Adriatico diventa un lago. Egli _cabra_ l'apparecchio perchè è ansioso
di vedere l'altra sponda, di sapere fra tante ipotesi considerate,
quale si realizzerà. L'ignoto gradatamente si svela, si precisa in una
prima striscia violetta o turchina, ondulata.... È il profilo della
vittoria. Ma quanto lentamente si sciolgono i particolari della costa!
Come sono scarsi 140 chilometri all'ora!...
. . . . . . .
Reduce dalla missione l'aviatore, traverso il suo esaurimento, giudica
inverosimile quanto ha fatto, il volo su l'Adriatico da una sponda
all'altra, la permanenza sul bersaglio tonante d'artiglierie, il
ritorno fra un'avanzata cupa di nubi, un ingrossarsi di mare, tra
raffiche di vento.
Ma la stanchezza si smaltisce, i centri nervosi si riforniscono, le
lodi dei superiori, l'aumentata considerazione dei colleghi che si
manifesta nella diminuzione dei frizzi abituali, stendono nell'animo
suo una soddisfazione ineffabile. Segue un periodo d'ozio nel quale
le energie ridiventano esuberanti. A questo punto la missione quasi
ripudiata appare circonfusa di facilità vittoriosa. L'aviatore è
ripreso dalla nostalgia delle emozioni provate in quell'occasione; e
senza iattanza, per un profondo convincimento, per le nuove energie
rifiorite in lui, dichiara: — Mi sento pronto per un'altra missione,
anche più rischiosa.
★
E quando meno all'aviatore sembra probabile, la missione più
rischiosa si realizza fulminea. La minore probabilità dovrebbe essere
rappresentata, per esempio, da uno strato di nubi steso sul territorio
nemico, strato che permettesse ad un apparecchio da ricognizione di
arrivare senza essere visto fino a una zona libera da vapori su cui
ricavare osservazioni, fotografie. Ma una brutta mattina in cui un
nostro idrovolante, pur non essendo stato visto, era stato udito da
Trieste, sbucarono dalle nubi, alte 2000 metri, due caccia terrestri
con le croci, ai quali non restava che salire altri 500 metri per
raggiungere la quota dell'idrovolante.
A bordo del nostro apparecchio tutto era tranquillo, allorchè
l'osservatore, nel volgersi al pilota per scambiare uno dei consueti
sorrisi significanti «Si va bene», mutò di scatto l'espressione del
volto da ridente in allarmato e protese le mani verso la coda. Il
pilota ebbe un sussulto e si trovò ad aver istintivamente virato con
manovra decisa sì da scorgere a destra, non più distante di 400 metri,
un caccia con ruote e le croci. Con un violento _viraggio_ a sinistra
si procurò il piacere di fare la conoscenza con un secondo caccia pure
munito di ruote e di croci.
L'osservatore s'era aggrappato alla mitragliatrice e già sparava
a destra e a sinistra approfittando dei continui _viraggi_ che
gli _piantava_ il pilota, il quale trovatosi pieno di un calore
subitaneo, madido di sudore e con il cervello invaso come da una
luce candidissima, aveva schierate le idee essenziali: _virare_
incessantemente dall'uno e dall'altro lato per turbare la _punteria_
dei due avversari e permettere all'osservatore di sparare loro
contro, _planare_ alla massima velocità per raggiungere le nubi e
disimpegnare l'apparecchio — non fatto per il combattimento — da un
nemico soverchiante, usare il motore nella discesa, ma senza scaldarlo
eccessivamente, non perdere d'occhio la pressione della benzina.
I caccia erano ormai a 100 metri e tenevano l'idrovolante sotto un
fuoco incrociato: nelle rose d'argento delle loro eliche, lampeggiavano
le fiamme delle mitragliatrici. Osservatore e pilota con rapidi
gesti ed occhiate decidevano le mosse da attuare; ansimavano, erano
congestionati, ma superata la sorpresa, apparivano più sereni e
trovavano meno difficoltoso il combattimento di quanto avevano
immaginato. Sbandando l'idrovolante ora in una direzione, ora in
un'altra, costringevano i due caccia a scostarsi e ad interrompere i
tiri.
