Dagl'idrovolanti: — Siamo in Italia?

Da terra: — Sì, in Italia.

★

L'ultimo volo della squadriglia su Grado italiana fu quello del

ripiegamento. Fu un volo quasi improvviso spiccato per inevitabile

ordine superiore. All'alba di quel cattivo giorno d'ottobre cominciò

la sfilata dei profughi verso i piroscafi e i vaporetti; profughi con

involti e profughi con valigie e bauli, popolani e agiati. Grado si

svenava. Mentre una parte della squadriglia riempiva febbrilmente di

casse, di motori, di ali, le bettoline che i rimorchiatori avrebbero

guidate lungo i canali delle lagune, l'altra difendeva per l'ultimo

giorno, con tre suoi apparecchi, il cielo tanto suo fino a poche ore

prima.

Chi partì in volo al tramonto, chi durante la notte. Tramonto lugubre

di un giorno e di tutta una situazione bellica, tramonto sul Carso

ancora fumante di scoppi a poche ore dall'abbandono, volo di desolante

addio alle pianure per poche ore ancora nostre, fra l'Isonzo e il

Tagliamento, fra il Tagliamento e il Piave, volo di separazione

dalle pianure il cui verde sorriso, il cui opulento aspetto, le cui

innumerevoli casuccie intatte sprigionavano un contrasto mortale col

sinistro imminente destino che già si addensava su di loro.

Quando i nostri idrovolanti si slanciarono in alto dal canale di Grado

che tante volte li aveva veduti partire per bombardare di giorno e di

notte, per vendicare le incursioni avversarie, per imprese ognuna delle

quali era una sfida al nemico ed agli elementi, la squadriglia, dai

suoi ufficiali ai suoi soldati, fu morsa dal cupo dolore che segna il

principio di un esilio.

Tutta la notte il cielo carsico apparve vermiglio del più immane

incendio, vasto quanto l'arco dell'orizzonte, con lampeggiamenti

smisurati, con rombi, scoppi giganteschi nei quali pareva si sommassero

tutte le artiglierie. Lungo il mare, che pareva di sangue, ritornavano,

in un silenzio denso del più fiero cruccio, i motori, i pontoni che per

tanti mesi avevano tuonato con i loro 305 in piena luce, da dominatori.

E gli aviatori scendendo in volo a Venezia rimasero stupiti nel mirarla

così regalmente serena nel suo pallore. Dalla sua bellezza composta

sorgeva un'allucinazione: che non fosse vera la realtà di cui i reduci

da Grado erano stati testimoni fino a cinquanta minuti prima.

Poi la squadriglia riprese il volo verso l'esilio. Tornare indietro

così, significava essere esiliata. Non così doveva tornare in cospetto

della vecchia Italia, non sospinta dalla sconfitta.

Prima dell'abbandono di Grado i ricoveri degli aerei nostri arsero. La

squadriglia esule da allora predilesse un sogno: farli risorgere.

Combattimenti su l'Adriatico.

A caccia di siluranti si va con un'abbondante riserva di pazienza e

di diffidenza. La foga, l'impeto restano in agguato sotto uno strato

di tenace attesa pronti a scattare nel momento di qualche importante

scoperta. Volando a basse quote per la solitudine del mare, si seguono

certe striature, certe scie serpeggianti, certe chiazze. Ogni anomalia,

ogni stravaganza dello specchio marino è argomento di sospetto e vi si

rotea attorno come fanno i gabbiani....

Si sale per guardare lontano, si scorge un punto, una lineetta, uno

spumeggiare insistente e vi si _plana_ sopra vertiginosamente fino a

lambire le onde. Talvolta sono larghe macchie d'olio; tal'altra è una

mina galleggiante, spesso sono capricci delle correnti.

Ma si vede il fondo del mare? domandano i profani agli aviatori. Il

mare è mutevole: dopo un _maraglione_ appare torbido, giallastro e

occulta le insidie. Quando è _calma piatta_ l'acqua fa specchio e lo

sguardo dai 600 ai 1000 metri può meglio indagare verso il fondo.

I sommergibili debbono abbassarsi per varie decine di metri per

confondere il loro dorso nero col fondo del mare: scorti dall'alto

sembrano travi.

