le complicazioni più stupefacenti. Una moltitudine di apparecchi d'ogni
foggia, d'ogni proporzione, d'ogni velocità, di ogni fregio, ostruiva
il passaggio sotto, sopra, a destra, a sinistra, metteva nell'imbarazzo
il più disinvolto pilota. Sembrava di guardare dentro una ciclopica
vasca di pesci. Prima di _virare_ c'era da aprire tanto d'occhi per
non cozzare, per non ricevere _soffiate_. Il cielo non era più prodigo
di infiniti spazi, almeno il cielo carsico. Gli apparecchi salivano
o scendevano sbandati, buffi, quasi fossero stati intenti a tagliare
la strada; quelli di fianco sembravano immobili sospesi nel vuoto,
appesi a un filo invisibile. Vicine ali tricolori, ali più lontane
annerite, improvvisi bagliori di agili caccia dalla testa di metallo,
tingevano il cielo. Sonorità infernali di motori e d'artiglierie,
rombi e sussulti tormentavano il volo. Più in alto c'era da diffidare
delle traiettorie dei grossi proiettili, più in basso si diffidava
ingiustamente delle bombe lasciate da apparecchi naviganti a quota
maggiore. Il nemico, stordito, riesciva appena a spruzzare di tanto in
tanto il cielo di colpi frettolosi e inesatti. S'insinuava la comicità
nel dramma: passava un caccia che aveva dipinto sulla fusoliera questo
ammonimento: _Ocio fiol d'un can_: poi mostrava l'altro fianco in cui
sì leggeva: _Ocio che te copo_. Monitori inglesi sparavano dal mare,
apparecchi italiani dal cielo sparavano, fotografavano, dirigevano
tiri.
Esaurite le munizioni, effettuata la missione, aeroplani e idrovolanti
tornavano alle loro basi incontrandosi con stormi di apparecchi i
quali accorrevano a dar loro il cambio, a nutrire di energie fresche la
battaglia. Nei campi fervore febbrile: partenze, arrivi di apparecchi;
squadre di operai che riparavano, che rifornivano; ufficiali a
rapporto, conteggio di buchi negli apparecchi; trasporto premuroso
di feriti; notizie, ordini per telefono e con la radio. Con l'estrema
luce diurna sbucavano dalla fulva, acre foschìa gli ultimi combattenti
del cielo; il cannoneggiamento accompagnava i preparativi delle aeree
spedizioni notturne. E in questo sfondo immane la sentimentalità era
rappresentata dai cani della squadriglia — porta-fortuna — i quali
improvvisavano una ridda mugolante, capricciosa di giubilo intorno ai
padroni tornati dalla battaglia aerea.
La squadriglia esule
Le tiravano col 381, l'assalivano di notte gl'idrovolanti austriaci,
e i proiettili le cadevano intorno ai ricoveri, ogni sua missione
si iniziava sotto il controllo dei semafori istriani, e da Trieste
udivano i suoi motori mentre si scaldavano, non disponeva di un'ora
sola veramente tranquilla, pativa la malaria e la bora, eppure la
squadriglia di Grado, la squadriglia esule rievocò sempre la sua
isoletta con nostalgia cocente. Lassù era in cospetto della storia,
operava in vista dell'Italia nuova che rombante e sanguinando, muovendo
da un ciclopico cantiere, scavava la sua via.
Forse a Grado il senso della guerra risultava più drammatico che
altrove perchè vi si avvicendavano, in improvvisi contrasti, episodi
di vita bellica e di vita civile, per cui non era mai possibile ai
combattenti della squadriglia entrare pienamente in quello stato di
oblìo, di abbrutimento e di allucinazione sublimi che si riceve dalla
trincea dove non si vede, non si vive e non si muore che la guerra,
ed ogni aspetto della esistenza borghese appare un ricordo remoto
ed inverosimile. A Grado gli aviatori erano coinvolti da vicende di
guerra non soltanto in ore di volo, ma anche in quelle di _riposo_,
con attacchi aerei e bombardamenti dalla costa nemica: così la loro
tensione risultava incessante, la loro mobilitazione spirituale
si manteneva rigorosa, la loro elevatezza morale — fatta di serene
rinuncie supreme — perfetta. Ogni loro ora di vita conteneva un suo
intenso valore. Il ritrovarsi vivi alla fine di ciascun giorno e di
ciascun rischio era la constatazione di una vittoria contro la sorte.
