che Gabriele d'Annunzio definì _L'Ala estrema d'Italia_ era
l'eccezionale vicinanza fra la squadriglia stessa e la costa nemica
dai cui semafori potevano essere vedute persino le partenze dei
nostri idrovolanti. Anche un modesto volo di esercizio presentava
la possibilità di trasformarsi in un volo di guerra. Era sempre non
superflua precauzione partire con la mitragliatrice. A cinquecento
metri, anche restando sulla verticale della squadriglia, pareva già
d'essere in casa del nemico: altri cinque minuti di volo e la costa
avversaria era raggiunta. Allorchè occorreva conseguire una quota alta
prima di operare, era necessario puntare l'apparecchio dalla parte
opposta a quella del nemico. Da una breve gita aerea si poteva ricavare
una sommaria cronaca della vita di Trieste: — Oggi Trieste era tutta
imbandierata. Che cosa _essi_ avranno avuto da festeggiare?
Da un nostro semaforo era divenuto interessante un signore con la barba
che in ogni soleggiato, terso pomeriggio, alle 17, appariva davanti
la chiesa di Pirano a passeggiare. Col cannocchiale lo si distingueva
benissimo. Soltanto si discuteva il colore della barba: bruna? bionda?
grigia? — La proprietaria del villino in cui risiedevano gli ufficiali
aveva potuto accorgersi col binoccolo, stando a Prosecco, fra Duino e
Trieste, che il suo giardino di Grado era tenuto con cura. (Lo scrisse
in una lettera mandata traverso la Svizzera ad una sua conoscente di
Grado).
★
Primo volo di guerra: ricognizione sulle linee e lungo la costa nemica.
Serve al pilota per abituarsi all'atmosfera bellica. Il comandante
gli spiega: — Lei va lassù a montare di sentinella, a esplorare le
retrovie nemiche. — L'esito del volo dipende dagl'incontri che si
fanno. Occhio. Giunto il pilota ad alta quota una delusione: il mare.
Il novizio immaginava di dominare da una grande altezza chi sa quale
sconfinata estensione marina. Viceversa dopo i mille metri già la
linea esatta che separa il mare dal cielo, e che a terra dà l'idea
dell'infinito, è cancellata da una foschìa la cui tinta confonde le
due immensità componendone una cavità sola, insignificante come la
nebbia. Il pilota non ottiene dal mare alcun punto di riferimento per
giudicare la posizione dell'apparecchio. Se non trova qualche nave
randagia che si presti, anche se ridotta a una lineetta nera, si volge
ansiosamente alla costa perchè abbia la cortesia di offrirgli una
foce, una collina, una città per stabilire un confronto fra il punto
terrestre e l'idrovolante. È il figlio che cerca la madre: quando la
trova riacquista tutta la sua padronanza. Ma neppure il cielo nega il
suo aiuto; è sufficiente una nube perchè il pilota possa orientarsi e
regolare l'andamento dell'apparecchio.
Fortunatamente la zona d'azione assegnata a _L'Ala estrema d'Italia_
era ricchissima di costa: quella mattina di prima ricognizione il
pilota ne sbirciava i tratti più famosi, tra un'occhiata e l'altra
alle ali ed agli istrumenti di bordo. Aveva alla sua destra la costa
istriana violacea, vellutata dalle pigre evaporazioni delle prime
ore, intarsiata nel mare, picchiettata di chiazze bianche e gialle:
i centri abitati. Laggiù era Pirano: il signore della barba....
Una strana impressione, quasi di fastidio, produce in volo questo
inutile insinuarsi di cose lievi, buffe nella gravità della manovra.
Ma ecco Trieste vasta, signorile, candida, lucente di barbagli,
desolata col suo vasto porto deserto: — Quanti milioni d'italiani —
pensava il pilota — vorrebbero essere quassù in cospetto della città
desideratissima! — In volo i pensieri sono semplici, ingenui: si
ritorna un po' bambini.
Il pilota puntando verso l'Hermada osservava che più egli era prossimo
alle linee nemiche, tanto più disinvolta diveniva la sua manovra,
più naturale la situazione: l'interessamento creato dalla vicinanza
del nemico riduceva profondamente l'interessamento per il fenomeno
del volo anche se caratterizzato da rispettabili colpi di vento. Il
volo acquistava in quei minuti una ragion d'essere così persuasiva
da abolire ogni carattere di eccezionale sacrificio a chi si librava
nell'atmosfera su un fragile congegno di metallo, di legno e di tela.