Una mattina un idrovolante fu inviato alla ricerca di un sommergibile

nostro che partito quattro giorni prima per una missione la quale

non doveva oltrepassare le 48 ore, non era rientrato. Disponeva di

un'autonomia di quattro giorni e mezzo. Nella giornata precedente non

era stato possibile provvedere alla sua ricerca con mezzi aerei, causa

una tempesta. Certo il battello si era rifugiato durante la tempesta in

fondo al mare. Ma in quella quarta mattina doveva essere tornato alla

superficie perchè il mare e il cielo erano placati: scadevano le ultime

ore della sua autonomia.

L'idrovolante seguendo la rotta data al battello per il ritorno,

rimanendo a 600 metri e traversando pigre folate di foschìa, rimaste a

vagare come scia della tempesta fugata, procedeva verso l'alto mare.

L'osservatore e il pilota tra un'occhiata e l'altra alla bussola,

esploravano accuratamente il mare. Già trenta miglia erano state

percorse e nessun punto nero aveva rotto l'uniformità immensa, la

quale in quella mattina di fraterna, amorevole ricerca, diffondeva un

profondo senso di desolazione.

Poichè il punto d'incontro si presumeva non oltre il trentesimo

miglio, il velivolo rivolse la prua verso terra e fu durante il ritorno

che un'ombra nera apparve nella trasparenza dell'acqua. Il pilota e

l'osservatore si scambiarono uno sguardo denso di speranze. Il pilota,

diminuendo la forza del motore e abbassando l'apparecchio, iniziò una

spirale che aveva per centro l'ombra nera la quale con la diminuzione

della quota acquistava più evidenza. Effettivamente si trattava di un

sommergibile. Ma nostro? Ma quello che si cercava?

Il battello tra un rigoglìo di spume veniva a galla intanto che

l'aereo continuava a roteargli intorno. Le sue caratteristiche

corrispondevano esattamente a quelle del sommergibile ricercato. La

torretta si scoperse con lo stesso gesto di un individuo che si toglie

il cappello. Ne spuntarono due omini che si sbracciarono in frenetici

saluti, mentre l'osservatore proteso dallo scafo dell'idrovolante, come

un oratore enfatico, rispondeva dimenando le braccia. Il velivolo si

pose a cinquanta metri dal sommergibile. I reduci dal cielo e i reduci

dal fondo del mare si salutarono con quella piena fraternità che si

sviluppa tra uomini avvolti da rischi e da solitudini.

— Che cosa vi è accaduto?

— Ieri tempesta, poi stamane avaria a bordo. Stiamo riparando.

— Potrete rientrare con i vostri mezzi?

— Calcoliamo fra un'ora.

L'idrovolante ripartì verso il semaforo della base su cui

dall'osservatore fu gettato il messaggio nel quale s'indicava il

punto ove il battello era emerso. Dieci minuti dopo fu visto un

cacciatorpediniere uscire incontro al sommergibile. E l'aereo tornò sui

due galleggianti per proteggerli. Altre siluranti nel frattempo erano

spuntate sulla rotta: scortavano rimorchiatori.

Pilota e osservatore avvertivano con orgoglio la delicata, grave

responsabilità della loro missione. Sospettando qualsiasi insidia

avversaria, si portavano sulla rotta dei vari galleggianti per

accertarsi che fosse sgombra di mine, di sommergibili nemici, ma

contemporaneamente si preoccupavano che altri agguati non si celassero

in coda ed ai fianchi dei convogli, per cui ritornavano ai lati e

sulle scie delle siluranti, mutando quota dai 50 ai 500 metri. Quante

esistenze, quanti valori, che somma imponente d'ingegno, di coraggio,

di ricchezza si stendevano sotto il dominio dell'idrovolante, e con

quale ardore l'equipaggio aereo esplorava il mare e inseguiva ogni

dubbio, ogni parvenza di minaccia! Poi giunsero altri idrovolanti a

«dare il cambio» e le sentinelle del cielo in un incontro fulmineo si

salutarono.

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Un pilota d'idrovolanti deve pure conoscere intimamente il

sommergibile: l'arma di mare con la quale ha la maggiore probabilità

di combattere. L'intima conoscenza si consegue con un'immersione.