L'idrovolante, come un direttissimo che entra in una galleria,
s'immerse nella nube. La nebbia cinerea penetrò anche nella cabina,
turbinò fra pilota e osservatore, nascose le ali. In un altro momento
l'immersione nella nube avrebbe turbato sensibilmente l'equipaggio
perchè l'invisibilità toglie ogni controllo alla manovra, ma in quella
circostanza la nube fu provvidenziale. L'apparecchio scendeva da uno
strato all'altro come un bolide, sibilando e vibrando; il pilota non
avendo nulla da osservare fuori, fissava gl'istrumenti di bordo e aveva
cura di costringere i comandi al centro col volante bene abbassato, per
non scivolare d'ala.
La violenta uscita dalla nube rinnovò l'impressione del direttissimo
che sfugge da una galleria. Ottocento metri sotto era il mare. Qualche
secondo dopo pure i caccia crociati uscirono dalle nubi ma a un
chilometro uno dall'altro: per non cozzare s'erano separati. Ma un
apparecchio con le ruote «non trova igienico» allontanarsi molto da
terra, per cui i due caccia ripresero la via del ritorno.
Allorchè furono discesi, osservatore e pilota — un capitano e un
tenente — si abbracciarono.
Parabole di osservatori e piloti.
Talune candidature all'aviazione fioriscono da un confronto: «Come
volano gli altri, posso volare anch'io.» I candidati penetrano
nell'ambiente fragoroso degli aviatori e «lavorano, violinano» coloro
che godono fama di «pilotoni» per farsi portare in aria. C'è chi
raccomanda: — Che i miei parenti non sappiano nulla.
Come si sono avuti dei casi in cui, appena librato, il novizio si è
aggrappato al pilota proponendogli con cenni insistenti di diminuire
la velocità dell'apparecchio perchè non riusciva a respirare e le
vibrazioni lo scuotevano tanto che ritornando, alla domanda: «È la
prima volta che vola?» aveva risposto «No, è l'ultima», in maggioranza
le nuove reclute sono scese iperbolicamente ottimiste: «Straordinario!
Immenso! tutto bello! Tutto bene!» senza che magari si fossero avvedute
delle «_schiappinate_» commesse dal pilota imbarcando acqua in partenza
e in arrivo, avanzando di sbieco, «_derapando_»....
Se è vero che talune reclute tornate in acqua erano rimaste immobili
nell'apparecchio, paralizzate dal tumulto delle sensazioni nuove, da
non capire se erano in volo o no, fermi o in moto, è pure vero che
altre reclute, prima ancora che l'idrovolante fosse frenato, erano
scattate in piedi agitandosi in dimostrazioni di esultanza.
Gustato il primo esperimento, gli entusiasti avevano frequentato un
corso osservatori insieme ad ufficiali d'artiglieria desiderosi di
dirigere i tiri dall'aeroplano che è il migliore osservatorio, insieme
ad ufficiali competenti in topografia, leggitori squisiti di carte e
di terreni, ad ufficiali reduci dai più svariati _sports_. Arrivati
in squadriglia, i nuovi osservatori s'erano immediatamente proposti di
guadagnarsi la fiducia dei piloti e sopratutto di quelli più quotati.
Ma all'ultimo venuto non è lecito scegliere, nè esigere il pilota
migliore che da tempo è requisito dagli osservatori più anziani.
★
Il nuovo osservatore esordisce senza nutrire fiducia nel pilota
assegnatogli, ma col proposito di ispirare fiducia a lui. Da tale
contraddizione scaturisce il disagio, e, per nasconderlo al pilota,
l'osservatore, durante i voli, si volge di tanto in tanto a sorridergli
come per dire: «Mi piace volare teco. Vedi come sono tranquillo?» Così
coglie l'occasione, senza averne l'apparenza, di accertarsi che colui
il quale tiene i comandi sia in condizioni normali.
Volendo mostrarsi disinvolto, mentre sa di non esserlo ancora,
l'osservatore si alza in piedi, si sporge, ma si tradisce ricacciandosi
a sedere d'urgenza al primo colpo di vento. E si tradisce ancor
più nella discesa e durante l'_ammaraggio_, afferrandosi a qualche
sporgenza della cabina. Ma se l'_ammaraggio_ riesce regolarmente, egli
dichiara giubilante al compagno: «Tu sei un pilotone». In altre parole:
«Temevo che tu mi ammazzassi. Ti giudicavo più schiappino. Invece anche
oggi porto la pelle a casa.»