A traverso questo eccezionale stato d'animo venivano osservati con
ingenua meraviglia — che negli aviatori si rinnovava dopo i loro
bombardamenti diurni e notturni, le ricognizioni fotografiche, le
direzioni dei tiri d'artiglieria, gli attacchi a navi nemiche — i più
comuni episodi borghesi: l'apparizione, nell'ora dei bagni e della
passeggiata, sul lungo-mare adorno di edifici lussuosi per la stagione
balneare d'altri tempi, di alcune signore e signorine valorose nella
loro ostinata permanenza a Grado, encomiabili, fra tante ansie, nel
conservare ancora, all'ambiente rosicchiato dalle bombe, una estrema
parvenza di eleganza mondana; il concerto nei giorni festivi dei
marinai in piazza e le rappresentazioni dei filodrammatici indigeni
in un teatrino: l'intermezzo della _Cavalleria_ e la parodia di
_Francesca da Rimini_ mentre talvolta a poche miglia i motoscafi
armati scambiavano cannonate con torpediniere austriache, ed aerei
nostri provocavano nel cielo di Trieste moltitudini di scoppi; cori di
bambini poveri, raccolti in un ben munito refettorio dalla filantropia
della Marina, con accompagnamento di artiglieria oltre Isonzo; gruppi
di monelli che riempivano sacchi con la sabbia della spiaggia per
irrobustire i loro illusori ripari sotto le catapecchie; popolani che
dopo il bombardamento aereo uscivano a raccogliere scheggie, fondelli
per le strade e pesci uccisi dallo scoppio di proiettili in mare e
gettati in secca dalla risacca....
Grado era cara alla squadriglia: nei suoi marmi antichi parlava di
Roma, e di Venezia parlava nel groviglio delle sue calli, delle sue
piazzette, nello stile della sua torre, nel dialetto, nei costumi
dei suoi popolani. Le fasi lunari ne capovolgevano le abitudini.
Sonnecchiava di giorno e vegliava di notte. Lungo le calli s'udiva il
sommesso chiacchierìo d'attesa di gruppetti invisibili nella penombra
traversata da obliqui raggi lunari. Gli aviatori trascorrevano
le notti parte nei sotterranei, durante le incursioni, e parte in
volo nell'esecuzione dell'immediata rappresaglia. Spesso le lettere
degl'aviatori recavano frasi come queste: «Non ti ho risposto subito
causa la luna», oppure: «Appena sarà finita la luna verrò in licenza».
«Aspetto che finisca la luna per andare a Udine a provarmi la divisa
nuova».
Per chi si abituava, la veglia non era assoluta: taluni tesoreggiavano
col riposo le mezz'ore d'attesa intanto che il complice astro salendo
dal mare preparava con flemma la battaglia. Prima di coricarsi,
semivestiti, preparavano presso i letti e i divani, in luogo dell'acqua
zuccherata, maschere per gas asfissianti, elmetti, cappotti.... Intanto
nel crescente chiarore, nella placidità dell'atmosfera, nell'argentea
vastità marina, nel tremito delle stelle, s'insinuava, in sostituzione
di lontani incantesimi, la minaccia di aerei nemici. I veterani
della squadriglia, in famigliarità con i rischi lunari, aspettavano
di lanciarsi in volo suonando il pianoforte, giuocando al biliardo
o partecipando alle conversazioni che si svolgevano in riva al mare
fra i notabili e le notabili di Grado, trattenuti all'aperto, più
che dal fascino della notte serena, dall'aspettativa per le imminenti
incursioni.
In quelle ore il mare, la notte, l'arco del golfo di Trieste perdevano
quella misteriosa virtù d'illudere che avevano emanato quando non
erano ancora dominati dal minaccioso volo umano. La serenità dell'ora
suggeriva l'idea opposta a quella che avrebbe suggerito quattro anni
prima: — Avremo una notte bellicosa. — In cospetto degli aviatori, il
mare decadeva dalla posizione sovrana alla quale l'avevano elevato
poeti in contemplazione, riducendosi a una distesa più o meno
favorevole per partire e tornare con l'idrovolante, come al marinaio
non appariva che un nascondiglio di mine, sottomarini, sommergibili....
