Fra tutte, la sensazione principe è data dal cosidetto _cerchio della

morte_, quando il caccia, dopo essere stato tenuto a pieno motore

poco sotto alla linea di volo, per il lento richiamo della _cloche_

s'innalza, si capovolge con solennità, con dolcezza, senza sforzo,

senza vibrazioni, tenendo il pilota sospeso nel vuoto, col viso

rivolto su l'abisso, poi ripiombando con la testa in giù a velocità

vertiginosa. E il pilota conclude che l'uomo è il più adattabile

degli animali e, allorchè le vive, giudica naturali le situazioni più

stravaganti.

Non tutte le _acrobazie_ riescono con uguale esattezza. Mentre

in talune il pilota acquista crescente padronanza e si raffina in

isfumature che poi costituiscono il suo stile e il suo segreto, in

altre non riesce, per difficoltà che gli restano imprecise, oscure.

Così si spiegano certi curiosi scambi fra esperti piloti da caccia:

«Se tu mi dici come fai il _looping_ centrale, io t'insegno come faccio

il _tonneau_.» Evidentemente la proposta è accettata, perchè i due si

appartano a confabulare sommessamente, con mistero, accompagnando le

parole con gesti di mano e di piede quasi tenessero la _cloche_ e i

pedali.

Gli _assi_ si famigliarizzano così completamente con la loro abilità da

giungere a porre, quale posta delle loro partite alle carte, i premi di

mezzo apparecchio, di un quarto d'apparecchio.

« — .... Di quale apparecchio?

— Quello che abbatterò domani.»

Il collega osserva il cielo: « — Eh mi pare che il tempo non sia

propizio. Forse domani piove.»

Gli _assi_ curiosi di portarsi in battaglia pure il novello cacciatore,

lo incitano a conoscere ed a far sparare in volo le mitragliatrici. Il

molto problematico _asso_ vola quasi a fior d'acqua, spara, non riesce

a vedere gli zampilli sollevati dai proiettili, viceversa riceve negli

occhi il fumo dei bossoli e nelle narici le acide esalazioni; se le

armi s'incagliano tenta inutilmente di rifarle funzionare. Ma pure in

questo allenamento vince la prova: scorge gli zampilli proprio dove

voleva scorgerli — segno che spara giusto — e non è più prodigo di

colpi.

L'arte del cacciatore, come quella del risparmiatore, è di spendere

poco e bene. Basta di perforare l'acqua. Altri bersagli aspettano: le

lugubri croci. E immagina combattimenti nei quali riesce a mettersi

in coda all'avversario e lo abbatte. Non dubita neppure di mettersi in

coda. Si prende la rivincita contro i patemi sofferti quando avendo il

pigro apparecchio pesante, temeva che i caccia austriaci o tedeschi si

mettessero in coda a lui. Allora faceva consistere la sua abilità nel

disimpegnarsi da attaccanti più agili, ora è smanioso di attaccare e si

sente un signorotto del cielo.

Mentre egli fantastica sulle sue ipotetiche vittorie, gli autentici

cacciatori che ogni giorno vanno a Trieste, Rovigno, Pola, conseguono

vittorie effettive. Al ritorno ognuno descrive la sua parte nella

battaglia. Ognuno è una faccia diversa di quel fenomeno complesso che

è l'audacia: c'è l'audacia sprezzante, orgogliosa dell'intelligente

paradossale che si esprime fra sprazzi d'ironia e di umorismo sul

conto dell'avversario; c'è l'audacia sfavillante, serena, canora e

nello stesso tempo matematica dell'uomo impetuoso e calcolatore; c'è

l'audacia fredda del pilota consumato nel lungo servizio, tutta nutrita

di tecnica, ricamata di virtuosità, di eleganza, di raffinatezza;

c'è l'audacia dell'insoddisfatto che non si confida, che rimane

inalterabile sotto la sua maschera di scherno, sotto la sua breve

parola tagliente.

Un combattimento fra pattuglie aeree non si può ricostruire, come

non si può narrare a traverso quali procedimenti una matassa si è

imbrogliata poi disimbrogliata, trattandosi di una complicazione

di simultanei attacchi e contro attacchi, di _cabrate_, _planate_,

rovesciamenti d'ala, avvitamenti, mitragliate, fughe, inseguimenti....

