Alla semplicità di queste visioni terrestri si contrapponevano in cielo

le complicazioni più stupefacenti. Una moltitudine di apparecchi d'ogni

foggia, d'ogni proporzione, d'ogni velocità, di ogni fregio, ostruiva

il passaggio sotto, sopra, a destra, a sinistra, metteva nell'imbarazzo

il più disinvolto pilota. Sembrava di guardare dentro una ciclopica

vasca di pesci. Prima di _virare_ c'era da aprire tanto d'occhi per

non cozzare, per non ricevere _soffiate_. Il cielo non era più prodigo

di infiniti spazi, almeno il cielo carsico. Gli apparecchi salivano

o scendevano sbandati, buffi, quasi fossero stati intenti a tagliare

la strada; quelli di fianco sembravano immobili sospesi nel vuoto,

appesi a un filo invisibile. Vicine ali tricolori, ali più lontane

annerite, improvvisi bagliori di agili caccia dalla testa di metallo,

tingevano il cielo. Sonorità infernali di motori e d'artiglierie,

rombi e sussulti tormentavano il volo. Più in alto c'era da diffidare

delle traiettorie dei grossi proiettili, più in basso si diffidava

ingiustamente delle bombe lasciate da apparecchi naviganti a quota

maggiore. Il nemico, stordito, riesciva appena a spruzzare di tanto in

tanto il cielo di colpi frettolosi e inesatti. S'insinuava la comicità

nel dramma: passava un caccia che aveva dipinto sulla fusoliera questo

ammonimento: _Ocio fiol d'un can_: poi mostrava l'altro fianco in cui

sì leggeva: _Ocio che te copo_. Monitori inglesi sparavano dal mare,

apparecchi italiani dal cielo sparavano, fotografavano, dirigevano

tiri.

Esaurite le munizioni, effettuata la missione, aeroplani e idrovolanti

tornavano alle loro basi incontrandosi con stormi di apparecchi i

quali accorrevano a dar loro il cambio, a nutrire di energie fresche la

battaglia. Nei campi fervore febbrile: partenze, arrivi di apparecchi;

squadre di operai che riparavano, che rifornivano; ufficiali a

rapporto, conteggio di buchi negli apparecchi; trasporto premuroso

di feriti; notizie, ordini per telefono e con la radio. Con l'estrema

luce diurna sbucavano dalla fulva, acre foschìa gli ultimi combattenti

del cielo; il cannoneggiamento accompagnava i preparativi delle aeree

spedizioni notturne. E in questo sfondo immane la sentimentalità era

rappresentata dai cani della squadriglia — porta-fortuna — i quali

improvvisavano una ridda mugolante, capricciosa di giubilo intorno ai

padroni tornati dalla battaglia aerea.

La squadriglia esule

Le tiravano col 381, l'assalivano di notte gl'idrovolanti austriaci,

e i proiettili le cadevano intorno ai ricoveri, ogni sua missione

si iniziava sotto il controllo dei semafori istriani, e da Trieste

udivano i suoi motori mentre si scaldavano, non disponeva di un'ora

sola veramente tranquilla, pativa la malaria e la bora, eppure la

squadriglia di Grado, la squadriglia esule rievocò sempre la sua

isoletta con nostalgia cocente. Lassù era in cospetto della storia,

operava in vista dell'Italia nuova che rombante e sanguinando, muovendo

da un ciclopico cantiere, scavava la sua via.

Forse a Grado il senso della guerra risultava più drammatico che

altrove perchè vi si avvicendavano, in improvvisi contrasti, episodi

di vita bellica e di vita civile, per cui non era mai possibile ai

combattenti della squadriglia entrare pienamente in quello stato di

oblìo, di abbrutimento e di allucinazione sublimi che si riceve dalla

trincea dove non si vede, non si vive e non si muore che la guerra,

ed ogni aspetto della esistenza borghese appare un ricordo remoto

ed inverosimile. A Grado gli aviatori erano coinvolti da vicende di

guerra non soltanto in ore di volo, ma anche in quelle di _riposo_,

con attacchi aerei e bombardamenti dalla costa nemica: così la loro

tensione risultava incessante, la loro mobilitazione spirituale

si manteneva rigorosa, la loro elevatezza morale — fatta di serene

rinuncie supreme — perfetta. Ogni loro ora di vita conteneva un suo

intenso valore. Il ritrovarsi vivi alla fine di ciascun giorno e di

ciascun rischio era la constatazione di una vittoria contro la sorte.

