II.

Dalla sua prima gioventù, da quando ebbe sulle labbra gli stornelli

d’amore, Innocenzo abitò nella pineta a guardia dei cavalli selvatici,

liberi in essa.

Una vita strana e forte, libera e quasi selvaggia riaccostantesi alla

vita primitiva per tutte le singolarità e le libere azioni.

Egli ebbe volontà ribelli da soggiogare, forze giovani ed aspre da

sottoporre alla sua; fu una specie di trionfo continuo della sua

cosciente intelligenza sulla bruta ribellione delle bestie: ciò aveva

dato al suo occhio la lucentezza viva ed imperiosa del comando; a’

suoi muscoli l’elasticità del giunco e la resistenza dell’acciaio;

alla sua voce toni forti e vibranti, improvvisi, a scatti, come scoppi

brevi e secchi. Qualsiasi sua apparenza o manifestazione era rigida e

imperiosa, breve e incisiva, costringente infine.

Da giovanetto, quand’era ancora nuovo de’ luoghi e della vita,

il vecchio cavallaro prima di cedergli il posto, volle per sua

compiacenza, compartirgli i primi insegnamenti delle cose essenziali

per quella vita solitaria ed attiva.

Gli disse in prima:

— Sai tu cavalcare?

E siccome Innocenzo rise quasi volendo punire una supposta ingenuità

del vecchio, questi lo guardò e disse:

— Ebbene, vieni, ti proverò.

Andarono per la pineta. Quando il vecchio mandò un sibilo dalle labbra,

uno scalpitio sordo sull’erba si udì e una veloce giumenta saltò un

cespuglio e ansando tese le froge. Il vecchio allungò una mano, ella

vieppiù si appressò finchè egli l’acciuffò per la criniera e la tenne.

Stette la bestia tremando, quasi paurosa e abbassate le orecchie ed

il capo scalpitò, pronta alla ribellione più selvaggia. Il vecchio si

volse:

— Ebbene? Che fai? Provala.

Innocenzo si avvicinò prese lo scatto e le saltò sulla groppa di colpo.

Il vecchio si ritrasse.

La giumenta stette un poco come incerta e perplessa dalla risolutezza

del giovane, poi all’avvio ch’egli le dette, ridestatasi come,

s’impennò, ricadde, impresse di poi con le reni un formidabile urto

al giovane, il quale, per quanto si tenesse saldamente avvinto sulla

groppa, dall’improvviso scatto fu gettato sull’erba come corpo inerte.

Il vecchio si rivolse: egli non ebbe riso sulle vecchie labbra, ma le

parole che disse furon d’ammaestramento.

Innnocenzo ne fece tesoro, poi, siccome quegli partì, rimase solo e

padrone nella solitudine del bosco.

E dai venti anni fino a questa sua tarda età, non ancora una volta

aveva desistito dalle abituali cure giornaliere.

Di grido in grido quasi balzando, forte, tenace e gagliardo,

dall’aurora al tramonto, lungo la vita fino al silenzio della morte,

stette e sarebbe stato.

Egli era la vertigine della corsa e la soave sicurezza della potenza,

più forte di qualsiasi ribellione, vincitore cosciente e sereno.

L’avevan visto in isfrenata caccia, i vecchi pini passare su puledri

veloci, impetuosa bufera, fra schianti e scricchiolii, come un elemento

di rovina; i capelli al vento, curvo sulla groppa, stringendo fra

le mani il laccio sibilante, pronto a lanciarlo nell’aria, come lo

snodarsi repentino di un serpe, nel grido dell’ira.

Solo: egli aveva nell’anima tutte le tempeste e tutti i sereni;

sarebbe stato sotto al fulmine a capo scoperto, senza tema, trovando

nel rombo convulso della forza straordinaria, la vita, il potere. E

se la morte l’avesse avvolto in quella luce, egli sarebbe superbamente

caduto, senza viltà, piombando al suolo in uno strepito grande, come un

granito.

Nella sua anima non erano oscurità.

Considerava la vita un dono e l’amava come un dono.

Benediva senza avere ferma coscienza di fede, la mano ignota che aveva

fatto sì ch’egli aprisse gli occhi alla luce.

La luce era il suo eterno idillio e il suo eterno amore.