E intanto continua la sovrapposizione dei racconti fra i reduci dal

combattimento: un pilota tutto fulvo come un lioncello, irrompe con

i suoi «Era notte!» per dire «Erano momenti pericolosi!» «Quanti

K. C'era da fare un'insalata, mamma mia. Ma prima bisognava fare la

festa ai caccia», e nella sua mimica di siciliano s'accompagna con

gesti guizzanti come coltellate. E per lasciare intendere che il suo

avversario aveva manovrato bene, gira il pollice e l'indice uniti della

destra sulla guancia come dovesse chiudere un rubinetto.

Un altro pilota, dall'apparenza di giovinetto, forte come i marmi

della sua Lunigiana, dall'aria sempre sonnolenta sotto gli occhi

socchiusi, con la voce cavernosa, mugola brevi, saporiti epiteti per

non aver potuto abbattere altri _Ago_ austriaci, oltre i tre obbligati

a scendere. Un volontario di guerra venuto dalla maschia Brescia,

tarchiato nella figura, con nel viso l'impronta di due forze — quella

lombarda e quella montanara — dice, con flemma e a tono basso meno di

quanto gli è accaduto, di quanto ha fatto, sperdendo le ultime parole

con un «ma non vale la pena di narrare».

Rimane silenzioso, dolente uno dei combattenti il quale interrogato

mostra una pallottola incurvata: — «Non ho potuto sparare causa

questa....» e giù epiteti.

Entrano le torpediniere con a rimorchio gli _Ago_ e a bordo due

aviatori austriaci fatti prigionieri. La massa dei gregari, abituata

alla vista dei trofei di battaglia, si schiera lungo le sponde a

mirare la scena con calmo sorriso di perfetta soddisfazione. Chiusi

i ricoveri, si reca come a una festa a sfilare davanti alla preda.

Intanto si diffonde il «Noi abbiamo abbattuto tre _Ago_». Lo coniugano

i meccanici, i montatori e i mitraglieri dei caccia, i marinai della

manovra che accompagnarono nell'acqua e ritirarono all'asciutto i

caccia, prima e dopo il combattimento.

Solo, inosservato, l'allievo cacciatore immagina con un'orgia

di fantasia quando ufficiali e marinai accorreranno ad ammirare

l'apparecchio abbattuto da lui. Si presenta al comandante a chiedergli

di essere messo in turno per la prossima missione.

« — Volentieri. Domani lo mando in pattuglia sul Piave, zona eccellente

per l'allenamento dei cacciatori.»

Sul Piave e a Pola.

Quattro idrovolanti da caccia, uno dei quali pilotato dall'esordiente

cacciatore, spiccarono all'indomani il volo per scortare un idrovolante

da bombardamento incaricato di fotografare opere militari nemiche sul

Piave. L'esordiente, partito per ultimo, si mise a girare per il cielo

con il naso in aria per non smarrire di vista i quattro apparecchi

già più alti. Piegava a destra e a sinistra, saliva manovrando come

un corridore ciclista che non guarda la macchina sua, ma quella dei

rivali. Il cielo popolato, la preoccupazione di procedere «assuccato»

con altri velivoli, gli toglievano la sensazione di librarsi

nell'atmosfera.

Egli constatò che i voli d'assieme provocano un esercizio di conteggio

elementare che quel giorno andava dall'uno al quattro. Mentre saliva

verso il Piave, egli, ogni uno o due minuti, rifaceva il conto: «Il

primo, con la macchina fotografica, mi è avanti più basso; il secondo

mi è a destra e segue la costa; il terzo mi è a sinistra, più alto. Il

quarto dov'è? Mi sarà sopra o sotto? a destra o a sinistra?»

L'esordiente volgeva indietro la testa, ma non l'apparecchio.

Si proponeva di evitare una eventuale collisione, con la stessa

tranquillità con cui si evita un ciottolo per istrada. Il volo in

pattuglia gli suggeriva un soliloquio ininterrotto a base di dubbi,

sospetti, patemi, letizie, entusiasmi, spaventi...: «Ecco il quarto. È

sopra a me, a sinistra. Riepiloghiamo. Uno davanti e sotto: va a fare

le fotografie. Due a sinistra diretti al ponte della Grisolera. E fanno

tre. Il quarto sulla costa diretto alla foce del Piave. Come salgono i

tre caccia. _Cabro_ anch'io. Un'occhiata agl'istrumenti di bordo. Olio

a 8: bene. Benzina a 3,50: bene. Temperatura a 70: benissimo. _Cabrato_

a 20: niente di male. 1350 giri di motore: cosa vuoi di più? E i tre

caccia dove sono andati? Che scherzo è questo?»

