Vari sono gl'istrumenti che si recano a bordo per controllar

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VOLI DI GUERRA.

_Queste impressioni recate dalle alte quote dell'atmosfera e

dello spirito, io dedico a Nello Cavara, fratello mio ventunenne,

che a maggiore e perenne altezza giunse, morendo in combattimento

sulle Alpi._

OTELLO CAVARA

VOLI DI GUERRA

IMPRESSIONI DI UN GIORNALISTA PILOTA

MILANO

Fratelli Treves, Editori

1918.

PROPRIETÀ LETTERARIA.

_I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati

per tutti i paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l'Olanda._

Milano — Tip. Treves.

Dal giornalismo all'aviazione.

Anche quando il giornalista vola da solo, le personalità a bordo

del suo apparecchio sono due: il pilota e l'osservatore; l'uno

agisce e l'altro nota. Se il fenomeno non gravita sulla portanza

dell'apparecchio, raddoppia però il lavoro del singolare aviatore il

quale, oltre provvedere alla manovra, all'orientamento, all'azione

bellica, avverte i moti psicologici dai quali sgorga tale operosità,

raccoglie con una preoccupazione di esattezza impressioni panoramiche,

e procura di vivere nella sua totalità missioni anche se estese ad

aeroplani, navi, truppe. Le abitudini acquisite in numerosi anni di

vita giornalistica — immediata ricerca nell'attualità di cause e studio

di effetti — lo accompagnano pure in volo, mentre in terra si esplicano

in implacabili interviste ch'egli infligge ai più esperti perchè la

scienza acquisita in terra lo aiuti ad eliminare sorprese in cielo.

Si riesce aviatori, gli eroi per esperimentare primi le macchine

di volo divinate dal loro genio; gli studiosi di meccanica e di

aeronautica per amore di motori e di apparecchi; gli appassionati dello

_sport_ per il gusto di maggiori cimenti; i guerrieri per la voluttà

delle battaglie individuali; i giornalisti per conoscere il meglio, il

nuovo della vita e partecipare alla buona guerra nostra tra bagliori

inauditi di bellezza e costumi superstiti di cavalleria.

Un pubblicista non giunge generalmente impreparato al pilotaggio di

aeroplani. L'autore di queste note fu, come redattore del _Corriere

della Sera_, in alta montagna a famigliarizzarsi con l'orrore del

vuoto, con le vertigini, con le temperature rigide e con l'ostinazione

fisica; fu in aerostato a proclamare dalla quota di 4500 metri la

decadenza delle proporzioni geografiche e il miglioramento dell'umanità

ridotta a puntini; fu in dirigibile per la gioia di andare, almeno

in aria, dove gli pareva; fu in aeroplano a constatare in sè una

embrionale vocazione di pilota perchè negli _sbandamenti_ si spostava

con la persona per ristabilire l'equilibrio, nelle spirali storceva

persino la bocca in fuori per non scivolare in dentro e raccomandava

in silenzio, durante i _viraggi_, «attenti nelle voltate». Con tali

precedenti si può quasi asserire che il giornalismo, stazione di

transito per le più brillanti carriere, lo è pure per l'aviazione.

Esistono varie egregie letterature d'aviazione; tra queste una minima

di coloro che volano e una massima di coloro che non volano. Alla

prima appartengono frasi estremamente laconiche: «Nessuna impressione.

— Tutto bene. — Nulla di straordinario». La seconda è un inno:

«Sorprendenti acrobazie. — Esseri d'eccezione — ....»

Tra l'una e l'altra s'insinuano queste note di un giornalista-pilota il

quale fra l'altro confesserà d'avere sofferto, tra sensazioni epiche e

leggiadre, gravi apprensioni durante certi impicci nei quali procedeva

avanti perchè era rassegnato e deciso a non tornare più indietro. Ma la

sensazione che maggiormente lo sorprendeva all'insperato ritorno era il

desiderio cocente di riprovare l'avventura. Durante il volo drammatico

aveva temuto di scendere psicologicamente diminuito, e a terra si

scopriva aumentato.