Non temendo la morte, aveva un attaccamento vivo per la sua esistenza

bella. Non era nel suo essere alcun senso di viltà al pensiero della

fine, non lo spaventava il silenzio delle tombe. La compenetrazione

della vita nella sua intima essenza e nella sua parvenza più bella: la

luce, aveva fatto sì ch’egli avesse mille fedi ed una: la fede per il

seme e per la pianta; per l’insetto e per il bue; per qualsiasi essere

sotto la luce e il calore, che sintetizzavano per lui, l’onnipotente

volontà alla quale pensava con un sorriso per sentirsene eletto figlio.

Sul suo labbro non fu mai maledizione; se soffrì non per questo cessò

di amare. Egli era l’esuberanza dell’amore: qualsiasi creatura che

a lui si fosse avvicinata ne avrebbe avuto un’irradiazione, chè egli

amava tutti e tutti soccorreva con gioia e bontà senza pretesa alcuna,

seguendo come una legge di natura.

Nulla era suo particolarmente, se non la libertà e la forza.

Prediligeva le bestie che avendo queste due qualità cercavan di

difenderle. Gli piacevano i ribelli, ma anche mostrava loro lo specchio

della vita sua. Se la ribellione poi si spingeva insensata e bestiale,

non sapeva che riderne con disprezzo.

Diceva: — Converrebbe aver le mani d’acciaio ed esser tutti d’acciaio

per ribellarsi alla vita.

Se alcuno ribattè: — Ma vi è chi gode.

Rispose: — E tu cerca con la tua volontà e la tua forza un godimento

adatto alla tua natura e lavora pei figli che potranno anche più di te

godere e reprimi i desideri che non potresti soddisfare.

— Voi dite così perchè state bene.

— Io sono come un cane da preda, ricco per quel che afferro.

Ma la differenza fra me e te è questa: ch’io prendo questa mia vita

così e la godo e tu ti tormenti nel pensiero di una migliore.

— È forse un male?

— Forse!

Io ebbi un pensiero che mi piacque e lo ricordai. Guarda il vilucchio,

un’ape non vi si può posare che lo stelo si spezzerebbe, ma i pini

stanno saldi sotto al turbine. Io con una mano, se volessi, potrei

farti inginocchiare, tu con tutte due non mi smuoveresti di un passo.

Ho pensato a ciò perchè il dottore una volta mi parlò molto a lungo

delle cose del mondo. Mi disse: — Perchè mi contento io? Per la mia

forza? no. Per la mia vita? Può essere. Ma più di tutto, ascolta bene,

più di tutto per l’anima mia.

Il dire d’Innocenzo però non persuase nessuno; egli partiva da un

concetto troppo avvinto all’essere suo originale, per poter trovare

elemento di persuasione per gli altri.

Odii se ne creò, benchè non li supponesse; andò tranquillo per la sua

via cercando la gioia del riso, ovunque.

Nell’anima sua era una tranquillità mite, come acque che non si turbino

mai. Rude asprezza di odio o di vendetta, non poteva allignare in lui;

un’ombra fuggevole senza conseguenza era l’ira nel suo cuore; frenato

lo scatto ritornava la serenità tranquilla.

Gli accadde sovente di dar prova della sua bontà. Parecchie volte

avevan tentato di rubare qualche cavallo dalla sua mandria, egli sempre

era giunto in tempo per impedirlo. Avrebbe potuto anche consegnare

il ladro, farlo punire, ma non lo fece mai; si limitò a parlargli

severamente, a minacciarlo.

Alcuni gli erano riconoscenti, altri per il colpo fallito e per

l’umiliazione, gli serbarono odio. Accanito e forte nel proposito era,

fra questi ultimi, Giovanni degli Olmi; un uomo selvaggio come il ferro

arrugginito, muto e forte come una quercia, astuto e vendicativo.

Egli era tutto il male, lo chiamavano — Scure. — Non avendo opera fissa

per suo sostentamento, cercava ovunque un lavoro che gli procurasse

il pane per la giornata. Molti, per timore, lo prendevano a lavorare

nei campi. Si presentava sulla mattina in qualche casa di contadino,

chiamava il cappoccia:

— Dammi da lavorare.

L’altro se non aveva necessità di braccia stava dubitoso.

— Ma... non ne avrei bisogno.

Scure lo guardava fisso.

— Ebbene, dammi da mangiare.

E il cappoccia era costretto ad accettarlo.

— Prendi la vanga e vieni.

Andavano pe’ campi, egli stava senza nulla dire il giorno intero, verso

sera gettava la vanga e partiva.