Il pilota, senza _virare_ — sempre per la famosa ragione delle

collisioni — volse il capo più che potè e scoprì i tre caccia più

bassi e più indietro. Riprese il monologo: «Il torto è mio perchè vado

alla massima velocità. Ora riduco i giri di motore e il grado della

_cabrata_. Eppure il capo-squadriglia m'aveva raccomandato di procedere

alla minima velocità. Il caccia non è come l'apparecchio pesante e può

prendersi il lusso di librarsi con una lieve forza di sostentamento. Io

mi comporto ancora come fossi sul «pesante». È più difficile di quanto

si immagini rimanere in compagnia per aria.»

Gli altri quattro idrovolanti nel frattempo erano scomparsi di nuovo.

L'esordiente era a 3200 metri e gli altri erano scesi a 1000 metri.

Il difetto essenziale dell'esordiente consisteva nell'accorgersi

sempre in ritardo, anche di pochi secondi, delle evoluzioni altrui.

Per apparecchi che filano a 180-200 chilometri all'ora, bastano pochi

secondi a distanziarsi l'uno dall'altro sino a ridursi dei puntini.

«Perchè sono scesi così a bassa quota? Forse per qualche incidente? Mi

abbasso anch'io. Non è igienico rimanere solo a 3200 metri presso le

linee. I _tognini_ hanno la pessima abitudine di navigare in tanti e ad

altissima quota. Sarebbe uno scabroso inizio per me combattere contro

dieci o dodici. Non son mica Piccio, io. Lo diventerò, ma per ora mi

basta averne contro due o tre; o uno....»

I quattro idrovolanti pareva sfiorassero l'acqua davanti alla foce

del Piave. È incredibile come scompaia la percezione della distanza

fra l'aeroplano e il terreno (o il mare) allorchè li si osserva da

una maggiore altezza. Sembra che il sottostante apparecchio rada il

suolo e al contrario è librato a 1000 a 1500 metri. Intanto i quattro

idrovolanti continuavano a volteggiare davanti alla foce del Piave

come quattro api indecise ad entrare nell'alveare. Mille metri sopra

_virava_ stretto, senza perdere quota, e senza perdere d'occhio la

situazione generale, l'esordiente tutto intento a evitare sgradevoli

sorprese.

Poichè il cielo appariva senza croci e poichè i quattro idrovolanti

continuavano a scherzare sotto il naso, anzi sopra, del nemico, il

cacciatore novello, per il quale il fronte del Piave era nuovo,

lanciava sguardi pure lungo il fiume risalendolo sino ai monti

dolomitici. Lassù erano Feltre, Belluno.... Quanta melanconia! E sì che

in volo non v'è soverchio posto per le meditazioni prolungate. Ma al

pilota abituato l'anno prima a volare sul Carso, pareva inverosimile

che il fronte, visto di lassù, da dove i limiti tracciati nella terra

sembravano segni di giuochi infantili, pareva inverosimile che il

fronte fosse sceso fino a rendergli invisibili i luoghi che aveva

temuto ed amato, l'Hermada, il Faiti, il Vallone, Gorizia, il Sabotino,

il Monte Santo, l'Isonzo, i luoghi coi quali aveva stretto famigliarità

in quotidiani contatti.

Il Piave nuovo fronte! Quante volte eseguendo riposanti, dilettevoli

voli di servizio fra Venezia e Grado, egli aveva guardato quel

fiume, così lontano allora dalla guerra, come si considera la prima

stazione di un viaggio. E quel fiume era diventato la stazione

d'arrivo per giungere sul nemico. Sulle sponde i paesetti, le borgate

inconsapevolmente ridenti sino ai primi giorni del novembre 1917, si

presentavano ormai come mucchi d'ossa biancheggianti sotto il bruciore

del sole. La campagna, di qua e di là dal fiume, come un viso giovane

solcato dai precoci segni del dolore, si svegliava alla primavera con

quel colore di terracotta, con quelle macchie disuguali creati dal

tormento delle artiglierie, con le sottili rughe, con le scalfitture

che corrispondono alle trincee, ai viottoli, alle strade dal fresco

taglio.

La missione di guerra distolse dalle meditazioni il pilota. I quattro

idrovolanti s'erano lanciati sul Piave. E anche il quinto si mise

in rango. Nel passare dietro ai primi, alla stessa quota, il quinto

ballonzolò vivacemente per le _soffiate_ le quali sul caccia non

allarmano: «Potrei, come conseguenza estrema, avvitarmi, ma dopo mi

svito!»