A traverso questo eccezionale stato d'animo venivano osservati con

ingenua meraviglia — che negli aviatori si rinnovava dopo i loro

bombardamenti diurni e notturni, le ricognizioni fotografiche, le

direzioni dei tiri d'artiglieria, gli attacchi a navi nemiche — i più

comuni episodi borghesi: l'apparizione, nell'ora dei bagni e della

passeggiata, sul lungo-mare adorno di edifici lussuosi per la stagione

balneare d'altri tempi, di alcune signore e signorine valorose nella

loro ostinata permanenza a Grado, encomiabili, fra tante ansie, nel

conservare ancora, all'ambiente rosicchiato dalle bombe, una estrema

parvenza di eleganza mondana; il concerto nei giorni festivi dei

marinai in piazza e le rappresentazioni dei filodrammatici indigeni

in un teatrino: l'intermezzo della _Cavalleria_ e la parodia di

_Francesca da Rimini_ mentre talvolta a poche miglia i motoscafi

armati scambiavano cannonate con torpediniere austriache, ed aerei

nostri provocavano nel cielo di Trieste moltitudini di scoppi; cori di

bambini poveri, raccolti in un ben munito refettorio dalla filantropia

della Marina, con accompagnamento di artiglieria oltre Isonzo; gruppi

di monelli che riempivano sacchi con la sabbia della spiaggia per

irrobustire i loro illusori ripari sotto le catapecchie; popolani che

dopo il bombardamento aereo uscivano a raccogliere scheggie, fondelli

per le strade e pesci uccisi dallo scoppio di proiettili in mare e

gettati in secca dalla risacca....

Grado era cara alla squadriglia: nei suoi marmi antichi parlava di

Roma, e di Venezia parlava nel groviglio delle sue calli, delle sue

piazzette, nello stile della sua torre, nel dialetto, nei costumi

dei suoi popolani. Le fasi lunari ne capovolgevano le abitudini.

Sonnecchiava di giorno e vegliava di notte. Lungo le calli s'udiva il

sommesso chiacchierìo d'attesa di gruppetti invisibili nella penombra

traversata da obliqui raggi lunari. Gli aviatori trascorrevano

le notti parte nei sotterranei, durante le incursioni, e parte in

volo nell'esecuzione dell'immediata rappresaglia. Spesso le lettere

degl'aviatori recavano frasi come queste: «Non ti ho risposto subito

causa la luna», oppure: «Appena sarà finita la luna verrò in licenza».

«Aspetto che finisca la luna per andare a Udine a provarmi la divisa

nuova».

Per chi si abituava, la veglia non era assoluta: taluni tesoreggiavano

col riposo le mezz'ore d'attesa intanto che il complice astro salendo

dal mare preparava con flemma la battaglia. Prima di coricarsi,

semivestiti, preparavano presso i letti e i divani, in luogo dell'acqua

zuccherata, maschere per gas asfissianti, elmetti, cappotti.... Intanto

nel crescente chiarore, nella placidità dell'atmosfera, nell'argentea

vastità marina, nel tremito delle stelle, s'insinuava, in sostituzione

di lontani incantesimi, la minaccia di aerei nemici. I veterani

della squadriglia, in famigliarità con i rischi lunari, aspettavano

di lanciarsi in volo suonando il pianoforte, giuocando al biliardo

o partecipando alle conversazioni che si svolgevano in riva al mare

fra i notabili e le notabili di Grado, trattenuti all'aperto, più

che dal fascino della notte serena, dall'aspettativa per le imminenti

incursioni.

In quelle ore il mare, la notte, l'arco del golfo di Trieste perdevano

quella misteriosa virtù d'illudere che avevano emanato quando non

erano ancora dominati dal minaccioso volo umano. La serenità dell'ora

suggeriva l'idea opposta a quella che avrebbe suggerito quattro anni

prima: — Avremo una notte bellicosa. — In cospetto degli aviatori, il

mare decadeva dalla posizione sovrana alla quale l'avevano elevato

poeti in contemplazione, riducendosi a una distesa più o meno

favorevole per partire e tornare con l'idrovolante, come al marinaio

non appariva che un nascondiglio di mine, sottomarini, sommergibili....