La reazione al patema sofferto in volo continua a terra nel
neo-osservatore che asserisce d'aver scoperto chi sa quante cose
nelle retrovie nemiche. E gli osservatori anziani, fatti scettici
dall'esperienza e rammentando come quasi tutti gli esordienti si
ritengano in dovere di scoprire batterie nuove, gli rovesciano la
doccia: «E la vampa l'hai vista?»
Formatosi la convinzione che il pilota assegnatogli non è il suo
assassino, l'osservatore, dopo aver confidato ai colleghi «il mio
pilota si fa», diventa disinvolto sino all'esuberanza, eccede nei
gesti, trascura di sorvegliare il cielo sopra, sotto e in coda
all'apparecchio. Nella sua inconsapevolezza si divaga in volo, non
pensa ad alcuna delle insidie aviatorie, privo di quella diffidenza da
tecnico che induce il pilota a controllare l'andamento del velivolo
col sistema nervoso, con la vista, l'udito, il tatto, e traverso
gl'istrumenti di bordo.
Non di rado al ritorno da un volo il pilota è grave, reca nel viso
l'ombra di un pericolo corso; l'osservatore in embrione è quasi sempre
entusiasta sopratutto del proprio «ardimento» pur non avendo avuto il
più vago sospetto di trovarsi minacciato. Le sue narrazioni cominciano
involontariamente a prescindere dall'azione del pilota: «Io ho fatto
una spirale, poi mi son messo in linea di volo. A un certo punto ho
virato, quindi ho ripreso quota....»
«Scusi — gli chiede il capo-squadriglia — e il pilota che cosa faceva?»
È il periodo, questo, in cui pilota ed osservatore, pur cominciando
a stimarsi reciprocamente come aviatori, non vanno d'accordo: l'uno
vorrebbe preponderare su l'altro. Ma le discussioni servono loro
ad assestarsi. Trovati i punti di contatto, la coppia funziona
egregiamente; anzi esagera nel mutuo incensamento: «Il mio pilota
è grande! — Il mio osservatore è ideale!» E tutti e due, l'uno per
l'altro: «Che fegato!»
L'osservatore simboleggia il fine e il pilota il mezzo. Il primo
partecipa alla vita esterna dell'apparecchio e il secondo alla vita
interiore. L'uno fotografa, prende rilievi, dirige tiri; l'altro
manovra. L'uno ha l'entusiasmo di chi crea e l'altro ha la freddezza
di chi deve rimanere nel limite delle possibilità. Ne derivano voli
meravigliosi. Sino al momento di entrare in zona nemica, l'osservatore
ormai maturo, rimane inattivo a sonnecchiare — c'era uno che
regolarmente dormiva intanto che l'apparecchio prendeva quota — o a
divertirsi nella contemplazione del panorama. Entrato in funzione, si
esprime con gesti lenti, rari come un sacerdote benedicente. Oltre
raccogliere osservazioni preziose, scruta con metodo ed assiduità
la parte di cielo da cui più facilmente può giungere un attacco
avversario. Durante il ritorno si volge col viso verso la coda, perchè
è in coda che possono mettersi i caccia crociati. Il suo difetto
superstite è di sparare con soverchia abbondanza e con precipitazione
contro l'apparecchio avversario senza aspettare di averlo bene a
tiro. Conquistata anche la freddezza che porta all'economico, esatto
impiego delle mitragliere, si delinea in lui la tendenza a sospettare
ed a sperare nemici in tutti gli apparecchi in vista, come nei primi
tempi egli inclinava — data la sua incompleta preparazione morale — a
desiderarli nazionali.
★
Osservatore e pilota si aiutano vicendevolmente e talora
inconsapevolmente nelle rispettive fasi di debolezza. Se l'osservatore,
constatando che il tiro antiaereo nemico guadagna in intensità ed
esattezza, fa cenno di ritornare, il pilota, il quale non ha innanzi
agli occhi che una parte del quadro e che sente il motore funzionare
regolarmente, insiste per conservare al volo la rotta e la durata
prestabilita: l'osservatore suggestionato riprende lena, limitandosi
a correggere la rotta secondo il contegno dell'artiglieria austriaca.