Il giorno in cui fu consentito ad un pilota questo esperimento,

il sommergibile filò morbidamente verso il centro dell'Adriatico.

Navigazione senza pennacchi di fumo, senza strepiti meccanici, ma

in mormorante bizzarria musicale di onde e di spume ricamate intorno

ad una nota dominante sfuggente dall'interno del sommergibile: voce

a bocca chiusa dei motori elettrici. Sospinta come da una energia

segreta, possente e muta, la snella, nera silurante non scherniva la

poesia del mare, ma armonizzava con essa sfuggendo con un'eleganza di

marina belva in agguato.

Raggiunta la mèta, il sommergibile s'arresta. L'equipaggio dalla

torretta si cala nell'interno del galleggiante: chi è pingue giudica

insufficiente il diametro della torretta e arriva in basso sbuffando e

paonazzo. L'ospite si trova in un ambiente illuminato elettricamente,

lucido di una miriade di manometri, contatori, manubri, volanti;

olezzante con discrezione di lubrificanti. Egli si sposta da un

locale all'altro, ma viene pregato di interrompere la visita perchè

il suo andirivieni ha una sensibile ripercussione su l'assetto del

sommergibile.

Chiusi ermeticamente i portelli, nel silenzio d'attesa che dà

al novizio un senso di commozione, la voce del comandante segna

un distacco spirituale netto fra lo stato d'emersione e quello

d'immersione. Si inizia l'attacco alle incognite: — Chiusi i portelli?

Chiusa la torretta?

Dai portavoce che affluiscono alla camera di comando arrivano le

risposte affermative. S'intraprende tosto la manovra per allagare i

doppi fondi. Ancora la voce del comandante: — Apri gli allagamenti. —

Si comprende a questo punto — osserva l'ospite preoccupato di mostrarsi

disinvolto — la differenza fra la donna leggera ed il sommergibile: al

capriccio femminile non si pone rimedio, mentre alla leggerezza del

battello si contrappone un aumento di peso con una serie di litri a

poppa, al centro o a prua secondo gli appoppamenti e gli appruamenti da

correggere.

Esiste viceversa — osserva sempre l'ospite — un'affinità fra il

sommergibile e il beone: l'uno e l'altro per acquistare pesantezza

bevono, bevono finchè s'immergono l'uno nel mare e l'altro nel sonno.

Chi non sta al periscopio segue le vicende del sommergibile osservando

il manometro di profondità che segnala i metri d'immersione

ed osservando l'inclinometro che indica i gradi di sbandamento

orizzontale. Ma il periscopio è più divertente. Orientato in direzione

della prua, lascia vedere la parte anteriore del battello mentre

s'immerge lentamente. Sotto la spuma, una dopo l'altra, svaniscono

le particolarità della struttura superiore — intercapedine — le

bitte, i timoni orizzontali. Lo specchio d'acqua tornato deserto,

sale gradatamente. Le piccole onde si aguzzano, si protendono verso

il periscopio, avide di sopraffare anche questa estrema punta del

battello. Si prova l'allucinazione di annegare. Le onde coprono

e scoprono il periscopio. Lembi di mare e di cielo si alternano

con le iridescenze della spuma. Completamente assorto nella penosa

contemplazione di questo giuoco, l'ospite, immemore della vita del

sommergibile, solo con la fantasia alle prese col mare, con lo sguardo

in pieno contatto con le onde, come avesse il suo viso nell'acqua,

si vede sommerso, liberato, sommerso di nuovo, sopraffatto. Poi il

periscopio non mostra che una tinta verdastra; si è sotto le onde, si

scende verso il fondo.

La sonorità prima avvertita sui fianchi, sulla vôlta del sommergibile

si attenua: sonorità grave che fa pensare a raffiche, a sbotti di

pioggia contro una fragile casa. È la voce delle onde che fluttuano

nell'intercapedine. E con lo stendersi della calma acustica, scompare

pure quel rollìo da cui era derivato prima un disagio di stabilità

nel personale di bordo. In compenso il novizio si sente invaso da un

torpore crescente.... Si addormenta. Due ore dopo un alito frizzante,

ossigenato lo sveglia. Il battello è tornato alla superficie: i

boccaporti aperti aspirano l'aroma del mare.

