III.

E la notte scese improvvisa mentre l’acqua cresceva ancora di minuto in

minuto, d’attimo in attimo.

Già da quando corse nelle basse campagne il grido: — La piena! La piena!

Si vide in quel piano un’animazione improvvisa.

Le case basse avevan palpitato, molti visi eran comparsi sulle porte,

alle finestre, scrutando il cielo; visi di vecchi che avevan molto

passato nella mente.

I ragazzi andaron come a festa verso l’argine delineantesi lontano. E

da allora cominciò un andare e venire, uno scambiarsi opinioni, avvisi,

avvertimenti.

Un vecchio ritornò dall’argine scuotendo la testa canuta, molti lo

avvicinarono, lo richiesero, egli continuò il lento andare.

— Ho ottantacinque anni. Fu nel trentaquattro una piena simile, ma

a quest’ora non piovve più. Ora, vedete? acqua ne promette il monte,

ancora. Malo augurio, figliuoli; malo augurio!

Tornò una donna, nè giovane, nè vecchia, indefinibilmente triste. Ella

reggeva un piccolo bimbo col braccio sinistro, un bimbo pallido più

della sua guancia. Un altro più grandicello la seguiva correndo a brevi

tratti, sotto un grande ombrello di tela verde e la tela metteva sul

volto suo riflessi lividi.

Fino a che rimase un po’ di luce, si vide il peregrinare continuo, poi

la notte scese improvvisa e la tenebra imperò. Sull’argine ondularono

le lanterne dei guardiani vigilanti il pericolo; in ogni casa fu una

finestra illuminata.

I corni d’avviso vibraron nello spazio, intrecciandosi, richiamandosi;

lontani, vicini, come ombre che riempissero lo spazio.

Poi corse una voce in tutte le case, un avviso sinistro si comunicò più

rapido del fulmine: — L’argine pericola, l’acqua dilagherà fra poco;

annegheremo! annegheremo!

I corni moltiplicarono le grida, le fiaccole si mossero rapide in

lontananza e il rombo continuo della fiumana giunse come dal cielo,

come dal cielo di ferro.

Ma la disperazione, il terrore, miser nei piccoli uomini, nelle

miserabili ombre, nulle di fronte agli elementi in ruina, grida che

vinser natura. Si udiron voci maschie imprecare, rudi, stridenti, come

andare di seghe su metallo.

— Aggioga i buoi al carro. Il grano, il grano, salva il grano per la

vita.

I buoi emisero alto il loro muggito. Poi furon pianti di donne ed urli

di bambino, bestemmie e preghiere e il pellegrinaggio cominciò.

Andaron verso l’argine unico luogo di salvamento, gli uomini recando o

sui carri o sulle spalle, le poche cose della vita; le donne coi bimbi

fra le braccia cercando di soffocarne il pianto e la paura sul loro

seno; e i vecchi si assisero sui carri fra le masserizie. Anche essi

eran vecchie cose, come pendole esauste che desser gli ultimi tocchi,

segnando un’ora di martirio e di rovina.

Nel piano le case tornaron nel buio. E l’acqua scese lenta e continua,

non fu nel cielo la minima traccia di luce. Alcuna volta parve

squarciarsi lo spazio in un biancore improvviso e violento, le nubi vi

presero figurazioni strane.

Le donne vider la croce, videro un Cristo, un grande Cristo silenzioso

e terribile sulla croce di ferro; esse gridarono, esse teser le

braccia.

— Perdono perdono. — Cercando la maggiore umiliazione le donne esauste

chieser la vita pei figli. Esse videro, videro: una mano enorme si

protese su loro dall’abisso in atto di condanna. Passò un grido: — È il

castigo di Dio! e scorse un fremito di orrore più doloroso della morte.

E il castigo di Dio scendeva dalle nubi, in una notte di tempesta, per

le turbe incoscienti. Molti uomini induriti dal lavoro, chinaron il

capo paurosamente sotto l’ombra, pensando una fine universale.

*

* *

Ma Bosso non vide nel cielo figurazioni spettrali, non pensò malefizi,

nè ire, nè punizioni e non si sgomentò, come altri, dei peccati di

tutte le genti. In una sua sintesi selvaggia, credette egli solo

compendiare tutti gli uomini, egli avere in sè l’anima di tutte le

cose; se quella rovina avveniva, non il caso l’aveva condotta, nè la

volontà di qualche essere incrudelito dalla malvagità degli uomini,

ma il suo Dio. E come questi era sì gran parte dell’anima sua quasi

da confondersi con un secondo sè stesso idealizzato, pensò procedere

l’avvenimento da un suo volere assiduo.

Aveva sentito formarsi nel cuore, come una veste di marmo,

impenetrabile, inflessibile.

Ma quando passò vicino a bambini, chiamò sommessamente:

— Viola? Viola?

L’orecchio si tese invano ad ascoltare; l’accenno della voce infantile

ben nota non giunse. Vide capelli arruffati, udì singhiozzi di bimbi,

ma l’invocazione della piccola voce d’oro non udì, ella forse era

lontana tanto che tutto lo spazio la soffocava.

La povera piccola voce aveva qualcosa de’ suoi capelli, qualcosa de’

suoi occhi, due dolcezze in una, se tremava come una frasca nell’alito

dell’alba, se si addolciva assottigliandosi nell’affanno di una

preghiera.

Solo per lei Bosso sentì il dolore. Scorse più volte il tratto d’argine

che gli era dato in guardia, la lanterna pendula da una mano gli

ondeggiava ai piedi proiettando un’ombra che sempre più si allargava,

quasi a comprendere il cielo.

Non vide Viola, ma volle pensarla in salvo. Pure la tempesta ebbe la

tempesta; sentì la rudezza della rupe.

Chi voleva quel diluvio? Chi aveva detto alle nubi, come non mai: —

Date acqua finchè il fume ne trabocchi; finchè gli argini più non la

rattengano; finchè dilaghi nel piano?

Chi aveva gridato dalle nubi una parola di vendetta?

Ricordò una radura nella pineta. Per molti anni si era prostrato là, al

sole morituro per invocare, e aveva visto il sole macchiarsi di sangue;

ora, essendo la tenebra, l’acqua avrebbe lavato ogni macchia.

Andava fra due abissi: la terra ed il cielo e pareva sconfinare in

quest’ultimo.

Ascoltò tutte le voci, prestò orecchio a tutti i suoni, nel suo cammino

lento.

Per chi cercò interrogarlo non ebbe risposta, lo vider passare,

ombra silente e grave, molti credettero ch’egli avesse il potere del

salvamento.

Una donna gli si gettò ai piedi alzando le braccia.

— Bosso, Bosso, salvate il mio bambino.

Egli la schivò senza curvarsi e seguì la sua strada. Passò presso

gruppi di persone illuminate dalla lanterna, ma il suo volto non si

vide, il suo volto non ebbe lume.

Quando fu vicino al fine del suo tratto d’argine, l’acqua gli arrivava

ai piedi. Alcuni squilli di corno gli detter l’avviso di un pericolo

imminente; vide un’ombra correre verso di lui agitando le braccia:

— Bosso, aspettate.... — la voce s’interrompeva nell’affanno della

corsa.

— ... conviene arare l’argine.... è l’ultima speranza!

Egli incrociò le braccia e non rispose. Stette così nella tenebra,

immobilmente. Se improvvisa si fosse aperta una voragine vi sarebbe

precipitato come una torre, come un granito.

Poi vide rifulgere un po’ di bianco, i buoi venivano ondulando il capo,

in un moto forte e ritmico, l’aratro dietro loro rialzava la terra,

ponendo un ultimo riparo.

Udì il respiro della fatica, vide alla luce della lanterna un largo

alitare, nell’aria fredda, dalle narici nerastre. Poi che furon più

presso, l’uomo che guidava i buoi gettò un grido prolungato ed eguale

per la sosta.

Bosso li vide immobili, muggirono tendendo il capo verso l’alto e

si dettero dopo una larga aspirazione, a ruminare in atto d’attesa

paziente.

L’uomo gridò:

— Bosso sta a voi.

Egli sentiva nell’animo un turbinare violento di passioni.

— Non sarà questa l’ora, troppo hai sperato!

Il dubbio tendeva le sue dita di scheletro, il dubbio gli dilaniava le

viscere: — Non potrai! Non potrai! Sentiva rimpicciolirsi, gli pareva

diminuire, quasi che trovandosi su di un terreno melmoso affondasse

senza grida, gli occhi sbarrati dal terrore invincibile.

Adunque tutto era vano? Anche Iddio, anche l’anima erano vani?

— Bosso spicciatevi.

Egli lo guardò fissamente.

— Non udite? L’acqua non aspetta voi.

Intese e avanzò. Prima di curvarsi sull’aratro, si tolse il fucile

dalla spalla:

— Maso prendete, voi verrete con me a guida de’ buoi.

L’altro tendendo la mano ubbidì.

Quando Bosso fu per curvarsi, un baleno di tutto il cielo illuminò la

scena. Si videro allora le acque giallastre precipitare verso un abisso

turbinosamente e si vider passare ombre di pagliai e fasci di legna.

Forse qualche vittima umana gettò un grido uscendo da un vortice, un

attimo, lo spazio di un grido.

L’argine si scolpì linea nera e diritta; su di esso, come intagliati in

un metallo ardente, furono i buoi, l’aratro, l’ombra di Bosso.

Poi Bosso gridò:

— Avanti.

Maso punzecchiò i buoi. Questi scossero la coda come in atto d’intesa

e ripreser l’andare. Curvo sul timone dell’aratro, Bosso camminò nel

solco profondo. La terra si alzava invano.

— Maso è fatica inutile.

L’altro per tutta risposta incitò i buoi che presero un andare più

sollecito. Ma poi una scossa violenta fece tremare l’argine, il fragore

delle acque moltiplicò. I buoi si arrestarono ad un tratto rizzando

le orecchie e di lontano un corno vibrò, disperato avviso, lungamente

nell’aria.

Maso si volse, stette come perplesso un istante, poi, ripetendo

il corno l’avviso tetro, posò il fucile e si lanciò di corsa nella

tenebra.

— È la rovina! È la rovina!

Bosso intese un rumore sordo e lontano e vide l’acqua diminuire come a

maraviglia. Il dubbio ricomparve in lui, tendendo le scarne mani. Sentì

una improvvisa volontà di precipitarsi nella voragine. Se aveva sperato

per lunghi anni, se aveva atteso con rassegnazione e convincimento

e protratta la sua vita, era stato per l’unico scopo che ora si

dileguava. Adunque quella sua giustizia ferrea, meditata, era sogno?

Anch’egli era giuoco di un destino sconosciuto?

Fu un attimo intenso di dissolvimento.

Sentì l’umiliazione di tutto, l’essere suo parve disperdersi in

un’ironia; egli si sentì vittima, si vide distruggere dalla stessa

forza che aveva adorato. Uno strano stupore l’assalì e una tristezza

paurosa.

Colpito nella sua fede, il gigante sentiva il fulcro del suo pensiero

dissolversi. Era un atomo in una valanga, una pagliuzza in un turbine;

se una mano si levava a colpire, egli, atomo impotente, doveva

averne tutta la sofferenza, tutto il martirio, e nessuna volontà era

possibile.

Per una via da compire il dolore a compagno, questa era una legge.

Una voce derisoria gli parlò, mille tentacoli lo presero, lo avvolsero

dilaniando.

Ma la parola di un morto egli udì, una parola lontana come da un

mattino perduto.

— Babbo? Babbo?

La fiumana precipitava vorticosamente, gli parve che seguendo quella

via avrebbe raggiunto Daniele. Fece un passo verso le acque e nel

frattempo udì un grido, una voce nota si elevò dal piano, poi un

affannoso ritmo di parole e il capo di un uomo curvo sotto un peso,

apparve.

Sentì uno schianto, i suoi muscoli tremarono improvvisamente di un gran

tremito, tanto che per un attimo credette di piombare disteso in una

morte terribile. Ma poi da ignote scaturigini sorsero una forza e un

volere portentosi.

Riprese il fucile e corse al limite dell’argine. A quell’apparizione

che ebbe del maraviglioso, l’uomo che saliva si arrestò.

La voce di Bosso vinse ogni voce:

— Indietro, assassini! Daniele grida vendetta.

E puntò il fucile.

L’acqua poco lungi rumoreggiava dai campi, l’acqua precipitava

avvolgendo, schiantando i pochi alberi. Si udiron urla, poi in un

silenzio improvviso parve meditarsi una ribellione. Una voce chioccia

si levò dalla terra, una voce gridò:

— Viola? Viola?

Bosso sentì come tutta la volta del cielo precipitare. Chi aveva

gridato amore? Chi aveva strappato da remoti mattini la più dolce

memoria?

Vide apparire un capo in una luce nuova, vide due riccioli biondi

agitati dal vento; poi due piccole braccia si aprirono tremando verso

lui in una invocazione soavissima. Si sentì rinnovare come se un’aurora

lo avvolgesse tutto.

Ma ancora dalla terra la voce chioccia gridò:

— Bosso, è tuo sangue, salvala!

Ella era apparsa completamente e ora andava verso lui col capo chino.

Un singhiozzo tenue le agitava il petto. Era più pallida dei gigli e i

grand’occhi di smalto piangevano.