Le linee nemiche perdevano intanto ogni ambiguità di sfingi: la realtà
divenendo precisa ispirava più confidenza che suggezione: — Occhio agli
apparecchi da caccia: stanno in agguato come falchi, a 5000 metri,
poi piombano alla coda della preda e _trac!_ (Il _trac_ si riferisce
alla mitragliatrice). Queste parole udite a terra dai più esperti,
risuonavano ammonitrici nella memoria del pilota, il quale subito
toccava con la destra l'osservatore, conficcato nel posto anteriore e
gli accennava di guardare in alto e di dietro. Poi per esprimersi più
efficacemente componeva con i due indici una croce per domandare: —
Ci sono apparecchi con la croce? — L'osservatore si girava esplorando
sotto, sopra, poi con l'indice faceva segno di no e con tutta la mano,
come in atto di benedire, raccomandava al pilota di conservare fiducia
nella sua vigilanza.
Discorrere di _temperatura_, di _pressione_, di _numero di giri_ a
chi è profano di motori d'aviazione, significa usare un linguaggio
incomprensibile. Sono nomi di dispiaceri aerei. Il motore che si scalda
soverchiamente, che produce un numero instabile di giri; una crociera,
un montante che vibra, un'ala che presenta un'incidenza maggiore
dell'altra, sono cause di dispetto per il pilota, il quale vola
amareggiato pensando ai giorni di prigione che infliggerà al motorista
e al montatore, responsabili, secondo lui, degl'inconvenienti.
L'osservatore che dal suo posto non può essere al corrente della
situazione, volgendosi per scrutare il viso del pilota — il suo
quadrante — e trovandolo corrucciato, gli chiede, agitando le cinque
dita riunite sotto il naso: — Che cos'hai? — E il pilota, accennando
con il pollice rovesciato verso il motore, intende rispondere: — Il
motore lascia a desiderare. — Poi allungando la mano come per dire
_andiamo avanti_ vuole aggiungere che l'inconveniente non è così grave
da imporre l'immediato ritorno.
Tra questa mimica, in quella mattina di prima ricognizione,
l'idrovolante era giunto in cospetto dell'Hermada, tozza, oblunga
come una belva accovacciata, dalla giubba fulva e chiazzata.
Intorno l'Hermada e nel Carso una caratteristica dominante: il
terreno paragonabile alla crosta lunare quale la si vede traverso
i cannocchiali potenti: una crosta arsa, bucata come da minuscoli,
innumerevoli crateri spenti — le doline — serpeggiante di bizzarre
striature bianche — le strade — o brune — le trincee ed i reticolati. —
Non un segno di vita tranne qualche scoppio d'artiglieria rivelato da
brandelli di fumo bianco. A 3000 metri su un apparecchio il quale col
suo fragore presuntuoso pare la sola cosa esistente ed importante, il
senso della guerra terrestre viene profondamente attenuato, specie di
giorno, quando le strade sono deserte e gli uomini nascosti.
E il volo proseguiva verso una visione ridente, ampia e chiara di
edifici in una cornice verde — Gorizia; — proseguiva con a destra le
tortuosità bianco-azzurre dell'Isonzo, lasciando indietro una larga
chiazza verdastra — il lago di Doberdò — un'ombra lunga fra ondulazioni
fulve — il Vallone. — Oltre Gorizia una gola fosca: la valle angusta
tra le gobbe nude del Sabotino e del Monte Santo da cui sfuggiva,
come ribelle a una stretta, l'Isonzo. Il pilota ebbe l'impressione di
scostarsi troppo dal mare. Chi vola su idrovolante si trova a disagio
se non ha sotto lo sguardo distese liquide, preferibilmente ampie.
Una _virata_ verso il nemico diede alla destra del pilota la foce del
Timavo: un fiume tutto foce, le cui sorgenti si dispongono a delta
capovolto: appena cominciato finisce, come certi sogni belli.
Improvvisamente l'osservatore si volse agitando le mani come ali per
segnalare l'avvicinarsi di un apparecchio dalla parte del nemico.