Il panorama, la luna e le stelle servivano semplicemente come punti

di riferimento. La maestà della sera era tagliuzzata dalle lame dei

proiettori che su l'Hermada, a Duino, a Nabresina, a Prosecco, a

Muggia, a Pirano, a Punta Salvore si alternavano nell'ufficio di

sentinelle sospettose. Lo sfondo violaceo delle colline istriane

appariva ogni minuto bucato, schernito da queste luci della diffidenza

che radevano il mare e talvolta si fissavano lungamente su Grado

come vi facessero enormi scoperte, mentre dal Timavo verso Tolmino si

sbizzarrivano in muti inchini i razzi.

★

L'armonia della notte lunare s'irrigidiva completamente quando la

sonorità dei motori austriaci si approssimava. Immersi nella penombra,

con un'apparenza di esseri addormentati, i semafori, i posti di

guardia, le batterie antiaeree, le torpediniere, i motoscafi si

trasmettevano con pacato, serrato ordine, con un sistema fatto naturale

dall'abitudine quasi quotidiana, l'avviso di stare pronti. Soppresso

ogni lume, ogni segno di vita, proprio quando la vita dei difensori

raggiungeva l'efficienza massima, dal semaforo, il comandante della

piazza, con un orecchio sugl'istrumenti acustici e con la bocca al

telefono, indicava i punti del cielo contro i quali dovevano convergere

i tiri antiaerei. E nell'invisibilità notturna centinaia di bocche da

cannone si spostavano simultaneamente come una massa corale diretta da

una sola mano, pronta a intonare.

C'era nell'insenatura di Muggia un raggio fisso di proiettore

che rivelava agli osservatori di Grado la già avvenuta partenza

degl'idrovolanti austriaci: serviva di guida agli aerei bombardieri

della notte i quali prima si aggiravano sul golfo di Panzano o alla

foce del Tagliamento per _fare quota_ e poi scendevano con un minimo di

giri di motore per agire non uditi sul bersaglio.

Sul golfo di Panzano e la foce del Tagliamento erano le zone di

convegno degl'idrovolanti avversari intenti a far quota. Si davano a

vicenda la caccia o a vicenda si preparavano a bombardare le rispettive

basi. Ombre nere librate nell'aria scivolavano l'una presso l'altra:

fra esse s'accendevano momentaneamente minuscole luci elettriche con

punti e linee. Talvolta erano apparecchi nostri che si riconoscevano,

tal'altra erano apparecchi austriaci che facevano altrettanto. Non

di rado apparecchi austriaci e italiani si lanciavano segnalazioni,

ma appena si riconoscevano per nemici spegnevano bruscamente le luci

e scambiavano raffiche di mitragliatrici, brevemente perchè la notte

anche lunare non facilita a chi vola di scorgere a lungo un altro

apparecchio: per pochi istanti si rivela per le fugaci fiammelle

giallo-paonazze sfuggenti dal motore, poi sparisce nell'ombra immensa.

Queste vicende nell'aria tenevano in costante sospetto gli ascoltatori

da terra, i quali dal diverso suono dei motori individuavano la

nazionalità dell'invisibile velivolo. C'era il suono fluido, canoro

come vibrazioni di _diapason_: nostro; c'era il suono brontolone,

scandito, disuguale: tognino. Gli apparecchi nazionali avvicinandosi

lanciavano con le loro lampade elettriche i segnali convenuti;

sembrava che si accendessero in cielo nuove stelle, più grandi. Quegli

apparecchi erano i vendicatori delle incursioni austriache consumate

o un'ora prima o la sera precedente su una delle località inermi del

Friuli e del Veneto.

Da Grado erano gl'idrovolanti che si apprestavano a vendicare

l'incursione imminente di cui dava l'annuncio il bronzo maggiore del

campanile. Nel silenzio colmo d'attesa s'udiva dal semaforo un marinaio

gridare al vicino campanile del Duomo: — Allarme! — Il campanaro

strappava i rintocchi urgenti che facevano trasalire — il brivido

che passa fra il sospetto e la certezza — i borghesi pigiati nei

sotterranei. Gl'idrovolanti austriaci _planavano_ sulla città le cui

case, schiarite dalla luna, avevano l'apparenza di strani, pallidi visi

esterrefatti, dai cento occhi spalancati.