Bosso udì quel singhiozzo, gli parve che la terra tremasse; per un

piccolo singhiozzo, tutta la terra.

Una voce benedì dallo spazio, una voce bianca di morto disse il

perdono. Nella gola egli ebbe un impeto.

— Viola! Viola! Viola!

Gridò quel nome per benedire e una blandezza di sorriso scese all’anima

fino ad esaurirla.

Curvandosi prese fra le braccia la bambina, la sollevò fino al suo

volto; ella gli si avviticchiò al collo baciandolo.

Poi si rivolse, prese le guide de’ buoi e a passo lento si avviò, essi

lo seguirono ruminando.

E come il cammino fu lungo assai, il capo della bambina si abbandonò

sulla spalla larga di Bosso, in un sonno di pace.

Egli sorrise andando verso gli ultimi cieli, verso un paese di

salvazione e parve quell’atto grande dell’anima rude, commovere natura.

Chi lo vide andare, fantasticò un Dio bianco e solenne da una luce

improvvisa; poi che l’alba saliva nei cieli.

_Il limite_

Da poco si erano adunati nella stalla; fuori sibilò il vento di

tramontana, passò il freddo ed il brivido delle rame. Fu notte di

convegni fra lampade, notte di veglie fra buoi.

Aspettavano. Mea, un poco curvata, le palme strette fra i ginocchi,

fissò continuamente e senza attenzione una festuca; ella era sotto

la lampada appesa con una cordicella al soffitto; pispigliaron le

fanciulle accoccolate sul fieno e la nonna torse con lento lavoro il

lino, pazientemente; pareva ch’ella filasse i capelli di una rigida

fata o di un idoletto sacro. Il nipote del core le stette accanto

sogguardandola.

— Nonna, vi asciugherete la bocca prima di aver filato tutto il lino.

Ella si rivolse ridendo, ma rideva sempre nelle sue rughe, rispose:

— Si asciugheran prima le paludi, anzichè la bocca di chi fila per

farvi vesti.

Il piccino allargò gli occhi.

— Sì! Le paludi! C’è dell’acqua per annegare me e voi!

La nonna lo accarezzò sul capo e lo baciò sulle guancie. E dove era

ammucchiato il fieno saliron risa soffocate, singulti di riso, quasi

di gioia repressa. Le tre fanciulle eran col capo vicino, fra i capelli

avevan qualche stelo d’erba secca. Si narravano le avventure dei balli

e dei campi, gioendo nella memoria, i loro corpi erano come corde tese.

Un piccino si divertì a far treccie nella coda di un bue, questo lo

guardava accovacciato, col capo reclino e gli occhi luminosi come di

un sorriso. E le sorelle di Mea, erano ancora vergini acerbe, fecer

gabbiuzze di steli per i grilli, dissero, per i grilli che cantavano al

tempo delle primavere. Poi si udirono voci vicine, l’uscio si aprì per

una spinta e la stalla fu piena di rumori e di risa.

Disse la nonna:

— Presto, presto, entrate, che il freddo entra prima di voi.

I giovani entrarono con padronanza, quasi trionfatori, apersero le

ampie mantelle, e le tolsero dalle spalle, ripiegandole sui gioghi in

un angolo.

Mea aveva rialzato il capo e sogguardava senza sorridere: le disse

Mirello degli Amadori passandole accanto:

— Questa sera vi debbo parlare.

Mea non rispose nè alterò la fisonomia che si mantenne nel suo stato

d’indifferente stanchezza. Le fanciulle si alzarono dal mucchio di

fieno, erano come coronate da molti steli fra i capelli, e sotto la

lampada si disposero le sedie in semicerchio, un circolo di voci. Il

capoccia sonnecchiò appoggiato ad una greppia.

Dissero, dissero, dissero, come fiumi, come torrentelli balzanti; chi

più volle più trovò. Tutta la piccola corte si unì nel piacere della

parola.

Giuseppe de’ Piani parlò con Mea, ella rise e lo guardò, si compiacque

del suo parlare, rise come un tinnire di moneta su marmi.

Poi tre colpi si susseguirono sulla porta. Gridarono i giovani:

— Eccolo, eccolo... e una acclamazione accolse una lunga figura d’uomo,

saldo nella virilità come acciaio della più forte tempra. Era questi

colui che meglio conosceva le istorie e le sapeva narrare.

Per questa sua facile vena e per l’interesse che destava negli

ascoltatori, o modificando il racconto o aggiungendovi del suo, lo

dicevano: il narratore.

Si chiamava Giovanni dei Bissi.

In sua vita aveva letto due unici libri: — Il Guerrin Meschino — ed i —

Reali di Francia — per quest’ultimo era la sua passione marcata.

Le avventure di Fiorello, di Fioravante, di Buovo d’Antona, avevan

per la sua mente qualcosa di straordinario, di superiore, ed egli le

narrava con religione, come traesse l’intimo senso da un mito.

E forse parte di quella sua strana serietà cavalleresca, l’aveva

tratta dalla lettura continua delle avventure romantiche del ciclo

di Carlomagno, giacchè egli aveva un carattere ferrigno ma dolce.

Se diceva di madonna Drusiana era con un senso di reverenza e di

grandiosità. Aveva spogliato la storia dalle avventure troppo prosaiche

che avrebbero tolto fascino a’ suoi eroi, egli li transumanava nel

suo intelletto, con semplicità ma con vigore, portando varie volte

l’inverosimile all’esagerazione, ma anche, per un suo senso pratico

acquistato dalla sua speciale vita, arricchendoli di sentimenti umani,

vivaci e semplici nella loro effusione.

Nel contado lo ritenevano come un saggio, i giovani in ispecial modo.

Per i fanciulli era un uomo che si guarda con reverenza e timore.

Egli entrò e si assise contraccambiando il saluto concorde. E poichè

molte voci lo invitavano a dire (stavano i fanciulli presso alle sue

ginocchia, accoccolati sulla terra aspettando quasi con istupore) egli

si passò una mano sulla fronte come per ridestare vivo il suo eterno

sogno di maraviglie e aggrottando le ciglia nel compiacimento della

limpida visione che ancora una volta nella sua mente si apriva, accennò

a cominciare.

Il pispiglio si tacque; intorno a lui la corona de’ giovani si tacque,

prima vi fu qualche sussulto, alcune mani si sfiorarono ancora, poi

le menti vergini d’artifizi narrativi si compiacquero nel silenzio

dell’ascoltazione.

Un istante solo si udì il lento ruminare de’ buoi, il fruscio del

fuso che addipanava per le scarne mani della nonna il lino ritorto,

poi la voce di Giovanni si alzò chiara e sicura senza dubitanze.

Disse egli dell’amore di Buovo per Drusiana, ma non narrò il vivo

desiderio della vergine, nè le timide paure di Buovo. Quest’ultimo,

come si era manifestato forte e gagliardo nell’aver domato Rondello,

rimase egualmente nell’amore. Giovanni non si attardò in minuzie, in

sottigliezze di particolari inutili; delineato il sentimento con poche

frasi incisive, fattane manifesta la forza che avrebbe superato i

culmini più arditi, passò alle circostanze, agli avvenimenti contrari

i quali facevan risultare chiara una verità e cioè: che l’uomo quando

ama, può ciò che vuole.

E la piccola corte d’amore stette ad ascoltare ad occhi aperti e fissi,

immaginando più in là del narratore; forse in molti cuori di vergini

palpitaron tremando gli stessi sentimenti di Drusiana.

E così rivivevano nell’umile luogo, che gli antichi reali avrebber

sdegnato guardare dal pinnacolo di una torre, le gioie e i dolori

della loro vita, intesi come forse non mai, compenetrati e vissuti con

entusiasmo ed amore. Così nelle cose ritenute maggiormente vili si cela

la gemma più rilucente.

Giovanni continuava la narrazione, ma il capoccia, che era giunto al

termine del suo sonno, si levò dall’ombra, venne verso la compagnia

e siccome era bonaccione e poco si curava di ciò ch’egli chiamava

storiella, l’interruppe:

— Date retta Giovanni cosa raccontate?

— I Reali di Francia, state ad udire.

— Odo più volontieri muggire i miei manzi; cosa volete m’importi di

Reali? Io son contadino e non ho corona, se non quella per dire il

rosario, anzi non è neppur mia che l’ha la moglie appesa alla colonna

del letto.

Dissero i giovani:

— State zitto, noi vogliamo udire.

— Eh! nemmeno fosse la sacra dottrina!

Poi il capoccia si rivolse a Mea:

— Guarda, che il bambino dorme, portalo a letto.

Mea ubbidì. Quando fu per ritornare, sulla porta della stalla era

Mirello ad aspettarla. Ella lo guardò in viso, fiera, con isfida.

— Cosa volete? Lasciatemi passare.

— Tu devi udirmi prima.

— Cosa volete?

— Voglio, voglio, tu lo sai cosa voglio. Come te lo debbo dire? Vuoi

ch’io mi spezzi la testa sui muri? Vuoi ch’io mi uccida? Ch’io sfidi

la galera? Dimmelo. Sono come un morto, non vedi? Non posso quasi

respirare. Mea, per l’amore del tuo Dio, per la gloria di tutte le

anime che ami, dimmi di sì.

Ella rispose tagliente come un ferro:

— Perchè mi seccate?

— Ah! ti secco! Anche quando mi umilio, quando sono più timido delle

tue pecore? Vuoi spingermi all’ultima disperazione?

— Chi vi teme?

— Bada, io ti ucciderò piuttosto che vederti sua!

Ella gli piantò gli occhi negli occhi e si accostò col viso, che una

fiamma di sangue aveva acceso.

— Mirello, io sono forte abbastanza per difendermi. Ricordati.

— Adunque tu vuoi...

Ella lo scostò con una mano.

— Fammi passare.

— Mea... Mea.

Ma già era entrata nella stalla e si era seduta al posto vacante, al

suo posto, fra le voci di gioia intorno al narratore che continuava

tranquillo la fantastica storia, di madonna Drusiana presa d’amore per

Buovo d’Antona.

Mirello degli Amadori in silenzio scomparve.

E Giovanni, fra la sua corte, continuava con lenta voce, come fosse

bandito dal re Erminione un torneamento per maritare Drusiana e come

Buovo, coronato da una ghirlanda d’erba, vi prendesse parte e vincesse

e come ancora Drusiana si ponesse sui capelli la ghirlanda che Buovo

aveva portato sull’elmo durante il torneamento.

*

* *

Sì, disse Mirello degli Amadori: — S’io posseggo ed ho di mio dei beni,

e non sono un mostro, perchè non vuole?

Mea era un po’ come la siepe:

— S’io non voglio, tu non verrai nel mio podere. Io darò la mia persona

a chi più amo.

E Mirello quando pensò di averla, ritenne la cosa come un fatto

compiuto. La sua volontà era come il vento che domina. Si disse: io

saprò far piegare la rupe alla volontà mia, nessuna cosa potrà impedire

ch’io infranga ciò che resiste.

L’interesse gli aveva suggerito di unire il suo bene a quello di Mea,

calcolo fatto, risoluzione presa. Egli non sentì amore ma s’infinse,

pregò, implorò, tenne umile aspetto, volle mostrare d’essere vinto,

volle ch’ella lo amasse per la sua debolezza, per la pietà, per la tema

ch’egli ne morisse. La celebrò in tutti gli stornelli per la sua bocca,

in tutte le canzoni ed anche prese cantori che dicessero le lodi della

bella persona.

E chi non fu persuaso di quella passione, non manifestò il dubbio,

forse furon pochi, forse nessuno; chiunque fra gli amici e fra le

fanciulle fece gran calcolo delle apparenze. Taluna per un suo sospiro

sarebbe stata come il fuoco; Mea era la rupe che non s’incendia.

Aveva pensato: — Altra volta egli non fece calcolo di me più di un

ciottolo, quando viveva ancora l’Emma e nutriva speranze su lei. Ora

io sono il podere e la vigna; il fertile orto ed il ricco granaio,

egli viene per possedere i miei beni e non me; canta le lodi delle mie

ricchezze e non della bellezza mia. Ebbene, egli si vanta di tutto

potere quando la sua volontà voglia, ora sarà una sfida per la sua

forza.

Mea non aveva lavorato mai nei campi e si era serbata bianca ed era

bella come messi novelle. Ne’ chiusi silenzi della sua casa, si formò

l’anima sua forte e flessibile come fusto di canna. I suoi occhi

avrebbero fatto piegare un torello in furore.

A tutte le cose ch’egli le disse, rispose:

— Lo sapete ho già l’amante!

E non l’aveva, ma se lo scelse e fu Giuseppe de’ Piani. Un giovane che

non avrebbe pensato mai di averla, un povero ed un onesto, ella stessa

lo indusse. Innamorato lo era, stava a guardarla come in incantamento;

ella una volta gli sorrise e lo invitò a parlare.

Giuseppe nulla disse d’amore, anzi stette come l’uomo che ha sopra il

sentimento una retta coscienza ed ella si meravigliò, n’ebbe grande

stupore e per quella sua onestà fu piena d’ammirazione. Fu aperta una

via così; ciò ch’ella aveva fatto per dispetto le riuscì piacevole, poi

fu necessario; lo amò.

E quando ella lo elesse nel suo pensiero, fu come se avesse elevato un

altare; lo avrebbe difeso col fanatismo dell’idolatria.