Se al contrario il pilota rimane infiacchito da continui perturbamenti
atmosferici e vuol discendere, l'osservatore, che non ha partecipato
alla fatica e che sta raccogliendo dati importanti sul fronte, insiste
per rimanere nel cielo nemico. E il pilota affascinato ritrova nuove
energie.
L'osservatore in piena efficienza non si esibisce più di volare con
chiunque e per qualunque ragione. Dispone ormai del suo apparecchio,
del suo pilota col quale fraternizza, sotto l'influenza dei comuni
rischi, fortune e glorie. Desidera volare solo per grandi missioni.
Con fremiti di pentimento pensa all'epoca in cui, o per posa o per
capriccio, si offriva di volare anche quando esordivano piloti appena
arrivati o venivano provati apparecchi nuovi.
La discesa della parabola s'inizia quando per la lunga serie dei
voli, l'osservatore acquista la sensibilità dell'apparecchio. Per il
fatto che vola senza poter influire sulla manovra, pur comprendendola,
l'osservatore è più audace del pilota. Più un aviatore diventa esperto
e meno volentieri vola come passeggero.
Il posto anteriore sull'idrovolante da cui non è possibile osservare
l'opera del pilota che sta dietro, è la sede di soliloqui come questo:
«L'apparecchio sbanda a destra — dice tra sè l'osservatore. — E perchè
non viene corretto? Un velivolo ci viene incontro e noi non si muta
rotta: che non se ne sia accorto il mio pilota? Eppure gli ho già fatti
vari cenni. Ora si _plana_. Accidenti che picchiata da disperati! Siamo
già prossimi all'acqua e ancora si scende a precipizio: che lui non
veda l'acqua? C'è specchio! Ah sì l'ha vista! Richiama! Ma io in questo
buco non torno più!»
Sono già passati vari mesi quando l'osservatore scopre d'avere imparato
a vestirsi per il volo. Nei primi tempi s'imbottiva di maglie, sciarpe,
passamontagna, pelliccie, guanti, soprascarpe in modo da trovarsi
eccessivamente fornito di calore e impacciato anche per il più semplice
movimento. Per quanto anticipasse la sua _toilette_, riusciva di rado a
presentarsi all'apparecchio al momento fissato per la partenza e sempre
trovava al suo posto il pilota nella cui muta, crucciata accoglienza,
sentiva la protesta. In volo qualche inconveniente interveniva
a infastidirlo: o le estremità della sciarpa si scioglievano e
agitandosi provocavano gesti dispettosi nel pilota o un passamontagna
spostandosi gli copriva ostinatamente un occhio. Particolari da nulla,
ma sufficienti in volo per inquietare. Ora l'osservatore possiede
un estratto della sua antica _toilette_ che applica con rapidità e
praticità. Sarebbe come vivesse con poche ma buone idee in sostituzione
delle molte, complicate e inconcludenti dell'adolescenza.
Acquistata la sensibilità della manovra, l'osservatore divide la sua
attività fra la vita esterna e quell'interna dell'apparecchio. Se
avverte colpi di vento o vibrazioni del motore, interrompe il suo
còmpito — a meno che questo non risulti così travolgente da occuparlo
tutto — per sorvegliare il pilota. Fa l'osservatore sì, ma anche del
pilota. E fa pure il critico: «Se avessi avuto io i comandi, mi sarei
comportato diversamente.»
Il suo concetto dominante è: «Se passassi al pilotaggio, imparerei in
pochi giorni.» Conoscendolo ipercritico, i piloti, che prediligono
passeggeri fiduciosi, ammiratori della loro perizia, tendono a
evitarlo. Egli comincia a sentirsi indisposto, a chiedere licenze
con frequenza, a patire malumori, a raccogliere talismani contro la
iettatura; è gaio quando piove, invoca di mutare squadriglia e di
passare al pilotaggio.
L'esaudimento di quest'ultimo desiderio rifornisce l'ex-osservatore di
ottimismo. Iniziando le lezioni di pilotaggio, assicura che mediante
una decina di voli conseguirà il brevetto. Se i voli diventano venti,
venticinque ed anche trenta, asserisce che per pilotare occorrono tre
cose: «volare, volare e volare».