Il pilota da questo punto presta un'attenzione enorme. Scruta
l'orizzonte lontano: non vede nulla. L'osservatore alza due dita
intendendo avvertire: — Due apparecchi in vista! — Il pilota guarda
ostinatamente: non scorge nè il primo nè il secondo e constata quanto
sia arduo scoprire in volo altri aeroplani in volo: l'occhio reclama
un particolare allenamento. — Tre — indica con un gesto vivace
l'osservatore il quale toglie la _sicurezza_ alla mitragliatrice già
carica. La cosa si fa seria. Il pilota novizio punta istintivamente
l'idrovolante verso la zona da cui provengono i tre apparecchi.
Finalmente li scorge anche lui: sono tre puntini neri più alti
dell'idrovolante, uno avanti, due dietro ai lati. La fantasia del
pilota assume fulminea l'assetto di battaglia: si libera del superfluo.
Rimane con un'idea unica, fissa, insopprimibile: — Non lasciamoci
prendere di coda: affrontiamo l'apparecchio che è in testa. _Tagliare
la corda_ (ritirarci) sarebbe offrirci al sacrificio.
I tre puntini avanzavano intanto in istrano modo: poichè la loro sagoma
si andava rivelando, pareva che scivolassero d'ala, che si spostassero
sui fianchi da destra a sinistra, anzichè in senso longitudinale. Il
primo perdendo quota forse voleva portarsi a un lato dell'idrovolante
per aggirarlo. I due apparecchi seguenti eseguivano la stessa manovra.
Il pilota, comportandosi con una disinvoltura mai conosciuta, _piantava
certi viraggi_ da pilotone per tenere sempre la mitragliatrice puntata
contro i nemici....
— Non sono nemici! Sono nostri — fece rapido cenno l'osservatore
portando al petto la destra come si fa per il _mea culpa_. Infatti
alla tinta nera dei tre apparecchi si erano sostituite, per effetto
dell'accresciuta vicinanza, le tinte autentiche fra le quali quelle
tricolori dei segnali di riconoscimento. Di più erano visibili le
principali caratteristiche di costruzione degli aeroplani nazionali.
Pilota e osservatore dell'idrovolante salutarono festosamente agitando
le mani — l'incontro fra apparecchi nazionali nelle solitudini aeree
è causa di felicità — e gli equipaggi dei tre apparecchi incontrati —
uno da ricognizione e due da caccia — risposero con uguale vivacità. La
causa dell'equivoco era del nemico che non aveva sparato contro i tre
apparecchi misteriosi, lasciando supporre che fossero suoi, mentre si
seppe poi che l'assenza degli spari era derivata dalla presenza nello
stesso cielo di caccia austriaci _imboscati_ ad altissima quota.
Tornata normale la situazione, il neo-pilota di guerra procedette a un
rapido bilancio intimo: — Manovravo con la medesima disinvoltura con
cui si va in bicicletta. Non ho mai eseguito _viraggi_ pronti e stretti
come in questa circostanza. Comprendo che occorre volare sul nemico per
volare bene. La vita, in caso di combattimento aereo, si riduce a un
quesito semplicissimo «abbatto il nemico, o resto abbattuto».
È questione di momenti durante i quali le nostre attività sono così
interamente impiegate nella difesa e nell'offesa da non rimanerne
alcuna per registrare la paura, il dolore di soccombere, i rimpianti.
Immagino che gli attimi supremi del combattimento annullino tutti i
valori terreni e il valore stesso dell'esistenza. La grandiosità e
l'eccezionalità assoluta dell'avventura rimpiccioliscono ogni altro
elemento, suggestionano così perfettamente l'aviatore da presentargli
come conclusione non strana la sua scomparsa fra tanta luce.
Il soliloquio, che forse non sarebbe avvenuto se l'atmosfera avesse
fatto _ballare_ l'apparecchio, fu interrotto dall'apparizione di
bioccoli candidi davanti e intorno all'idrovolante, più alti e non
ancora prossimi: — Tirano a me? — pensò il pilota più curioso che
preoccupato della situazione alla quale viceversa sarebbe stata
appropriata più la preoccupazione che la curiosità. L'osservatore si
volse sorridente ed eseguendo verso il nemico, con le due braccia, un
gesto che la censura vieterebbe di riprodurre, ma che significa una
quantità di cose: — Ce ne infischiamo, non ci prendete, sparate male,
ecc.... — Volta la prua verso il mare, i colpi punteggiarono la scia
dell'apparecchio; il pilota non li vedeva ma li sentiva come raffiche
di vento e li intuiva nei replicati gesti di crescente dispregio
dell'osservatore verso il nemico.
