Una delle circostanze più considerate dai novizii nella squadriglia

che Gabriele d'Annunzio definì _L'Ala estrema d'Italia_ era

l'eccezionale vicinanza fra la squadriglia stessa e la costa nemica

dai cui semafori potevano essere vedute persino le partenze dei

nostri idrovolanti. Anche un modesto volo di esercizio presentava

la possibilità di trasformarsi in un volo di guerra. Era sempre non

superflua precauzione partire con la mitragliatrice. A cinquecento

metri, anche restando sulla verticale della squadriglia, pareva già

d'essere in casa del nemico: altri cinque minuti di volo e la costa

avversaria era raggiunta. Allorchè occorreva conseguire una quota alta

prima di operare, era necessario puntare l'apparecchio dalla parte

opposta a quella del nemico. Da una breve gita aerea si poteva ricavare

una sommaria cronaca della vita di Trieste: — Oggi Trieste era tutta

imbandierata. Che cosa _essi_ avranno avuto da festeggiare?

Da un nostro semaforo era divenuto interessante un signore con la barba

che in ogni soleggiato, terso pomeriggio, alle 17, appariva davanti

la chiesa di Pirano a passeggiare. Col cannocchiale lo si distingueva

benissimo. Soltanto si discuteva il colore della barba: bruna? bionda?

grigia? — La proprietaria del villino in cui risiedevano gli ufficiali

aveva potuto accorgersi col binoccolo, stando a Prosecco, fra Duino e

Trieste, che il suo giardino di Grado era tenuto con cura. (Lo scrisse

in una lettera mandata traverso la Svizzera ad una sua conoscente di

Grado).

★

Primo volo di guerra: ricognizione sulle linee e lungo la costa nemica.

Serve al pilota per abituarsi all'atmosfera bellica. Il comandante

gli spiega: — Lei va lassù a montare di sentinella, a esplorare le

retrovie nemiche. — L'esito del volo dipende dagl'incontri che si

fanno. Occhio. Giunto il pilota ad alta quota una delusione: il mare.

Il novizio immaginava di dominare da una grande altezza chi sa quale

sconfinata estensione marina. Viceversa dopo i mille metri già la

linea esatta che separa il mare dal cielo, e che a terra dà l'idea

dell'infinito, è cancellata da una foschìa la cui tinta confonde le

due immensità componendone una cavità sola, insignificante come la

nebbia. Il pilota non ottiene dal mare alcun punto di riferimento per

giudicare la posizione dell'apparecchio. Se non trova qualche nave

randagia che si presti, anche se ridotta a una lineetta nera, si volge

ansiosamente alla costa perchè abbia la cortesia di offrirgli una

foce, una collina, una città per stabilire un confronto fra il punto

terrestre e l'idrovolante. È il figlio che cerca la madre: quando la

trova riacquista tutta la sua padronanza. Ma neppure il cielo nega il

suo aiuto; è sufficiente una nube perchè il pilota possa orientarsi e

regolare l'andamento dell'apparecchio.

Fortunatamente la zona d'azione assegnata a _L'Ala estrema d'Italia_

era ricchissima di costa: quella mattina di prima ricognizione il

pilota ne sbirciava i tratti più famosi, tra un'occhiata e l'altra

alle ali ed agli istrumenti di bordo. Aveva alla sua destra la costa

istriana violacea, vellutata dalle pigre evaporazioni delle prime

ore, intarsiata nel mare, picchiettata di chiazze bianche e gialle:

i centri abitati. Laggiù era Pirano: il signore della barba....

Una strana impressione, quasi di fastidio, produce in volo questo

inutile insinuarsi di cose lievi, buffe nella gravità della manovra.

Ma ecco Trieste vasta, signorile, candida, lucente di barbagli,

desolata col suo vasto porto deserto: — Quanti milioni d'italiani —

pensava il pilota — vorrebbero essere quassù in cospetto della città

desideratissima! — In volo i pensieri sono semplici, ingenui: si

ritorna un po' bambini.

Il pilota puntando verso l'Hermada osservava che più egli era prossimo

alle linee nemiche, tanto più disinvolta diveniva la sua manovra,

più naturale la situazione: l'interessamento creato dalla vicinanza

del nemico riduceva profondamente l'interessamento per il fenomeno

del volo anche se caratterizzato da rispettabili colpi di vento. Il

volo acquistava in quei minuti una ragion d'essere così persuasiva

da abolire ogni carattere di eccezionale sacrificio a chi si librava

nell'atmosfera su un fragile congegno di metallo, di legno e di tela.