Di qui il dovere del giornalista, proveniente da una professione che

è già scuola del carattere, di rendere omaggio, con questi appunti

sinceri, a un'altra eccellente scuola del carattere: l'aviazione di

guerra.

Come si diventa piloti.

Forse l'allievo pilota vive il momento più emozionante quando presenta

la domanda per essere ammesso a una scuola d'aviazione. Egli non

reca in sè che un elemento certo: la decisa volontà di riuscire. Ma

l'attitudine a volare è per lui un'incognita la quale lo pone fra

l'avidità di provarsi e il dubbio di fallire nel tentativo.

La guerra ha creato un tipo speciale di volontario dell'aviazione:

il pacifico borghese del tempo beato in cui non si credeva alla

conflagrazione mondiale, pacifico borghese che dovendo in occasione

della guerra assumersi la sua parte di azione e di pericolo, e

avendo una predilezione per gli atti che derivano direttamente dalla

responsabilità individuale, sceglie l'aviazione conscio di rendere

un servizio militare non meno prezioso e periglioso d'ogni altro, e

conscio di valorizzare al massimo grado le proprie attitudini morali e

fisiche in un'arma di straordinaria bellezza.

Ed è per ciò che oggi l'aviazione militare aduna rappresentanti

d'ogni ambiente, d'ogni cultura e d'ogni mentalità. Diversi per

il loro passato, gli allievi si identificano nell'esuberanza delle

loro energie, nella dedizione completa ai cimenti aviatorii, nella

fraternità che deriva dal comune mistero della loro sorte. Essi più

o meno passano traverso le medesime fasi psicologiche: trepidazioni e

speranze della vigilia; incosciente disinvoltura durante i primi voli;

poi una successione crescente di depressioni e di rivincite al contatto

di difficoltà sempre più intense.

L'allievo giungendo alla scuola è curioso d'ogni particolare. I

motoscafi e gli autocarri che recano gl'istruttori e gli scolari,

sembrano colmi di gitanti spensierati: e in realtà costoro si accingono

ad effettuare i quotidiani voli con la medesima disinvoltura con

cui s'intraprende una passeggiata. La scuola aspetta con i capannoni

spalancati innanzi all'ampio specchio d'acqua su cui dovranno svolgersi

i voli. Gli idrovolanti sono allineati lungo la riva, ciascuno sulla

propria pista di legno che dal capannone scende nell'acqua.

Maestri e allievi vanno a fare _toilette_. Ognuno ha i propri indumenti

di volo. Chi indossa lo scafandro o la pelliccia, chi un maglione,

chi s'avvolge il collo d'una sciarpa, chi s'applica un passamontagna,

chi il casco. Tutti fanno uso di occhiali e guanti. La trasformazione

è sensibile. Le fisionomie scompaiono sotto le maschere e le lenti.

Eleganti ufficiali assumono aspetti strani, apparenze grottesche

di palombari, di _clowns_, le loro linee svelte si ricoprono —

specialmente dopo l'applicazione del salvagente — di gonfie gibbosità.

Ad ogni apparecchio corrisponde un istruttore ed una sezione di

allievi. Il primo allievo cui spetta di volare — si segue un turno a

rotazione — s'ingolfa nella complicazione di fili dell'idrovolante

e scende nello scafo, sedendo a destra dell'istruttore dopo aver

messo in movimento il motore con giri di manovella. L'apparecchio si

stacca dalla riva e l'allievo, afferrato il suo volante e occupati i

pedali, si accinge a manovrare. Il maestro ha pure il suo volante e

controlla la manovra del suo vicino intervenendo con cenni della mano

o con dirette correzioni ogni qualvolta lo scolaro tarda, precipita

o confonde i suoi movimenti. Gli idrovolanti partono ad uno ad uno

striando lo specchio di spuma, oscillando per sollevare i galleggianti

e la coda, poi raggiunta la velocità voluta, saltellano e spiccano il

volo. Al ritorno, l'istruttore spiega gli errori commessi dal discepolo

e questi li attenua affermando che sono passeggeri e promettendone

solennemente la sparizione per il volo successivo. Anche gli altri

allievi della sezione presenziano al colloquio per immagazzinare

esperienza a spese degli errori altrui.