Sibili lugubri, fulminei, feroci fendevano l'aria e concludevano in

un'esplosione cupa, o in un vuoto inatteso: segno, quest'ultimo, che

la bomba non era scoppiata. Subito dopo sembrava che tutta la plaga

intorno esplodesse: detonazioni, sussulti d'artiglieria, raffiche

rabbiose di mitragliatrici, vampe fugaci a terra e scoppii in aria,

agitazioni di proiettori, esordendo simultaneamente come a piena

orchestra, infliggevano al paesaggio un aspetto infernale; le facciate

e i tetti degli edifici trasalivano fra contrasti subitanei d'oscurità

e di barbagli.

Una sera uno scoppio più imponente seguìto da una scia, come stesse

precipitando un bolide, invermigliò il cielo su la laguna di Grado.

Cessato il ruggito della battaglia, dileguatosi il fragore degli

aerei fuggiaschi e caduti gli ultimi fondelli reduci dalle esplosioni

d'artiglieria ad alta quota, varie imbarcazioni raggiunsero,

boccheggiante in una secca, il viluppo attorcigliato, fumigante

dell'idrovolante austriaco _K212_ da cui emanava un complicato odore di

benzina, olio, tela, legna e sangue. E per tutta la notte il proiettore

di Muggia si ostinò nel cielo ad aspettare l'idrovolante assente e

s'udì qualcuno degli aerei superstiti esplorare il mare.

Non era ancora cessata l'incursione austriaca che già cominciava

la nostra. Alle bombe che avevano sgretolato qualcosa di Grado, che

s'erano conficcate in buche profonde tra un edificio e l'altro degli

aviatori, opponevamo le nostre da sfibbiare sui campi d'aviazione,

sulle stazioni ferroviarie, sugli stabilimenti militari del nemico. I

nostri capannoni trasalivano di luci, si popolavano di uomini usciti

dai rifugi: squadre di manovratori spingevano in acqua gl'idrovolanti

sui quali gli armaioli assicuravano le panciute, livide bombe, e

controllavano le mitragliatrici; i meccanici accendevano i motori. Poi

osservatori e piloti s'ingolfavano negli scafi, impartivano ordini

rapidi e dei _via_ urgenti. E gli aerei scivolavano spumeggiando

pel canale, si trasformavano in ombre con luci alle estremità delle

ali e svanivano azzurri nell'azzurro, sperdendo il loro canto nella

vastità....

Gli ufficiali, i soldati rimasti al campo fissavano la sponda nemica

e dalle mute, crescenti esplosioni in cielo che si spostavano lungo

il volo, traevano indicazioni per seguire i nostri apparecchi: —

Sono sopra Trieste. Si dirigono verso Barcola. Ormai hanno raggiunto

il mare. Ritornano. — Sul canale le vermiglie lampadine elettriche

venivano accese perchè i reduci potessero riconoscere con precisione

le sponde e sopratutto evitare i pali e i banchi di sabbia distribuiti

nella laguna. Quell'effetto ottico sembrava un richiamo. Ed ogni aereo

rispondeva accendendo e spegnendo la lampada elettrica di bordo secondo

i convenuti segnali. Pareva di leggere in questo giuoco di luci la

gioia della rappresaglia inflitta, l'allegrezza del sano ritorno e

l'ansia dell'_ammaraggio_. Non appena l'idrovolante s'era posato in

acqua, un senso di gaia liberazione si spandeva negli astanti perchè il

momento più delicato di tutto il volo — il contatto con l'acqua ambigua

e rispecchiante le stelle — era stato felicemente superato.

★

Non pochi piloti si ingolfarono improvvisamente nel loro primo volo

notturno. Partiti al tramonto per una rapida operazione di guerra,

s'erano poi imbattuti nell'imprevisto: siluranti nemiche scoperte in

navigazione tra un porto e l'altro dell'Istria, incontro con aerei

avversari; di qui combattimenti, poi ritorno quando ormai i 3000 metri

di quota apparivano divisi in due zone: una al disopra della leggera

foschìa serale, ancora illuminata dal purpureo commiato del sole e

l'altra sottostante già violacea per l'invasione sulla terra delle

prime ombre.

Il pilota ancora inesperto di voli notturni, seguiva gl'idrovolanti

compagni di navigazione mentre apparivano e scomparivano di tra i

vapori della foschìa, fluttuando in una lenta altalena per passare

sopra o sotto gli strati più densi, con delle lievi oscillazioni alle

ali, sempre più bruni ed evanescenti. Giù a Grado s'intravedeva un

faro: roteava per indicare la rotta ai ritardatari. Il pilota novizio

faceva scendere cautamente il suo apparecchio sbirciando il panorama

ridotto a macchie talune biancastre ed altre oscure. Il mare non era

che una lastra bigia. Le distese abitate s'illividivano. I canali

erano nastri di luce paonazza. A 100 metri gli edifici più spiccati

sembravano placidi mostriciattoli sbalorditi.