L'idrovolante da ricognizione arrivato sul ponte della Grisolera

smozzicato dall'artiglieria nostra, vi si avventò sopra intanto che

l'osservatore faceva scattare l'apparato fotografico, poi si risollevò,

ridiscese ancora per mutare incessantemente quota. Sotto di esso i

colpi fitti dell'artiglieria componevano come un mazzo di fiori neri,

bianchi e rossi. E come intorno ai fiori stanno le lunghe palme verdi,

così intorno al mazzo detonante dedicato al _fotografico_, stavano

i colpi più alti, più distanziati per i cacciatori, non escluso il

novizio che si trovò a tu per tu con una nube nera.

Uscito dal fumigante contatto, il novizio dovette riprendere il

conteggio dall'uno al quattro: «Ma dove sono andati? Erano qui sotto un

momento fa! Ah eccoli! Che scompiglio!»

Un caccia gli passò sopra pochi metri, di traverso; subito dopo

un secondo si presentò di sbieco in discesa quasi stesse per

precipitarglisi addosso. Con una manovra che neppure lui avrebbe potuto

ricostruire, il pilota, paventando che la famosa collisione stesse per

realizzarsi, si trovò con la prua rivolta al mare, mentre un istante

prima era rivolta ai monti: «Sono salvo. E il _fotografico_ dov'è?

Conto soltanto tre apparecchi. Tutti sopra me. Fanno le capriole.

Rovesciamenti e giri d'ala, cerchi della morte, avvitamenti. Manicomio

aereo per sbalordire l'artiglieria avversaria. Faccio il pazzo

anch'io.»

_Cloche_ alla pancia, pedata a sinistra, gambe in aria, testa in giù,

sospeso nel vuoto, apparecchio sulla schiena, in piedi, seduto, in

linea di volo. Ma intanto, dopo questo _looping_ d'ala, l'esordiente

era più basso di tutti. E non era contento neppure di tale situazione:

«Se salgono dei caccia crociati, il primo a incontrarli sono io. E

invece dobbiamo incontrarci pattuglia contro pattuglia. Eccomi di nuovo

solo!»

L'esordiente s'ingolfò in spirali sopra Cortellazzo come fa colui che

avendo smarrito improvvisamente la compagnia in un centro affollato,

gira intorno a sè stesso per cercarla: «Oltre il Piave nessuno. Sul

mare nessuno. Verso i monti nessuno. Sulla laguna.... Sì, sì. Eccoli

là. Uno, due, tre.... tre.... tre.... e quattro. Ritornano! Ed io stavo

qui a fare le capriole.»

L'esordiente diede tutti i gas al motore e via in linea di volo alla

massima velocità. Lo chiamava un ritorno, ma psicologicamente si

assomigliava ad una fuga: «Sono solo, capisci? E se qualche _tognino_

sceso dal cielo mi si mette in coda? Non scendono solo gli angeli dal

cielo. Forse in coda li ho già. Faccio _dietro-front_. Ma se mi volto

perdo tempo. E se mi volto, anche i _tognini_ farebbero altrettanto.»

Il sospetto divenne intollerabile. Il pilota eseguì un _dietro-front_

repentino per cogliere di sorpresa gli eventuali inseguitori. Nessuno.

Tornò tranquillo: «Però come si diventa impressionabili in certi

momenti di volo. E sufficiente un'idea disgustosa a mettere di cattivo

umore.»

Ripresa la serenità, il cacciatore reduce dal suo primo esperimento non

fu insensibile alla visione della laguna che, sotto i riflessi di un

tramonto turbato da bigie masse vaporose, sembrava una enorme bolgia

d'argento incandescente. Per altri riflessi di raggi sfuggenti da nubi

meno grigie e dense, Venezia e le sue isolette si mostravano quali

pezzi d'oro cesellati. Sulla verticale di Venezia l'effetto di luce

mutò ancora e presentò la regale città bianca come una trina antica

sul fondo azzurro cupo dei canali tortuosi, complicati. Oltrepassata

e ormai lontana, Venezia non era che una nube viola, oblunga, posata

sulla laguna senz'acqua tanto il fondo era visibile nelle sue diverse

tinte giallastre e verdastre di immensa foglia macerata e striata.

★

In cielo preparativi di pioggia, in terra preparativi di voli

in massa. Nella Stazione Miraglia tutti i motori cantavano e i

gregari febbrilmente manovravano. Era atteso dal fronte Sua Maestà.

