Egli seppe che uno dei Lari aveva ucciso suo figlio. Daniele tornava
dalla festa della Sagra; in un punto ove la strada era deserta, Gianni
Lari sbucò da una siepe, assalì con veemenza Daniele e come questi
indietreggiava per prendere alcuna difesa, ebbe un urlo e si lanciò.
Per ben tre volte il coltello luccicò e disparve, poi Daniele cadde
riverso. Gianni gettata l’arme, si aprì un varco nella siepe, fuggendo
nei campi.
Uno che sopraggiunse di corsa, disse che il sangue uscì dalle ferite a
fontana e udì pure il morente singhiozzare: — Maddalena! Maddalena!
E null’altro; trama di pochi fili, nenia di poche note.
I corvi a torme quando passano al meriggio, oscurano il sole un attimo,
il batter d’un ciglio, pure nell’ombra fuggevolissima qualche palpito
si arresta.
Così il dramma della sua vecchiaia si svolse. Egli vide un enorme
martello precipitare su di un’incudine rugginosa, dalle altezze di
un tramonto e l’incudine era il mare; sotto il colpo rude la massa si
scompose; più della forza del tempo quella dell’attimo aveva agito in
modo terribile. Così un mazzapicchio atterrò in un colpo il pino più
antico, sì ch’egli, solo nella radura, non ebbe a sostegno nella caduta
le rame protese degli ultimi pini.
Bosso passò i primi giorni dopo la rovina, senza avere alcuna
percezione di vita; nessun cibo prese, non ritornò alla capanna.
La pineta fu il suo eremitaggio: per tre giorni errò nei luoghi più
oscuri, solo, senza nulla dire, con un pensiero fisso: la morte.
Ed egli ebbe nel senso la percezione della fine. Si sentì man mano
estenuare, come una luce che fugge, sentì sè stesso allontanarsi dalla
sua materia: lo spirito corse veloce e vide l’alba, e il corpo errò
sempre più lento in una stanchezza dolce e continua.
Una pioggia autunnale interra così in una carrezza le ultime foglie.
Ma egli non ebbe il desiderio di morire, non fu un volere il suo; come
un fanciullo, prese una strada di cui non sapeva la fine e andò senza
guardare innanzi a sè.
Di un edificio costruito in lungo tempo non eran rimasti che i ruderi,
i primi elementi: tutto era scomparso: pensiero, volere, azione; non
eran viventi se non due cose: una inconsapevolezza strana e un martirio
sottile; così dalla prima si sentiva spinto a seguire il cammino,
e il martirio era l’alba. Lo spirito traversava spazi e spazi, per
raggiungere la chimera. L’anima di un bimbo segue così a volo qualche
ombra, nel cielo riflesso dalle sue pupille.
E degli uomini non ebbe ricordo e lo stesso delitto scomparve dalla
sua mente man mano. — Daniele era vissuto? o non era esso la luce
del cielo? — Di lassù giungeva sempre una voce, una invocazione, egli
l’udiva, egli solo. Qualche cirro che si cullò mise un’ombra nel sole:
— Daniele? Daniele?
Alcune volte egli tese le braccia. Ebbe così in sè stesso una
dimenticanza completa; gli parve di non avere vissuto o di essere stato
sempre nella vita. Ora faceva il suo primo sogno: una luce; e doveva
seguirla.
Errò tre giorni come un estatico senza prender cibo; nella notte del
secondo si assise e la mattina penò a rialzarsi, non aveva dormito;
sulla fine del terzo incespicò e cadde.
Quando tentò rialzarsi puntando una mano, una spina gli penetrò nelle
carni. Vide il sangue e una specie di ubbriachezza lo avvolse.
Il sangue velò il sogno. Il suo viso si contrasse in una espressione di
dolore, gli occhi si fissarono su di un cespuglio, larghi orribilmente,
vi passò tutta la tenebra dello spazio, e vide ancora un corvo
precipitarsi su di un serpentello e rapirlo a volo nell’aria.