Uno dopo l'altro gli apparecchi erano già scesi nel canale. Restava

in aria il pilota novizio che dopo aver girovagato sul canale, ormai

insidioso nella sua indeterminatezza, aveva finito per portarsi sul

mare, riducendo gradatamente la forza del motore e reggendosi poco

sotto alla linea di volo: abbassandosi con cautela aveva sfiorato

l'acqua.... Venere brillava in cielo e il faro di Grado fissava il

velivolo ritardatario e incolume.

Il pilota gustava intanto la soddisfazione di aver penetrato

d'improvviso, e con una disinvoltura maggiore di quella preveduta,

parte del mistero che avvolge, agli occhi dei non iniziati, il

volo notturno. La parola _notte_ suggerendo l'immagine del buio,

dell'invisibilità, turba il pilota che non può dissociare l'idea del

volo da quella di vedere. Ma la luce lunare e persino la luce stellare

riducono l'imperio delle tenebre.

Nei primi momenti del volo, appena staccato l'apparecchio dall'acqua,

il pilota non scorge che una sola immensa tinta turchina intorno a sè

come tutte le cose fossero d'inchiostro. Se la sensibilità fisica non

gli provasse che già è librato, egli avrebbe ancora l'impressione di

scorrere sull'acqua dato che nessun mutamento di colore è avvenuto

tra acqua e cielo. Ma l'altimetro, illuminato dalle lampadine

elettriche, applicate nell'interno della cabina, indica l'aumento di

quota al pilota il quale per la prima volta si trova a dover confidare

esclusivamente nella sensibilità della propria persona per reggere con

regolarità l'apparecchio.

Egli si guarda intorno ed a stento scorge le ali. Da uno stato di

perplessità passa ad uno stato di confidenza perchè vola d'istinto

e si accorge di volare bene, meglio forse che di giorno non ostante

lo circondino il mistero della notte, una solitudine resa assoluta

dalla temporanea invisibilità del panorama. Se l'atmosfera è placida

e tepida, la voluttà di volare in quell'ora è suprema, è la maggiore

che prodighi l'aviazione. Il pilota dirige la rotta valendosi della

bussola. Poi osservando il firmamento s'avvede che le stelle lo

aiutano a controllare la posizione dell'apparecchio. Sceglie la

costellazione posta sulla sua rotta e ne fa la sua guida; grazie a

questa amica l'orientamento riesce facile ed esatto. Si sente allora

psicologicamente più vicino agli astri visibili, che alla terra

invisibile.

Guadagnando sempre più quota e fissando insistentemente in basso, il

pilota comincia a distinguere due vaste macchie, una biancastra ed

una bruna. La biancastra — ragiona l'esordiente — corrisponderà al

mare e quella bruna alla terra. S'accorge poi che il mare, meno dov'è

striato dai riflessi lunari, risulta bruno, mentre la terra è chiara

particolarmente nell'intreccio delle sottili strade e nelle distese

abitate.

Il fronte, quando serpeggiava da Duino a Tolmino, si presentava, nella

notte, da 3000 metri, luccicante di razzi, di scoppi, di barbagli

tortuosamente disposti con un'assurda apparenza di festosità. La costa

da Duino a Pola appariva al contrario illuminata solo da proiettori i

quali con l'avvicinarsi dell'idrovolante si spegnevano. Nell'atto di

nascondersi, la costa dava l'impressione di un fosco mostro oblungo,

rovesciato con la schiena a terra, che ritraesse i tentacoli luminosi

per fingersi immerso nel sonno. Ma appena l'aereo s'avvicinava,

il mostro usciva dalla sua finzione e si difendeva convulsamente,

sbarrando gli occhi, lanciando in alto i suoi tentacoli fosforescenti,

agitandoli e incrociandoli con furia.