Lo disse a suo padre e questi si mostrò incerto, ma una sua preghiera

valse più di un calcolo. Ed ora il maggior turbine o la più fiera

minaccia avrebbero incontrato uno spirito forte e cosciente.

Se anche Mirello fosse venuto a lacerarsi le carni con le unghie,

con coltelli, con punte d’acciaio, ella lo avrebbe guardato come

l’impassibile luce bianca della luna, come l’erma dei boschi. Diritta e

fiera ella era nell’amore la torre che vede il primo mattino.

Non fu vinto perciò l’ardore della volontà nell’animo di Mirello.

Chi più diritto ha ad una preda se non quegli che è più forte? E come

poteva il coniglio ribellarsi quando già gli artigli erano nelle sue

carni e l’obbligavano alla morte?

Egli trovò ancora in sè stesso la certezza dell’opera sua; vide

bensì che doveva temprare fortemente la sua arme per la lotta; trovò

il nemico vicino ed ardito a fronte alta aspettando. Non minacciò,

conveniva ch’egli andasse come il serpe fra ombra ed ombra, quando

poi fosse atto il momento, egli sarebbe scattato coll’elasticità della

tigre, al pieno sole.

La donna era fra le sue mani come un vetro, egli lo avrebbe infranto

con un piede a sua volontà.

La stima era per lui, le genti avevano ritenuto il rifiuto di Mea una

inconcepibile bizzarria e per il rifiuto, la simpatia si accrebbe per

Mirello.

Ormai, dall’ultimo colloquio avuto con Mea, aveva deciso, e ciò che era

nel suo pensiero doveva fatalmente avvenire.

*

* *

L’ebrietà della festa fra grida, era in ciascuna anima, come il roteare

d’un razzo in folle corsa; le giovanette accese, risero per la via

fra nuvoli di polvere, strette fra loro o al braccio dell’amante,

trasfigurate. Ognuna fu come il campo riarso che, ombreggiato da una

nube, si anima di un poderoso desiderio. Era il trionfo della materia

più vibrante del sole, chè il gruppo umano dimenticò nell’orgia l’anima

sua; ciascuno arse negli occhi e nel viso; ciascuno ebbe sulle labbra

l’invito del fiore carnoso e le parole furon, fra singulti di riso,

come nervi strappati, come canne curvate da fuochi.

Gli spari, la musica vertiginosa delle fisarmoniche, le grida, il vino,

la polvere, il sole caldo e avviluppante, vinsero ogni senso che non

fosse d’ebbrezza; furon tutti costretti in un’unica via, anzi vi si

gettarono assetati di gioia, sospingendosi uniti più che mai e fratelli

fra il vino ed il sudore.

— Bevete!

Ogni labbro di femmina, ogni bocca di vergine fu costretta al

bicchiere, al bicchiere della fratellanza; e, poichè era vuoto, ancora

si empiva ancora finchè le guancie non si fossero accese dello stesso

colore del vino, finchè non fosse negli occhi, nelle labbra, in tutta

la persona l’ebbrezza del vino.

E tutte le bocche vi si posarono, chè non vi fu labbro ammalato che

ne desistesse. Passavano poi al ballo sotto al sole, ma che importava

ai lavoratori dei campi nei pieni meriggi d’agosto? Ogni voce fu

d’incitamento al suonatore: — Presto presto presto! — Il mantice della

fisarmonica si gonfiò sbuffando e lanciò nell’aria una ridda di note

inseguentisi, intrecciantesi, costrette nel ciclo della folle armonia.

Odoravan di basilico i seni, ed i capelli di sudore, un odore acre e

penetrante costringeva come a curvarsi e a lambire, con l’incosciente

brutalità della bestia.

Su tutto, dal campanile, ondulò il suono della preghiera, il suono che

ricordava Gesù, la mite figura del mistico, alle turbe disfatte dagli

eccitamenti voluttuosi. Allora verso la chiesa si vide soletta andare

una fanciulla, vestita di scarlatto. Mea così iva ad invocare per

l’anima sua la grazia del Divino. Anche Beppe, l’amante ch’ella aveva

eletto al cuore, era andato per la sua strada: avea amiche e l’avean

lasciata, conoscenti ed avevan sussurrato di lei; l’amante... ed era

onesto, aveva creduto alle parole dei falsi. I vecchi ancora, i vecchi

che le avevan dato la vita, erano ignari e guardavan con istupore

perchè intorno a lei si era fatto il silenzio e la solitudine.

Ella era allegra un tempo in crocchi ed in comitive di giovani; ed

ora andava sola e non rideva più, come se si fosse impietrata, come se

avesse sognato uno spaventoso sogno della sua morte.

Mirello aveva ottenuto il trionfo, ma ella non si piegava a lui, ed

egli seppe che ella sarebbe morta anzichè darglisi.

Disse ridendo: — È mia, è stata mia, ora vuole far la superba ed era

prima come la colomba che fa il nido!

Tutti risero, nessuno dubitò, chè il male trova aperti mille cuori ad

accoglierlo. Egli le fece il supremo oltraggio, le sparse la soglia di

capelli, come alla donna che merca la sua persona; lo scrisse sui muri,

lo sussurrò in mille orecchi, ne fece sapiente il contado. Mea si trovò

sola, abbandonata ma egualmente non cadde.

Con Beppe solo, implorò, giurò e pianse a’ suoi piedi; ma siccome

questi non desisteva dal sospetto, lo spinse fuori di casa con furia

senza più lacrimare.

Ed ormai aveva deciso, rovina per rovina, ella sarebbe stata

trionfatrice nella morte. Colpirlo nella persona, no; ma bene

altrimenti, fino al cuore, senza farlo morire.

Egli aveva ottenuto lo scopo, l’anima di rettile vile! Aveva colpito

là, ove ella era più salda nella coscienza delle genti! Egli, ricco

e stimato, contro una donna sola che non poteva stroncarlo come un

vimine. Ebbene, Mea avrebbe vendicato l’onor suo, come la vipera che si

attorce al leone e lo avvelena.

Lontana no, volle andare ove tutti erano, lo scherno sarebbe stato la

forza della decisione, l’ultimo colpo che configge il chiodo nel legno

siffattamente ch’egli si troncherà per levarnelo.

Ma volle pregare, l’anima misericorde di Cristo sapea che ella non

aveva peccato.

Si vestì di scarlatto, non volle il lutto: giacchè la dicevano la

meretrice, sarebbe stata così sfacciatamente di fronte a tutti, salda

nella sua coscienza.

E si inginocchiò e piegò gli occhi; nella preghiera e nel ricordo

pianse.

— Cristo, Cristo Signore, vi raccomando i miei vecchi, date a loro la

gioia, e i piccoli fratelli miei sian la loro consolazione, il sorriso

ch’io non ho potuto dare. Perdonate le lacrime di quegli occhi e

accogliete l’anima mia che vi benedirà prona al vostro trono di gloria.

E quando uscì erano sul piazzale i giovani ebbri, in largo gruppo ad

attenderla.

Mirello per primo, folle nell’ebbrezza del licore, le si fece incontro.

Ella impallidì e rimase ritta guardandolo con terrore.

— Bambina mia, io son venuto per stare con te, bambina mia, per dormire

con te.

E tese le braccia, le venne vicino e volle stringerla, Mea lo spinse

con tanta furia, ch’egli, già ebbro, barcollò e cadde.

Dietro, la turba degli avvinazzati, rideva compiacendosi.

Mea riprese la via, ma Mirello aiutato si rialzò e sconciamente

ingiuriandola, con gli altri che gli tenner voce, la seguì per tutta

la festa, sicchè ognuno si rivolse a guardarla con disprezzo. La

ragazza ebbe la forza di non volgersi, passò come una regina, pallida

nell’estremo dolore, sotto le ali della morte.

*

* *

Poi che la notte discese, era in ottobre e una notte di nebbia, Mea

uscì dal nascondiglio che l’aveva fino allora celata e si dette a

correre verso la pineta. Era come una tenebra universa, quasi che la

terra avesse smarrito il sole.

Mea già vide nella pupilla i bagliori della sua vendetta e corse

senza affanno, leggera e sicura del cammino. Traversò i fossi, forzò

le siepi, senza un grido se qualche acuta spina le strappò le carni.

Sorgeva nel suo petto un impeto violento che l’avrebbe fatta correr

così fino alla morte, senza una contrazione, rigida e insensibile.

Certo la debole femmina aveva trovato allora tutte le forze selvaggie

dell’istinto, moltiplicate dalla ragione e dal desiderio, dalla

convulsa necessità della vendetta.

Era un martirio, un’ossessione, una fiamma nel cervello, in tutte

le vene; tutte le forze attive del suo essere si erano concentrate

acquistando una straordinaria veemenza; ell’era un pensiero che voleva

l’azione, una forza lanciata ad una meta che avrebbe raggiunto con la

cieca furia del toro che si schianta il cranio contro le palizzate.

La donna umile e mite si scatenava improvvisa, come sotto uno specchio

di limpide acque si apre ad un tratto una bocca di fuoco. Ella trovò

in sè stessa tanta forza e tanta volontà da abbattere montagne; ora

precipitava verso il suo punto di trazione, come un granito da una

roccia.

E giunse alla pineta d’Isola. Guatò intorno la tenebra, strinse le

pupille ad avvivare lo sguardo, ma vide le ombre alte dei pini. Accese

la torcia, questa, composta di sostanze resinose, crepitò d’improvviso

fumigando rossastra. Mea la tenne all’altezza del volto e la guardò

fissa con le larghe pupille del terrore.

Tutta la luce battè diritta su lei e la irradiò, il suo capo parve un

fuoco nell’ombra, una viva fiamma scarlatta che avesse assunto forme

terrificanti.

I capelli rossi le si dilatarono intorno al viso, si contorsero, si

aggrupparono, ella aveva assiepata negli occhi tutta la sua vitalità

vendicatrice. Poi ebbe un grido breve, le labbra piccole tremarono,

scosse il capo violentemente e piegandosi serpentina, si lanciò nel

folto.

La face, per le sue piccole mani che si agitarono in tutti i lati

comunicando il fuoco, tracciò grandi archi che racchiusero in attimi

la sua persona. L’immane frutto della sua vendetta cominciò. Piccole

fiammelle crepitarono basse, saltellarono di cespuglio in cespuglio,

chiare e limpide; poi che le piccole rame che crescevano al piede de’

fusti non potevano aver sole bastante per vegetare.

Ella vide attivarsi ogni fiammella con una gioia aspra, come se tutte

quelle forze convergessero nel suo essere ad aumentarlo, come se ad

ogni resina ardente ella sentisse più ampia la sua anima trionfatrice.

E più che la face scorse scintillando, suddividendosi in molteplici

fiamme attorcigliantesi, quasi chiome scarmigliate, al nero fusto,

crebbe l’animazione del fuoco, sì che i silenzi furon rotti da crepitii

e da strida. Accresciuta la forza, la fiamma rapidamente involse

i tronchi, chè la corteccia secca e disunita dei pini, imbevuta di

resine, rendea come torcie.

La pineta d’Isola, data alla vertigine del fuoco, si contorse sempre

più in ispasimi e grida, orribilmente.

Stormi di corvi e falchi, alla gran luce accorsero e vi trovaron la

morte. Mea, non ancora esausta per la sua opra straordinaria, sfidava

il fuoco, la morte, le forze di distruzione; ella anzi le spargeva con

le sue mani come una furia, con furore e con grida. Arsero i rami e

le cime, la fiamma salì oltre i domi e si spiegò guizzando a grandi

altezze; poi per un impeto di vento che giunse di tramontana, le

fiamme corsero a raggiungersi ed a congiungersi spinte ad un punto,

sottilmente, con brontolii rochi. Scorsero rettili sibilando, di

foco in foco snodandosi come vimini in fornaci; nulla fu illeso, nè

i piccoli sterpi, nè le grandi rame; i tronchi bensì rimasero rigidi

e oscuri nel turbine. In poco la pineta d’Isola fu come un’improvviso

cratere. Una pioggia di tizzoni cominciò, caddero rame arse; le braccia

de’ vecchi pini tese ad eterno invito, ad una ad una precipitarono con

fragore, e per le resine, fu nell’aria un profumo di tempio.

Parve che fra il fuoco in corona ampia di martirio avanzasse una turba

accesa e scomposta. Mille e più, innumerevoli, uscivan gli esseri

dalle forze del fuoco onnipotenti ed avanzavan forti come l’amianto,

vittoriosi dell’elemento purificatore.

Tutti i solitari della pineta, tutte le anime fortificate dal silenzio,

i puri, i semplici, i dimenticati dagli uomini e dal tempo, ma non

dalla natura, venivano come in processione per vedere la morte di

ciò che fu la loro esistenza. Rudi come corteccie di pini, puri per

sentimento d’amore e semplici per considerate grandezze, passarono e

scomparvero, poi che ad uno ad uno riarsi caddero i più vecchi tronchi

di pino.

Fu un volteggiare sempre più vasto nell’aria, da tutti gli orizzonti

giunsero i migratori alla morte, non vi fu in quella notte ombra che

attraversasse il cielo, che non si offrisse quasi ad olocausto. Le rame

più forti che si allacciavano salde, nella crescente combustione, poi

che il calore salì alla più alta potenza, si inarcarono d’improvviso

a trionfale passaggio e parve infatti che in una fiamma sibilante,

passasse l’anima viva della pineta esulando.