In una convulsione repentina dello spirito, egli vide sangue fluire,
udì campane ondare a stormo, ebbe la realità perfetta della vita.
La voce che gli narrava il delitto, disse:
— Io vidi il sangue lanciarsi dalle ferite a fontana. Nel singhiozzo
che irruppe in un grido, si formulò il pensiero della vendetta. E tentò
rialzarsi, ma le forze ormai stremate non glielo permisero: allora
carponi seguì la via del ritorno, lentamente.
Così l’uomo tornò piangendo dal sogno alla vita, per una goccia di
sangue.
*
* *
Come tutte le cose, prese la vendetta nella sua mente, un aspetto
sacro. I Lari si eran macchiati di una colpa, non uno d’essi, ma
tutta la famiglia, il sangue versato sarebbe su loro ricaduto stilla a
stilla, fiamma e castigo.
E ciò non doveva l’uomo, ma Iddio. Iddio, per lui, era lo spazio e la
forza. Si agitava nello spazio qualcosa di grande ch’egli non concepiva
se non come un mistero sotto al quale conveniva curvare il capo in
umiltà. Egli aveva nei ricordi un Dio quasi imposto da una comune
credenza; ora la sua vita, l’osservazione, il pensare, ne avevan creato
un altro vastissimo, informe e di straordinaria potenza.
Forse era il sole, forse la tempesta e la tenebra, o tutto ciò
sintetizzato in semplice fede. Aveva osservato la nascita e la morte,
gl’inverni e le primavere e il sole continuamente baciare per due
volte l’orizzonte: così dal seminato verzicava il grano e cresceva
biondeggiando e mani abbronzate recidevano spiche; così uomini curvi
incitavan buoi tracciando le porche, mentre ridevano ancora nell’aia
moggia di grano bene auguranti al sole.
Tutto ciò in vicenda continua; come ugualmente scendea la nevicata, o
la tempesta gridava negli abissi dei cieli.
Egli non comprese l’Iddio fra i ceri, ma si curvò adorando l’Iddio che
lo ammoniva nello schianto del fulmine; e nella certezza del suo amore,
della reverenza per questa forza, ne aspettava (e qui le ataviche
tendenze riprendevan vigore) una ricompensa. Questo Iddio gli avrebbe
dato l’occasione della vendetta completa, egli solo, non altri.
E attese con sicurezza l’avvenimento.
Pertanto la sua vita riprese apparentemente il solito andare.
Disimpegnò le occupazioni usuali, ebbe cura dell’argine del fiume e
guardò la pineta.
Visse per un pensiero non tormentoso, ma placido e severo; se il
rettile ingoiava la rana, il corvo spezzava il rettile; vi era un
punto di partenza innocente e un fine di vendetta forse inconscia, ma
compensatrice.
La sua morale sorgente dall’osservazione dei fatti naturali e da un
substrato antico al quale ubbidiva come automa, per inconsapevole
azione derivata dai padri, era, come il suo carattere, di una
maravigliosa semplicità.
Egli aveva sentito nulla la sua individualità, ubbidire era stato il
suo verbo, sempre, ora sentiva di dover ubbidire a un comando, a un
dovere.
Messa all’opera la sua forza materiale sola, avrebbe fallito: attendere
l’accenno e l’aiuto dal suo Dio era doveroso e necessario. Così senza
ardore, attese l’ora.
E nella pineta, più si confaceva il chiuso al suo pensiero, ebbe
quasi fissa dimora. L’alba lo trovava fra i pini, il tramonto gli dava
l’addio; allora volto verso l’occidente, e a capo chino e scoperto,
stava fino a che il sole fosse scomparso, e ciò per invocare.
V’era un luogo chiamato ==_La volta_== per la strana disposizione delle
rame in intrecciamenti singolari. Stava presso il limitare della pineta
una radura, i pini intorno eran disposti quasi a cerchio, dietro vi era
il folto e avanti come un largo intercolunnio, e la palude e il cielo.