Lo temevano perchè era forte, audace e pronto. Il suo viso era ossuto

ed arcigno, gli occhi piccoli e crudeli senza nessuna luce di bontà,

stavan fortemente addentro sotto l’osso frontale, i capelli scomposti

gli scendevano a teghe sul viso; se rideva era per odio o per un

pensiero malvagio, la sua larga bocca si apriva allora smisuratamente e

tutto il viso si raggrinziva in una smorfia orribile come di tormento

e di crudeltà. Egli era come il messaggio della morte. Costantemente

parea gli aleggiasse intorno qualcosa di sinistro, come l’ombra della

morte; se le sue mani stringevano la falce, tutta la sua persona si

animava nel terrore del simbolo.

Una volta falciò in un campo di lupinelle; era solo. Innanzi a sè

stava la palude; il tramonto era vivo, animato da nubi violacee, come

immense chiome scarmigliate attorcigliantesi. Dall’occaso giungeva

un’alito caldo quasi di fornace, invero parea che la terra ardesse,

che ai confini del cielo si fossero aperte voragini di distruzione. Una

vertigine di luce. Scure era contro il cielo, la sua persona era come

inconsistente, aveva atti larghi e lenti nel falciare le tenere erbe

sotto a’ suoi piedi. La falce si alzava con bagliori e si abbassava

con tenue stridore di denti. Mugolando qualcosa in gola, forse qualche

bestemmia per il forzato lavoro, continuava l’opera sotto l’ombra del

fuoco, insensibile e tetro. Udì poi un breve grido e rivolgendosi vide

un bimbo fuggire, lo rincorse, la debole creatura si abbattè a’ suoi

piedi in un pianto a larghi singhiozzi, come in convulsioni.

Scure disse:

— Dove vai?

Per il largo affanno l’altro non seppe rispondere, ma tremava

nascondendo il capo, nella ingenua persuasione di trovar in ciò una

difesa.

— Hai paura?

Il bambino scrollò la testa in segno di assentimento e continuò a

singhiozzare.

— Di me? di me hai paura?

L’altro ancora assentì. Fu allora che la vile bestia alzò

reiteratamente la mano, colpendo, con gioia satanica il corpicciuolo

esile, il fuscello che avrebbe potuto spezzare con la punta del piede;

e non ristette finchè non vide sulla guancia scorrere un rigo di

sangue. Il fanciullo era caduto senza più gridare, inorridito.

Scure lo rialzò, lo sospinse col piede.

— Ed ora vattene, chè non te ne debbano toccare ancora.

Il bimbo stette perplesso e quando lo vide allontanarsi, si diede

a corsa pazza fra le alte erbe, verso un limite abitato che non si

scorgeva.

E l’uomo riprese il lavoro come soddisfatto, contraendo il volto nella

smorfia orribile del riso.

Il giorno dopo seppe che il fanciullo era morto di paura.

Ora la Scure se lo giurò: — O tu mi leghi e mi condanni, od io ti vinco

e t’uccido. — Innocenzo che lo trovò nella pineta più volte in agguato,

fu con lui come con gli altri, di una severità mite e compiacente

limitantesi a parole.

Scure avrebbe preferito la lotta, gli fu insoffribile quell’umiliazione

ch’egli ritenne fanciullesca, e inoltre il non essere mai riuscito gli

dette il dolore di una ferita continua; chè s’egli avesse avuto innanzi

a sè una tigre avrebbe lottato corpo a corpo, con gioia ed ardore,

ma si sentiva vile d’innanzi a Dio. Fin dove la sua forza materiale

giungeva, fin ch’egli poteva dire: — Piegati; forzando con le ossute

mani la materia, rimaneva nel suo campo di vittoria, nel suo impero.

Ma se un uomo forte al par di lui, ed anche più, invece di gridare

lanciandosi su lui col coltello, lo tratteneva con dolcezza, egli era

come un gufo alla luce, disorientato, avvilito.

Nella sua piccola mente le parole d’Innocenzo risuonavano come uno

scherno, come un’ingiuria, tanto che il suo pensiero fu di rendergli

l’insulto. Ma egli avrebbe fatto più, la parola non era il suo trionfo.

E tanto meditò, che ebbe il piano concepito e tutto fu pronto

all’attuazione della idea che stava fitta nel suo cervello come una

seduzione di cosa vergine ed aspra ed avviluppante.

E si decise guardando alla morte come ad un’amante, con un sorriso

tetro di libidine sulle labbra violacee e bestiali.

L'antica madre · 第 7 / 19 题