E nel fitto assieparsi dei tronchi, scompigliata da vari venti, viva,

moltiplicantesi per eterne energie, la furia delle fiamme si scatenava

più terribile di un uragano, ovunque fosse una vita era una scaturigine

di fuoco, tutto si snaturò e si scompose nel rogo. La morte delle cose

regnò ritta nell’ombra, sorridendo, grande quanto i cieli, e l’arco

della sua falce superò gli orizzonti.

E Mea corse, corse, ella sentiva ardere le sue vesti, ella sentiva che

sarebbe scomparsa con la sua vendetta. I capelli ebbe mezzo riarsi e

sul viso bianco, e sulle spalle, e sul seno, piaghe nerastre.

Ella si sentiva sformata, su di sè era il fuoco, nelle sue piccole

mani, nella bocca, nei capelli, ovunque ella aveva un nido di bellezza,

ovunque ella aveva una perfezione, il fuoco sformò e quasi disfece.

Non sentì dolore, non gridò per dolore; era tutta la sua attività

vitale condensata nel fulcro eccelso del suo pensiero che correva ad

un termine. Ottenuto lo scopo, sarebbe caduta esausta e moribonda, ma

vincitrice.

Ell’era l’assillo e il tormento, l’energia e la vittoria, un’estrema

forza spinta ad un’estrema rovina, fatalmente. E corse verso la casa di

Mirello.

Poi che la vide rossastra, illuminarsi nell’incendio e vide sull’aia

ritto, immobile nell’orribile visione, Mirello, e attorno a lui i

piccoli fratelli tenersi allacciati in ispavento, gridò e fu l’asprezza

di un fulmine:

— Ah! vieni! sposami, sposami, sposami! E poi che l’altro

convulsivamente, quasi atterrito dalla visione si precipitava, corse

nel fuoco e dal fuoco l’ultima volta, con risa aspre, tese le piccole

mani piagate in invito d’amore.

Poi un impeto improvviso di fiamme l’avvolse ed ella scomparve in

una luce viva ed altissima, dall’odio alla morte, senza un grido di

spasimo.

_Miseria_

Ogni anima nasce sotto un destino che l’accompagnerà nel percorso della

vita.

È comune fra la sapienza del popolo questo detto: Riluce una stella per

ogni anima, ma nelle tenebre.

Volendo significare la speranza, l’insapienza completa e la fatalità.

Ciò disse il volgo semplicemente, ignaro di qualsiasi dogma religioso,

per una sua forte ragione, onde dall’osservazione dei fatti, scaturì il

vero innegabile, superiore all’agitarsi dell’umane forme, imponendosi

alle coscienze semplici atte a riceverlo e ad esagerarlo, per povertà

di spirito, fino alla superstizione. Fra le turbe non sarà essere

credente ad una libertà del suo agire; non già che per completo sistema

l’opposta credenza sia chiara nel suo pensiero, ma per alcuni principï

inculcati sì fortemente nella mente sua, da farne parte necessaria,

come il sangue per le vene.

E da questa oscurità che lega la sua esistenza ad un destino, passa

facilmente, aiutandosi con la fede, a spiegare i fenomeni naturali che

più lo colpiscono. Avvengono e si succedono questi per sola volontà

di un Dio; onde, se una tempesta distrugge le nuove messi, sarà il suo

castigo; mentre sarà la sua grazia una pioggia all’epoca delle arsure.

Adunque ciascuno nasce con la sua croce, ciascuno con la sua gioia.

Miseria questo sapeva ed aveva considerato.

Si disse: S’io debbo aver la mia croce ne riderò; se verrà la gioia

l’accoglierò con festa. Si prefisse così una norma di vita.

Era nato non sapeva da chi, nè dove.

Pensò: — Ecco, la natura mi è stata benigna risparmiandomi il pianto di

due perdite. Chi mi ha creato? Nessuno. Io son nato dalla terra come i

grani.

Non si era addolorato mai di non aver conosciuta la madre: Mi avrebbe

fatto più tenero, mi avrebbe guastato con le sue lacrime. Così io ho

visto piangere solo i cieli e mi hanno dato allegrezza, chè quando

piove la terra non apre crepacci.

Da piccolo mendicò. Ricordava appena un vecchio che lo tenne con sè

fino a dieci anni; a quell’età gli aprì la porta e lo mandò per la

sua strada. Egli non si volse a guardarlo, anzi, poichè era un mattino

primaverile, corse ridendo sotto il sole senza sapere ove andasse. E

gli parve di essere ricco, chè il vecchio gli toglieva tutto.

La notte dormì in un fienile con un cane; la mattina tornò a correre,

a correre e mangiò le bacche delle siepi. Non si era mai sentito felice

così.

Se qualcuno gli chiese:

— Chi sei?

Rispose:

— Miseria.

Quel nome se l’era sentito dire dal vecchio, gli piacque e l’adottò:

— Cosa fai?

— Nulla.

— Come vivi?

— Non lo so.

Poi stanco fuggiva, ridendo sempre. Aveva dei denti come latte ed era

bello.

La pineta fu tutta sua, la conosceva a meraviglia; non vi era cima

che non avesse esplorata. Leggero e snello saliva fino alle rame più

sottili e più alte e di lassù vedeva la palude e talvolta i monti

lontanissimi. C’era sempre il sole lassù, gli parea d’aver volato, e

cantava, cantava con una grande ebbrezza mattutina. Chiaro come acque

sorgive, giocondo come aurore.

Fece commercio di nidi. Visse tutta la primavera e parte dell’estate

così; quando non ci furon più nidi era l’epoca delle frutta.

A volte morse anche un pane che gli venne regalato, ma preferiva

le frutta e l’acqua. Non ebbe amici, amò se stesso, la natura e la

libertà.

Dove avrebbe dormito la notte? Non sapeva, ma la terra era grande e vi

era spazio anche per lui.

Preferì i fienili, vi saliva silenzioso quando i contadini dormivano e

partiva all’alba, prima ch’essi scendessero a munger le vacche.

Lo conoscevan tutti e nessuno se ne curava. Miseria era come un passero

che abbia il nido vicino ai pagliai.

Passava attraverso i solchi e i contadini aravano:

— Addio Miseria.

— Addio.

E via come un serpentello, guizzando.

Non rubò una volta; questa la ragione per cui fu invitato talora a

dividere un pasto sotto ad un olmo. Egli mangiò appena, rise e fuggì.

Era bello e qualche occhio sorridente lo accarezzò, ma egli non se ne

accorse. La tenerezza per lui l’avevano i pini l’avevan le siepi che

gli porgevan le bacche rosse e saporose.

L’autunno e l’inverno furono le epoche più stentate, veniva il freddo e

le frutta non c’erano, le pine sì, ma quelle non erano sufficienti.

Imparò a intrecciare i giunchi, così ebbe il vitto e la veste. Risolto

il problema, gioì della vita. E crebbe e divenne uomo; l’anima sua si

completò di un senso più maturo.

Una sera vide passare una coppia d’amanti e ne sentì invidia; il perchè

non seppe, era così per un desiderio di carezze.

Cominciò a pensare, a pensare, a pensare e qualche volta s’accorse di

non poter ridere come prima. Sentì a volte un non so chè, come se fosse

stato stregato; egli non ci credeva alle streghe, però una sera incise

una croce sulla scorza di un pino. E sempre più, sempre più cresceva

l’incantesimo di quell’ignoto desiderio. Sul tramonto, sospiravan

canzoni, passavan fanciulle ridendo, fiorenti ne’ primi inviti d’amore,

ma egli le schivò per un senso di selvatichezza.

Un giorno nella pineta incontrò Francesca. Veniva ella fra sole e sole,

illuminandosi come di carezze fra i chiari tronchi, era scalza ed aveva

nel grembo un fascio d’erbe aromatiche. Un’esile figura silvestre pura

e serena come l’arco dell’alba, con due occhi chiari, azzurri e buoni

di una bontà di sogno.

Miseria sentì tutte le vene pulsare veementi. Erano soli, le chiese:

— Dove vai?

Ella lo guardò nel viso e sorrise.

— A vendere quest’erbe.

Vi fu un silenzio breve.

— Vai lontano di qui?

— No.

— Come ti chiami?

— Francesca.

Ancora si tacque, sentiva la sua voce tremare. Poi disse semplicemente,

come una preghiera:

— Sei bella!

E non seppe proseguire. Ella arrossì, quando fu per andarsene le

sussurrò:

— Tornerai?

Francesca lo guardò negli occhi e rispose:

— Sì.

Quel giorno Miseria empì la pineta della sua gioia.

E Francesca ritornò e nei silenzi della pineta si amarono.

Poi la fece sua.

Vissero spensieratamente fino al giorno in cui ella gli disse piangendo

un segreto. Da allora egli si animò di tutta la sua forza, di tutto

l’ingegno suo; unendosi ad altri cominciò un assiduo lavoro.

E siccome aveva salda intelligenza e forte volere, i frutti non

tardarono. Potè comprare una piccola casa ai limiti della pineta e vi

trovò la pace.

Gli nacque una bimba che chiamò Mariella ed era come i sereni occhi

della madre, quasi nata da quelli.

. . . . . . .

Ma un turbine piombò e divelse con veemenza sinistra.

A breve distanza Francesca e Mariella morirono; le vide morire una dopo

l’altra, quietamente, senza sapere.

La trama del suo destino gli riapparve allora alta ed oscura.

*

* *

Tornò la sera, dopo di averla sepolta: Mariella, la creatura del suo

sangue. Era rimasta sola nella casa, da quando Francesca stanca di

soffrire, aveva detto addio, ed era morta, non pensando che metteva

così un gran turbamento nelle cose.

E Mariella aveva fatto come i gigli del freddo che nascon dalla terra

senza stelo e scompaiono in questa non si sa come. Si era chiusa in sè

stessa, aveva impallidito, dicendo della mamma quasi la vedesse ancora

intorno a sè.

Miseria la condusse seco; ella aveva i piedi troppo delicati per

camminare sugli sterpi, così ch’egli la portò sulle braccia ed ogni

giorno gli parve che divenisse più leggera.

Poi nella pineta la posò sull’erba ed ella rimaneva silenziosa,

intrecciando fra le esili dita qualche stelo.

Una sera gli disse di aver freddo, sicchè la copri e quando fu

al contatto del suo corpo la sentì tremare e più oltre sentì che

abbandonava completamente il capo sulla spalla sua. A casa, quando la

posò sul letticciuolo e fu per chiamarla perchè assistesse alla sua

cena, ella tacque e per sempre.

Ora tornava dall’averla ridata alla terra; e mentre alcun pensiero

fisso nella mente sua fu, con una persistenza quasi di follia

imperante, sentì rinchiudersi su di sè la vita, come uno sterminato

velario che tolga il sole ovunque.

Finita una gioia che l’avea condotto su di una facile via ad operare,

rimase al limite di una voragine, mutamente fisso, fra lo spavento e la

tentazione.

E vide un arboscello stendersi sull’abisso in un raggio di sole placido

e fremere nel tremito delle foglie e piegarsi a seconda che il vento

voleva. Esile ed incosciente, proteso alla morte come la mano di un

bimbo malato. Poi un macigno si smosse, ondulò dapprima, precipitando

di poi venne di balzo in balzo e lo travolse; e sebbene il ramoscello

non più ondulasse nell’aria il sole rise egualmente negli aperti

crepacci, ma di un ghigno, nella indifferenza delle forze procreatrici

che sanno di poter dare oltre ed oltre.

Trascorse vibrando il sibilo di una vipera, venne dai cespugli, passò,

rapido come un guizzare di fiamma e si perse. Nei domi oscuri un

corvo gracchiò lento evocando nel suo linguaggio, fatto di singulti

voraci, la tenebra; poi un picchio dette le sue tre note e martellò sui

tronchi come vi si configgesse, sicchè parve che un pino fra gli altri

favellasse di leggende floreali.

E Miseria udì i pini parlare sommessi:

— Va! Nella tua casa si è accesa la lampada, brilla dalla socchiusa

finestra come un occhio vigile. Francesca ti prepara la cena e Mariella

prega.

Era la strada ch’egli faceva tutte le sere e tutte le sere i pini

parlavan così.

E gli parve in vero ch’egli tornasse verso la gioia serale, chè tutto

era simile ed egli andava ugualmente ed ugualmente intorno stavan le

cose a sogguardare.

Poichè la pineta ebbe fascini tali da penetrare nell’anima sua

e sconvolgerla egli non seppe se avesse sognato e se andasse ora

veramente verso la pace.

Passò il canale che scorreva senza sussurri a mare. Era sotto le ombre

dei rami protesi e pareva una vena tacita ed oscura ove il sangue

della pineta fluisse da immemorabili ore. L’acqua era macchiata, come

il dorso di una salamandra, da oscuri dischi. Poi s’internò di nuovo e

vide dopo non lungo cammino, sorgere la casa nerastra per le acque.

Ma la finestra era chiusa, ma la porta non si aprì con dolce cigolio

alla sua venuta. Dormiva come un sepolcro.

Tutta la verità lo avvolse allora come una piovra dalle innumerevoli

braccia; egli sentì in sè stesso risorgere la gagliarda ribellione

della sua prima vita; l’anima sua, che il dolore voleva soggiogare,

sentì la rude volontà di divincolarsi e fuggire, di essere libera e

piena e padrona di sè nella vita finchè ciò dovesse continuare.