Le linee nemiche perdevano intanto ogni ambiguità di sfingi: la realtà

divenendo precisa ispirava più confidenza che suggezione: — Occhio agli

apparecchi da caccia: stanno in agguato come falchi, a 5000 metri,

poi piombano alla coda della preda e _trac!_ (Il _trac_ si riferisce

alla mitragliatrice). Queste parole udite a terra dai più esperti,

risuonavano ammonitrici nella memoria del pilota, il quale subito

toccava con la destra l'osservatore, conficcato nel posto anteriore e

gli accennava di guardare in alto e di dietro. Poi per esprimersi più

efficacemente componeva con i due indici una croce per domandare: —

Ci sono apparecchi con la croce? — L'osservatore si girava esplorando

sotto, sopra, poi con l'indice faceva segno di no e con tutta la mano,

come in atto di benedire, raccomandava al pilota di conservare fiducia

nella sua vigilanza.

Discorrere di _temperatura_, di _pressione_, di _numero di giri_ a

chi è profano di motori d'aviazione, significa usare un linguaggio

incomprensibile. Sono nomi di dispiaceri aerei. Il motore che si scalda

soverchiamente, che produce un numero instabile di giri; una crociera,

un montante che vibra, un'ala che presenta un'incidenza maggiore

dell'altra, sono cause di dispetto per il pilota, il quale vola

amareggiato pensando ai giorni di prigione che infliggerà al motorista

e al montatore, responsabili, secondo lui, degl'inconvenienti.

L'osservatore che dal suo posto non può essere al corrente della

situazione, volgendosi per scrutare il viso del pilota — il suo

quadrante — e trovandolo corrucciato, gli chiede, agitando le cinque

dita riunite sotto il naso: — Che cos'hai? — E il pilota, accennando

con il pollice rovesciato verso il motore, intende rispondere: — Il

motore lascia a desiderare. — Poi allungando la mano come per dire

_andiamo avanti_ vuole aggiungere che l'inconveniente non è così grave

da imporre l'immediato ritorno.

Tra questa mimica, in quella mattina di prima ricognizione,

l'idrovolante era giunto in cospetto dell'Hermada, tozza, oblunga

come una belva accovacciata, dalla giubba fulva e chiazzata.

Intorno l'Hermada e nel Carso una caratteristica dominante: il

terreno paragonabile alla crosta lunare quale la si vede traverso

i cannocchiali potenti: una crosta arsa, bucata come da minuscoli,

innumerevoli crateri spenti — le doline — serpeggiante di bizzarre

striature bianche — le strade — o brune — le trincee ed i reticolati. —

Non un segno di vita tranne qualche scoppio d'artiglieria rivelato da

brandelli di fumo bianco. A 3000 metri su un apparecchio il quale col

suo fragore presuntuoso pare la sola cosa esistente ed importante, il

senso della guerra terrestre viene profondamente attenuato, specie di

giorno, quando le strade sono deserte e gli uomini nascosti.

E il volo proseguiva verso una visione ridente, ampia e chiara di

edifici in una cornice verde — Gorizia; — proseguiva con a destra le

tortuosità bianco-azzurre dell'Isonzo, lasciando indietro una larga

chiazza verdastra — il lago di Doberdò — un'ombra lunga fra ondulazioni

fulve — il Vallone. — Oltre Gorizia una gola fosca: la valle angusta

tra le gobbe nude del Sabotino e del Monte Santo da cui sfuggiva,

come ribelle a una stretta, l'Isonzo. Il pilota ebbe l'impressione di

scostarsi troppo dal mare. Chi vola su idrovolante si trova a disagio

se non ha sotto lo sguardo distese liquide, preferibilmente ampie.

Una _virata_ verso il nemico diede alla destra del pilota la foce del

Timavo: un fiume tutto foce, le cui sorgenti si dispongono a delta

capovolto: appena cominciato finisce, come certi sogni belli.

Improvvisamente l'osservatore si volse agitando le mani come ali per

segnalare l'avvicinarsi di un apparecchio dalla parte del nemico.