Il panorama, la luna e le stelle servivano semplicemente come punti
di riferimento. La maestà della sera era tagliuzzata dalle lame dei
proiettori che su l'Hermada, a Duino, a Nabresina, a Prosecco, a
Muggia, a Pirano, a Punta Salvore si alternavano nell'ufficio di
sentinelle sospettose. Lo sfondo violaceo delle colline istriane
appariva ogni minuto bucato, schernito da queste luci della diffidenza
che radevano il mare e talvolta si fissavano lungamente su Grado
come vi facessero enormi scoperte, mentre dal Timavo verso Tolmino si
sbizzarrivano in muti inchini i razzi.
★
L'armonia della notte lunare s'irrigidiva completamente quando la
sonorità dei motori austriaci si approssimava. Immersi nella penombra,
con un'apparenza di esseri addormentati, i semafori, i posti di
guardia, le batterie antiaeree, le torpediniere, i motoscafi si
trasmettevano con pacato, serrato ordine, con un sistema fatto naturale
dall'abitudine quasi quotidiana, l'avviso di stare pronti. Soppresso
ogni lume, ogni segno di vita, proprio quando la vita dei difensori
raggiungeva l'efficienza massima, dal semaforo, il comandante della
piazza, con un orecchio sugl'istrumenti acustici e con la bocca al
telefono, indicava i punti del cielo contro i quali dovevano convergere
i tiri antiaerei. E nell'invisibilità notturna centinaia di bocche da
cannone si spostavano simultaneamente come una massa corale diretta da
una sola mano, pronta a intonare.
C'era nell'insenatura di Muggia un raggio fisso di proiettore
che rivelava agli osservatori di Grado la già avvenuta partenza
degl'idrovolanti austriaci: serviva di guida agli aerei bombardieri
della notte i quali prima si aggiravano sul golfo di Panzano o alla
foce del Tagliamento per _fare quota_ e poi scendevano con un minimo di
giri di motore per agire non uditi sul bersaglio.
Sul golfo di Panzano e la foce del Tagliamento erano le zone di
convegno degl'idrovolanti avversari intenti a far quota. Si davano a
vicenda la caccia o a vicenda si preparavano a bombardare le rispettive
basi. Ombre nere librate nell'aria scivolavano l'una presso l'altra:
fra esse s'accendevano momentaneamente minuscole luci elettriche con
punti e linee. Talvolta erano apparecchi nostri che si riconoscevano,
tal'altra erano apparecchi austriaci che facevano altrettanto. Non
di rado apparecchi austriaci e italiani si lanciavano segnalazioni,
ma appena si riconoscevano per nemici spegnevano bruscamente le luci
e scambiavano raffiche di mitragliatrici, brevemente perchè la notte
anche lunare non facilita a chi vola di scorgere a lungo un altro
apparecchio: per pochi istanti si rivela per le fugaci fiammelle
giallo-paonazze sfuggenti dal motore, poi sparisce nell'ombra immensa.
Queste vicende nell'aria tenevano in costante sospetto gli ascoltatori
da terra, i quali dal diverso suono dei motori individuavano la
nazionalità dell'invisibile velivolo. C'era il suono fluido, canoro
come vibrazioni di _diapason_: nostro; c'era il suono brontolone,
scandito, disuguale: tognino. Gli apparecchi nazionali avvicinandosi
lanciavano con le loro lampade elettriche i segnali convenuti;
sembrava che si accendessero in cielo nuove stelle, più grandi. Quegli
apparecchi erano i vendicatori delle incursioni austriache consumate
o un'ora prima o la sera precedente su una delle località inermi del
Friuli e del Veneto.
Da Grado erano gl'idrovolanti che si apprestavano a vendicare
l'incursione imminente di cui dava l'annuncio il bronzo maggiore del
campanile. Nel silenzio colmo d'attesa s'udiva dal semaforo un marinaio
gridare al vicino campanile del Duomo: — Allarme! — Il campanaro
strappava i rintocchi urgenti che facevano trasalire — il brivido
che passa fra il sospetto e la certezza — i borghesi pigiati nei
sotterranei. Gl'idrovolanti austriaci _planavano_ sulla città le cui
case, schiarite dalla luna, avevano l'apparenza di strani, pallidi visi
esterrefatti, dai cento occhi spalancati.