Fu il ribelle de’ primi anni che sorse come improvvisa polla sorgiva,

zampillando verso i cieli.

Chi poteva essere fra le sue mani perchè egli materialmente lo

colpisse? A chi doveva far subire lo schianto dell’asprezza sua? Chi

stava oltre le nubi era come il verbo che non si afferra e per qual

male egli faceva cadere tanto dolore sull’anima sua?

Come nei giorni di tempesta giunse l’ululato del mare.

La piccola casa era siccome una medusa, chè sopra a lei si stendevano

avviticchiandosi, ritorte ed aspre rame, irrigidite quasi nel terrore

di una prossima rovina, e stava per accoglierlo, per racchiuderlo e lo

invitava con ricordi perchè vi soffrisse.

Vi entrò, ma vide un’ombra nella stanza, ma l’oppresse il silenzio e il

focolare non aveva fiamma.

Esse eran molto lontane, ivi non rimaneva se non la tristezza della

loro dipartita.

Ogni oggetto ebbe una voce: Tu non le rivedrai, elle son morte! E la

parola prese un significato ampio di tenebra e le cose stavan protese

su lui come a farlo morire in una soffocazione lenta di memorie.

Una voce del suo istinto salì dai precordi e lo tentò:

— Nel sole, nei liberi campi, potrai amarle, qui le piangeresti per la

loro vita!...

Miseria guardò intorno. La casa gli parve un sepolcro e n’ebbe una

repulsione, sicchè ritornò all’aperto e fuggì, traversando la pineta,

verso la palude. Là col sorgere del sole avrebbe visto il novo essere

di due anime nella serenità immensa.

E la norma di vita che si era prefissa avanti che l’anima sua si

compiacesse d’amare, riprese.

Visse giorno per giorno del suo lavoro vagabondo e fece rider gli

uomini, ridendo di loro.

Fu ben veduto nelle compagnie dei giovani, chè la sua gran satira non

fu intesa da alcuno. Si divertirono essi superficialmente delle sue

parole e più degli atti.

E così senza mendicare, superbo nella sua povertà burlandosi di tutto

l’essere delle cose, Miseria aspettò la morte.

*

* *

Miseria si fermò nel gruppo: ballavano. Seduto su di una panca, in

alto, un cieco traeva l’arco in cadenza e dal suo violino uscivan suoni

che parevano invero le voci della palude.

Teneva la faccia contro il cielo e rideva; per ogni guizzo della pelle

era un suono, un suono, null’altro, chè lo spento lume delle pupille

non era ad avvivare il volto del sorriso sapiente delle cose. Egli

era in alto, ed il crepuscolo che dal padule saliva, lo irraggiò di un

rosso vivo, come la testa di un fauno dagli occhi spenti. Aveva intorno

al mento una barba nera o aggrovigliata e i capelli intorno al viso

eran così.

Sorrise continuando il suono lento e malinconico; per ogni arcata ebbe

un tremito: certo egli narrava così le voci udite e non intese, come

il fremito delle acque dei paduli, lo zampillio di un fonte, il canto

di una giovane bocca. Egli narrava, vecchio rapsodo delle solitudini,

un suo mondo interiore, fatto come di ombre crepuscolari, e l’incerta

visione nel rude suono rendeva a maraviglia.

I giovani ebbri di vita, accoppiati a due a due, seguivan quel suono

danzando.

Miseria sogguardò nel gruppo. Dapprima nessuno pose mente a lui, poi

qualcuno si rivolse e lo guardò ed ebbe un riso di allegrezza.

— Oh! Miseria, d’onde vieni?

— Dalla reggia.

Disse ciò inarcando le soppraciglia e gettando il capo all’indietro.

Rise, risero; molti intorno gli fecer corona.

Riprese Miseria:

— Guardate.

Tolse il sacco che aveva sulle spalle e lo vuotò. Ne uscirono alcuni

ciottoli rossi e verdi, egli li raccolse:

— Questi sono rubini e zaffiri, ne’ miei possedimenti ve ne sono a

moggia. Li porto in dono a Don Marco.

— Don Marco ti farà dare venti legnate dal suo servo.

— Cosa dite mai, poveri di mente. Il re del gran regno della fame:

Miseria; ha il passo ovunque e nessuno si attenta di toccarlo, che se

morde è come la vipera: avvelena.

— Ci andrai per davvero da don Marco?

— Vedrete.

— Non ti darà neppure un rosicchiolo secco.

— Mi darà pane caldo e carne, poichè gli porto le gemme.

Uno gli si avvicinò:

— Suona Miseria.

— Cosa mi darai tu s’io suono?

— Altre gemme come quelle che hai.

— Resta inteso.

Prese il violino e poi che tutti lo attorniarono giocondamente, era su

molti visi la stessa aspettazione gioconda, cominciò a cantare fra una

serie di lazzi accompagnandosi sul violino, una canzoncina popolare:

«_Finestra chiusa fra due gelsomini_

_palme d’argento per il suo bel viso_.»

Cantò d’amore.

Dapprima nelle inflessioni della voce e negli atti del corpo, fu

l’intento di divertire l’uditorio, ma disse il ritornello chinando il

viso e addolcendo la voce.

«_Miseria ha fame e non ti chiede amore_

_gettagli un soldo per la carità_...»

Subitamente una antica amarezza l’avvolse sì ch’egli abbandonate le

braccia si tacque.

Ma ciò che non era finzione, l’uditorio la ritenne tale, anzi la novità

di quell’abbandono piacque in tal modo che un alto riso l’accolse.

Miseria torse le labbra e guardò gli astanti, disse:

— Il lupo scannerà quante pecore saran sulla sua via.

Rispose un giovane:

— Il lupo mangierà anche te, benchè tu sia una pecora magra.

Gli altri si compiacquero di questa uscita, tanto che la commentarono

seguendo il riso.

— L’ingrasserà prima.

E un altro:

— Certo con le gemme ch’egli ha raccolto.

— No, lo serberà come l’uccello de’ fiumi e l’attaccherà al soffitto

perchè indichi il tempo.

— Cosa ne dici Nanni?

Nanni era ritenuto il giovane che avesse più spirito fra tutti. Disse:

— Un giorno pioveva e Miseria volle fare dell’acqua montagne per

serbarla per quando fosse tempo secco. Lo vidi io ammassare, ammassare

ma l’acqua gli bagnava i piedi.

Un’altra volta andò a pescar ranocchi nel padule; non avendo l’esca,

mise un dito nell’acqua e pescò una mignatta che gli succhiò mezzo il

sangue, ora per riacquistare ciò che aveva perduto, la mangiò tale e

quale.

E ancora: Avendo udito una volta che a San Mattia era festa grande,

pensò di andarvi vestito a nuovo. Era il tempo in cui le cicale

cambiano pelle, andò nei campi e raccolse centinaia di vestiti smessi

dalle cicale, poi li riunì con fili d’erba e spini di marruche e si

fece la veste più bella che si fosse vista mai. Dunque prendendo in

calcolo i suoi meriti, il lupo lo farà maggiordomo.

Miseria inarcò le spalle a disprezzo, ma non volle che una sua

debolezza fosse di riso per gli altri; riprese l’apparente indole sua e

canterellando segnò il passo di un trescone.

Molti batterono insieme le palme a tempo, curvando il capo, seguendo a

volte con le contrazioni del viso l’andare dei piedi in ritmo. Alcuni

lo eccitarono:

— Via, via, più forte....

Egli tentò d’animarsi, ma impallidì, girò su se stesso, cadde.

E gli ignari non intesero, ma ebbero più grande gioia dal nuovo

avvenimento.

— Non hai più le gambe d’acciaio.

— Davvero ha imparato dalle lumache a ballare così agilmente. Miseria

non alzò gli occhi, nè rise.

La sua finzione si esaurì. Giunto a quel limite in cui la ragione non

ha campo sulla natura, fu per maledire.

Nel suo essere presero forma tutte le malvagità per le quali aveva

sofferto e che altri inconsciamente, a solo scopo di gioia, gli aveva

procurato; si vide solo, oggetto di riso fra mille indifferenti.

La sua esistenza, in vista tremula e balzante come un riso, doveva per

conseguenza spegnersi in un cachinno.

Egli in un giorno in cui sentì molte energie incomposte fremere nel

suo essere, pensò di burlarsi della vita e si fece una ragione: — Se

avrò fame, mi riderò della fame; se verrà la morte, riderò della morte.

Miseria sarà come il prato che ha sempre erba, come il fiume che non

gela mai.

E così cominciò ad intessere la gran satira al destino. Ma giunto al

termine dell’esaurimento, la forza del cerebro non resistette a quella

di sensazioni più miti che irruppe dal cuore come una improvvisa

volontà di pianto.

Si sentì sfinire; il cachinno non era sulle sue labbra, ma dentro sè

stesso, come fiamma che tutto avvolga distruggendo.

Pertanto si sollevò lentamente, mentre gli altri, compiacendosi ancora

de’ suoi atti stanchi, ne ridevano.

Con improvvisa irruenza, si volse e li guardò in viso:

— Ci sarebbe alcuno fra voi, che avesse il core di darmi un pane, s’io

fossi per morire affamato?

Nanni si sporse tenendo fra le mani un ciottolo e glielo tese.

— Ecco, tu hai denti buoni e un appetito insaziabile.

Miseria lo accettò:

— Guarda, lo metto con gli altri, sarà la cena di questa sera.

Alcuni vider gli occhi di Miseria bagnarsi come di pianto e supposero

che un’irruenza di riso li avesse fatti lagrimare così. Poi come egli

accennava a partire, la corona si aprì per fargli spazio.

— Addio, buon viaggio; buona cena.

— Quando ritorni porta un vezzo di coralli per la mia donna.

Disse Nanni:

— Vedrete domattina come tornerà grasso e contento; Don Marco gli darà

da mangiare tanto da gonfiarlo come una vescica.

Miseria non si rivolse, andò lentamente con fatica, vicino al margine

della via.

Sentiva sul suo capo un cachinno. La morte.

*

* *

La palude era nel silenzio sinistra e rossa; il sole prima di

discendervi, sull’acque morte come in un singolar specchio di

tristezza, fulgeva.

Man mano che Miseria avanzò, non ebbe percezioni di suono, sentì di non

dover percorrere tutta la via lunga e diretta verso gli orizzonti, ma

pertanto andò curvo come una canna dispoglia delle sonanti lame, andò

come un fil d’erba in un ruscello, soffermandosi a seconda che la forza

voleva.

La palude azzurra in certi mattini e piena di gridi e di frulli e

odorante di strani fiori molli e viscidi come la sua melma, gli ebbe

talvolta regalati i suoi frutti, libera ed ampia seppe dirgli la forza

del suo essere, la verità della vita, la grandezza della libertà.

Uno spirito nomade, che avvolge e determina l’agire di una esistenza,

era in lei come nei cieli, aveva insegnamenti biblici:

— Io t’ho creato perchè tu mi ami sii come me incolta e malefica a chi

voglia togliermi l’aspetto mio.

Specchio dei cieli, povera di frutti, ma ampia e padrona come i venti

del nord, come il più alto dei soli.

E però ell’era in quello spegnersi crepuscolare, silente e rossastra,

quasi dolente per la morte di una sua creatura. Non gracidò una

rana, non gridi d’anatre emigranti, dall’alto, nè cenni di vita da

lontananze: non fu un tinnire che piangesse il crepuscolo; ell’era

chiusa come da insuperabili barriere, sicchè sola nel mondo pareva e

tutto il mondo in lei.

Sull’acque aperte a tratti i bagliori non si stendevan diritti e

dilaganti, ma erano a interruzioni di ombre violacee; gruppi di steli o

qualche stelo solitario si levava diritto aprendo una corolla.

Eran mollezze verginali, della stanca verginità delle acque e negli

spazi liberi ove più viva si effondeva la luce, sicchè come per

fosforescenze proprie la palude abbagliava, il tuffarsi di una rana,

il cadere di un chicco di sementa, apriva sulle immote superfici, un

allargarsi di cerchi oscuri succedentisi in ritmo fino alle ultime

vibrazioni, appena violette nel rosso acceso.

Qualche argine sottile si allungò sotto il crepuscolo perdendosi;

la melmosa superfice celata da esili canne, stava insidiosa agli

inesperti. E veramente rifulse sotto l’ombra delle canne, fra i

giunchi, fra le alghe ove l’acque eran verdastre per l’ombra, come

antichi bronzi dissepolti, qualche livido profilo di donna, dalle

larghe pupille aperte, chiare e verdi, di un singolare stupore. Le

alghe attorcigliandosi, come rettili lenti, alle carni, ai capelli; le

alghe dei fondi oscuri nate dalla putredine, per loro lento vibrare,

davano all’irreale figura apparenza di cosa viva, sicchè essa si animò

nel silenzioso stupore e dai larghi occhi immobili, sinistramente, come

dolorando vibrò insidie, tetra medusa delle solitudini.

Più discosto un fauno rise di un ampio riso acceso di libidine, nel

dissolversi delle cose, sotto le acque immobili.

E sorgevan corolle e steli esili, e foglie acute come lame, ma non

v’era alito che le smovesse; lo spengersi del sole dava al solitario

paese come un senso di tristezza e di paura.