Il nuovo arrivato osserva i colleghi più progrediti come esseri

dotati di misteriose facoltà del cui segreto si vuole impossessare.

Timidamente egli procede alla personale conoscenza dell'apparecchio

introducendosi nello scafo: con circospezione afferra il volante,

lo rigira, lo attrae a sè, lo respinge volgendosi a osservare alle

estremità delle ali e della coda i movimenti degli aleroni e del

timone di profondità. Si stupisce che i colleghi i quali lo hanno

preceduto, spieghino la manovra come una funzione semplice. Poi rimane

interdetto udendo il linguaggio d'aviazione fiorito di francesismi.

_Decollare_: manovra per condurre l'apparecchio a staccarsi dallo

specchio d'acqua; _virare_: mutamento di direzione durante il volo;

_picchiare_: abbassare l'apparecchio pure durante il volo; _ammarare_:

far riprendere all'apparecchio il contatto con l'acqua.

Intanto il novizio sente parlare con rispettosa preoccupazione della

manovella, il fatale istrumento che serve a mettere in funzione il

motore e ad imporre soggezione al novizio: — Attenti ai contraccolpi

— lo avvertono gravemente i colleghi che all'esordio conobbero il

medesimo patema. — Bada che già vari si sono fratturati il braccio....

— Comincia così la mobilitazione dell'amor proprio: il neofita

s'attacca all'insidiosa manovella, non riesce, ritenta e finalmente

consegue la sua prima vittoria, girando la nemica con esuberanza

trionfale.

★

Più è prossimo il momento di volare per la prima volta e tanto

maggiormente la sensibilità dell'allievo si paralizza. Pochi istanti

prima di salire sull'apparecchio, il novizio, non avvertendo più

alcuna emozione, confonde questo stato d'animo con la tranquillità:

viceversa è l'effetto di una tensione nervosa, la quale si trasforma in

un fenomeno di serena voluttà non appena l'apparecchio si è librato.

L'esordiente ha l'illusione che non sia l'apparecchio a sollevarsi,

ma il panorama ad abbassarsi, a roteargli lentamente intorno. Una

improvvisa, assoluta fiducia lo sorregge: una fiducia ispirata dalla

stabilità dell'apparecchio che in volo si rivela solido, imperioso,

sonoro e perde l'aspetto fragile osservato da terra. La velocità non

è percettibile; pare che l'idrovolante si regga su un solido pernio

invisibile. Il vuoto non esiste che per lo sguardo: l'atmosfera

si manifesta anche al neofita un elemento consistente, soffice ma

tenace, in cui l'apparecchio morde e si regge vittorioso. Ma quando

l'idrovolante s'inclina per iniziare la discesa, il novizio si turba.

Un rimescolìo passeggero agli intestini, somigliante a quello che dà

l'altalena, lo coglie all'improvviso. Il silenzio che segue al fragore

del motore — perchè il motore viene fermato o ridotto a una velocità

minima — determina una forma d'ansietà. La visione panoramica, che

prima era preclusa in parte notevole al neofita dalla punta dello

scafo protesa in alto, ora che lo scafo è inclinato, appare in tutta

la sua vastità, come osservata da un altissimo balcone, e rivela la

quota raggiunta. Si mostra come un'immensa carta geografica a rilievo.

Lo specchio d'acqua appare come una enorme lastra metallica bruna

e s'avvicina con crescente velocità. Quando mancano pochi metri da

esso e l'apparecchio si dispone a posarvisi, si rivela fulminea la

rapidità dell'apparecchio stesso: lo specchio gli sfugge di sotto

vertiginosamente e il neofita trattiene il respiro in cospetto di

questo imprevisto epilogo. Un lieve fruscìo, un impercettibile colpetto

sotto lo scafo: l'apparecchio ha preso contatto con l'acqua, solleva

intorno biancori di spuma e s'arresta rapidamente.