★

Vi fu in un'alba l'apparizione di quattordici siluranti austriache

verso un punto del nostro litorale adriatico. Era la terza di una serie

di albe propizie. Generalmente per le loro imprese marittime o aeree,

quando si tratta di traversare l'Adriatico, gli austriaci scelgono il

terzo giorno favorevole, perchè il primo, dopo un periodo di maltempo,

è ventoso forte, il secondo ha come conseguenza mare mosso, il terzo si

presenta con _calma piatta_, il quarto è velato da foschìa, il quinto è

grave di nubi, il sesto fa pioggia.

Dunque in quel terzo mattino di _calma piatta_, quattordici lineette

brune, sette da una parte, sette dall'altra, componenti come un angolo,

spuntarono di tra la foschìa viola-rosa, sullo sfavillìo del mare.

Cominciò fra pilota e osservatore un muto scambio di cenni e di mimica

i quali significavano:

— Nostre non sono.

— Attenti alle bombe da lanciare.

— Per non equivocare bombardiamo dopo la prima cannonata.

E via a tutto motore in linea di volo — vale a dire alla massima

velocità — verso le quattordici lineette che andavano rapidamente

ingrossandosi. I cacciatorpediniere già si differenziavano dalle

torpediniere. Ma la loro disposizione mutava: ognuna usciva di rango

seguendo una rotta obliqua, tracciando curve scie per non farsi

bersaglio. Soddisfazione enorme: un idrovolante metteva lo scompiglio

in una squadriglia di siluranti. _Vam, vam_. Un sussulto alla coda. A

destra, ad una trentina di metri, uno scoppio ampio come una parete

di stanza, nerastro, somigliante al ghigno di un mostro. È il colpo

atteso.

L'idrovolante da 1200 metri _plana_ su un gruppo di sette siluranti:

sulla verticale del centro sfibbia le bombe. Disgraziatamente vanno

a tuffarsi a poca distanza da due siluranti in coda. Il cielo è un

inferno. L'apparecchio è accerchiato da scoppi, taluni a poche decine

di metri dalle ali. La coda specialmente è scossa. La prua tende

a buttarsi in giù. Il pilota e l'osservatore, attanagliati da due

opposte sensazioni, quella di precipitare da un momento all'altro e

quella di essere invulnerabili, irrigiditi nella esasperante intensità

di queste vicende, traversano vertiginosamente il cielo della morte;

la coda vibra eccessivamente, le crociere hanno un tremito anormale,

il motore scaldandosi produce un suono minaccioso. Il pilota sbanda

l'aereo a destra e a sinistra con decisione per disturbare la mira agli

artiglieri avversari. Le esplosioni dei proietti, non ostante l'intensa

sonorità del motore, si fanno udire con strepiti laceranti.

Intanto un rinforzo di idrovolanti nostri punteggia l'orizzonte.

Pochi minuti dopo la squadriglia è sul bersaglio: di essa fanno parte

piccoli fulminei caccia che piombano ad inaffiare di mitraglia le

tolde nemiche. Rivolta la prua verso Pola, le siluranti con una manovra

urgente filano a tutta velocità lasciando una scia lunga, candidissima.

Un treno armato, i cui colpi sollevano colonne d'acqua in coda alla

squadriglia fuggiasca, spara dalla costa.

Le cittadine dorate nel litorale verde-azzurro, sembra assistano

alla battaglia simboleggiando un'inalterabile serenità. E dall'alto

dell'idrovolante la visione della costa estatica, delle navi in fuga,

della squadriglia aerea — macchie nere contro il sole nel picchiettìo

multicolore delle esplosioni — si domina con l'ebbrezza del buon dovere

compiuto.

Poi il ritorno avviene a pochi metri dalla costa. Si naviga con

motore ridotto, ma la velocità — doppia a quella di un direttissimo —

consente di oltrepassare vertiginosamente cittadine, paesini, gruppi di

villette, semafori, porticciuoli, canali, mentre ondate di folla, nelle

zone più abitate, si protendono sulla spiaggia verso l'idrovolante da

cui l'osservatore fa gli onori di casa sbracciandosi.

Quando un aereo è costretto a scendere davanti ad uno di questi

luoghi di passaggio, le popolazioni lo accolgono trionfalmente. Le

nebbie improvvise gettate dal Po, dalle valli di Comacchio, nascondono

talvolta la via del ritorno. Il mutamento di scena è quasi istantaneo.