Ma le rame, in alto, si aggrovigliavano siffattamente da dare sembianza
di volta. Una architettura non mai immaginata, severa e paurosa, si
disignava a maraviglia. Come se un pazzo adunando molte cose disparate,
le avesse poi per subitanea idea geniale, in mirabile armonia riunite.
Così, si aggrovigliava un rettile a due mani protese; così steli
penduli, chiome selvaggie e corolle oscure, figuravan corone. In quella
radura Bosso chinava il capo scoperto al sole morituro per invocare.
Una volta, era fredda l’aria per la fine d’autunno, aveva dato
molta pioggia il cielo continuamente, Bosso tornava sulla sera verso
la capanna, gli accadde di veder scivolare qualcosa attraverso un
cespuglio, una piccola cosa, come un po’ di biondo. Ebbe il pensiero di
un ladroncello che tentasse sfuggire e disse:
— Fermati.
Ma vide ancora muovere i cespugli più oltre e udì uno scalpiccio di
piccoli piedi paurosi. Non tanto per punire, quanto per riconoscere il
fanciullo, affrettò il passo e lo raggiunse.
Allora vide innanzi a sè, una bimba; ella aveva sotto al braccio un
piccolo fascio di sterpi e stava in atto umile, come per piangere,
presso il gigante della pineta. Egli la guardò, un po’ bruna dal sole
e molto bionda. — La veste breve, lacera e scolorita, umiliava la
personcina snella e le scarpe assai grandi avevan il ricordo di troppo
cammino per il piccolo piede; ma i capelli biondi e arruffati le stavan
sulle guancie, ma i capelli pareva glieli avesse dati il sole. Era il
tramonto, e Bosso credette che l’alba l’avesse dimenticata là.
Quando alzò gli occhi (parevan di smalto e pure vi parlava un infinito
timore) Bosso sentì il bisogno di chinare i suoi.
La interrogò:
— Perchè non mi hai chiesto di venire a far legna?
Forse trillò la capinera; ella disse:
— Io ho molta paura di voi.
— Ma così tu hai rubato.
Ella parve rinfrancarsi:
— Son quattro stecchi; ve li rendo Bosso e fece l’atto di posarli.
— No, no tienli.
Allungando una mano per assentimento, accadde che la palma sfiorasse
la guancia della bambina; ne ebbe un contatto come di bacio e sentì un
intenerimento. Così, in una lontana primavera egli aveva accarezzato
una guancia simile.
Quando essa fece atto di partire, egli le chiese:
— Come ti chiami?
La bimba alzò ancora i suoi occhi su di lui, ma ora sorridevano:
— Viola.
Tutta la pineta ascoltava, nel cielo eran pallidezze estenuanti:
— Tornerai ancora a far legna?
— No, se voi non lo volete.
— Vieni, ma prima cerca di me ed io ti condurrò in un luogo ove è molta
legna.
Ella sorrise, guardò quel grand’uomo che prima temeva mentre ora gli
sembrava più buono del pane e disse:
— Addio Bosso.
— Addio.
Egli vide ondulare due frasche, riudì il rumore dei passi e fra un
cespuglio apparve la piccola ombra; attraversò più lontana il sentiero
e si perse nel folto. Ascoltò fino all’ultimo lo stropiccio delle
vecchie scarpe sull’erba secca; qualcosa che gli aveva sorriso si
allontanava ancora.
*
* *
Quando socchiuse l’uscio della capanna, quella sera, fu colpito dallo
stridore lento e continuo dei cardini rugginosi, era quello il saluto
della vecchia casa, l’unica voce di vita nel tugurio. Parve che la
breve capanna palpitasse in quel saluto serale.
Dacchè il desco era deserto dall’ombra cara, egli non vi s’era assiso
mai più. Due coperti stavan sempre sul desco; una notte di Natale
apparecchiò così, sperando che l’ombra tornasse e un gran ceppo arse
nel focolare, mettendo molti bagliori nella stanza e molte ombre.