Sibili lugubri, fulminei, feroci fendevano l'aria e concludevano in
un'esplosione cupa, o in un vuoto inatteso: segno, quest'ultimo, che
la bomba non era scoppiata. Subito dopo sembrava che tutta la plaga
intorno esplodesse: detonazioni, sussulti d'artiglieria, raffiche
rabbiose di mitragliatrici, vampe fugaci a terra e scoppii in aria,
agitazioni di proiettori, esordendo simultaneamente come a piena
orchestra, infliggevano al paesaggio un aspetto infernale; le facciate
e i tetti degli edifici trasalivano fra contrasti subitanei d'oscurità
e di barbagli.
Una sera uno scoppio più imponente seguìto da una scia, come stesse
precipitando un bolide, invermigliò il cielo su la laguna di Grado.
Cessato il ruggito della battaglia, dileguatosi il fragore degli
aerei fuggiaschi e caduti gli ultimi fondelli reduci dalle esplosioni
d'artiglieria ad alta quota, varie imbarcazioni raggiunsero,
boccheggiante in una secca, il viluppo attorcigliato, fumigante
dell'idrovolante austriaco _K212_ da cui emanava un complicato odore di
benzina, olio, tela, legna e sangue. E per tutta la notte il proiettore
di Muggia si ostinò nel cielo ad aspettare l'idrovolante assente e
s'udì qualcuno degli aerei superstiti esplorare il mare.
Non era ancora cessata l'incursione austriaca che già cominciava
la nostra. Alle bombe che avevano sgretolato qualcosa di Grado, che
s'erano conficcate in buche profonde tra un edificio e l'altro degli
aviatori, opponevamo le nostre da sfibbiare sui campi d'aviazione,
sulle stazioni ferroviarie, sugli stabilimenti militari del nemico. I
nostri capannoni trasalivano di luci, si popolavano di uomini usciti
dai rifugi: squadre di manovratori spingevano in acqua gl'idrovolanti
sui quali gli armaioli assicuravano le panciute, livide bombe, e
controllavano le mitragliatrici; i meccanici accendevano i motori. Poi
osservatori e piloti s'ingolfavano negli scafi, impartivano ordini
rapidi e dei _via_ urgenti. E gli aerei scivolavano spumeggiando
pel canale, si trasformavano in ombre con luci alle estremità delle
ali e svanivano azzurri nell'azzurro, sperdendo il loro canto nella
vastità....
Gli ufficiali, i soldati rimasti al campo fissavano la sponda nemica
e dalle mute, crescenti esplosioni in cielo che si spostavano lungo
il volo, traevano indicazioni per seguire i nostri apparecchi: —
Sono sopra Trieste. Si dirigono verso Barcola. Ormai hanno raggiunto
il mare. Ritornano. — Sul canale le vermiglie lampadine elettriche
venivano accese perchè i reduci potessero riconoscere con precisione
le sponde e sopratutto evitare i pali e i banchi di sabbia distribuiti
nella laguna. Quell'effetto ottico sembrava un richiamo. Ed ogni aereo
rispondeva accendendo e spegnendo la lampada elettrica di bordo secondo
i convenuti segnali. Pareva di leggere in questo giuoco di luci la
gioia della rappresaglia inflitta, l'allegrezza del sano ritorno e
l'ansia dell'_ammaraggio_. Non appena l'idrovolante s'era posato in
acqua, un senso di gaia liberazione si spandeva negli astanti perchè il
momento più delicato di tutto il volo — il contatto con l'acqua ambigua
e rispecchiante le stelle — era stato felicemente superato.
★
Non pochi piloti si ingolfarono improvvisamente nel loro primo volo
notturno. Partiti al tramonto per una rapida operazione di guerra,
s'erano poi imbattuti nell'imprevisto: siluranti nemiche scoperte in
navigazione tra un porto e l'altro dell'Istria, incontro con aerei
avversari; di qui combattimenti, poi ritorno quando ormai i 3000 metri
di quota apparivano divisi in due zone: una al disopra della leggera
foschìa serale, ancora illuminata dal purpureo commiato del sole e
l'altra sottostante già violacea per l'invasione sulla terra delle
prime ombre.
Il pilota ancora inesperto di voli notturni, seguiva gl'idrovolanti
compagni di navigazione mentre apparivano e scomparivano di tra i
vapori della foschìa, fluttuando in una lenta altalena per passare
sopra o sotto gli strati più densi, con delle lievi oscillazioni alle
ali, sempre più bruni ed evanescenti. Giù a Grado s'intravedeva un
faro: roteava per indicare la rotta ai ritardatari. Il pilota novizio
faceva scendere cautamente il suo apparecchio sbirciando il panorama
ridotto a macchie talune biancastre ed altre oscure. Il mare non era
che una lastra bigia. Le distese abitate s'illividivano. I canali
erano nastri di luce paonazza. A 100 metri gli edifici più spiccati
sembravano placidi mostriciattoli sbalorditi.