★
In tale opinione s'incontrano gli osservatori e i piloti assurti alla
loro piena efficienza, efficienza che i piloti raggiungono grazie a un
falso presupposto: di essere dei _pilotoni_. Se conoscessero i loro
difetti, forse chiederebbero l'esonero. Iniziano la loro parabola
in squadriglia volando molto, ma anche molto male. Quando scendono
in vista di un palo, di una sponda, anzichè l'idea unica, precisa,
fulminea, frutto di esperienza, che salva la situazione, si presentano
loro tante idee contemporanee, confuse, contraditorie, paralizzatrici:
«Che faccio? Levo il motore? Riparto? Vado a destra. No, a sinistra.
_Pum. Traaaaaac._ (Un po' di futurismo è indispensabile a dare il suono
delle ali che si lacerano). Ma nessuna meraviglia tra i superiori, tra
i colleghi. Il fattaccio era nel bilancio. Gli apparecchi che vengono
affidati ai piloti bisognosi di allenamento sono veterani della guerra
messi in disparte «per fare scuola». E per insegnare ai giovani,
i poveri vecchi gloriosi si sacrificano come ex-cavalli da corsa
destinati al macello.
«Papà di famiglia» è definito il pilota allenato che parte, arriva
regolarmente, resiste ai colpi di vento, non sfascia quasi più o
pochino, pochino. Non è brillante. Vola _piatto, gira largo, sbanda_
poco o nulla, diffida delle spirali, entra nei canali soltanto se
completamente liberi o dopo averli presi di mira molto da lungi. In
compenso è resistente, si specializza nei voli di lunga durata, i voli
«da tramviere» che fanno esclamare ai piloti più anziani e più vivaci:
«Che barba!»
Poichè avverte che sta formandosi una riputazione, non intacca quella
degli altri, parlando sobrio ed esclusivamente in favore del prossimo.
Giunto per ultimo, è estraneo alla gloria dei predecessori, si occupa
a crearsene una propria, senza passare per la mediocrità dei confronti,
per i tormenti della gelosia. Però le narrazioni di eccezionali imprese
da lui udite in principio con stupefazione, ora sono riudite da lui
con naturalezza: la distanza fra la sua efficienza e quelle imprese
è diminuita. Ma non è scomparsa. Il «papà di famiglia» non è ancora
prodigo e s'indugia in queste temporanee teorie: «Faccio gli _scherzi_
solo quando è necessario (come se gli _scherzi_ — rapide manovre — si
potessero improvvisare). Volo soltanto quando mi comandano.» Siccome i
più agguerriti attribuiscono la sua prudenza a _fifa_ e ad incapacità
tecnica, egli a sua volta attribuisce in segreto il brio dei più
agguerriti ad incoscienza.
Riconosce d'aver torto qualche mese dopo allorchè «sentendo e avendo
alla mano» l'apparecchio «si butta» anche lui. Giorno per giorno si
fa più disinvolto: anzichè infilare i canali a distanza con lunghi,
cauti _planè_, «li prende» improvvisamente con mezza spirale,
raggiunge l'acqua con velocità, eseguisce _viraggi_ e spirali a comandi
invertiti, «picchiatone», salite «in candela» montagne russe. E diventa
«sbruffone»: ama gli scherzetti a bassa quota, le rapide _planate_ sino
a sfiorare i tetti delle case. Gode nel mettere lo scompiglio fra la
gente che s'era fermata nelle strade a mirare le sue evoluzioni. Quando
scende va a raccogliere le lodi interrogando gl'intimi: «T'è piaciuta
la mia spirale?» a somiglianza degli attori che domandano: «C'eri ieri
sera?»
Con sgradevole sorpresa raccoglie pure le confidenze degli amici
i quali in nome della franchezza e sotto l'usbergo dell'incolumità
derivante dai rapporti cordiali, si esprimono su per giù così: «Ora
che sei diventato veramente abile, permetti che ti si dica la verità:
sino a un mese fa valevi poco. Gli osservatori volavano teco con
apprensione. Il comandante domandava: — Ma perchè insiste a volare?