L'allievo confonde l'ammirazione per il volo con la gioia di averlo

condotto a termine: certo è raggiante. Difficilmente le sue impressioni

sono da lui espresse in modo genuino, perchè non ha saputo analizzare

sè stesso o perchè ritiene obbligatorio ricorrere a una di queste due

opposte frasi: «Nessuna impressione» oppure «Impressione straordinaria»

accompagnate da un prolungato sorriso ufficiale finchè egli si vede

scrutato dai colleghi. Effetti fisici generali: ronzìo alle orecchie

paragonabile all'uniforme canto dei grilli, appetito accentuato e

richiesta da parte dei colleghi di una bicchierata per festeggiare il

primo volo.

Nei voli successivi l'allievo ammesso ad abbozzare tentativi di manovra

accanto al maestro, acquista l'improvvisa persuasione che per manovrare

siano sufficienti le risorse dell'istinto. La sua convinzione di

riuscire diviene tanto più fiera quanto prima dei voli era esitante.

Si delinea in lui l'esuberante spirito d'iniziativa: egli scambia per

aquilina audacia la propria ignoranza sulle difficoltà del volo. I suoi

tentativi di manovra sono senza sfumature. Se il maestro lo frena, egli

insiste per ottenere una maggiore autonomia. Non esita ad affermare

in piena buona fede che si sentirebbe di volare da solo. Naturalmente

pretende di figurare tra gli anziani. In cospetto dei nuovi aspiranti

si comporta da vecchio falco, spiega con degnazione annoiata la

manovra, concludendo: — È semplicissima!

Ma quando l'istruttore gli affida realmente la manovra, l'allievo entra

nella fase di depressione. Egli registra le nuove difficoltà nel suo

diario: quasi tutti gli allievi conservano un diario con il numero

e le caratteristiche dei loro voli. Oltre occuparsi delle condizioni

dell'atmosfera, del motore, dell'acqua, lo scolaro osserva: «Oggi il

maestro mi ha dichiarato che se egli non interveniva in tempo ci si

infilava nell'acqua». — «Ho osservato che quando reggo io il volante,

l'apparecchio disegna le montagne russe; non appena il maestro riprende

il volante, l'apparecchio torna in linea di volo. Dunque non è il

vento. Il maestro dice che il vento lo faccio io». — «Quando correggo

uno sbandamento ne produco uno maggiore. Il maestro dice che faccio

fare all'apparecchio ciò che fa il cane quando è gaio; mena la coda a

destra e a sinistra».

Se l'idrovolante giunto presso all'acqua non è posto in tempo in linea

di volo, toccando l'acqua rimbalza in aria come un ciottolo a forma

di piastrella lanciato parallelamente alla distesa liquida. Di qui la

denominazione di _piastrella_ a questo tipo di _amérissage_ imperfetto.

La _piastrella_ è l'incubo dell'allievo il quale ricorre ai più

ricercati sofismi per ripudiarne la paternità. Generalmente spiega che

è derivata da un complesso di combinazioni: acqua poco visibile, colpo

di vento, vicinanza di una barca, occhiali appannati....

A traverso queste prime esperienze l'entusiasmo del discepolo perde

effervescenza: diviene solida meditazione. L'allievo non ha più

baldanza loquace, superficiale, nè severità di giudizi. Tace ed

osserva. Segue i voli con sguardo da iniziato, rimugina le osservazioni

fatte pilotando. Dal modo come si comporta un apparecchio in aria

indovina chi lo guida. Anche in aviazione, la personalità, lo stile

esistono. L'allievo comincia a comprendere che la manovra non è

dettata dall'istinto, ma dalla fulminea entrata in azione di abitudini

contratte studiando il volo. È un ricamo di innumerevoli eccezioni

intorno a un semplice concetto fondamentale. Ma per conseguire questo

senso della manovra occorre vivere la vita dell'apparecchio, occorre

che pilota e idrovolante compongano una cosa sola.

La spirale: altra causa di crisi momentanea. L'istruttore la fa

conoscere all'allievo d'improvviso ed eccezionalmente stretta per

misurare la sua presenza di spirito. L'allievo vede il panorama

inclinarsi e sollevarsi obliquamente come agitato da una danza

diabolica, vede lago, fiumi, paesi, colli, monti roteare, sovrapporsi

quasi fosse giunta la fine del mondo. Quando la spirale cessa di fatto,

nella testa dell'allievo continua. Egli rimane rigido, in atteggiamento

di difesa, trattenendo il respiro. Scendendo reca il sospetto di non

avere attitudine per l'aviazione, ma negli esperimenti successivi si

comporta, anche intimamente, con assai maggiore disinvoltura fino a

divenire egli stesso un abile autore di spirali, per quanto ampie e

caute.

