--Io conobbi Rosàlia (da voi si fa chiamare Raimonda?...) quattro anni
fa.
Io allora ci vedevo.
La trovai al letto d'agonia di un giovane ch'era stato mio compagno di
scuola: Angelo Silvani. Forse ne avete sentito parlare: era quel
violinista che si avvelenò, così drammaticamente, durante un suo
concerto... tra un pezzo e l'altro... Ricordate? Tutti i giornali ne
parlarono.
Non so perchè egli volle quella fine orribile e sensazionale. Non so
perchè Rosàlia si trovasse presente alla sua agonia. Essa non me l'ha
mai detto. So che, vedendola per la prima volta a quel capezzale di
moribondo, ella non mi piacque; la trovai quasi brutta, insignificante,
trascurabile.
La sera che Angelo spirò eravamo in molti vicino a lui. Ella d'un tratto
diede un urlo e mi cadde svenuta ai piedi. Mio padre ed io la portammo
a casa sua; e all'indomani andammo a chiedere sue nuove. Io vi tornai
l'indomani ancora, e i giorni susseguenti.
Probabilmente ero anch'io, agli occhi suoi, un essere nullo,
insignificante, trascurabile. Certo non avevo alcuna qualità speciale e
impressionante; non ero nè molto brillante, nè molto bello, nè molto
ricco. Ero come tanti; ero come tutti. Ero giovane, null'altro. Studiavo
legge senza eccellere; facevo della musica mediocre; scrivevo dei brutti
versi. Ero insomma un giovinotto qualunque.
Come avvenne che quella donna si accorgesse di me, si incapricciasse di
me? Non lo so. So che d'improvviso mi trovai afferrato da lei, ammaliato
da lei, dominato da lei. Ella mi vinse, mi cinse, mi avvinse a lei con
subdole arti, con sortilegi malefici. Versò alle mie labbra il filtro
delle più raffinate lusinghe, delle più ricercate perversità...
Ed io, pur ribellandomi, pur riluttante, pur non amandola--anzi,
detestandola quasi!--divenni suo schiavo, cosa sua.
Ed io, pur ribellandomi, pur riluttante, mai, nè un giorno, nè un'ora,
nè un attimo di felicità.
Era una tortura la sua passione. La sua ferocia, la sua gelosia, financo
la sua lussuria, così macabra e morbosa, mi martoriavano la carne e lo
spirito. Essa era un'amante spaventosa, mostruosa.
Aveva sopratutto la fissazione, l'ossessione continua della sua età, del
suo declinare fisico a raffronto della mia giovinezza.
La mia giovinezza! era per lei un delitto. Pur essendo la fonte unica
della sua passione per me, ella la odiava e la temeva.
--Come sei giovane! come sei giovane!--sospirava in un singulto,
carezzandomi la fronte.--Che meraviglia!...--E poi, abbassando la
voce:--E che orrore! ah, che orrore!...
E si abbatteva su me con una frenesia in cui vi era quasi dell'odio.
Era costantemente preoccupata della sua apparenza, del suo aspetto di
fronte a me.
--Non guardarmi, non guardarmi!--esclamava sovente, quando io rivolgevo
gli occhi a lei.--Vorrei che tu non mi vedessi!