Ondate di foschìa turbinano intorno al velivolo. Il panorama si vela,

diviene ambiguo anche traverso le particolarità più prossime. Gli

edifici sparsi lungo la costa si scorgono solo a distanza di poche

centinaia di metri. Poi tutto è nebbia. A bassissima quota il pilota,

per non trovarsi improvvisamente contro la costa, volge la prua, in

base alle indicazioni della bussola, verso l'alto mare. A due o tre

metri dall'acqua egli distingue appena vaghe striature di _onde morte_:

s'abbassa con precauzioni infinite, come in volo notturno, perchè in

tali circostanze la visibilità dell'acqua è quanto mai problematica.

Con l'aiuto della bussola il pilota, dopo aver ammarato, torna verso

la costa. Nella nebbia minuscole ombre di uomini sulla spiaggia, una

palizzata, un semaforo.... un'imbarcazione.... Fermato il motore,

l'idrovolante è rimorchiato nel porto-canale. Sulle rive prima deserte

s'improvvisa una folla dominata da veneziane, da _scialletti_. Quante

interrogazioni nostalgiche, quante soavi missive agli aviatori:

«_Vienlo da Venezia? Come xea? Cara, benedeta, co bea che la xe! El me

la saluda tanto. El ghe daga dei basi._»

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Quando allo spuntar del giorno si torna da una missione su una città,

le vie, le piazze prima candide, deserte si ricoprono rapidamente di

puntini neri i quali procedono da sotto le case al mezzo delle strade

e delle piazze e poi restano fissi. Le finestre dei piani superiori,

gli abbaini si animano pure di lineette variopinte e gesticolanti. Il

pilota, costringendo il suo apparecchio ad abbassarsi, vede salire

vertiginosamente campanili, terrazze, fumaiuoli come una massa di

edifici lanciata da una potenza sismica. Egli ridona tutta la forza al

motore e riprende la salita riempiendo di fragore la città.

Questo il ritorno da una missione. Ma i preparativi di essa sono meno

semplici. Se si deve effettuare in una zona nemica mai esplorata,

si presenta circonfusa dalle attrattive e dalle preoccupazioni

dell'ignoto. Allorchè l'aviatore riceve ordine di prepararsi ad

un'ardua missione, una luce spirituale si sprigiona nell'animo suo

dalla compiacenza di essere stimato capace di un eccezionale sforzo,

dalla convinzione intima di riuscire, dalla prospettiva di svolgere un

servizio utile segnalato nei comunicati, dalla speranza di meritare una

distinzione.

Poi un senso di depressione emana dall'esame particolareggiato delle

difficoltà. In una lunga traversata di mare — quattro ore di volo

— è sufficiente che il motore _pianti_ perchè la missione fallisca

e la vita dell'equipaggio sia messa a repentaglio nella solitudine

dell'alto mare. Di qui un accurato esame del motore, degl'istrumenti di

precisione. Altra difficoltà: necessità di oltrepassare isole nemiche

prima di essere sulla mèta. Studio della carta geografica per girare

possibilmente gli ostacoli. Ma se si allunga il percorso si rischia

di rimanere senza benzina al ritorno. Meglio conseguire un'alta quota.

Ma la stagione è fredda ancora: una permanenza di un'ora a 4000 metri

può minacciare di congelamento l'equipaggio. Alcuni giorni prima

due aviatori erano scesi col naso congelato per essere rimasti venti

minuti a 3600 metri. Non bisogna prescindere poi dagli effetti del

derapamento; la costa nemica nel centro dell'Adriatico si presenta con

precisione solo dopo un'ora e mezza di volo, quando cioè sarebbe troppo

tardi a correggere la rotta in base alla configurazione del panorama.

All'osservatore il delicato compito di tener fedelmente d'occhio la

bussola.