Il pilota da questo punto presta un'attenzione enorme. Scruta

l'orizzonte lontano: non vede nulla. L'osservatore alza due dita

intendendo avvertire: — Due apparecchi in vista! — Il pilota guarda

ostinatamente: non scorge nè il primo nè il secondo e constata quanto

sia arduo scoprire in volo altri aeroplani in volo: l'occhio reclama

un particolare allenamento. — Tre — indica con un gesto vivace

l'osservatore il quale toglie la _sicurezza_ alla mitragliatrice già

carica. La cosa si fa seria. Il pilota novizio punta istintivamente

l'idrovolante verso la zona da cui provengono i tre apparecchi.

Finalmente li scorge anche lui: sono tre puntini neri più alti

dell'idrovolante, uno avanti, due dietro ai lati. La fantasia del

pilota assume fulminea l'assetto di battaglia: si libera del superfluo.

Rimane con un'idea unica, fissa, insopprimibile: — Non lasciamoci

prendere di coda: affrontiamo l'apparecchio che è in testa. _Tagliare

la corda_ (ritirarci) sarebbe offrirci al sacrificio.

I tre puntini avanzavano intanto in istrano modo: poichè la loro sagoma

si andava rivelando, pareva che scivolassero d'ala, che si spostassero

sui fianchi da destra a sinistra, anzichè in senso longitudinale. Il

primo perdendo quota forse voleva portarsi a un lato dell'idrovolante

per aggirarlo. I due apparecchi seguenti eseguivano la stessa manovra.

Il pilota, comportandosi con una disinvoltura mai conosciuta, _piantava

certi viraggi_ da pilotone per tenere sempre la mitragliatrice puntata

contro i nemici....

— Non sono nemici! Sono nostri — fece rapido cenno l'osservatore

portando al petto la destra come si fa per il _mea culpa_. Infatti

alla tinta nera dei tre apparecchi si erano sostituite, per effetto

dell'accresciuta vicinanza, le tinte autentiche fra le quali quelle

tricolori dei segnali di riconoscimento. Di più erano visibili le

principali caratteristiche di costruzione degli aeroplani nazionali.

Pilota e osservatore dell'idrovolante salutarono festosamente agitando

le mani — l'incontro fra apparecchi nazionali nelle solitudini aeree

è causa di felicità — e gli equipaggi dei tre apparecchi incontrati —

uno da ricognizione e due da caccia — risposero con uguale vivacità. La

causa dell'equivoco era del nemico che non aveva sparato contro i tre

apparecchi misteriosi, lasciando supporre che fossero suoi, mentre si

seppe poi che l'assenza degli spari era derivata dalla presenza nello

stesso cielo di caccia austriaci _imboscati_ ad altissima quota.

Tornata normale la situazione, il neo-pilota di guerra procedette a un

rapido bilancio intimo: — Manovravo con la medesima disinvoltura con

cui si va in bicicletta. Non ho mai eseguito _viraggi_ pronti e stretti

come in questa circostanza. Comprendo che occorre volare sul nemico per

volare bene. La vita, in caso di combattimento aereo, si riduce a un

quesito semplicissimo «abbatto il nemico, o resto abbattuto».

È questione di momenti durante i quali le nostre attività sono così

interamente impiegate nella difesa e nell'offesa da non rimanerne

alcuna per registrare la paura, il dolore di soccombere, i rimpianti.

Immagino che gli attimi supremi del combattimento annullino tutti i

valori terreni e il valore stesso dell'esistenza. La grandiosità e

l'eccezionalità assoluta dell'avventura rimpiccioliscono ogni altro

elemento, suggestionano così perfettamente l'aviatore da presentargli

come conclusione non strana la sua scomparsa fra tanta luce.

Il soliloquio, che forse non sarebbe avvenuto se l'atmosfera avesse

fatto _ballare_ l'apparecchio, fu interrotto dall'apparizione di

bioccoli candidi davanti e intorno all'idrovolante, più alti e non

ancora prossimi: — Tirano a me? — pensò il pilota più curioso che

preoccupato della situazione alla quale viceversa sarebbe stata

appropriata più la preoccupazione che la curiosità. L'osservatore si

volse sorridente ed eseguendo verso il nemico, con le due braccia, un

gesto che la censura vieterebbe di riprodurre, ma che significa una

quantità di cose: — Ce ne infischiamo, non ci prendete, sparate male,

ecc.... — Volta la prua verso il mare, i colpi punteggiarono la scia

dell'apparecchio; il pilota non li vedeva ma li sentiva come raffiche

di vento e li intuiva nei replicati gesti di crescente dispregio

dell'osservatore verso il nemico.

