegli partì, rimase solo e
padrone nella solitudine del bosco.
E dai venti anni fino a questa sua tarda età, non ancora una volta
aveva desistito dalle abituali cure giornaliere.
Di grido in grido quasi balzando, forte, tenace e gagliardo,
dall’aurora al tramonto, lungo la vita fino al silenzio della morte,
stette e sarebbe stato.
Egli era la vertigine della corsa e la soave sicurezza della potenza,
più forte di qualsiasi ribellione, vincitore cosciente e sereno.
L’avevan visto in isfrenata caccia, i vecchi pini passare su puledri
veloci, impetuosa bufera, fra schianti e scricchiolii, come un elemento
di rovina; i capelli al vento, curvo sulla groppa, stringendo fra
le mani il laccio sibilante, pronto a lanciarlo nell’aria, come lo
snodarsi repentino di un serpe, nel grido dell’ira.
Solo: egli aveva nell’anima tutte le tempeste e tutti i sereni;
sarebbe stato sotto al fulmine a capo scoperto, senza tema, trovando
nel rombo convulso della forza straordinaria, la vita, il potere. E
se la morte l’avesse avvolto in quella luce, egli sarebbe superbamente
caduto, senza viltà, piombando al suolo in uno strepito grande, come un
granito.
Nella sua anima non erano oscurità.
Considerava la vita un dono e l’amava come un dono.
Benediva senza avere ferma coscienza di fede, la mano ignota che aveva
fatto sì ch’egli aprisse gli occhi alla luce.
La luce era il suo eterno idillio e il suo eterno amore.
Non temendo la morte, aveva un attaccamento vivo per la sua esistenza
bella. Non era nel suo essere alcun senso di viltà al pensiero della
fine, non lo spaventava il silenzio delle tombe. La compenetrazione
della vita nella sua intima essenza e nella sua parvenza più bella: la
luce, aveva fatto sì ch’egli avesse mille fedi ed una: la fede per il
seme e per la pianta; per l’insetto e per il bue; per qualsiasi essere
sotto la luce e il calore, che sintetizzavano per lui, l’onnipotente
volontà alla quale pensava con un sorriso per sentirsene eletto figlio.
Sul suo labbro non fu mai maledizione; se soffrì non per questo cessò
di amare. Egli era l’esuberanza dell’amore: qualsiasi creatura che
a lui si fosse avvicinata ne avrebbe avuto un’irradiazione, chè egli
amava tutti e tutti soccorreva con gioia e bontà senza pretesa alcuna,
seguendo come una legge di natura.
Nulla era suo particolarmente, se non la libertà e la forza.
Prediligeva le bestie che avendo queste due qualità cercavan di
difenderle. Gli piacevano i ribelli, ma anche mostrava loro lo specchio
della vita sua. Se la ribellione poi si spingeva insensata e bestiale,
non sapeva che riderne con disprezzo.
Diceva: — Converrebbe aver le mani d’acciaio ed esser tutti d’acciaio
per ribellarsi alla vita.
Se alcuno ribattè: — Ma vi è chi gode.
Rispose: — E tu cerca con la tua volontà e la tua forza un godimento
adatto alla tua natura e lavora pei figli che potranno anche più di te
godere e reprimi i desideri che non potresti soddisfare.
— Voi dite così perchè state bene.
— Io sono come un cane da preda, ricco per quel che afferro.
Ma la differenza fra me e te è questa: ch’io prendo questa mia vita
così e la godo e tu ti tormenti nel pensiero di una migliore.
— È forse un male?
— Forse!
Io ebbi un pensiero che mi piacque e lo ricordai. Guarda il vilucchio,
un’ape non vi si può posare che lo stelo si spezzerebbe, ma i pini
stanno saldi sotto al turbine. Io con una mano, se volessi, potrei
farti inginocchiare, tu con tutte due non mi smuoveresti di un passo.
Ho pensato a ciò perchè il dottore una volta mi parlò molto a lungo
delle cose del mondo. Mi disse: — Perchè mi contento io? Per la mia
forza? no. Per la mia vita? Può essere. Ma più di tutto, ascolta bene,
più di tutto per l’anima mia.
Il dire d’Innocenzo però non persuase nessuno; egli partiva da un
concetto troppo avvinto all’essere suo originale, per poter trovare
elemento di persuasione per gli altri.
Odii se ne creò, benchè non li supponesse; andò tranquillo per la sua
via cercando la gioia del riso, ovunque.
Nell’anima sua era una tranquillità mite, come acque che non si turbino
mai. Rude asprezza di odio o di vendetta, non poteva allignare in lui;
un’ombra fuggevole senza conseguenza era l’ira nel suo cuore; frenato
lo scatto ritornava la serenità tranquilla.
Gli accadde sovente di dar prova della sua bontà. Parecchie volte
avevan tentato di rubare qualche cavallo dalla sua mandria, egli sempre
era giunto in tempo per impedirlo. Avrebbe potuto anche consegnare
il ladro, farlo punire, ma non lo fece mai; si limitò a parlargli
severamente, a minacciarlo.
Alcuni gli erano riconoscenti, altri per il colpo fallito e per
l’umiliazione, gli serbarono odio. Accanito e forte nel proposito era,
fra questi ultimi, Giovanni degli Olmi; un uomo selvaggio come il ferro
arrugginito, muto e forte come una quercia, astuto e vendicativo.
