Questa idea divenne una manìa, una fissazione. Non volle ricevermi che
di sera. Ci incontravamo quasi sempre nelle tenebre. Se arrivavo di
giorno ella teneva chiuse le imposte e abbassate le tende; poi, anche di
sera velava di rosso cupo i lumi; o li spegneva.
Io ne soffrivo. Aborrivo tutto quel buio.
--Anch'io, anch'io--esclamava lei--lo aborro! Vorrei vederti, vorrei
guardarti! Vorrei bere con gli occhi la tua bellezza... Ma tu, tu non
devi vedere il mio triste volto sfiorito!
Talvolta mi implorava, umile e lusinghiera:--Tieni chiusi i tuoi occhi,
ed io lascerò entrare la luce. Ma tu, tieni chiusi gli occhi...
Ed io, docile, chiudevo gli occhi.
Allora la udivo spalancare finestre e imposte; poi sentivo su di me
fisso e intenso il suo sguardo: pareva che mi bruciasse, che mi lambisse
come una fiamma.
--Ah! come sei bello! come sei bello!--E si avventava sulla mia bocca
con una furia di passione, togliendomi il fiato, bevendomi l'alito con
lunghi singhiozzanti respiri.
Allora se io schiudevo le palpebre, subito su di esse si abbatteva la
sua mano, la sua mano fresca e leggera, ma inesorabile. E sentivo nella
sua bocca il rauco singulto:
--No! no! Tu non devi guardarmi! Vorrei spegnere il tuo sguardo perchè
non mi vedessi più.
. . . . . . .
Talvolta ella m'inebriava non solo della sua perversa e raffinata
lascivia, ma ancora di liquori strani, di bevande esotiche e
sconosciute, di droghe stupefacenti od eccitanti. E a me pareva di
vivere di una vita chimerica, inverosimile, rimossa dall'elementare
esistenza quotidiana. Mi pareva di raggiungere altezze di lussuria e
abissi di depravazione riservati a pochi esseri umani, privilegiati ed
eccezionali.
Un giorno fui invitato da un amico, Ignazio Weill, ad una festa in casa
sua. Weill era stato anch'egli, come Silvani, mio compagno di scuola e
d'università; laureati, io in legge e lui in medicina, ci eravamo da
qualche anno perduti di vista. Da studenti lo chiamavamo «Ignis» o
«Ignatius... Fatuus», perchè ogni momento ci annunciava qualche sua idea
straordinaria, qualche sua «trovata luminosa» che poi per lo più si
spegneva nel nulla.
Ed ecco che dopo aver vagabondato un paio d'anni per l'Europa e
l'America egli ricompariva tra noi e invitava gli amici di un tempo
all'inaugurazione di un lussuoso alloggio e di uno studio magnifico in
Piazza Cavour.
Egli annunciò che avremmo veduto anche una installazione misteriosa e
speciale in cima alla sua casa, una specie di «Roof-garden»
all'americana.
«Vedrai, caro Scotti», mi diceva nel suo biglietto d'invito, «vedrai gli
splendori di questa mia nuovissima _idea luminosa_!».
E aggiungeva un poscritto:
«Porta teco amici... e amiche!».
Alla sera fissata Rosàlia dichiarò che sarebbe venuta con me. Questo mi
stupì, poichè di solito non voleva uscire; nè le piaceva vedermi in
compagnia d'altri. Ella, come la maggior parte delle donne innamorate,
aveva creato intorno a me il completo isolamento.
Non vi era che Pierino Alessi, un innocuo giovane, mezzo esaltato, mezzo
deficiente, che fosse ammesso talvolta ai nostri incontri. Anche a
questa festa egli si accompagnò a noi.
Rosàlia in quella sera fu bella come io non l'avevo veduta mai. Non so a
quali arti avesse ricorso, o se era soltanto la passione e
l'allegrezza,--e un meraviglioso vestito tutto a squame d'argento--che
la trasfiguravano così. Certo è che la nostra entrata nelle sale di
Weill fu trionfale.
Già ferveva il frastuono e la giocondità; un'orchestrina pseudo-boema
strepitava inascoltata tra le risa e i clamori.
Weill, lungo, magro, un po' spiritato, ci diede con esuberanza il
benvenuto.
Vi erano poche donne, e me ne rallegrai per Rosàlia che le detestava
cordialmente.