★

Affermano in maggioranza i piloti che la loro più acuta soddisfazione

derivò dal loro primo volo senza istruttore. Si giunge a questa

prova sospinti da un bisogno imperioso di liberarsi dal controllo

dell'istruttore. È un'apparente forma d'ingratitudine che ricopre una

sostanza di rinascente idoneità. Quando l'allievo in volo si sente

spersonalizzato, prova la luminosa illusione di aver sempre volato,

considera normale la visione dall'alto del panorama ed è insofferente

degl'interventi nella manovra del suo maestro, è evidente che la

convinzione di poter volare solo, matura in lui. Ciò che importa assai

è la convinzione di poter condurre un apparecchio, tanto è vero che i

capi-piloti fingono di mostrarsene increduli per accertarsi, traverso

le proteste dell'allievo, ch'essa esiste veramente.

Se le discussioni in terra sono spesso vane, in cielo sono addirittura

dannose. È necessario in volo perseguire un'idea unica, precisa,

ferma. Due idee avverse nella testa di un pilota producono il medesimo

disordine di due donne in una casa. Purtroppo l'allievo nel suo

primo volo da solo reca due, tre idee per ogni fenomeno nuovo che

lo interessa. Il suo è il volo dei dubbii. I fenomeni nuovi sono: il

motore, l'orientamento e la solitudine. Quando l'allievo volava col

maestro questi si occupava di regolare il motore, di indicare la rotta,

e con la sua presenza aboliva la solitudine. Accade che l'allievo,

dovendo introdurre nella sua psicologia queste nuove responsabilità,

smarrisca momentaneamente l'esatto senso del solo elemento di cui era

sicuro: la manovra. Assalito da nuove preoccupazioni, diffida anche

delle regole che già applicava con disinvoltura da tempo. Le impiega

precipitosamente e provoca nell'apparecchio oscillazioni ch'egli

si affretta ad attribuire al vento. Tutti i reduci del primo volo

affermano che spirava un vento eccezionale.

Ma la crisi culminante del primo volo è provocata dalla discesa:

— Quando spengo il motore? — comincia a chiedersi il neo pilota. —

Adesso. No, è presto. Toccherei acqua troppo lontano dalla scuola. Però

attento a non scendere contro gli _hangars_. Spengo adesso. No. Sì. No.

Intanto l'apparecchio, quasi avesse udito il dibattito del suo

incerto pilota, si è abbassato per conto suo; l'allievo, allarmato,

fa uno sforzo togliendo una mano dal volante per chiudere la manetta

della benzina, e riportandola urgentemente al volante. Con l'indice

destro cerca il bottoncino del magnete, per togliere la corrente

elettrica, ed ha l'impressione di non trovarlo. Eccolo. Preme. Il

motore tace. L'allievo inclina l'apparecchio. Troppo. Lo richiama.

Teme di scivolar d'ala. Ripicchia. Teme d'imbarcarsi: — Calma, calma,

se no va a finir male — raccomanda a sè stesso. La discesa finalmente

procede regolare con buona velocità. S'avvicina lo specchio d'acqua.

Comincia la preoccupazione per l'_amérissage_. Si tratta di attenuare

l'inclinazione dell'apparecchio, ma con dolcezza, con sfumature quasi

impercettibili. Viceversa il reduce richiama a sè il volante troppo

sollecitamente: è ancora a sei metri dall'acqua. Respinge il volante

ma deve richiamarlo quasi subito perchè è ormai a un metro. Qualche

esitazione ancora, poi alla fine l'idrovolante tocca l'acqua, un po'

bruscamente e inelegantemente, ma senza eccessivi guai. Lungo respiro

di soddisfazione dell'allievo il quale, riacceso il motore, fa ritorno

alla scuola salutato dai colleghi che sulla rotonda lo hanno seguìto

in volo: — Bene, bravo, — gli gridano. Ognuno vuole stringergli la

mano. Il trionfatore diventa insincero. Poichè lo lodano, egli assume

l'atteggiamento di chi si merita la lode guardandosi dal denunciare gli

errori commessi, anche perchè ha la coscienza di non ripeterli più.