Miseria andò curvo nella strada interminata. Un uomo che riedeva dal

lavoro (passò con la giacca sulla spalla ed alta la falce sul capo) gli

augurò:

— Buona sera e buona pesca.

Miseria tacque, l’altro si rivolse a guardarlo stupito, ma poi proseguì

silenzioso e forte, sdegnando.

Miseria molto andò, finchè l’ombre furon vicine. Il silenzio era nel

suo essere e nelle cose.

Poi una vena gli tremò presso il core. Sollevò il capo, gli parve

d’esser chiamato.

Un piviere trascorse nell’aria ridendo, era un riso lo stridulo grido,

un riso inumano. Si attenuò, si perse e ancora il silenzio.

Si guardò attorno: solo! Vicino a lui era una pietra miliare e vi si

assise.

Una ninfea presso ai suoi piedi fermò il suo sguardo, il bianco de’

petali condusse il suo pensiero ad altre cose. Vide una piccola bocca

di bambina morta: Mariella! Una bocca bianca, ove a bacio a bacio

s’era esaurito il sangue fino alla morte. E le labbra stavano ancora

socchiuse, ancora inesauste come la corolla di ninfea: Mariella! Il

sorriso di un mattino: la sua bocca trovò quel nome quasi cantasse.

Udì salmodiare, luccicaron molteplici fiaccole, caddero fiori: una vena

presso il core, batteva, batteva, batteva.

Scivolò lentamente dalla pietra sulla terra, le gambe si stesero tanto

che i piedi sfiorarono l’acqua.

Ancora un grido, ancora un riso lungo interminato scivolò negli

azzurri. E le voci furono nel suo orecchio:

— Miseria canta, balla. Il trescone! Il trescone!

Lo tiravano, lo spingevano, lo punzecchiavano.

— Miseria, Miseria, Miseria...

Balbettò:

— Lasciatemi morire.

Poi chiuse gli occhi, ebbe una voluttà di sonno, una voluttà di pace.

Passavan tutte le cose buone: la sua donna, la sua bambina. Erano

vestite di bianco, Francesca conduceva Mariella per mano. In qual

paese? Non sapeva: — Dove andate? — Gli accennavano: Vieni vieni vieni.

Gli pareva che ci fossero dei gigli, che ci fosser de’ pioppi alti e

del sole. E si allontanavano ed egli non poteva seguirle.

Rivolgendosi ad ogni passo lo chiamavan ancora, sempre, con la mano; ma

egli non poteva andare, non poteva.

Presso il core la vena accellerò sempre più il pulsare come martellasse.

Esse erano partite ambedue per lo stesso destino. Tornavano ora,

tornavano più vive che mai.

Ma poi sentì che soffocava, tentò di rizzarsi. Da lontano giungevano

altre grida, altri cachinni, ma ora innumerevoli e selvaggi. La mente

sua immaginava l’ultimo tormento. Una turba l’attorniò (tutti giovani

accesi, avvinazzati) e danzò attorno a lui gettandogli ciottoli.

— Prendine, prendine.

— Lasciatemi, sono vecchio, stanco.

Ma la turba cresceva, sempre, vivace e gagliarda. Lo insultava

calpestandolo perchè voleva il riso, il riso ancora, la gioia fino ad

esaurirsi.

— Via, su, il trescone, il trescone!

Eran mille suoni, una ridda ed uno schianto. Lo prendevano, lo

colpivano atroci e veementi per la crudeltà del riso.

— Miseria ancora il trescone, ancora.

Gli si appesantiva il capo.

— Troppo forte, ah! troppo forte.

Poi d’improvviso un giovane gli si accostò, lo prese alla vita e lo

strinse forte tanto da soffocarlo, finchè egli stese le braccia e

gridò:

— Mi schianti il core.

E dagli abissi furon sopra il suo capo le urla.

Ricadde.

Repentinamente la vena vicino al core cessò di pulsare, vide egli in

un attimo ancora la bianca visione di pace; Francesca e Mariella con la

mano accennarono:

— Vieni! Vieni!

Posò il capo vicino alle acque e sorrise nell’alito della morte.

Uno storno d’uccelli migratori si allontanava gridando acutamente nei

larghi spazi, in turbinio veloce.

_Un pellegrinaggio_

(IMPRESSIONI)

Forse qualche frate misericorde avea eretto la croce sul culmine del

monte.

Dicevan gli avi dai bianchi capelli ch’essa era stata sempre lassù,

diritta sul monte, sicchè la sua origine ignota per memoria di popolo

si perdeva nelle tenebre. Nessuno pensava di dirne alcuna cosa, essa

era come il monte di granito; l’uomo vi passa e si umilia, chè il

pensiero dei semplici si chiude come il corso del sole fra due limiti

insuperabili: ciò che è, è per forza di Dio, ed è stato in eterno.

E sulle albe, sui tramonti, quando le campane annunziavano dai culmini

o dalle valli, l’evolversi della vita fra due confini, chiunque fosse

sul monte al lavoro, chè molti prima della luce aravan già la terra

sotto il propiziare di qualche stella; chiunque fosse nelle valli,

nell’ombre umide del profondo e vedesse nel cielo erigersi la croce,

curvava il capo scoperto, benedicendo.

Così i giovani, forti del loro sangue novo, forti della prima vita

tutta di vincoli d’amore, sì per la donna, come per l’ultimo stelo

dei campi; così i vecchi curvi e tremanti, più lontani dai cieli

del pensiero, e più prossimi alla pace che la terra, aprendosi

benevolmente, avrebbe data loro.

Era quello il monte più prossimo al cielo, brullo, grigio per mille

macigni ammonticchiati; una strada che saliva serpeggiando rompeva sola

con una nota bianca e stridente l’uniformità grigia del granito. Ma

tutt’intorno eran altri monti verdi per ricche vegetazioni, coperti di

selve di castagni e di quercioli sulle cime, più bassi erano ulivi e

vigneti.

La valle che si apriva al sol di levante, accoglieva la maggior parte

delle case, le altre eran sparse sulle chine, o nascoste da macchie

d’alberi, o bianche serenamente fra il verde.

Viveva là una tribù, una specie di tribù primitiva, semplice e rude.

Lontanamente nei secoli, qualche orda raminga, sedotta dalla fertilità

del luogo, sostò ivi e presavi di poi dimora con largo intendimento

gettò il primo seme.

E siccome la terra dette grande messe e dai solchi appena smossi,

verzicando rigoglioso il grano empì la valle, con l’amore della

terra, crebbe l’amore fra gli uomini e il numero esiguo lentamente si

moltiplicò nel trascorrere del tempo.

E la valle e i monti intorno sorrisero per nuovi abituri, per nuovi

figli laboriosi, sicchè i campi si accrebbero e dove attorcigliata a

fusti cresceva selvatica la vite e gli uomini appena notavano i suoi

frutti, ora per cura paziente si stendeva in un molle abbandono e dava

al sole le bacche o dorate o sanguigne.

Così nelle menti ignare dal principio de’ secoli non altra cura o

pensiero visse, se non quello della terra. E la gran madre seppe

ammaestrarli. Essi vider gl’inverni, vider le cose addormentarsi

e tacere, udirono il gran silenzio de’ campi, il raccoglimento

straordinario dei terreni bianchi per nevi recenti e pensarono: — La

terra dorme è tempo di riposo — e si raccolsero nelle case. Mandaron

così i primi camini il loro fumo d’argento in alto, verso i bianchi

cieli.

Così sulle albe qualcuno che guardò di lontano le molteplici trame

di fumo unirsi in alto in una sola nube leggerissima, come di metallo

inconsistente, vide (forse era in lui il primo germe del poeta) vide

una bianca figura benedire in atto d’incomparabile amore.

E mentre gl’inverni tacquero, nelle solitarie case sorrisero i primi

raccoglimenti famigliari.

Quando fischiò la bufera imperversando l’uomo sentì inconsciamente la

dolcezza del raccoglimento, la fortezza che ne proveniva nell’essere

uniti, nel vivere l’uno per l’altro in vincoli di fratellanza.

E ancora: i vecchi sapienti per lunga vita, insegnarono ai fanciulli,

tremava qualche fiamma nel rude focolare, come il seme si sparga, come

si prepari il terreno, ed anche impartiron loro i primi elementi di una

semplice morale.

Essi vider le primavere, vider dai rami protesi piare soavemente le

gemme, la valle non apparve più una distesa di terreno triste, ma si

raccolse per una sequela di frondi, per una fiorita di messi, ed anche

sul monte furon macchie di color vivo, i melograni: i mandorli narravan

così l’annuncio del risorgere. La terra sorrise ed essi si dissero:

— È tempo di vita. — E come l’anima si univa per inconsapevoli legami

a tutto l’operare dell’ignote forze di natura, sicchè un desiderio di

espandersi premeva forte all’intelletto, qualcuno, forse nel ricordare

la donna, nel guardare un’alba sui monti o il trascorrere d’acque fra

steli, parlò alto e la sua voce tremando si modulò nei primi rudimenti

di un canto.

Era tempo di vita e il lavoro non era pena. I campi s’impressero delle

loro orme, ma ove sorgesse uno stelo, non vi fu zolla calpesta.

Impararono l’amore, l’amore pei cieli e per il chicco di sementa; la

donna anche che nella pace del riposo s’ingentiliva, ebbe dal compagno

un pensiero che non fu di desiderio.

I monti furon salda barriera, il vento non lasciò cadere nei solchi

aperti un seme di zizzania.

E così la terra nell’evolversi delle altre stagioni, per ogni periodo

ebbe ammaestramenti savi e gli uomini rudi impararono ed ebbero sempre

più maggior reverenza per la gran madre.

Trascorsero secoli e secoli. Furon dimenticati gli antenati, ogni

generazione ebbe il ricordo della precedente nè altra memoria; d’altra

parte non visse intelletto di potenza superiore alla comune.

La vita loro si chiuse, si delineò e trascorse uguale e soddisfatta;

passaron gli uomini sulla terra come il succedersi delle stagioni,

sempre ugualmente nei secoli.

Solo un avvenimento lasciò traccia di sè ed assunse la grandiosità

del mito. Fu un raggio d’improvvisa luce che trasse le anime concordi

alla fede dei cieli. Si narrò di un’apparizione. Improvvisamente,

in un’alba, dal monte squillò una campana e una voce più sonora del

turbo chiamò a raccolta il popolo, e tutti, tutti come per forza nova

andarono.

Anche i vecchi cadenti saliron la ripida china, anche i malati e i

fanciulli, e chi lavorava ne’ campi gettò la marra e si avviò al monte.

E il popolo udì l’avvento di un Dio disceso in terra e morto per

l’intera umanità sulla croce.

Così per la prima volta agli ignari un ignoto apostolo, parlò di Rabbi

Gesù e l’anime semplici si empirono di fede.

Il popolo seppe che Iddio era disceso per redimere gli umili, per

umiliare i potenti; ma l’uomo che loro tali cose disse non fu ricordato

se non come una figura estremamente lontana.

Poi che la nuova fede si espanse, chi aveva visto la morte come un

silenzio, si prostrò, la faccia sulla terra ed adorò piangendo, Cristo,

il Signore!

Gli uomini rudi e diritti furon come ferro nel fuoco, le donne stanche

e le vergini, alzaron le braccia invocando e tutta la valle e tutto il

monte intorno fu convertito alla fede di Cristo Gesù.

Il popolo ricordava il grandioso avvenimento, come si ricorda un sogno

incerto.

Non così della croce; ell’era tragica ed oscura stava sugli abissi, nei

luoghi altissimi, simbolo di morte e di redenzione.

Epperò ell’aveva il fascino dell’ignoto, era la sfinge dei semplici che

dalla pura fede passano al fanatismo idolatra del simbolo.

Gesù non era in lei, l’uomo rude non seppe elevarsi; la croce dei

culmini fu come le cose incomprensibili e mute.

L’uomo la temette e l’adorò.

*

* *

Ogni anno, sulla fine di febbraio, agli inizi della nuova stagione, il

popolo adunatosi, saliva in processione verso la croce, sul monte.

Era quello il pellegrinaggio della disperazione, poichè ognuno in quel

giorno, presi tutti i suoi dolori, gli antichi e i recenti, sotto la

pena, andava come al Calvario, per implorare la grazia. Chè sotto al

sole son due cose impellenti, la vita e il dolore; ovunque la vita

germini, il dolore penetra, contorce, disforma.

Se un uomo dirà ad un suo simile: — Io son con te difendiamoci! Avrà

segnato un patto di fratellanza, ma non si sarà difeso da chi veglia su

lui nelle tenebre e cerca il varco per infiggergli nell’anima l’assillo

del tormento.

Così che anche nella fruttifica valle, anche sui monti ubertosi, ove

per apparenze dolci e solitarie, ove per straordinarie paci, parea

regnasse la gioia, la gioia della semplice vita che si contenta di

sè stessa ed aspetta la morte come un frutto, era disceso il sinistro

fato della tenebra, ed aveva lasciato cadere a larghe mani sulle case

remote, sulle case che si stringevano dappresso, come in allacciamenti,

il suo veleno.

E come nei secoli era avvenuto, anche in quel giorno, mentre il sole

accennava a disparire, il popolo s’adunò.