Si cenò in un frastuono di conversazione allegra; e sul finire avevamo
tutti bevuto troppo, fumato, parlato e riso troppo.
Weill, seduto a capo tavola, si lanciò in una lunga dissertazione
scientifico-poetica a cui nessuno diede ascolto; già, eravamo esaltati
ed eccitati dai vini, dalle sigarette drogate e dalla nostra esuberanza
stessa.
Tentando di vincere il frastuono, egli ci spiegò che mancava all'umanità
un rimedio universale, un vero antidoto contro tutti i mali. Ora, questo
specifico miracoloso, lui, la Germania e l'America insieme, l'avevano
trovato.
Naturalmente, l'idea era sua; i tedeschi l'avevano concretata e
applicata, e gli americani l'avevano sfruttata.
Mercè questa scoperta non solo egli diventava milionario, ma l'Italia,
ma l'umanità intera si prostrerebbe ai suoi piedi in una frenesia di
ammirazione e di riconoscenza.
--E sapete di che cosa si tratta? Sapete che cos'ho, io, imprigionato
quassù sotto al tetto? _Il sole!_ In una lampada a mercurio in quarzo io
ho fabbricato... il sole artificiale!
Noi urlammo ed applaudimmo. Ed egli continuò:
--Voi sapete della scoperta di Erlangen... avrete pur sentito parlare di
Erlangen...
--Sì, sì!--gridammo noi, che non sapevamo se Erlangen fosse una persona
o un paese.
--Ebbene, voi sapete che a Erlangen oggi si esperimenta coi raggi
Roentgen portati alla potenza di trecento mila volts, e che si scioglie
un tumore in tre giorni invece che in sei mesi. Ebbene, quei raggi, come
d'altronde anche quelli del radium, non hanno che un'azione puramente
locale. Ma i miei raggi, i miei portentosi raggi ultra-violetti,
agiscono su tutto l'organismo! Io posso con essi guarire ogni morbo che
affligge l'umanità.
--Ed ora--terminò con voce stentorea--_à la tour de Nesle!..._ A miracol
mostrare!... Venite, venite a vederla, questa mia ultima sublime idea
luminosa!
Lo seguimmo sul pianerottolo e su per le scale, ridendo
sgangheratamente, inciampando e barcollando. Rosàlia stretta al mio
braccio rideva, rideva anche lei, bella e sguaiata, colla bocca aperta e
gli occhi socchiusi.
--Silenzio!--comandò Weill, fermandosi davanti a una grande porta
chiusa.
Indi, con ampio gesto, ne spalancò i due battenti.
Buio completo!
Noi scoppiammo in rinnovate risa. Bella! Bella l'idea luminosa di
Weill!...
Ma ecco da un angolo, e poi da un altro, e poi da tutte le parti un
subitaneo crepitìo e scintillìo! Ecco, nel nero dello stanzone,
accendersi di qui, di là, da tutte le parti, dei lumi color di rosa,
d'un rosa violaceo, tenero, meraviglioso. Per un attimo parve che le
quattro pareti della stanza fiorissero di rose fiammeggianti,
raggiassero di rubini incandescenti.
Stupiti, trattenevamo il respiro.
Poi le luci rosate si spensero d'improvviso, e la banale luce elettrica,
bianca, cruda e sgargiante ricomparve.
Noi profani ascoltammo allora le spiegazioni dell'amico: le rose accese
erano i raggi ultra-violetti dello spettro solare; questi raggi, dosati
con precisione, avevano la facoltà di distruggere ogni bacillo, e quindi
di guarire ogni male. Applicando a qualsiasi parte inferma del nostro
corpo per pochi minuti i tubetti di vetro traverso i quali passava il
raggio miracoloso, la guarigione, dopo poche applicazioni, era compiuta.
--Avete la tosse?--gridò Weill,--applicate al petto questa placca di
vetro!--E staccò dalla parete un vetro foggiato come una cassetta
quadrata e leggermente concava, vi fece brillare la luce rosata e se
l'applicò allo sparato della camicia.
--Avete una gastralgia?--Staccò un'altra placca di vetro più grande e se
la poggiò sull'epigastro.--Avete un raffreddore?--Due sottili tubetti di
vetro s'illuminarono della tenue luce calda ed egli se li introdusse
nelle nari.--Vi cadono i capelli?--Accese sopra alla sua testa una
grande cappa tonda di luce rosata.--Mettetevi qui sotto per sette od
otto minuti ogni giorno, e in un mese avrete una chioma da Assalonne.