★

L'idrovolante giunto sulla perpendicolare della costa cominciò a

scendere; più perdeva quota e più saliva nei due reduci il caldo

afflato della vita la quale andava riacquistando gradatamente certezza

per un altro giorno. Toccata l'acqua, l'istinto di conservazione,

tenuto a freno od abolito per varie ore, riprese un sopravvento deciso

senza trovare ostacolo ma anzi accordandosi con la coscienza del

dovere compiuto. Fra un volo e l'altro di guerra l'aviatore gusta le

sue impressioni belliche ed estetiche sotto un manto di stanchezza

voluttuosa, di appetito, di sonnolenza. Egli finalmente comprende che

il famoso laconismo degli aviatori descritto come un mistero, come

una forma di eroica svalutazione o insensibilità delle proprie gesta,

deriva invece dall'isolamento assoluto interpostosi fra chi ha volato

e chi non ha volato. È di un'irrimediabile inutilità la descrizione di

sensazioni le quali in cospetto di spettatori rimasti a terra riescono

trasfigurate, puerili perchè imperniate sul contrasto fra minuscole

cause tecniche e possibili grandi effetti. Poi l'aviatore non vince

un'intima sdegnosità per l'interrogatore che ignora la quotidiana

alternativa fra la vita e la morte, per l'interrogatore che non va

oltre l'immaginare effetti estetici e psicologici — superati da gran

tempo dall'aviatore — delle velocità, delle altezze e delle solitudini.

Il silenzio tra aviatori su argomenti di servizio aereo deriva talvolta

dalla riluttanza a confidare intime crisi di volo definite _fife_ — le

confessioni vengono qualche tempo dopo che le crisi furono superate

— oppure deriva dalla superfluità di intrattenersi su sensazioni

reciprocamente note.

L'aviatore tra un volo e l'altro si riposa.... discutendo animatamente

sugli argomenti più bizzarri, eseguendo o facendosi eseguire musica

allegrissima — preferisce quella americana — ingolfandosi in rapide

gite terrestri, in rumorose partite al biliardo o alle carte, tenendo

conto scrupoloso delle superstizioni e sprofondandosi in dormite

solenni. Riposati i nervi, è ripreso dalla nostalgia del volo e

delle altezze spirituali. La vita senza incognite supreme gli diviene

tediosa. Accanto a queste cause essenziali agisce l'emulazione per

i colleghi che durante il suo riposo hanno brillantemente volato.

Egli sente la necessità di nutrire il suo prestigio con nuove

vittorie: s'accorge di amare il suo apparecchio come un essere vivo,

intelligente, e ne è geloso. Non appena riceve l'ordine di partire,

passa dalla effervescenza delle intenzioni alla diffidenza per le

condizioni meteorologiche e per l'apparecchio che esamina con una cura

da san Tommaso, si rassegna alla partenza, sente l'urgenza di partire;

appena è in volo ne prova gioia come fosse liberato da un incubo.

Forse questa alternativa — insopprimibile anche dopo una lunga serie di

voli — sarebbe evitabile se l'aviatore potesse rimanere nella magìa,

nell'incanto delle avventure aeree quasi senza interruzione. Ma ogni

intervallo è un tuffo nella realtà, è un ritorno all'apprezzamento dei

valori terreni dai quali deve poi liberarsi — per volare moralmente

bene — come da ingombri. L'aviazione è una successione di istanti

meravigliosi, ma se fra questi istanti s'insinuano le nostalgie del

passato e le aspirazioni dell'avvenire, l'aviazione perde per un'ora,

per un giorno il suo potere suggestivo, salvo poi a riconquistarlo con

arte smagliante e immediata.