Accompagnati gl'idrovolanti in acqua, uno in coda all'altro, con

gli equipaggi a bordo, i motori scaldati, i marinai si allinearono

componendo una fascia bianca innanzi a ciascun ricovero.

Una pausa lunga di silenzio, d'attesa, di compostezza. Poi a ondate

regolari, prima fioche, lontane, quindi in continuo crescendo: «Evviva

il Re!» La lancia reale avanzava lenta nel centro del canale, e i

saluti alla voce lanciate dalle due sponde, le componevano come archi

di omaggio.

Sceso a terra il Sovrano, uno dopo l'altro gl'idrovolanti s'alzarono

con la stessa precisione ed eleganza di manovra con cui l'Armata muove

le sue unità. Mentre l'idrovolante di testa già _decollava_, il secondo

lo seguiva filando a tutta velocità sull'acqua, il terzo si metteva

in moto aprendo con la prua un ventaglio d'acqua, il quarto accendeva

il motore. Uno dopo l'altro a mezzo minuto d'intervallo seguirono la

stessa via aerea, disegnando un'ampia curva sulla sinistra. Quando

tutti furono partiti, la corona in cielo apparve immensa di ampiezza e

di fragore.

Quindi la corona si scompose in tanti gruppi quante erano le

squadriglie, ciascuno dei quali s'allontanò dalla verticale della

Stazione Miraglia come altrettanti raggi dal centro. Per ordine di

numero una squadriglia dopo l'altra ridiscese davanti ai suoi ricoveri.

Mentre l'idrovolante di testa raggiungeva il pontile, il secondo

toccava acqua cento metri indietro, il terzo stava per terminare il suo

_planè_, il quarto era cento metri più alto....

Sotto il cielo plumbeo due idrovolanti da caccia si preparavano alla

consueta missione di Pola. Sua Maestà volle interrogare i due piloti

— sottufficiali di marina — e costoro spiegarono che erano ormai così

abituati a quel servizio da non ricorrere neppure più alla bussola

per orientarsi. Felici delle parole incoraggianti udite dal Re, i due

piloti tornarono ai loro apparecchi saltellando come monelli e balzati

nell'aria scomparvero nello sfondo cupo del cielo piovorno....

L'allievo cacciatore, che aveva assistito al colloquio fra il Re e i

due piloti, chiese al comandante se lo metteva in turno per la missione

di Pola.

«Con il maggior piacere. In aviazione di guerra la volontà è tutto.

Ai volontari sempre il primo posto. Alla prossima missione parteciperà

anche lei: ma si studi bene la mitragliatrice....»

★

«Vado a Pola» continuò a dire l'allievo cacciatore, durante la vigilia,

ai superiori, ai colleghi, ma non lesse nel loro viso che la tranquilla

approvazione con cui si sottolinea il semplice esercizio del dovere.

Andare a Pola era per essi consuetudine: «Quanto cammino occorre prima

di raggiungere i valorosi d'avanguardia! Se durante l'incursione

imminente riuscissi ad abbattere un avversario, sgorgherebbe il

desiderio in me di abbatterne un secondo, un terzo, un quarto.... nelle

successive missioni. Ma prima di eguagliare Baracca, Piccio, Fonck....

quanto cammino! Non fantastichiamo. Cominciamo con la missione di Pola

che non è uno scherzo.»

L'allievo cacciatore trasforma il suo apparecchio in un arsenale:

caricatori da tutte le parti, massimo carico di benzina. Comincia a

vestire le pelliccie un'ora prima per garantirsi la puntuale partenza.

L'esperienza acquistata nelle precedenti missioni sul Piave, lo aiuta

a mantenere il posto assegnatogli non appena il volo è iniziato: fra

i sei idrovolanti che compongono la pattuglia, egli è il terzo di

sinistra.

La pattuglia avanza e sale con calma, con motore ridotto, per restare

ordinata dietro al primo dei suoi apparecchi che è da ricognizione.

L'atmosfera pulita da un temporale qualche ora prima, è trasparente,

inebbriata di luce pomeridiana: dopo le convulsioni della mattina ora

si riposa e accarezza, tracciando lunghe striature nel mare su cui

tutte le sfumature dal celeste al turchino sono prodigate.