Avete tumori? escrescenze? cancri? Coi raggi ultra-violetti estremi
tutto si guarisce.
Noi, ridendo, ma pure colpiti dalle sue asserzioni, giravamo, accendendo
qua e là nei tubi di vetro la luce miracolosa.
--Attenti!--urlò Weill.--Non toccate! Non fissate a lungo gli occhi in
quella luce! Vi accecherebbe.
Impressionati ci ritraemmo. Indi felicitando Weill, con applausi,
scherzi e risa, ridiscendemmo le scale e tornammo giù alla musica, alle
bevande, al fumo e al profumo della grande sala a pian terreno.
Vi ritrovammo Pierino Alessi che non si era staccato dal pianoforte e lo
schernimmo, rimproverandogli la sua inerzia e incredulità. Ma egli,
scettico e indolente, crollò le spalle; e continuò a modulare le sue
barocche dissonanze finchè l'orchestra boema, avendo cenato, rientrò e
affogò coll'assordante «jazz» le querule note del pianista.
Poi Lo Cursio suonò l'oboe, Clerici diede un'audizione di tamburo,
Marchesini ululò dei canti negri e la piccola Ralli, la greca amica di
Weill, eseguì la sua famosa «Danza di Tanagra», fra gli scroscianti
applausi della baraonda.
Rosàlia rideva come gli altri e con gli altri; ma era impallidita e la
sua bellezza di poc'anzi si era spenta.
Io conoscevo quell'improvviso spegnersi della bellezza sul suo volto di
donna non più giovane! Appariva stanca e rilassata. Sulle guancie le si
erano scavati due solchi, gli occhi s'erano infossati, e anche il collo
pareva smagrito. Sembrava tutta improvvisamente avvizzita e sgualcita.
Con un sorriso forzato rivolse a Weill quel suo volto dolente.
--E il vostro rimedio miracoloso? Guarisce anche il male... del tempo?
--Del tempo? Ma il tempo non esiste!--rise Weill.--È una convenzione; è
una relatività. Noi c'infischiamo del tempo e dello spazio! L'unica
dimensione che ancora va abolita è... la distanza...
E cingendo la vita alla danzante Ralli la trasse violentemente a sè e la
baciò sulla bocca.
Rosàlia si volse a me che le stavo accanto, e mi guardò. Era
pallidissima. Il suo volto era contorto in uno spasimo; i suoi occhi
fiammeggiavano in una specie di frenesia.
Io che la conoscevo, compresi quello sguardo: ella non avrebbe voluto
ch'io vedessi quel bacio! L'idea che, in mia presenza, un'altra donna
all'infuori di lei potesse accendere il desiderio di un uomo, chiunque
egli fosse, la rendeva convulsa, folle, disperata.
... Ella mi fissava, ansante, con quella furia di passione che pur
rendendola più conturbevole la imbruttiva.
Quasi mi leggesse in viso tale pensiero, ella allungò d'un tratto la
mano, e col suo gesto così noto, mi coprì gli occhi:
--Non guardarmi! non guardarmi!--singhiozzò.
Io le afferrai il polso, e allontanando dalle mie palpebre quelle sue
dita febbrili, gliele baciai e le morsi, ebbro ed aberrato.
--Ah!--fece ella in un singulto che si perdette nel clamore che ci
attorniava,--vorrei, vorrei... non so che cosa vorrei!... Ma mi pare che
darei la vita perchè tu non mi vedessi più, mai più! E perchè tu non
vedessi...--i suoi sguardi si fermarono su Ralli, ridente e riversa tra
le braccia di Weill--ah! soprattutto perchè tu non vedessi mai
nessun'altra donna!
Io l'ascoltavo smarrito, titubante, con la testa in fiamme. Non so che
cosa essa volesse dire, non so che cosa io volessi fare. Certo ero
ubbriaco, ero completamente ubbriaco.
--Tu vorresti... vorresti?...--balbettai. E tacqui.
Come un'eco uscì dalla sua bocca anelante e aperta:
--E tu?... Vorresti?... vorresti?...
Un immenso brivido mi scosse. Le afferrai il gracile polso.
--Dillo! dillo il tuo pensiero! Spaventosa e iniqua creatura!...
dillo... dillo ciò che vuoi... dillo ciò che tu pensi!