Era luogo di ritrovo uno spiano, nella valle. Ivi convenivano da tutti

i dintorni i fedeli, non uno che si potesse trascinare s’indugiava

nelle case; anche i malati, se pur qualcuno non era presso ad esalare

lo spirito, venivan portati a braccia faticosamente.

Man mano che il sole scendeva, il gruppo nero sempre più si allargò

quasi tumultuante ed alla massa ogni tanto qualche atomo si aggiunse,

qualche atomo che fu come una vibrazione nel punto in cui si aggiunse.

E non era una voce isolata, era bensì un murmure, chè ai gemiti si

univan digià le preci. I malati avevan negli occhi il sole. Tutto

era sommesso, tutto palpitava all’approssimarsi di un avvenimento

straordinario, le anime si univano in vincoli di timore, dall’alto

pesava su loro la croce granitica, il mistero dei cieli.

Le acque han così nell’apparente pace, il turbamento interiore, presso

alla voragine. La folla cresceva di minuto in minuto e per ogni dolore

aggiunto alla massa si aggravò il murmure, crebbe l’aspettazione ed il

tormento.

La terra si copriva di ombre. Tutt’intorno scendevan velari, qualche

albero si lanciò diritto ad accogliere il sole sulla cima.

Chi sentì presso la sua, la spalla del compagno, tremò per due

martirii; chi vide un vecchio implorare, pensò un sepolcro senza sole;

nessuno drizzò il capo al cielo, tutti stettero chini, scoperto il

capo, aspettando la pace.

Ma vi fu chi gridò alto:

— Signore! Signore!

Sicchè molti capi si rivolsero guardando. Una pazza giungeva vestita di

scarlatto, co’ capelli disciolti, lunghi scarmigliati intorno al volto

acceso, ella aveva una veste vibrante, scomposta come l’anima sua.

— Signore, Signore!

E poi che fu presso la folla sostò, girò attorno il largo occhio

strano, e si gettò sulla terra gridando. Fra il murmure della turba si

scolpì una parola: — Misericordia! Poi anche la pazza si compose con

gli altri e tacque.

L’aspettazione imperò come una paura, mille orecchi avevano ronzii.

Doveva udirsi una voce prima che la turba prendesse l’andare e la voce

era lontana e vicina; incalzante e fatale.

La terra scendeva nell’ombra sempre più, nell’alto tutto era raggiante.

Poi un cuore, mille cuori, pulsarono veementi e tutta la folla cadde in

ginocchio.

Dall’invisibile (non era quella l’usata campana delle albe) discese un

suono acuto ondulando. Una serpe passava nell’aria, attorcigliandosi

vibrando come mille bronzi su torri, e sotto il suono fu il silenzio

della concentrazione mistica.

Lontanamente si udì salmodiare:

_Occurrunt turbae cum floribus et palmis_...

Dietro gli alberi, fra le siepi lontane, saliva il salmo come da tutti

i germi della terra. Poi si vide il bianco delle stole, si udiron molte

voci di bimbi e di fanciulle. Il Signore veniva nel sacramento fra i

cantici.

Ancora nella folla si mantenne il silenzio. Frattanto la campana

pulsava affannosamente nel respiro reiterato del grido, ma le voci

unite, più vibranti salivano, vincendo il suo strazio.

«_Cum Angelis et pueris fideles inveniamur_.....»

...... _triumphatori mortis, clamantes_.....

Sorridevan lontanissime le nubi bianche nel sole.

«_Hosanna in excelsis_....»

La turba ebbe un fremito, si approssimavano le voci, il sacramento; la

campana gridava stordendo, nell’alto, negli abissi.

Un turbamento, una passione, un martirio sottilmente s’infiltrava,

scuotendo tutte le fibre. Non furon più mille anime, fu un’anima sola,

grande, implorante e addolorata. Ella si accasciò, si torse, ebbe

un’impeto convulso, sicchè nel murmure che lentamente si accrebbe,

quasi acqua in rovina, improvviso, gagliardo, irruente sorse un grido,

più alto di un fragorio di acciaio infranto.

«_Hosanna in excelsis..... Hosanna!_»

I cantori si avvicinarono; precedette un giovanetto. Era egli biondo e

gentile, aveva in sè qualcosa di soave, come le nubi di fumo che lanciò

dal turribolo, orando; e dopo lui, molti passarono in bianche stole,

finchè il vecchio parroco ricurvo, alte le mani reggenti il simbolo di

Dio, si fermò presso la folla..

Egli si rivolse, fece l’atto del benedire e mormorò:

— _Procedamus in pace._ —

Risposero i cori:

— _In nomine Christi Amen._ —

Poi proseguì. Andarono dietro lui i giovanetti e le vergini

salmodiando, e tutto il popolo lentamente si dispose a partire.

Il sole ancora irradiava la valle a ponente, sicchè per tutta la

china di quel versante eran luci vive, dall’altro lato si addensavano

umide ombre. Poco lungi dallo spiano, si apriva la strada del monte,

il biondo fanciullo già vi si inoltrò e salì per la bianca via

sull’infranto macigno, che gli ultimi della folla ancora si ordinavano

per la salita.

Tremarono i ceri sorretti dai fanciulli e dalle vergini, i bianchi ceri

propizianti e per l’alito delle voci le fiammelle si ripiegarono.

Il salmodiare allontanandosi si innalzò, venne dalle altitudini.

La folla andò compatta come un sol corpo, si stese sulla via, scomparve

dietro un macigno, ricomparve sull’argine del precipizio, nera,

uniforme, fatale. Il pispigliare fu come di mille abeti in notte

autunnale, gli abeti delle sommità che gemono al vento dei mari,

venne a tratti senza suono di parole decise, ma si fuse coi cori in

discontinue cadenze.

Chi ebbe affanno nel salire, trovò il braccio che lo sorresse e lo

sospinse, chi si esaurì nel portare un malato ebbe l’aiuto del vicino,

del fratello; non mai come allora, in nome della fede, la folla si

sentì solidale ed una. Era l’idea. — Essi andavano come al confine dei

cieli, ai confini della morte; tutti aveano sulle spalle la croce e

sulla fronte i rovi.

Un Cristo novello era nell’anima di ciascuno. L’invidia e l’odio si

tacquero; chi girò gli occhi attorno vide su mille volti il suo dolore

istesso. Di fronte ai misteri anche l’anima degli ignari rimane nuda

inconsciamente. Ciò che la vita e le abitudini possono avere lasciato

in lei, scompare; i tratti che la diversificano dalle altre, si

annientano; la forza prima rimane ed impera, questo fa sì che molte

anime si fondano in una come un’unica fiamma.

La campana si tacque, la valle ebbe il silenzio, e un’ombra violacea,

mentre la turba si era allontanata e le cime cominciavano a tingersi di

fuoco.

In alto, nelle ultime ritorte della via, ormai confuse col grigio del

macigno, era un agitarsi di cose informi e silenziose; nel tramonto

passò qualcosa di solenne.

— _Cum ramis palmarum, Hosanna clamabant in excelsis_.... —

Il biondo giovanetto entrò nella vasta spianata ove s’erigeva la croce

sulla cima del monte. Egli entrò salmodiando, chinò il capo e lanciò

dal turribolo larghe spire di fumo, poi procedette verso la croce e

s’inginocchiò. Dietro lui seguirono i cori, seguì il vecchio prete e la

turba.

Il monte granitico si elevava sugli altri tanto da dominare lo spazio

all’intorno. La luce vi batteva direttamente così chè man mano che le

figure salivano, s’illuminavano ad un tratto nel grande folgorio del

sole. E sempre, e sempre dall’ultima ripida ascesa, comparivan uomini,

vecchi, fanciulli ed ogni volto poichè fu contro al sole s’accese e

folgorò.

Il tramonto era rosso, privo di nubi e sotto al tramonto si stendeva

un piano, fra nebbie rossastro, interminato. La croce granitica stava

alta e rigida nel tumultuare di mille corpi; radiosa e cupa, pareva

sanguinasse.

Poi che tutti furon radunati sulla sommità, il prete alzò le mani e un

silenzio imponente tutto intorno regnò.

Egli disse le laudi; il biondo giovanetto rispondeva con la voce

sottile e carezzevole. Ciò ebbe la durata di alcuni minuti. Poi il

sacerdote si rivolse alla folla ammucchiata.

— _Ecce lignum Crucis in quo salus mundi pependit._ —

Ad un tratto, vibrando, le squillanti voci dei cori risposero.

— _Venite adoremus._ —

E fu l’invito. Mille braccia si protesero, mille grida salirono

turbinando nell’aria; uno spirito convulsivo travolse la turba, sicchè

per la foga del dire, le molteplici implorazioni si fusero in un

grido unico e selvaggio. Sulla larga spianata del culmine, sotto il

sole moribondo, di un rosso acceso, come invasa da un folle senso di

martirio, la turba si contorse in un febbrile fanatismo cieco.

Nell’ansia di prostrarsi alla croce, di baciare il macigno, si

sospinsero, con furore gridando; chi fu calpesto e si rialzò col volto

sanguinante, si lanciò più accanitamente verso la croce.

I bambini, le donne, i vecchi, le più deboli creature, trovarono la

forza di aprirsi un varco, di giungere al macigno.

— Gesù, Cristo Gesù, fate la grazia, fate la grazia.

Una donna pallida e macilenta (le si erano sciolti i capelli nella

ressa, pochi capelli lisci e sottili) alzò fra le braccia un bambino,

una povera creaturina deforme, che penzolò nell’aria come un cencio e

socchiuse gli occhi mugolando contro il sole.

Ella ebbe una voce metallica ed aspra, parve che gridando così si

schiantasse.

— Signore, Signore, guarite il bambino mio, Signore, vi darò la mia

vita.

E più disse e più si affannò, finchè esausta fu travolta da

sopravvenienti.

Quando fu al largo si asciugò la bocca con la mano e sulla palma vide

una traccia di sangue. Il sole l’avvolgeva come nella porpora; diritta

sull’abisso ella guardò il mare di nebbie fluttuare, il suo occhio

contro la luce si allargò addolcendosi:

— Signore, Signore il mio povero bambino, fate ch’io lo conduca fino

alla vita.

S’interruppe, sentì nella gola sgorgare uno zampillo, sentì

sconvolgersele il petto, tossì e lo spasimo la costrinse ad abbattersi

sulla terra, poi dalla bocca contratta rigettò larghi flutti di sangue.

Nessuno si rivolse a lei, nessuno le tese una mano. Ella guardò il

rosseggiare oscuro del sangue, si strinse il petto che le ardeva in

ispasimi atroci, ebbe l’idea di un’orribile morte e curvato il capo sul

seno del figlio stette muta; non maledì, pianse.

Poi vi fu un urlo che superò il tumulto; la pazza si rizzò sulle

spalle dei vicini, sì che metà della sua persona apparve contro al sole

diritta e fiera. La testa gettata all’indietro, turgidi i muscoli del

collo, tutta la faccia contratta, alcune vene le si erano gonfiate come

corde. Ella scuoteva il capo sì che i capelli disciolti turbinavano

nell’aria; sul viso ebbe tutto il sole moribondo.

— Cristo, Cristo...

Il tumulto si tacque. Facendosi il silenzio attorno a lei, aumentò il

suo strazio. Una convulsione scosse tutti i suoi muscoli orribilmente,

ad ogni pulsazione del cuore torceva il collo gridando, il petto le

si agitava rapido, convulso, pareva si fosse schiantata in lei qualche

vena e la vita si accellerasse al suo termine.

Ad un tratto s’irrigidì, la bocca socchiusa, gli occhi aperti

sull’abisso. Alta nel sole, dominante la turba avvilita, rimase come

una statua spaventosa.

Vi fu il silenzio che precede le cose solenni. Ella si curvò lentissima

guardando lo spazio e nell’estrema tensione dei nervi scattò in un

urlo e cadde morente sul granito. Il prete la benedisse. Di poi come un

lento divampare ricominciò il tumulto.

Ciascuno narrò la sua pena ad alta voce, non altri poteva udire se

non Gesù. Già le ombre scendevano, era nell’aria maggior limpidezza,

all’occaso pareva si stendesse una catena di monti infinita e

lontanissima, di un inarrivabile paese; vi fu una dolcezza di anime

esauste, nel languore del vespero primaverile.

Così sulle anime in pena aleggiò lo spirito di Dio e si sparse intorno

la dolcezza di una prossima notte serena.

La terra richiamava i figli lontani. Le grida diminuirono, fu

l’esaurimento delle ultime onde sulla spiaggia. Si udirono preci

sommesse, tremiti di voce, molti s’inginocchiarono in disparte, la

croce si addolcì in una luce estrema.

E salì di molto lontano il suono di una campana, salì dalla valle

salì dall’ombra. Pulsava in essa come in intreccio di vene, un flusso

di sangue, il ritorno alla vita, alla norma semplice della vita, sì

che ognuno sentì lenta in suo cuore trascorrere una beatitudine. Ogni

gemma aveva messo in quel suono un suo invito, ogni albero uno stormire

sommesso e trepido come la voce di un bimbo. Era una chiamata solitaria

e continua dal fondo delle valli, dall’ombra.

Si ristabilì l’ordine tenuto nell’ascesa: Aprì la via il biondo

giovanetto, seguirono uomini in bianche stole, poi il vecchio prete e i

cori e la turba.