★

E si parte per un bombardamento. Volare in seguito a ordine ricevuto

da superiori è delizioso. Molti aviatori hanno un culto per i voli

comandati. Non si avverte il vento, non preoccupano le nubi. Si deve

andare e si va. Per il bombardamento si vola con astuzia percorrendo

il cielo come un dedalo di viuzze, evitando batterie, campi d'aviazione

del nemico.... Ciò non impedisce che la via aerea diretta al bersaglio

prescelto cominci a costellarsi di minuscoli cirri bianchi, rossi,

neri, i quali aspettano al varco l'apparecchio salito dal mare, mentre

altri cirri si aggiungono con intensità crescente come rinforzi inviati

d'urgenza. La costellazione si stende, s'avvicina; nell'uniforme

possente voce del motore si introducono lamentose lacerazioni

dell'aria, rombi cupi prodotti dai proiettili scoppiati più vicini

all'idrovolante, il quale ha dei balzi che danno ciascuno un fremito ai

due aviatori.

Sarebbe inverosimile, sovrumano non avvertire l'estrema gravità di

questi _fieri momenti_. Ogni balzo dell'apparecchio può annunciare il

capitombolo finale se si ricorda che basta una scheggia a tagliare un

comando, a mettere fuori combattimento il pilota, a frantumare l'elica,

a paralizzare il motore.... Ma si va avanti con una ostinazione

sprezzante per tutte le incognite, con una inverosimile fede nella

propria invulnerabilità, ostinazione e fede che contrastano con la più

fredda, rigida percezione della realtà. Intorno ai due aviatori non

tuona il fragore, nè trascina il movimento della collettiva battaglia

terrestre, non c'è la possibilità dell'eroico oblìo e della sublime

esaltazione: i due, soli, sospesi nell'abisso, divenuti bersaglio

certo di batterie non contate e scarsamente vedute, debbono, oltre che

superare questa situazione, viverla nei suoi più minuti particolari,

come un paziente subirebbe, non addormentato, un'operazione chirurgica;

debbono prevedere tutte le possibilità, misurarne tutta la portata.

Sino all'ultimo momento sono _arbitri_ dei loro atti, sono investiti

della più assoluta responsabilità, col volante stringono il loro

destino; non debbono nè entusiasmarsi, nè abbattersi, la loro

coscienza non deve velarsi tra le due estreme crisi dell'esuberanza

e dell'esaurimento, mentre fra tante esteriori circostanze anormali

debbono tener desta, vigile la diffidenza verso l'apparecchio:

evitare che la pressione della benzina abbia a salire soverchiamente

determinando lo scoppio del serbatoio; evitare che il motore abbia a

scaldarsi o a raffreddarsi eccessivamente perchè nell'uno o nell'altro

caso la sua marcia diverrebbe irregolare; osservare che gl'istrumenti

di bordo conservino il loro fedele funzionamento. Credere nella

vita malgrado tutte le insidie: ecco la consegna dell'aviatore i cui

nervi, il cui cervello, i cui muscoli debbono dare le loro energie

fino all'estremo perchè un solo secondo di abbandono, un solo eccesso

possono annullare tragicamente gli effetti di mesi e mesi di rispetto

alle leggi del volo, di sagace prodezza nel combattere il nemico.

Ecco il bersaglio. L'osservatore confronta le caratteristiche della

carta topografica di bordo con quelle del terreno. Tutti gli scrupoli

gli sono intorno a raccomandargli la cura più meticolosa perchè sia

colpito esclusivamente il bersaglio. Ed egli, individuato quella

dolina, quel tratto di ferrovia, quell'incrocio di strade che gli

danno il certo obbiettivo, sfibbia una dopo l'altra le bombe e ne

osserva l'effetto mentre scendono obliquamente rimpicciolendo sino

a scomparire. Poi nel bersaglio una muta macchia di fumo s'allarga

pigramente. Il pilota, che già da vari minuti _virava_ nel cielo

dell'obbiettivo, inclina l'apparecchio per osservare a sua volta

l'effetto del bombardamento, poi si dirige alla base fendendo alla

massima velocità lo sbarramento di scoppi che gli contendono il

ritorno. Ma il successo della missione e la possibilità sempre più

vicina di una felice discesa danno ai due reduci una gaia illusione di

invulnerabilità. Giunti sul semaforo della base non aspettano di essere

scesi per comunicare telefonicamente il risultato della missione,

ma vi lanciano un messaggio chiuso in un tubetto di latta con nastri

tricolori contenente l'estratto del servizio e le osservazioni fatte

sul golfo. Avvenuta la discesa i due bombardieri contano i buchi,

gli strappi prodotti nell'apparecchio dalle pallette e dalle scheggie

incontrate per via. Certe constatazioni danno talvolta dei brividi:

se uno dei proiettili fosse passato un centimetro più avanti avrebbe

determinato la caduta dell'apparecchio. È l'ala fredda della cupa

dominatrice che passa vicino. Queste traccie dell'artiglieria nemica

sono oggetto di segrete gelosie, sono ambìte come medaglie, come

distintivi: chi non ne ha avute nel suo apparecchio cova la speranza di

procurarsene al prossimo volo di guerra. Nel diario che molti aviatori

redigono, il numero dei buchi occupa un posto d'onore.