Attese, senza sonno, fino al mattino, finchè l’ultima fiamma crepitò
violetta, presso l’alare. Ora sperò ancora nel ritorno. Sentì fluire
nell’anima come una corrente di fiori, da una tenebra subitamente
aperta, da uno spazio infinitamente oscuro, tenuissima trama di
corolle.
Rivide ondulare due frasche e una lieve voce sussurrò: — Viola.
Non ebbe stupore di questa sua improvvisa tenerezza, perchè sentiva
nell’anima tutto un desiderio veemente di amare; perchè quella sua
solitudine troppo aspra l’avrebbe forse ucciso prima dell’avvenimento
supremo. Poi quegli occhi di bambina semplici e interrogativi eran
nella sua memoria, come se in altri tempi, lo avesser fissato allo
stesso modo.
Stette ad ascoltare il forte ritmo della sua vita e socchiuse gli occhi
nella visione di Viola.
Ella mise le mani sulle palpebre pese, come se dalla corrente di fiori
si fosser levate due corolle a dargli nel sonno una piccola ombra
buona.
Seguì qualche giorno in cui non la rivide, poi un mattino udì una voce
chiamare:
— Bosso? Bosso?
Viola veniva correndo dal sentiero.
— Vengo con voi Bosso; volete?
Egli le tese la mano ch’ella prese con semplicità e andaron così.
— Sei venuta a far legna?
— No, debbo cercare i funghi; voi sapete dove sono?
— Sì.
Andarono a lungo. Ella parlava a scatti, rideva molto, si sentiva
felice d’esser protetta da quel gigante.
Egli ascoltò tutte le musicalità di quella voce, tutta la semplicità
di quelle parole inconscie che piovevano nell’anima sua, come su di
un orto antico un pesco unico semina in una primavera l’ultima sua
bellezza.
Il mattino era chiaro, il mattino palpitava di luce, Bosso sentì che la
piccola mano diaccia si riscaldava nella sua ed ebbe coscienza di una
virtù.
Disse:
— Viola tornerai?
Per la prima volta la chiamava per nome, ella aveva già vissuto molto
nell’anima sua.
— Sì, tornerò sempre.
— Ora non hai più paura di me, vero?
Ella abbassò il capo in un subito pudore infantile.
— No... voi siete buono.
Quella mattina l’aiutò alla ricerca dei funghi, tanto che il piccolo
grembiale ne fu pieno. La sera Viola ritornò a far legna e stettero
insieme, poi il giorno dopo ancora e così in seguito finchè non fu
giorno in cui ella non andasse a lui.
Una volta le regalò le scarpette, ella ne gioì come di una reggia
favoleggiata, poi ancora una breve veste.
Passaron così mesi, s’ella una volta mancò, Bosso ne ebbe un
rincrescimento vago. Ella si era insinuata lievemente, come un fil di
sole fra due steli, ma l’anima ne vibrava, l’anima ne sentiva ora la
necessità imperiosa.
S’egli pensò ancora alla bontà della vita fu per il fascino di quei
grand’occhi di smalto, che scrutavan nelle sue memorie, ridestando
un’ombra simile, ma lontana, ma incerta, come prima della vita. S’egli
sentì la dolcezza di qualche istante fu per quei suoi capelli biondi,
strani, arruffati, serpentelli nati dal sole per una magia. Bosso amò
Viola per un ricordo ed una gentilezza, Viola amò Bosso per un suo
abbandono soave, come fa il capel venere coll’antica muraglia.
La pineta stupì, alcune volte, nella severità antica; Viola trillò,
corse, rise, tutta la sua giovinezza esuberante si librò nell’aria a
volo verso il più alto cielo che i pini tentavan nascondere.
E al tramonto quando Bosso tenendola per mano la condusse a traverso la
pineta per il ritorno, in quel silenzioso andare parve materiata tutta
la umana bontà.
Qualche corvo che passò non mise ombra alcuna su quei volti, ma schivò
saettando, in volo rapido senza un grido.
Le grandi cose hanno così il potere di vincer natura.