Ella taceva, fissandomi colle pupille dilatate. Un fiotto vermiglio le
correva sotto la pelle. Era tornata bella; era tornata subitamente
meravigliosa e magnifica.
--Io farò tutto ciò che vuoi. Capisci? Tutto ciò che vuoi!
Ella ebbe un singulto estatico.
--Ah, se fosse vero! Se tu mi amassi... _fino a quel punto!_
Come colpito dalla folgore compresi. Mi volsi e mi guardai intorno. Vidi
Alessi; s'era rimesso al pianoforte e tempestava degli accordi stonati,
il capo gettato all'indietro e gli occhi chiusi.
Io lo afferrai pel braccio. Non connettevo, non ragionavo... delle idee
confuse e folli mi turbinavano nel cervello. Sentivo che, da solo, non
avrei osato...
--Alessi! vieni,--gridai, e il singulto dell'ubbriachezza mi rompeva la
voce.--Vieni a vedere le meraviglie di Weill!
Lo trascinai fuori e su per le scale. Barcollavamo e inciampavamo ad
ogni passo, ebbri qual'eravamo tutti e due. Io gli stringevo il braccio
come in una morsa, gridando delle parole insensate e sconnesse.
--Il rimedio... il rimedio a tutti i mali... vieni! vedrai!...
Giunti all'ultimo pianerottolo spinsi con violenza il battente della
grande porta, e il laboratorio si aprì davanti a noi, nero come una
caverna.
Brancicando, con mosse confuse, cercai gli interruttori della luce
mentre coll'altra mano attanagliavo il braccio magro di Alessi.
Questi si divincolava gemendo:--Cosa fai? cosa fai? Lasciami andare!
Abbandonai il suo braccio. Avevo trovato l'interruttore e fatto scattare
la luce elettrica. La rispensi subito. Avevo scorto gli altri
interruttori--quelli della luce rosa!
Li girai.
Ed ecco raggiare nel vasto vano, di qua, di là, da tutte le pareti,
quelle stelle color di viola rosato, a un tempo dolci e violenti.
Traversai barcollante e precipitoso la stanza. Sentivo il pavimento
sollevarsi e abbassarsi in ondate alterne sotto ogni mio passo. Mi
lanciai verso il fondo della sala verso la grande placca che Weill aveva
acceso per la prima... Ardeva, ora, appeso alla parete, il gigantesco
ciclame incandescente; brillava di un fuoco vivido e soave, che mi
faceva pensare a un torrente di rubini sciolti nel latte.
Lo staccai dal muro tenendolo nelle mani, quel portentoso e spaventevole
gioiello.
--Eccolo, Alessi, eccolo il rimedio a tutti i mali!... Il male degli
occhi, sai qual'è? È la vista! La vista delle cose belle che ci
stordiscono, la vista delle cose laide che ci disgustano, la vista
delle cose tristi, delle cose triviali, delle cose nefande!...
Urlavo così, fissando nel fulgore cremisi i miei occhi sbarrati. Ora
nelle mie pupille si accendevano sprazzi di rosa... s'infiggevano
pugnalate di rosa... il mondo era un immenso incendio rosa!...
E adesso intorno al rosa appariva un cerchio viola, d'un viola cupo,
d'un viola folle, d'un viola non mai veduto!... Ed ora mille altri
colori balenavano saettavano sprizzavano intorno a me. Ero circondato di
fuoco multicolore, di fuoco verde, di fuoco bianco, di fuoco nero... e
traverso tutto questo balenìo questo lampeggìo questo sfolgorìo
policromo, sempre delle pugnalate di rosa mi si figgevano nelle
pupille...
D'improvviso tornai in me. Con un urlo volli distogliere lo sguardo da
quella voragine rosata; non potevo; le mie pupille erano inchiodate,
avvitate a quel rutilante braciere.
Sentii Alessi che gridava:--Cosa fai? Vieni via, vieni via!
L'universo turbinò...
Udii delle grida, degli urli, udii... non so che cosa...
Caddi in avanti, prono, colla faccia in quel barbaglio rosa, colla
faccia sulla lastra accesa... spezzandola!
(Alberto ascoltava inorridito. Avrebbe voluto non udir più; avrebbe
voluto non vivere più.
Lontano nella notte un cane abbaiò ed ululò nell'alto silenzio della
campagna deserta.