L'idrovolante di tratto in tratto era investito da queste ondate

luminose assumendo l'aspetto di magica cosa infuocata. Il pilota

nuovo a questo effetto aveva l'impressione d'esser preso di mira da

chi sa quanti cannoni. I raggi fissati contro di lui aumentavano, lo

accecavano, come si fosse improvvisamente sostituito, per un diabolico

prodigio, il sole alla notte. Per sfuggire all'accerchiamento dei

bagliori, abbassava l'apparecchio a tutto motore, poi, utilizzando

l'eccezionale impeto, lo lanciava in alto, lo sbandava a destra ed a

sinistra. Ad uno ad uno i raggi si staccavano per continuare la loro

esplorazione. Non avevano scoperto il velivolo probabilmente perchè la

loro potenza era stata diminuita dal chiarore lunare.

Intanto, essendo giunto il momento per lanciare le bombe, il pilota

scendeva sul bersaglio a motore rallentato: il bersaglio, che poteva

essere costituito da nere strisce di binari fra bianchi edifici

ferroviari e industriali, dava l'impressione a chi si accingeva

a colpirlo, di vittima immobilizzata dal terrore, con gli occhi

chiusi, muta, a pochi istanti dal colpo inesorabile. Ma liberati i

proiettili e apparse le vampe tra i fasci delle rotaie, i proiettori

si risollevavano di scatto e roteavano per il cielo freneticamente. E

fra un candido raggio e l'altro, ecco gli scoppi vermigli e azzurri dei

proiettili saliti dalle batterie antiaeree.

L'idrovolante, rivolta la prua verso il mare, tornava a pieno motore

su Grado. Superata la preoccupazione del bombardamento, si presentava

tosto nell'equipaggio quella del ritorno al campo. Il pilota notava i

contrasti fra le indicazioni dell'altimetro e le apparenze del mare,

il quale si presentava più vicino del vero se striato da riflessi

lunari, più lontano del vero se velato da tenui strati di vapori,

certo sempre ingannevole, insidioso. Occorreva un punto preciso di

riferimento e questo era costituito dal semaforo di Grado che si

distingueva per le segnalazioni luminose con le quali pareva chiedesse

all'aereo di ritorno; — Sei nazionale? Fatti riconoscere. — E l'aereo,

per mano dell'osservatore che faceva funzionare la lampada elettrica,

rispondeva: — Sono nazionale. Ecco la lettera di riconoscimento.

Allora il canale di Grado si precisava con le sue luci rosse, come

volesse dire: — Puoi entrare. — Il pilota vi si portava all'imboccatura

e a pochi metri da quello che riteneva il pelo dell'acqua: a destra ed

a sinistra sfilavano, rapidissime, ombre di navi, di pali, di banchi

sabbiosi, ombre d'indefinita distanza. Toglieva forza al motore,

mirava con somma cura al centro del canale: un colpetto sotto lo

scafo, l'acqua. Trionfale respiro di soddisfazione: — Anche per questa

volta mi è andata bene. — Motoscafando tornava allo scalo; interrogati

pilota e osservatore, come colti da oblìo improvviso e da inesplicabile

pigrizia mentale, non trovavano nulla di interessante da narrare fra

le tante eccezionali emozioni provate e si limitavano a rispondere con

frasi di generica soddisfazione.

Ma altre volte era accaduto a idrovolanti di incontrare, durante voli

notturni, dense nubi che sopprimevano il soccorso lunare, che coprivano

di un'oscurità uniforme mare e terra. Poi se fra le nubi si dibatteva

la tempesta, gli aerei-fantasma, posti fra il cielo che li spingeva

a raffiche in basso e il mare che apriva loro invisibili voragini,

lottavano inseguendo il _nord_ delle loro bussole, il _nord_ delle

loro amiche. I piloti avvinti ai comandi con una energia sconosciuta,

gli osservatori con gli sguardi fissi nelle tenebre, procedevano,

or soffiati in alto, ora trascinati in vuoti d'aria. Improvvisamente

sotto i barbagli dei lampi apparivano a istanti parvenze di una costa

irriconoscibile. Gli apparecchi dispersi qua e là, invisibili gli

uni agli altri, rimbalzando di onda in onda con strepiti che facevano

pensare a schianti irrimediabili, s'irrigidivano su banchi sabbiosi.

Sotto il flagello dell'uragano gli equipaggi rivelavano la loro

presenza con i mezzi luminosi di bordo. Lunga attesa fra le onde che

sorpassando i banchi sabbiosi mordevano le prede. Poi a distanza voci

d'interrogazione e segnali resi dubbiosi dagli scrosci delle acque.

Voli di guerra: Impressioni di un giornalista pilota · 第 3 / 8 段