Egli era tutto il male, lo chiamavano — Scure. — Non avendo opera fissa
per suo sostentamento, cercava ovunque un lavoro che gli procurasse
il pane per la giornata. Molti, per timore, lo prendevano a lavorare
nei campi. Si presentava sulla mattina in qualche casa di contadino,
chiamava il cappoccia:
— Dammi da lavorare.
L’altro se non aveva necessità di braccia stava dubitoso.
— Ma... non ne avrei bisogno.
Scure lo guardava fisso.
— Ebbene, dammi da mangiare.
E il cappoccia era costretto ad accettarlo.
— Prendi la vanga e vieni.
Andavano pe’ campi, egli stava senza nulla dire il giorno intero, verso
sera gettava la vanga e partiva.
Lo temevano perchè era forte, audace e pronto. Il suo viso era ossuto
ed arcigno, gli occhi piccoli e crudeli senza nessuna luce di bontà,
stavan fortemente addentro sotto l’osso frontale, i capelli scomposti
gli scendevano a teghe sul viso; se rideva era per odio o per un
pensiero malvagio, la sua larga bocca si apriva allora smisuratamente e
tutto il viso si raggrinziva in una smorfia orribile come di tormento
e di crudeltà. Egli era come il messaggio della morte. Costantemente
parea gli aleggiasse intorno qualcosa di sinistro, come l’ombra della
morte; se le sue mani stringevano la falce, tutta la sua persona si
animava nel terrore del simbolo.
Una volta falciò in un campo di lupinelle; era solo. Innanzi a sè
stava la palude; il tramonto era vivo, animato da nubi violacee, come
immense chiome scarmigliate attorcigliantesi. Dall’occaso giungeva
un’alito caldo quasi di fornace, invero parea che la terra ardesse,
che ai confini del cielo si fossero aperte voragini di distruzione. Una
vertigine di luce. Scure era contro il cielo, la sua persona era come
inconsistente, aveva atti larghi e lenti nel falciare le tenere erbe
sotto a’ suoi piedi. La falce si alzava con bagliori e si abbassava
con tenue stridore di denti. Mugolando qualcosa in gola, forse qualche
bestemmia per il forzato lavoro, continuava l’opera sotto l’ombra del
fuoco, insensibile e tetro. Udì poi un breve grido e rivolgendosi vide
un bimbo fuggire, lo rincorse, la debole creatura si abbattè a’ suoi
piedi in un pianto a larghi singhiozzi, come in convulsioni.
Scure disse:
— Dove vai?
Per il largo affanno l’altro non seppe rispondere, ma tremava
nascondendo il capo, nella ingenua persuasione di trovar in ciò una
difesa.
— Hai paura?
Il bambino scrollò la testa in segno di assentimento e continuò a
singhiozzare.
— Di me? di me hai paura?
L’altro ancora assentì. Fu allora che la vile bestia alzò
reiteratamente la mano, colpendo, con gioia satanica il corpicciuolo
esile, il fuscello che avrebbe potuto spezzare con la punta del piede;
e non ristette finchè non vide sulla guancia scorrere un rigo di
sangue. Il fanciullo era caduto senza più gridare, inorridito.
Scure lo rialzò, lo sospinse col piede.
— Ed ora vattene, chè non te ne debbano toccare ancora.
Il bimbo stette perplesso e quando lo vide allontanarsi, si diede
a corsa pazza fra le alte erbe, verso un limite abitato che non si
scorgeva.
E l’uomo riprese il lavoro come soddisfatto, contraendo il volto nella
smorfia orribile del riso.
Il giorno dopo seppe che il fanciullo era morto di paura.
Ora la Scure se lo giurò: — O tu mi leghi e mi condanni, od io ti vinco
e t’uccido. — Innocenzo che lo trovò nella pineta più volte in agguato,
fu con lui come con gli altri, di una severità mite e compiacente
limitantesi a parole.
Scure avrebbe preferito la lotta, gli fu insoffribile quell’umiliazione
ch’egli ritenne fanciullesca, e inoltre il non essere mai riuscito gli
dette il dolore di una ferita continua; chè s’egli avesse avuto innanzi
a sè una tigre avrebbe lottato corpo a corpo, con gioia ed ardore,
ma si sentiva vile d’innanzi a Dio. Fin dove la sua forza materiale
giungeva, fin ch’egli poteva dire: — Piegati; forzando con le ossute
mani la materia, rimaneva nel suo campo di vittoria, nel suo impero.
Ma se un uomo forte al par di lui, ed anche più, invece di gridare
lanciandosi su lui col coltello, lo tratteneva con dolcezza, egli era
come un gufo alla luce, disorientato, avvilito.
Nella sua piccola mente le parole d’Innocenzo risuonavano come uno
scherno, come un’ingiuria, tanto che il suo pensiero fu di rendergli
l’insulto. Ma egli avrebbe fatto più, la parola non era il suo trionfo.
E tanto meditò, che ebbe il piano concepito e tutto fu pronto
all’attuazione della idea che stava fitta nel suo cervello come una
seduzione di cosa vergine ed aspra ed avviluppante.
E si decise guardando alla morte come ad un’amante, con un sorriso
tetro di libidine sulle labbra violacee e bestiali.