Seguono le possibilità di essere attaccati da apparecchi da caccia,

di restare coinvolti da una tempesta, data l'estrema volubilità

meteorologica dell'Adriatico. I vari quesiti finiscono per restare

risolti o diminuiti di gravità. Presi molti provvedimenti — il piccione

viaggiatore da lanciare e i viveri da consumare in caso di forzato

_ammaraggio_, la bomba incendiaria con cui distruggere l'apparecchio e

una scorta di monete d'oro qualora fosse inevitabile cader prigionieri,

l'unguento con cui coprirsi il viso per combattere il gelo, e

l'apparato elettrico di riscaldamento — presi questi provvedimenti

subentra uno stato d'animo soffuso di serenità e alimentato da

dissertazioni filosofiche.

★

Poichè tecnicamente la missione è già pronta, anche nello spirito

occorre approntarla. È vero — ragiona l'aviatore — che si rischia

di cadere prigionieri, di essere abbattuti dai caccia, di scendere

in alto mare e trascorrervi chi sa quante ore, di essere travolti

da una _buriana_ (tempesta), ma che valore morale, che bellezza

psicologica offre la vita se non è temprata dai cimenti, se non è

migliorata da continue ascensioni verso un sempre più schietto, puro

disinteressamento? La vita dell'aviatore non è forse tutta protesa alla

conquista di una superiorità morale, dal primo volo con l'istruttore,

al primo volo da solo; dal primo brevetto, alle prime evoluzioni; dalla

prima cannoneggiata missione di guerra, al primo combattimento? Sotto

l'influenza di queste vigorose meditazioni si diventa più fieri, più

sdegnosi del consueto persino con gli stessi camerati, per il solo

fatto che costoro non sono stati incaricati o non hanno chiesto di

eseguire la missione.

Essendo le condizioni meteorologiche le arbitre della situazione, si

seguono con assiduità i venti, le nubi e il mare, si arzigogola su

gli effetti della bora, dello scirocco, del grecale, si vive in intimo

contatto con il mare, il cielo, mentre la fantasia si abitua a vedere

le cose panoramicamente da 4000 metri d'altezza. Quanto è estraneo alla

missione, infastidisce. Le vicende normali di vita, le preoccupazioni

minute mediocri di coloro i quali sono sicuri della loro esistenza,

costituiscono un tutto disprezzabile per l'aviatore saturo ormai

di energie eccezionali, divenuto normale nell'anomalia del suo gran

volo in preparazione. Come da un'alta quota i particolari panoramici

rimpiccioliscono sino a scomparire, così l'elevazione spirituale porta

a non scorgere più, a non apprezzare i piccoli valori della vita.

Ogni alba sfavorevole pone nell'animo dell'aviatore una segreta,

inconfessabile contraddizione: da un lato il dispetto di dover

prolungare la vigilia d'attesa e l'ansia in cospetto di un ignoto

che per altre ventiquattro ore non si svelerà; dall'altro una fisica,

egoistica compiacenza di ricuperare altre ventiquattro ore di esistenza

sicura.

Durante questa vigilia l'aviatore è epicureo: gli sembrano

indispensabili i cibi prelibati, i vini sobri in quantità ma fini in

qualità. Conserva gelosamente le sue energie. Contrariamente a quanto

si immagina, la lunga, forzata attesa non indebolisce moralmente

l'aviatore; gli toglie, è vero, il primitivo eccitamento, ma lo

famigliarizza con la visione dei rischi sino a dargli l'allucinazione

che il gran volo sia ormai compiuto. Di qui una flemmatica attesa degli

eventi.

L'alba favorevole appare finalmente. E la gran partenza avviene.

Se un incidente di bordo o un improvviso cambiamento di condizioni

atmosferiche obbligano al ritorno e al rinvio della missione,

l'aviatore, che giudicava da giorni i suoi preparativi perfetti,

teme che altre segrete lacune si celino sotto l'apparenza di una

organizzazione completa e ricade in dominio del dubbio. Combatte il

malessere provvedendo alacremente al rimedio e all'indomani si ritrova

fornito della primitiva efficienza.

Nel gran quadro, minuscoli, buffi particolari. La boraccia, riempita

di bevande forti da vari giorni, per eccesso di preveggenza, ora che

si tratta di partire è vuota per iniziativa di ladra bocca ignota.

Gl'indumenti di volo destinati a un pingue, sono stati indossati per

equivoco da un mingherlino il quale non può dare in cambio all'altro i

suoi....

Voli di guerra: Impressioni di un giornalista pilota · 第 4 / 8 段