— Quali impressioni? — gli chiedono.

— Mi sono trovato molto bene.

— Si vola meglio senza maestro?

— Non c'è paragone.

In questa fase di ascensione, caratterizzata da prove di crescente

portata, il neo pilota è suscettibile di impressioni esagerate che

derivano dal consumo eccezionale di energie quando ancora i suoi centri

nervosi non sono sufficientemente sviluppati. Ma lo sviluppo nervoso

nell'allievo di solida costituzione è alacre e gli consente di superare

prove che pensate prima gli apparivano insormontabili. Un allievo che

scende esausto da un esperimento non raggiunto, porta nel segreto della

sua anima uno sconforto che non sa confidare e che ha il colore della

sconfitta. Ma all'indomani le sue forze sono gagliarde in una misura

insperata. L'esperienza del giorno precedente, anzichè essergli nemica,

gli è alleata.

La notevole altezza e la resistenza di volo sono sopratutto un

risultato dell'amor proprio. La volontà ferma, orgogliosa di

raggiungere la quota designata e di rimanere in aria per una durata

stabilita è indispensabile come la benzina al motore. Essa servirà a

neutralizzare gli effetti demoralizzanti del freddo, delle inquietudini

atmosferiche, del vuoto sempre più profondo e vasto, delle nubi e della

solitudine.

In altri ambienti amiamo vincere oltre che per noi stessi anche per il

prossimo, ma in aviazione si vince sopratutto per noi stessi. Un pilota

che dovesse cedere al vento, recherebbe con sè un incubo che graverebbe

nei suoi successivi cimenti. Perciò il volo è un efficace mezzo per

misurare, oltre le qualità tecniche, le risorse morali dell'allievo. La

cartina del barografo riproduce le peripezie psicologiche dell'allievo.

Quella linea che s'innalza sicura, regolare, leggermente incurvata

sino a una data quota — 1500 metri, 2000 metri — poi prosegue in

una alternativa di tratti rettilinei, gobbe concave e convesse e

finalmente ridiscende con una rapida obliqua, narra una serie di

emozioni in contrasto: serena conquista della quota di metri 2000, poi

lotta col vento, incertezze del motore, soggezione della solitudine,

tentazione di scendere, reazione dell'amor proprio e finalmente discesa

definitiva.

★

Talvolta la sensibilità dell'allievo viene sottoposta a una prova

singolare durante una traversata di nubi, l'incontro con le quali

presenta varie caratteristiche e non sempre uguali. Può risultare

abbastanza placido se sono nubi bianche, i carri, ma spesso è preceduto

da un avvicinarsi scapigliato di folate vaporose, dal gelo, dalla

rarefazione dell'atmosfera, dall'incrociarsi volubile di raffiche. Poi

penetrato l'apparecchio in questo mondo latteo, invisibile, misterioso,

il motore diviene asmatico, il pilota perde il senso dell'orientamento.

Splendido è il momento in cui si esce da questa prigionia: splendido

dal punto di vista tecnico ed estetico. Ci si accorge che l'apparecchio

era sbandato malamente, troppo sollevato; ristabilitolo nelle

condizioni normali si può ammirare a rapidi sguardi la nuovissima

visione: un mare di immobili onde candide, compatte, raggianti,

preceduto da lontani cirri solitari che fanno pensare alle avanguardie

di un esercito fantastico. Ma la sensazione del bello è quasi

paralizzata dal problema di tornare fra le nubi: problema che si

risolve con una discesa a forte velocità, preferibilmente dove s'apre

nella massa dei vapori un pertugio che lasci intravedere un pezzo del

panorama sottostante.