— Ora, con sorpresa di tutti, sei riuscito un pilotone. Ma come hai
fatto? Sai che oggi coi tuoi scherzi ci hai lasciati a bocca aperta e
con i capelli ritti?»
Su queste confidenze, il pilotone svolge amare considerazioni: «....
Ed io che anche un mese fa, anche due mesi fa mi consideravo un gran
pilota. Ma non ripudio quella mia opinione che è stata la creatrice
della mia attuale forza. Ciò che m'interessa notare è che le lodi, le
strette di mano d'allora non erano scrupolosamente sincere».
E diventa superbo, vendicativo. Non invita più alcuno a volare con
lui, tranne il fedele motorista, il segreto amico anche delle ore meno
liete, finchè il malumore degli esclusi si manifesta con lagnanze,
proteste contro le «parzialità» del pilotone. È l'ora del trionfo.
Il pilotone recando in volo i critici pentiti e ravveduti, sciorina
con maestria, con voluttà tutta la sua arte in una incessante serie
di _viraggi_, spirali, _picchiate_ e _cabrate_ concludendo con un
_ammaraggio_ al «burro».
Consolidata su basi salde la sua fama, il «pilotone» domina l'ambiente
con le sue virtù ed i suoi difetti, con le sue rumorose censure;
segue i voli altrui con espressione di critico incontentabile. Agli
apparecchi che gli passano davanti bassi e vicini urla, come i piloti
a bordo lo potessero sentire: «Più piede! Tieni il volante a posto!
Guardate come derapa! Non capisce neppure da dove viene il vento!»
Allorchè i piloti più giovani rompono apparecchi, egli, quasi non
avesse rotto mai, non accetta per buone le giustificazioni, le
attenuanti, ma sentenzia: «Dite ciò che volete, ma è stata una
schiappinata!»
La parabola continua inevitabilmente la ormai iniziata discesa. Il
pilotone è avido di novità: vuol mutare ambiente, persone e sensazioni.
Di tanto in tanto, in seguito ad un'arrabbiatura, chiede l'esonero
dal pilotaggio, non si comprende bene se per il piacere di udire il
«Rimanga» del comandante o per un'effettiva sazietà di voli; accusa una
complicazione di disturbi: neurastenia, insonnia, inappetenza; ostenta
il suo assenteismo, ma non appena vien richiesto dai superiori un
importante volo sul nemico che eseguito da altri potrebbe menomare il
suo primato, l'antico orgoglio, l'anima vera prorompono in lui: «Fuori
il mio apparecchio» e pretende di partire per primo.
Lo accompagna volontariamente il vecchio osservatore che già da
settimane non volava perchè si sentiva in crisi fisica e morale: di
fronte alla bellezza di un ardito volo sul nemico, non può trattenere
gl'impeti del suo tempo migliore.
Superato lo slancio momentaneo, i veterani riprendono la discesa
della parabola: giudicano che il meglio fiorì nel passato. Tutto ciò
che lasciarono supera ciò che posseggono. Le loro imprese compiute
rimangono insuperabili.
Se il vecchio osservatore è incaricato di portare sul nemico per la
prima volta il pilota esordiente, appena raggiunta la quota di due
o trecento metri, spara la mitragliatrice. L'esordiente trasalisce:
«Come! Appena uscito e già in combattimento?» Ma il vecchio osservatore
con gesti spiega e il pilota non comprende: «Ho provato l'arma».
Raggiunte le linee, il vecchio lupo dell'aria instancabilmente ordina
mutamenti di rotta e di quota, e il pilota ubbidisce come un automa
senza capire e con riluttanza. Ricevendo ordine di tornare indietro
l'esordiente s'illude che la missione sia finita, ma poco più tardi
deve riportarsi sul nemico: era una finta.
Appena discesi: «Mi vuoi spiegare?» domanda il pilota.
«I _viraggi_, i cambiamenti di quota servivano a confondere il tiro
antiaereo. Vieni qua. Osserva sulla carta. Vedi questa dolina? Vedi
questi caseggiati? Altrettante batterie.»
Lo stesso procedimento segue il vecchio pilota col giovane osservatore
i cui gesti per dirigere la rotta non ottengono ubbidienza tanto che
egli a un certo punto si irrigidisce in una immobilità assoluta, per
protesta.
★