All'altezza di Punta Maestra, dove sembra che il papà dei fiumi

italiani protenda le sue braccia per assistere quanto può i velivoli

nazionali lanciati su Pola, la pattuglia prende rotta decisa sulla

piazzaforte austro-ungarica. All'allievo cacciatore, mentre più

avanza, sfugge gradatamente il senso della non comune missione, forse

perchè è ininterrottamente occupato a restare in rango, forse perchè

è in compagnia di cacciatori già usciti vittoriosi dai combattimenti

precedenti. È quasi certo di trovarsi a un'ora di distanza dal suo

primo scontro come cacciatore — perchè ognuna delle pattuglie andate

a Pola nelle ultime settimane aveva incontrato idrovolanti avversarii

— ma lo assiste una fiducia completa che non sa se attribuire a

presunzione o a scarsa valutazione della realtà. Molto probabilmente

deriva dal sapersi l'allievo cacciatore su un apparecchio suscettibile

di qualsiasi manovra, ubbidiente alle esigenze dell'attacco e della

difesa.

La formazione dei cinque caccia procede a organetto: allargandosi e

stringendosi, con allungamenti ed accorciamenti. Di tanto in tanto

il novellino osserva l'orizzonte, ma non scorge che una lunga fascia

violacea forse costituita dal contatto tra la costa istriana e nubi

basse. La pattuglia aumenta di quota e di velocità. A 3500 metri,

trascorsi appena quindici minuti dal momento in cui la pattuglia

aveva _scapolato_ Punta Maestra, già la costa istriana verde, azzurra

e violacea rivela le sue maggiori insenature, le sue rotondità, le

chiazze gialle delle sue città. Viene riconosciuto con precisione il

Leme lucente e penetrante nelle colline a guisa di larga e lunga lama.

La visione dell'Istria abolisce il computo del tempo, suscita

nell'allievo cacciatore i ricordi della guerra aerea vissuta

l'anno precedente quando da Grado s'univa ai bombardieri aerei che

ostacolavano i movimenti delle navi da Pola a Rovigno, da Rovigno

a Parenzo, a Cittanuova, a Trieste. Non come nemica ma con il più

brillante dei suoi sorrisi, con il più intenso fascino panoramico,

l'Istria saluta la pattuglia tricolore. L'allievo cacciatore in

cospetto di Rovigno, Parenzo, Cittanuova, Umago, risente la letizia

che danno le vecchie, care conoscenze. Sono tutte come affacciate sul

mare, collegate tra loro da sottili file di minuscoli puntini bianchi:

i piccoli paesi si presentano quali perle di una collana.

A 4000 metri la pattuglia si dirige all'estrema punta dell'Istria, Capo

Promontore. Un sano orgoglio vivifica i sei piloti che dominano tutta

l'Istria, l'imboccatura del Quarnaro, le isolette di Unie e Sansego.

Nello sfondo le alture oblunghe, tozze, rosate dell'Isola di Cherso.

Raggiunta la verticale di Capo Promontore, la pattuglia punta

decisamente verso Pola; e il novellino, da 4200 metri, ha finalmente

sotto di sè la famosa piazzaforte la cui grazia di città moderna, dalle

vie regolari, diritte, dal colore di cosa nuova, di città adagiata

come su un guanciale verdissimo di miti colline, contrasta colla tinta

cupa, col suono minaccioso della sua fama militare. La sensazione di

volare su _Pola_ è data più dall'aspetto torvo del suo arsenale, nero

e fumigante di carbone in vivace contrasto con il candore della città

postagli intorno come voluttuosa parassita, che dalla visione della

flotta la quale nella sua immobilità, nell'assenza di vita persino

nei fumaioli, nella sua disposizione di oblique parallele, nelle

proporzioni minuscole, la fanno sembrare dall'alto più che un'adunata

di armi terribili, una raccolta di giuocattoli innocui.

Se non fumasse l'Arsenale, e se non si scorgesse qualche bruno

tozzo galleggiante lasciare bianche pigre scie tra gli isolotti che

spuntano come ciuffi verdi nel turchino del porto, Pola sembrerebbe

una città abbandonata. Se a un tratto il cielo non si colorisse di

scoppi variopinti e se in uno degli isolotti del porto, base di una

squadriglia, non si scorgessero alcuni idrovolanti, queste divagazioni

sulle apparenze di una piazzaforte marittima vista dall'alto,

potrebbero continuare. Ma la città inanimata a terra, si anima in cielo

e gli aerei avversari forse si dispongono ad accettare la sfida degli

aerei tricolori.

Le nubi basse, avvistate un'ora prima, si sono sollevate, ingigantite

dietro Pola: lampeggiano e allungano tentacoli nerastri come giganti

offesi per l'esplorazione che i velivoli italiani stanno eseguendo.

Voli di guerra: Impressioni di un giornalista pilota · 第 7 / 8 段