Uno dopo l'altro gli apparecchi erano già scesi nel canale. Restava
in aria il pilota novizio che dopo aver girovagato sul canale, ormai
insidioso nella sua indeterminatezza, aveva finito per portarsi sul
mare, riducendo gradatamente la forza del motore e reggendosi poco
sotto alla linea di volo: abbassandosi con cautela aveva sfiorato
l'acqua.... Venere brillava in cielo e il faro di Grado fissava il
velivolo ritardatario e incolume.
Il pilota gustava intanto la soddisfazione di aver penetrato
d'improvviso, e con una disinvoltura maggiore di quella preveduta,
parte del mistero che avvolge, agli occhi dei non iniziati, il
volo notturno. La parola _notte_ suggerendo l'immagine del buio,
dell'invisibilità, turba il pilota che non può dissociare l'idea del
volo da quella di vedere. Ma la luce lunare e persino la luce stellare
riducono l'imperio delle tenebre.
Nei primi momenti del volo, appena staccato l'apparecchio dall'acqua,
il pilota non scorge che una sola immensa tinta turchina intorno a sè
come tutte le cose fossero d'inchiostro. Se la sensibilità fisica non
gli provasse che già è librato, egli avrebbe ancora l'impressione di
scorrere sull'acqua dato che nessun mutamento di colore è avvenuto
tra acqua e cielo. Ma l'altimetro, illuminato dalle lampadine
elettriche, applicate nell'interno della cabina, indica l'aumento di
quota al pilota il quale per la prima volta si trova a dover confidare
esclusivamente nella sensibilità della propria persona per reggere con
regolarità l'apparecchio.
Egli si guarda intorno ed a stento scorge le ali. Da uno stato di
perplessità passa ad uno stato di confidenza perchè vola d'istinto
e si accorge di volare bene, meglio forse che di giorno non ostante
lo circondino il mistero della notte, una solitudine resa assoluta
dalla temporanea invisibilità del panorama. Se l'atmosfera è placida
e tepida, la voluttà di volare in quell'ora è suprema, è la maggiore
che prodighi l'aviazione. Il pilota dirige la rotta valendosi della
bussola. Poi osservando il firmamento s'avvede che le stelle lo
aiutano a controllare la posizione dell'apparecchio. Sceglie la
costellazione posta sulla sua rotta e ne fa la sua guida; grazie a
questa amica l'orientamento riesce facile ed esatto. Si sente allora
psicologicamente più vicino agli astri visibili, che alla terra
invisibile.
Guadagnando sempre più quota e fissando insistentemente in basso, il
pilota comincia a distinguere due vaste macchie, una biancastra ed
una bruna. La biancastra — ragiona l'esordiente — corrisponderà al
mare e quella bruna alla terra. S'accorge poi che il mare, meno dov'è
striato dai riflessi lunari, risulta bruno, mentre la terra è chiara
particolarmente nell'intreccio delle sottili strade e nelle distese
abitate.
Il fronte, quando serpeggiava da Duino a Tolmino, si presentava, nella
notte, da 3000 metri, luccicante di razzi, di scoppi, di barbagli
tortuosamente disposti con un'assurda apparenza di festosità. La costa
da Duino a Pola appariva al contrario illuminata solo da proiettori i
quali con l'avvicinarsi dell'idrovolante si spegnevano. Nell'atto di
nascondersi, la costa dava l'impressione di un fosco mostro oblungo,
rovesciato con la schiena a terra, che ritraesse i tentacoli luminosi
per fingersi immerso nel sonno. Ma appena l'aereo s'avvicinava,
il mostro usciva dalla sua finzione e si difendeva convulsamente,
sbarrando gli occhi, lanciando in alto i suoi tentacoli fosforescenti,
agitandoli e incrociandoli con furia.