Le vergini e i fanciulli non più avevano i bianchi ceri tremolanti,

stavano ora con le mani intrecciate. Passarono a due a due di contro

al cielo, come angeli. Le vergini avevano bianche vesti e portavano

fiori sui capelli disciolti, alcuna fra esse era veramente pallida ed

esile, passavano a due a due contro al cielo, quasi bianco, silenziose

e tristi, pareva si dovessero perdere col crepuscolo.

Seguì la turba compatta e mise nel cielo una traccia nera. Solo le

teste a quando a quando si scolpivano nei contorni.

Fu il lento trascorrere di una visione sulle sommità. Tutta quella

folla d’anime scendeva nell’ombra, rassegnata, riportando ciascuna la

sua croce.

Parea che la risposta dei cieli a tutto quel pregare, fosse come la

biblica condanna:

— .... _tu mangerai del frutto della terra con affanno, in tutti i

giorni della tua vita._ —

_L’agguato_

Innocenzo tirò le redini ad un tratto, il cavallo fece qualche

sobbalzo, s’inarcò e puntate le gambe di poi rimase immobile e ritto,

fiutando. D’innanzi a lui, sulla polvere, una donna era stesa senza

moto. Il vecchio discese e la raccolse.

L’adagiò sui cuscini del bagherino e spruzzandole acqua sulle tempia

cercò di farle aprire gli occhi.

Poco tempo trascorse ch’egli vi riuscì. Quand’ella girò attorno

l’occhio acquoso, sorrise. Innocenzo le appressò alle labbra una sua

fiala che aveva seco sempre, ed ella bevve sorseggiando appena e le

gote ebber qualche rosseggiare nuovo di vigoria. Poi si rialzò e si

assise.

Il vecchio risalì sul bagherino, riprese le redini e dette l’avvio.

Tutto ciò avvenne senza atto di sorpresa nè parola nessuna; egli dette

il suo appoggio, l’altra accettò in riconoscente silenzio.

Fra gli uomini rudi la bontà si esercita come un dovere religioso.

Poichè il cavallo riprese il trotto, la donna si scosse e parlò.

— Andavo a San Zaccaria.

Il vecchio si rivolse:

— Vi ci accompagno.

— Grazie.

Mentre egli la guardò ebbe un aggrottare lieve del ciglio, il suo

pensiero si raccolse, ancora la sua voce forte vibrò:

— Voi siete Malusa?

Rispose la donna.

— Sì.

E chinò il capo. Poi gli toccò un braccio e timidamente disse:

— Se volete, vado a piedi, mi sento bene.

Innocenzo alzò le spalle:

— No, vi accompagno.

Malusa si rintuzzò, si raccolse, cercò ogni modo per occupare il minor

spazio possibile e non alzò il capo mai, nè gli occhi, assecondando

con tutto il corpo le scosse del bagherino. Ancora le sue vesti erano

bianche di polvere, sotto il labbro aveva una ferita sulla quale il

sangue raggrumato e la polvere avevan lasciato un solco nerastro; tutti

i capelli aveva in disordine, il volto immobile, nelle linee quasi di

pietra, parea un’antica maschera di dolore.

Innocenzo non si maravigliò di trovarla sul suo cammino, molte volte

nella pineta l’aveva incontrata; ella raccoglieva le erbe e componeva

filtri speciali per incanti e magie. A questo suo mestiere era stata

costretta, altro non le sarebbe rimasto per vivere, la superstizione

cieca e il destino ve l’avevano costretta.

Ella non sarebbe potuta entrare in nessuna casa, i giovani bensì

andavano a lei per averne qualche aiuto nell’amore. Dava le polveri

che avrebbero avvinta qualsiasi volontà contraria al desiderio

dell’amatore. Diceva con la voce fessa:

— Ella verrà da voi, questa essenza ha la magia della luna di luglio. —

Poi tendeva la mano per avere il frutto del suo inganno.

Era temuta e fuggita, le donne toglievan la polvere dalle orme sue per

farne sul focolare gli scongiuri. Passava di rado fra la gente, quando

vi era costretta lo faceva a capo chino e in silenzio, d’altra parte

tutti le facevan largo con timore.

Ora ella era perplessa e stupita dalla bontà d’Innocenzo, nella vita

sua, per la prima volta le accadeva d’essere trattata con rispetto e

alla pari di qualsiasi altra creatura umana.

Quasi morente fra la polvere egli l’aveva raccolta e curata; ora, sotto

al sole d’agosto, la conduceva via tenendosela accanto senza alcun

sospetto di male.

Lo guardò di sottecchi come una timida bestia che tema e si umilï per

il perdono. Egli aveva l’occhio chiaro e vivo e conduceva il cavallo

veloce, come un giovanotto gagliardo. Malusa rise di compiacimento,

pensò: Innocenzo vincerà anche il demonio.

Avrebbe voluto parlargli per dirgli la sua riconoscenza e fargli palese

il suo cuore. Sentiva dentro di sè un bisogno intenso di dire, che le

faceva tremare la gola come per singhiozzi. Ella non era poi l’orrida

fornace ove un fuoco malefico avesse arso tutto lasciando solo cenere

nuda, senza traccia di scintilla viva; ella non era il male ed il

terrore, non la tenebra oscura e lo spavento, c’era nella sua anima

buia tanta potenza di bene da empirne il mondo. Ma chi era salito mai

alla fonte per appressarvi le labbra? Chi mai aveva detto: — Malusa, tu

sei buona ed io lo so, aiutami nel mio dolore? — Ella allora se avesse

trovata improvvisamente vicino a sè, un’anima che l’implorasse, avrebbe

lacerate anche le sue vesti per coprirne le piaghe, s’egli fosse stato

un ferito; avrebbe dato anche la vita per quel sole che una volta

almeno scendeva nell’anima sua a ricercarne la bontà. Dover sopprimere

per condizione d’altri ciò che si ha di buono in sè stessi; dover

passare con la maschera eterna della finzione; esser costretti senza

limiti su di una via fatale fino alla morte; aver bisogno di sole,

sentir la larga voluttà del sole ed esser forzati alla tenebra; aver

volontà di canto e dover tacere in silenzio; soffrire soffrire soffrire

infine isolati, nel silenzio della paura, era certo la condanna di un

demonio. Ella credeva nella sua mente squilibrata di aver stretto un

patto con le tenebre.

Pertanto disse timidamente e cercò quasi un sorriso nella parola:

— Cosa debbo darvi io, poi?

Innocenzo ne ebbe maraviglia.

— Ma per cosa?

— Per ciò che mi avete fatto.

Il vecchio alzò una spalla.

— Nulla Malusa, volevate che vi avessi lasciato morire?

Ella si tacque (nella sua semplicità, non seppe trovar altro) mormorò

fra le labbra una preghiera per raccomandare a Dio, a costo della sua

vita, quell’anima d’uomo che le aveva fatto del bene.

Il bagherino passava velocemente sotto al sole, i pochi uomini che si

trovaron sulla via, si volsero a riguardare con istupore. Qualcuno

pensò: — Forse Innocenzo l’avrà colta mentre rubava e la porterà in

prigione. E qualche altro: — Innocenzo è vicino alla morte. — Tant’era

ritenuta malefica la vicinanza di Malusa.

Presso un gruppo di case il cavallo s’impennò per l’ombra di una veste

scarlatta stesa al sole e siccome la via era selciata in quel punto,

gli zoccoli ferrati scalpitarono sordamente. Molte donne accorsero

sugli usci. Improvvisamente dalla siepe sbucò un piccolo fanciullo

e corse in mezzo alla via. La bestia cieca dall’ira gli fu sopra. Un

aspro grido di orrore si levò, ma le salde braccia del vecchio attorte

alle redini, vigorosamente in un urto violento atterrarono il cavallo.

Il bambino era salvo.

Fu allora che le donne si avvicinarono irate.

— Strega strega!

— Ti farà morire, è la strega, non la conosci?

La madre del bambino, una piccola donna gialla e biliosa, si accostò

con gli occhi luminosi e le labbra livide che mostravano i denti. Gridò

tendendo le mani:

— Ammazzala!

Innocenzo scese e poi ch’ebbe fatto rialzare il cavallo, si volse alla

donna e:

— Che vi ha fatto di male?

Urlarono le più prossime:

— È la strega, voleva uccidere il bambino.

Innocenzo salì, riprese le redini. Disse poi:

— Siete pazze; ella non ne ha nessuna colpa. — Dette l’avvio e ripartì.

Le voci tacquero e la calma strana del pomeriggio d’agosto stette come

un peso su tutte le cose.

Malusa non si era smossa dalla sua primitiva positura, rannicchiata

in un angolo del bagherino aveva ascoltato tutti i vituperi con

rassegnazione. Anche se avesse visto un mazzapicchio alto sul suo capo,

non avrebbe fatto atto alcuno di salvamento, avrebbe bensì stretti gli

occhi aspettando la morte.

Innocenzo aveva visto tutta la sua miseria. Ella si doleva in sè stessa

nella convinzione d’aver procurato quel male.

Un crescente dolore era nel suo essere; ella anche gli era di male

augurio, rendeva male per bene e senza che lo volesse.

Ma però in qualche modo Innocenzo doveva intendere, chè se avesse

taciuto, certo la coscienza dell’uomo non poteva essere se non

mal disposta, e le premeva ch’egli la sapesse almeno incosciente,

disgraziata, vittima del destino.

— Innocenzo fatemi scendere.

— E perchè?

— Non voglio portarvi male.

Egli si rivolse e sorrise, mostrò un sorriso come una gioia, un

fanciullo ed un santo.

— Via, state quieta, fra poco saremo giunti!

E si tacque nè più la guardò.

Ella non potè contenersi e disse:

— Il Signore vi benedica.

Poi chinò il capo ed abbassò gli occhi come s’egli dovesse dolersi di

ciò e qualunque sua parola fosse un veleno per lui.

Ma in fondo a quella umiliazione era una gioia serena e grande e

luminosa come per mille astri; sentiva nascere e crescere in sè

stessa un germe che le dava una grande felicità come non mai; avrebbe

singhiozzato sulla rupe, sotto la neve, nel fuoco; avrebbe voluto nel

suo corpo tutti i martirï, tutte le sofferenze per poter gridare: —

Innocenzo, Innocenzo io vi dò il mio dolore per la vostra bontà; io vi

dò l’anima mia, non posso compensarvi in altro modo se non soffrendo!

— e torcersi fra gli spasimi, ed esser donna nel suo ultimo sorriso di

sacrificio.

Un essere fra i maggiori, un uomo ch’ella non avrebbe osato guardare,

grande ed eletto fra mille, si era curvato fino a lei, l’aveva

protetta, sollevata, difesa con la sua mano, dalla morte, dagli uomini,

da tutte le persecuzioni; le aveva parlato con dolcezza come ad una

creatura giovane e semplice; l’aveva tenuta accanto a sè senza temere

i malefici che erano con lei sempre; l’aveva salvata infine da due

martiri e senza superbia alcuna, come se avesse posato un bacio sulle

guancie di un figlio suo. Adunque egli era un Dio? Era il Signore?

Malusa avrebbe compiuto l’atto più umile con entusiasmo pur di potergli

rendere qualcosa, di entrare nella sua grazia per qualche atto suo.

Era tormentata, i suoi pensieri si succedevano a scatti, come una luce

che simultaneamente risplenda e scompaia. Non vi era nervo nella sua

persona che non tremasse, avrebbe voluto gridare, non piangere. Una

esasperazione sempre maggiore s’impossessava di lei, chè a momenti

le pareva di entrare in una vita nova, a momenti d’esser presso alla

morte.

Aveva visto scendere fino a lei il Signore, nella sua cantina, nel

buio e tutto si era acceso per la sua presenza: ora bisognava ch’ella

compisse la volontà del Signore. Le sue mani si agitavano convulse, non

sapeva ove andasse, a volte la mente le si smarriva senza connettere

nessuna cosa, a volte tornava in un pensiero luminoso per darle gioia.

Ella poteva benedire finalmente qualche cosa nella vita; la forza muta

del suo essere che ogni giorno più s’innaspriva nell’inerzia e nel

disprezzo, poteva scaturire ora violenta nella riconoscenza, ricoprire

tutto il mondo, vincerlo, farlo sottostare alla sua volontà. Poteva

dire del bene per qualche anima, prostrarsi per qualche essere.

Aveva trovato un legame per riaccostarsi a Dio. Una mano si era tesa

per farla salire su di una scalea di marmo verso la porta di un tempio,

e le cortine oscure si aprivano ad un tratto, si squarciavano innanzi

a lei ed ella vedeva sull’altare, ampio sotto le arcate enormi, in

una luce bianca, come di mille argenti, Innocenzo, chiamarla, come

un santo, verso la pace, verso il Signore, verso Dio nel più alto de’

cieli.

Si gettava sulla terra ginocchioni, singhiozzando. Innocenzo la guardò

e le disse:

— Che avete?

Ella alzò gli occhi lucidi e rispose:

— Nulla.

Poi il cavallo si fermò.

— Siamo giunti.

Malusa discese macchinalmente, senza saper cosa dire, ma quando udì lo

schioccare della frusta e vide allontanarsi l’uomo fra la polvere, si

gittò sulla via e alzate le mani al cielo gridò come pazza:

— Grazie, grazie, grazie.

L'antica madre · 第 6 / 19 题