XVIII.

--Io conobbi Rosàlia (da voi si fa chiamare Raimonda?...) quattro anni

fa.

Io allora ci vedevo.

La trovai al letto d'agonia di un giovane ch'era stato mio compagno di

scuola: Angelo Silvani. Forse ne avete sentito parlare: era quel

violinista che si avvelenò, così drammaticamente, durante un suo

concerto... tra un pezzo e l'altro... Ricordate? Tutti i giornali ne

parlarono.

Non so perchè egli volle quella fine orribile e sensazionale. Non so

perchè Rosàlia si trovasse presente alla sua agonia. Essa non me l'ha

mai detto. So che, vedendola per la prima volta a quel capezzale di

moribondo, ella non mi piacque; la trovai quasi brutta, insignificante,

trascurabile.

La sera che Angelo spirò eravamo in molti vicino a lui. Ella d'un tratto

diede un urlo e mi cadde svenuta ai piedi. Mio padre ed io la portammo

a casa sua; e all'indomani andammo a chiedere sue nuove. Io vi tornai

l'indomani ancora, e i giorni susseguenti.

Probabilmente ero anch'io, agli occhi suoi, un essere nullo,

insignificante, trascurabile. Certo non avevo alcuna qualità speciale e

impressionante; non ero nè molto brillante, nè molto bello, nè molto

ricco. Ero come tanti; ero come tutti. Ero giovane, null'altro. Studiavo

legge senza eccellere; facevo della musica mediocre; scrivevo dei brutti

versi. Ero insomma un giovinotto qualunque.

Come avvenne che quella donna si accorgesse di me, si incapricciasse di

me? Non lo so. So che d'improvviso mi trovai afferrato da lei, ammaliato

da lei, dominato da lei. Ella mi vinse, mi cinse, mi avvinse a lei con

subdole arti, con sortilegi malefici. Versò alle mie labbra il filtro

delle più raffinate lusinghe, delle più ricercate perversità...

Ed io, pur ribellandomi, pur riluttante, pur non amandola--anzi,

detestandola quasi!--divenni suo schiavo, cosa sua.

Ed io, pur ribellandomi, pur riluttante, mai, nè un giorno, nè un'ora,

nè un attimo di felicità.

Era una tortura la sua passione. La sua ferocia, la sua gelosia, financo

la sua lussuria, così macabra e morbosa, mi martoriavano la carne e lo

spirito. Essa era un'amante spaventosa, mostruosa.

Aveva sopratutto la fissazione, l'ossessione continua della sua età, del

suo declinare fisico a raffronto della mia giovinezza.

La mia giovinezza! era per lei un delitto. Pur essendo la fonte unica

della sua passione per me, ella la odiava e la temeva.

--Come sei giovane! come sei giovane!--sospirava in un singulto,

carezzandomi la fronte.--Che meraviglia!...--E poi, abbassando la

voce:--E che orrore! ah, che orrore!...

E si abbatteva su me con una frenesia in cui vi era quasi dell'odio.

Era costantemente preoccupata della sua apparenza, del suo aspetto di

fronte a me.

--Non guardarmi, non guardarmi!--esclamava sovente, quando io rivolgevo

gli occhi a lei.--Vorrei che tu non mi vedessi!

...Sorella di Messalina: Romanzo · 第 26 / 36 题