L'idrovolante di tratto in tratto era investito da queste ondate
luminose assumendo l'aspetto di magica cosa infuocata. Il pilota
nuovo a questo effetto aveva l'impressione d'esser preso di mira da
chi sa quanti cannoni. I raggi fissati contro di lui aumentavano, lo
accecavano, come si fosse improvvisamente sostituito, per un diabolico
prodigio, il sole alla notte. Per sfuggire all'accerchiamento dei
bagliori, abbassava l'apparecchio a tutto motore, poi, utilizzando
l'eccezionale impeto, lo lanciava in alto, lo sbandava a destra ed a
sinistra. Ad uno ad uno i raggi si staccavano per continuare la loro
esplorazione. Non avevano scoperto il velivolo probabilmente perchè la
loro potenza era stata diminuita dal chiarore lunare.
Intanto, essendo giunto il momento per lanciare le bombe, il pilota
scendeva sul bersaglio a motore rallentato: il bersaglio, che poteva
essere costituito da nere strisce di binari fra bianchi edifici
ferroviari e industriali, dava l'impressione a chi si accingeva
a colpirlo, di vittima immobilizzata dal terrore, con gli occhi
chiusi, muta, a pochi istanti dal colpo inesorabile. Ma liberati i
proiettili e apparse le vampe tra i fasci delle rotaie, i proiettori
si risollevavano di scatto e roteavano per il cielo freneticamente. E
fra un candido raggio e l'altro, ecco gli scoppi vermigli e azzurri dei
proiettili saliti dalle batterie antiaeree.
L'idrovolante, rivolta la prua verso il mare, tornava a pieno motore
su Grado. Superata la preoccupazione del bombardamento, si presentava
tosto nell'equipaggio quella del ritorno al campo. Il pilota notava i
contrasti fra le indicazioni dell'altimetro e le apparenze del mare,
il quale si presentava più vicino del vero se striato da riflessi
lunari, più lontano del vero se velato da tenui strati di vapori,
certo sempre ingannevole, insidioso. Occorreva un punto preciso di
riferimento e questo era costituito dal semaforo di Grado che si
distingueva per le segnalazioni luminose con le quali pareva chiedesse
all'aereo di ritorno; — Sei nazionale? Fatti riconoscere. — E l'aereo,
per mano dell'osservatore che faceva funzionare la lampada elettrica,
rispondeva: — Sono nazionale. Ecco la lettera di riconoscimento.
Allora il canale di Grado si precisava con le sue luci rosse, come
volesse dire: — Puoi entrare. — Il pilota vi si portava all'imboccatura
e a pochi metri da quello che riteneva il pelo dell'acqua: a destra ed
a sinistra sfilavano, rapidissime, ombre di navi, di pali, di banchi
sabbiosi, ombre d'indefinita distanza. Toglieva forza al motore,
mirava con somma cura al centro del canale: un colpetto sotto lo
scafo, l'acqua. Trionfale respiro di soddisfazione: — Anche per questa
volta mi è andata bene. — Motoscafando tornava allo scalo; interrogati
pilota e osservatore, come colti da oblìo improvviso e da inesplicabile
pigrizia mentale, non trovavano nulla di interessante da narrare fra
le tante eccezionali emozioni provate e si limitavano a rispondere con
frasi di generica soddisfazione.
Ma altre volte era accaduto a idrovolanti di incontrare, durante voli
notturni, dense nubi che sopprimevano il soccorso lunare, che coprivano
di un'oscurità uniforme mare e terra. Poi se fra le nubi si dibatteva
la tempesta, gli aerei-fantasma, posti fra il cielo che li spingeva
a raffiche in basso e il mare che apriva loro invisibili voragini,
lottavano inseguendo il _nord_ delle loro bussole, il _nord_ delle
loro amiche. I piloti avvinti ai comandi con una energia sconosciuta,
gli osservatori con gli sguardi fissi nelle tenebre, procedevano,
or soffiati in alto, ora trascinati in vuoti d'aria. Improvvisamente
sotto i barbagli dei lampi apparivano a istanti parvenze di una costa
irriconoscibile. Gli apparecchi dispersi qua e là, invisibili gli
uni agli altri, rimbalzando di onda in onda con strepiti che facevano
pensare a schianti irrimediabili, s'irrigidivano su banchi sabbiosi.
Sotto il flagello dell'uragano gli equipaggi rivelavano la loro
presenza con i mezzi luminosi di bordo. Lunga attesa fra le onde che
sorpassando i banchi sabbiosi mordevano le prede. Poi a distanza voci
d'interrogazione e segnali resi dubbiosi dagli scrosci delle acque.