★
L'idrovolante giunto sulla perpendicolare della costa cominciò a
scendere; più perdeva quota e più saliva nei due reduci il caldo
afflato della vita la quale andava riacquistando gradatamente certezza
per un altro giorno. Toccata l'acqua, l'istinto di conservazione,
tenuto a freno od abolito per varie ore, riprese un sopravvento deciso
senza trovare ostacolo ma anzi accordandosi con la coscienza del
dovere compiuto. Fra un volo e l'altro di guerra l'aviatore gusta le
sue impressioni belliche ed estetiche sotto un manto di stanchezza
voluttuosa, di appetito, di sonnolenza. Egli finalmente comprende che
il famoso laconismo degli aviatori descritto come un mistero, come
una forma di eroica svalutazione o insensibilità delle proprie gesta,
deriva invece dall'isolamento assoluto interpostosi fra chi ha volato
e chi non ha volato. È di un'irrimediabile inutilità la descrizione di
sensazioni le quali in cospetto di spettatori rimasti a terra riescono
trasfigurate, puerili perchè imperniate sul contrasto fra minuscole
cause tecniche e possibili grandi effetti. Poi l'aviatore non vince
un'intima sdegnosità per l'interrogatore che ignora la quotidiana
alternativa fra la vita e la morte, per l'interrogatore che non va
oltre l'immaginare effetti estetici e psicologici — superati da gran
tempo dall'aviatore — delle velocità, delle altezze e delle solitudini.
Il silenzio tra aviatori su argomenti di servizio aereo deriva talvolta
dalla riluttanza a confidare intime crisi di volo definite _fife_ — le
confessioni vengono qualche tempo dopo che le crisi furono superate
— oppure deriva dalla superfluità di intrattenersi su sensazioni
reciprocamente note.
L'aviatore tra un volo e l'altro si riposa.... discutendo animatamente
sugli argomenti più bizzarri, eseguendo o facendosi eseguire musica
allegrissima — preferisce quella americana — ingolfandosi in rapide
gite terrestri, in rumorose partite al biliardo o alle carte, tenendo
conto scrupoloso delle superstizioni e sprofondandosi in dormite
solenni. Riposati i nervi, è ripreso dalla nostalgia del volo e
delle altezze spirituali. La vita senza incognite supreme gli diviene
tediosa. Accanto a queste cause essenziali agisce l'emulazione per
i colleghi che durante il suo riposo hanno brillantemente volato.
Egli sente la necessità di nutrire il suo prestigio con nuove
vittorie: s'accorge di amare il suo apparecchio come un essere vivo,
intelligente, e ne è geloso. Non appena riceve l'ordine di partire,
passa dalla effervescenza delle intenzioni alla diffidenza per le
condizioni meteorologiche e per l'apparecchio che esamina con una cura
da san Tommaso, si rassegna alla partenza, sente l'urgenza di partire;
appena è in volo ne prova gioia come fosse liberato da un incubo.
Forse questa alternativa — insopprimibile anche dopo una lunga serie di
voli — sarebbe evitabile se l'aviatore potesse rimanere nella magìa,
nell'incanto delle avventure aeree quasi senza interruzione. Ma ogni
intervallo è un tuffo nella realtà, è un ritorno all'apprezzamento dei
valori terreni dai quali deve poi liberarsi — per volare moralmente
bene — come da ingombri. L'aviazione è una successione di istanti
meravigliosi, ma se fra questi istanti s'insinuano le nostalgie del
passato e le aspirazioni dell'avvenire, l'aviazione perde per un'ora,
per un giorno il suo potere suggestivo, salvo poi a riconquistarlo con
arte smagliante e immediata.