★

Si dovette partire prima dell'alba per giungere inosservati in quota

a dirigere un tiro d'artiglieria. La costa istriana era una striscia

violacea tra il celeste del mare e il rosa del cielo. L'idrovolante

saliva a larghi giri verso la luce che già tripudiava dietro il torvo

Carso, infiammando nubi randagie. A 3000 metri cominciò il colloquio

traverso lo spazio fra le batterie e l'idrovolante che lanciava le

sue invisibili segnalazioni dal filo radiotelegrafico pendente dallo

scafo. Andava a «chiedere colpo» verso la batteria, poi tornava per

vederlo sul bersaglio. Se il colpo tardava, il pilota doveva risolvere

il problema di stare fermo andando alla velocità di 150 chilometri

all'ora: e ci riusciva infilando una prolissa serie di _viraggi_.

Il colpo arrivava. Troppo corto, troppo lungo, più a destra, più a

sinistra. Centrato! Giubilo a bordo.

Le nubi s'erano intanto accumulate, erano discese con tinte bigie

e bieche intenzioni. Alla raggiante placidità dell'aurora s'era

sostituita una grigia inquietudine in cui l'apparecchio avanzava

vibrando, ora sollevato, ora senza sostentamento, con delle velleità

ribelli, con lunghi, lamentosi, disuguali suoni di motore. Dalla

costa veneta saliva un'immane macchia plumbea, oblunga come un'ala

soprannaturale, la cui ombra sinistra si stendeva sul mare verdastro,

striato di lividure. L'idrovolante, dopo tre ore di navigazione,

scendeva a velocità vertiginosa per fendere le raffiche, e sull'Isonzo

pareva sbalzasse di gradino in gradino da un'invisibile scala. Da

poco aveva _ammarato_ che tutte le ire accumulate nei regni violati si

scatenarono sulla terra e sul mare, intimidendo la guerra degli uomini.

Nel pomeriggio la natura placata si riconciliò con il più smagliante

dei suoi sorrisi rivelando ogni sua recondita bellezza, anche la più

lontana, la più insperata. Sulla verticale dell'Hermada a 3500 metri

il pilota riammesso al dominio degli spazi sul suo idrovolante, vedeva

in un giro di sguardo Venezia paragonabile a una minuscola corazzata

nel suo bacino di carenaggio, Gorizia e Trieste di cui si potevano

distinguere le più sottili particolarità, e Pola simile a una rosa

bianca posata sugli estremi intarsi istriani. E intorno un prodigio

di bellezze abbaglianti: cavalcate azzurre e nevose di vette, avanzate

tortuose bianco-celesti di fiumi, luci porporine di distese abitate e

gradazioni d'ogni verde di campagne; nel mare sterminati riflessi del

sole nel suo supremo commiato dal giorno.

Ma questi fenomeni di visibilità sono rari e non coincidono certo

coi giorni d'offensiva in cui il Carso sembrava trapuntato da crateri

fumanti e la sua superficie ondeggiante appariva in ebollizione sotto

una greve foschìa giallastra che era l'emanazione delle artiglierie,

e al tramonto si appesantiva, si stendeva come stanca di librarsi. Se

si voleva vedere e colpire, si doveva volare bassi in questa atmosfera

olezzante di sentori chimici. S'intuivano le movenze, le sagome della

battaglia dal comporsi e dallo spostarsi di certe linee punteggiate

fittamente di cirri, dal tramestìo insistente di puntini infiniti

distribuiti a strisce. Un manto di fumo soffocava l'Hermada: per virtù

di una poderosa zaffata di vento la belva poteva per qualche istante

scoprirsi e respirare, ma un altro turbine le si avventava sopra e la

ricopriva in una stretta asfissiante.

Voli di guerra: Impressioni di un giornalista pilota · 第 2 / 8 段