Vari sono gl'istrumenti che si recano a bordo per controllare la

manovra: ma l'istrumento migliore che può ridurre al minimo il numero

degli incidenti, è il sistema nervoso del pilota sorretto da esperienza

e da perseverante studio. Il pilota affina la sua sensibilità al punto

di giudicare in volo col solo udito il funzionamento del motore, col

tatto sul volante il comportarsi dell'apparecchio. Solo istrumento di

cui non tende a svincolarsi è la bussola che sul mare indica la rotta,

mancando ogni altro punto di riferimento. Il pilota prima di partire

osserva attentamente con occhio d'iniziato l'apparecchio e il cielo.

Dell'apparecchio diffida. Egli ha perduto — a questo punto del suo

allenamento — la beata fiducia dei primi tempi che gli faceva ritenere

l'apparecchio il più sicuro veicolo. Egli sa che anche l'assenza di

un bullone, un cavo non sufficientemente teso, già roso dall'uso,

possono determinare la catastrofe. Egli, per volare sicuro, vuole aver

controllato il suo idrovolante nei più minuti particolari. E prima di

partire legge nel volto infinito del cielo come gli uomini del mare e

della montagna; le forme, i colori delle nubi gli rivelano l'altezza,

la direzione e la velocità approssimativa dei venti. Un buon pilota

sente di non poter manovrare efficacemente se ignora le condizioni

dell'atmosfera, dell'invisibile pista su cui procede.

È evidente così come riesca impossibile al pilota esprimere le sue

impressioni al profano che lo interroga avidamente. La sua vita

quotidiana trascorrendo fra osservazioni sempre più particolareggiate

di aerologia, elettrotecnica, costruzioni di apparecchi, topografia,

trascorrendo in un mondo — il cielo — che per la grande maggioranza è

cosa immensa di sola contemplazione, lo porta a sentire diversamente

dall'umanità che non vola.

— Che impressione prova? — gli chiede il profano.

— Non saprei che dirle. Se vuol provare....

— Ma neppure.... Si soffrono le vertigini?

— No, grazie.

— Però lei dimostra un bel coraggio.... E quando c'è vento?

— Si _balla_ e si lavora molto.

— Ah perdinci, non vorrei neanche.... E se scappa un'ala?

— Eh.... allora....

— Che fegato occorre per andare in aria! E chi sa il vuoto che

impressione produce!

— Per noi è cosa naturale.

— Io non mi abituerei. Si figuri che m'infastidisce guardare giù dal

terzo piano. A che altezza vanno loro?

— Anche a 5000 metri.

— La saluto. Mi vien male a sentirlo dire soltanto.

Il contatto continuo con il fascino e l'incognita del volo abitua

il pilota a famigliarizzarsi con superiori concetti di vita. Il

sistematico esercizio di difendersi ogni minuto, ogni secondo da

mortali insidie, lo arma di una filosofia serena, robusta, da cui il

trepidante, pavido, assoluto attaccamento alla vita rimane estraneo.

Non che l'aviatore sia indifferente alla vita. Anzi ciò che fa di lui

un vittorioso è il senso acuto dell'esistenza che lo porta a superare

i limiti mediocri, a dominare una più ampia vastità di sensazioni e di

spazi, a riconquistare ogni giorno, affrontando necessari perigli, il

diritto, la gioia di vivere. Ma l'aviatore nel segreto del suo fervore

sente che le sensazioni da cui è pervaso sono così fulgide da ripagarlo

d'ogni più grave eventualità. Sente cioè che è importante più che

vivere molto, vivere intensamente e utilmente anche se in breve spazio

di tempo. Il coraggio è la sua aspirazione, il suo ansioso desiderio.

Giunge un momento in cui il mistero della sua psicologia si svela:

il momento in cui una cupa minaccia lo affronta in volo. O lo coglie

un'invincibile tendenza a precipitosamente scendere, oppure si afferma

in lui un'opposizione sdegnosa alla catastrofe e quindi un ponderato,

sagace impiego delle sue energie istintive e di esperienza.

In queste battaglie si allena il combattente del cielo: superate le

prime avversità naturali si prepara a vincere quelle dell'aviazione

nemica.

È il milite nuovo che fa suo e più ampio il motto del mare: «Vivere non

è necessario, ma navigare e volare sì».

La conquista del brevetto.

Se Diogene capitasse col suo lanternino in una scuola d'aviazione

troverebbe finalmente i soggetti da lui ricercati: i candidati al

brevetto, i quali sono dei saggi o almeno dovrebbero essere tali.