★
E si parte per un bombardamento. Volare in seguito a ordine ricevuto
da superiori è delizioso. Molti aviatori hanno un culto per i voli
comandati. Non si avverte il vento, non preoccupano le nubi. Si deve
andare e si va. Per il bombardamento si vola con astuzia percorrendo
il cielo come un dedalo di viuzze, evitando batterie, campi d'aviazione
del nemico.... Ciò non impedisce che la via aerea diretta al bersaglio
prescelto cominci a costellarsi di minuscoli cirri bianchi, rossi,
neri, i quali aspettano al varco l'apparecchio salito dal mare, mentre
altri cirri si aggiungono con intensità crescente come rinforzi inviati
d'urgenza. La costellazione si stende, s'avvicina; nell'uniforme
possente voce del motore si introducono lamentose lacerazioni
dell'aria, rombi cupi prodotti dai proiettili scoppiati più vicini
all'idrovolante, il quale ha dei balzi che danno ciascuno un fremito ai
due aviatori.
Sarebbe inverosimile, sovrumano non avvertire l'estrema gravità di
questi _fieri momenti_. Ogni balzo dell'apparecchio può annunciare il
capitombolo finale se si ricorda che basta una scheggia a tagliare un
comando, a mettere fuori combattimento il pilota, a frantumare l'elica,
a paralizzare il motore.... Ma si va avanti con una ostinazione
sprezzante per tutte le incognite, con una inverosimile fede nella
propria invulnerabilità, ostinazione e fede che contrastano con la più
fredda, rigida percezione della realtà. Intorno ai due aviatori non
tuona il fragore, nè trascina il movimento della collettiva battaglia
terrestre, non c'è la possibilità dell'eroico oblìo e della sublime
esaltazione: i due, soli, sospesi nell'abisso, divenuti bersaglio
certo di batterie non contate e scarsamente vedute, debbono, oltre che
superare questa situazione, viverla nei suoi più minuti particolari,
come un paziente subirebbe, non addormentato, un'operazione chirurgica;
debbono prevedere tutte le possibilità, misurarne tutta la portata.
Sino all'ultimo momento sono _arbitri_ dei loro atti, sono investiti
della più assoluta responsabilità, col volante stringono il loro
destino; non debbono nè entusiasmarsi, nè abbattersi, la loro
coscienza non deve velarsi tra le due estreme crisi dell'esuberanza
e dell'esaurimento, mentre fra tante esteriori circostanze anormali
debbono tener desta, vigile la diffidenza verso l'apparecchio:
evitare che la pressione della benzina abbia a salire soverchiamente
determinando lo scoppio del serbatoio; evitare che il motore abbia a
scaldarsi o a raffreddarsi eccessivamente perchè nell'uno o nell'altro
caso la sua marcia diverrebbe irregolare; osservare che gl'istrumenti
di bordo conservino il loro fedele funzionamento. Credere nella
vita malgrado tutte le insidie: ecco la consegna dell'aviatore i cui
nervi, il cui cervello, i cui muscoli debbono dare le loro energie
fino all'estremo perchè un solo secondo di abbandono, un solo eccesso
possono annullare tragicamente gli effetti di mesi e mesi di rispetto
alle leggi del volo, di sagace prodezza nel combattere il nemico.
Ecco il bersaglio. L'osservatore confronta le caratteristiche della
carta topografica di bordo con quelle del terreno. Tutti gli scrupoli
gli sono intorno a raccomandargli la cura più meticolosa perchè sia
colpito esclusivamente il bersaglio. Ed egli, individuato quella
dolina, quel tratto di ferrovia, quell'incrocio di strade che gli
danno il certo obbiettivo, sfibbia una dopo l'altra le bombe e ne
osserva l'effetto mentre scendono obliquamente rimpicciolendo sino
a scomparire. Poi nel bersaglio una muta macchia di fumo s'allarga
pigramente. Il pilota, che già da vari minuti _virava_ nel cielo
dell'obbiettivo, inclina l'apparecchio per osservare a sua volta
l'effetto del bombardamento, poi si dirige alla base fendendo alla
massima velocità lo sbarramento di scoppi che gli contendono il
ritorno. Ma il successo della missione e la possibilità sempre più
vicina di una felice discesa danno ai due reduci una gaia illusione di
invulnerabilità. Giunti sul semaforo della base non aspettano di essere
scesi per comunicare telefonicamente il risultato della missione,
ma vi lanciano un messaggio chiuso in un tubetto di latta con nastri
tricolori contenente l'estratto del servizio e le osservazioni fatte
sul golfo. Avvenuta la discesa i due bombardieri contano i buchi,
gli strappi prodotti nell'apparecchio dalle pallette e dalle scheggie
incontrate per via. Certe constatazioni danno talvolta dei brividi:
se uno dei proiettili fosse passato un centimetro più avanti avrebbe
determinato la caduta dell'apparecchio. È l'ala fredda della cupa
dominatrice che passa vicino. Queste traccie dell'artiglieria nemica
sono oggetto di segrete gelosie, sono ambìte come medaglie, come
distintivi: chi non ne ha avute nel suo apparecchio cova la speranza di
procurarsene al prossimo volo di guerra. Nel diario che molti aviatori
redigono, il numero dei buchi occupa un posto d'onore.
★
Si dovette partire prima dell'alba per giungere inosservati in quota
a dirigere un tiro d'artiglieria. La costa istriana era una striscia
violacea tra il celeste del mare e il rosa del cielo. L'idrovolante
saliva a larghi giri verso la luce che già tripudiava dietro il torvo
Carso, infiammando nubi randagie. A 3000 metri cominciò il colloquio
traverso lo spazio fra le batterie e l'idrovolante che lanciava le
sue invisibili segnalazioni dal filo radiotelegrafico pendente dallo
scafo. Andava a «chiedere colpo» verso la batteria, poi tornava per
vederlo sul bersaglio. Se il colpo tardava, il pilota doveva risolvere
il problema di stare fermo andando alla velocità di 150 chilometri
all'ora: e ci riusciva infilando una prolissa serie di _viraggi_.
Il colpo arrivava. Troppo corto, troppo lungo, più a destra, più a
sinistra. Centrato! Giubilo a bordo.
Le nubi s'erano intanto accumulate, erano discese con tinte bigie
e bieche intenzioni. Alla raggiante placidità dell'aurora s'era
sostituita una grigia inquietudine in cui l'apparecchio avanzava
vibrando, ora sollevato, ora senza sostentamento, con delle velleità
ribelli, con lunghi, lamentosi, disuguali suoni di motore. Dalla
costa veneta saliva un'immane macchia plumbea, oblunga come un'ala
soprannaturale, la cui ombra sinistra si stendeva sul mare verdastro,
striato di lividure. L'idrovolante, dopo tre ore di navigazione,
scendeva a velocità vertiginosa per fendere le raffiche, e sull'Isonzo
pareva sbalzasse di gradino in gradino da un'invisibile scala. Da
poco aveva _ammarato_ che tutte le ire accumulate nei regni violati si
scatenarono sulla terra e sul mare, intimidendo la guerra degli uomini.
Nel pomeriggio la natura placata si riconciliò con il più smagliante
dei suoi sorrisi rivelando ogni sua recondita bellezza, anche la più
lontana, la più insperata. Sulla verticale dell'Hermada a 3500 metri
il pilota riammesso al dominio degli spazi sul suo idrovolante, vedeva
in un giro di sguardo Venezia paragonabile a una minuscola corazzata
nel suo bacino di carenaggio, Gorizia e Trieste di cui si potevano
distinguere le più sottili particolarità, e Pola simile a una rosa
bianca posata sugli estremi intarsi istriani. E intorno un prodigio
di bellezze abbaglianti: cavalcate azzurre e nevose di vette, avanzate
tortuose bianco-celesti di fiumi, luci porporine di distese abitate e
gradazioni d'ogni verde di campagne; nel mare sterminati riflessi del
sole nel suo supremo commiato dal giorno.
Ma questi fenomeni di visibilità sono rari e non coincidono certo
coi giorni d'offensiva in cui il Carso sembrava trapuntato da crateri
fumanti e la sua superficie ondeggiante appariva in ebollizione sotto
una greve foschìa giallastra che era l'emanazione delle artiglierie,
e al tramonto si appesantiva, si stendeva come stanca di librarsi. Se
si voleva vedere e colpire, si doveva volare bassi in questa atmosfera
olezzante di sentori chimici. S'intuivano le movenze, le sagome della
battaglia dal comporsi e dallo spostarsi di certe linee punteggiate
fittamente di cirri, dal tramestìo insistente di puntini infiniti
distribuiti a strisce. Un manto di fumo soffocava l'Hermada: per virtù
di una poderosa zaffata di vento la belva poteva per qualche istante
scoprirsi e respirare, ma un altro turbine le si avventava sopra e la
ricopriva in una stretta asfissiante.