Quando s'avvicinano alla gran prova essi s'impongono rigorosamente —

c'è pure chi non fa nulla di tutto ciò — il regime dell'equilibrio:

nessuna esuberanza, nervi a posto, sobri alla mensa, presto a

letto, coronando così un periodo di assestamento indispensabile per

comportarsi con calcolata energia in cospetto dì qualsiasi sorpresa

aviatoria. Il ritmo della scuola, la successione dei voli avevano

già iniziato il consolidamento, l'educazione del loro organismo.

L'equilibrio fisico del volo è in diretto rapporto con l'equilibrio

morale del pilota.

Il candidato all'aquila o alla corona — per il primo brevetto si fregia

dell'aquila e pel secondo sovrappone all'aquila la corona — si crea un

programma attentamente meditato in cui rendimento d'apparecchio, quota

da raggiungere, durata del volo e caratteristiche dell'atmosfera e del

paesaggio costituiscono un tutto da attuare. L'io del partente è da

giorni mobilitato e isolato: prova l'illusione che la vita aviatoria

sia l'unica sua vita, immemore d'ogni altra vicenda estranea.

La partenza è imminente. I colleghi coadiuvano il brevettando nella

accurata _toilette_ del volo, destinata a fronteggiare la temperatura

delle alte quote, e lo accompagnano allo scalo come fanno le comari

intorno alla novella sposa che va all'altare; altri colleghi con i

meccanici passano definitivamente in rassegna l'apparecchio; il capo

pilota interviene a sua volta con raccomandazioni, avvertimenti....

Nessun augurio, nessun accenno di commiato, quasi questo volo

costituisse un episodio usuale: poichè nella vita di un aviatore

novizio, un brevetto è un avvenimento eccezionale, irto di incognite, è

consuetudine che le apparenze di contorno attenuino il senso di questa

eccezionalità.

Il partente si lancia saturo di energie, da giorni accumulate, e

perciò sovraeccitato; ma non appena si è librato, subentra in lui una

placidità nuova; le sue energie cominciano a scorrere nell'esecuzione

dell'agognato brevetto. Mette in funzione il barografo, regola il

motore, controlla gl'istrumenti di bordo, aggiusta la manovra secondo

il vento, stabilisce l'ora in cui dovrà scendere — tre ore dopo,

se trattasi di secondo brevetto su idrovolanti —, si prefigge un

itinerario che eviti possibilmente i punti dai quali traggono origini

permanenti inquietudini atmosferiche: centri abitati, corsi d'acqua,

sbocchi di valli, vette nevose....

Anche le nubi sono da evitare. Il pilota se le vede accostare

rapidissime. Sembra che vogliano avventarsi su lui per vendicare le

solitudini violate. Il movimento che le caratterizza imprime loro

aspetti di cose animate, vive, di strani mostri dai pallidi, foschi

colori. Se si deve volare tra un blocco e l'altro di vapori, si ha

l'impressione di transitare per un'angusta, candida valle. Sotto queste

masse randagie il panorama terrestre si chiazza di larghe macchie

d'ombra. Percossi dai raggi, i fiumi, i laghi, lanciano bagliori. Ma

la foschia, le montagne fatte tozze, basse, sembra si seguano l'una

all'altra in una fantastica, lenta cavalcata.... Le valli sono ovattate

da evaporazioni candide, oblunghe. Il sole strappa dalla sommità dei

cirri iridescenze porporine, violacee, argentee, effetti di luce che

susciterebbero esplosioni di ammirazione se non fossero osservati in

volo.

Perchè il panorama per colui il quale comincia a volare non è un

elemento di ammirazione, ma di orientamento. La bellezza per chi

deve allenarsi a mantenersi in equilibrio nell'atmosfera, non è

comunicativa, ma fredda e ironica. La terra pare dica, specialmente

al novizio: — Sono bella, ma sta in guardia di non cadermi sopra. — Il

pilota diviene un ammiratore del panorama quando è ridisceso, quando la

certezza della propria incolumità gli consente di sviluppare i ricordi

estetici.

Ma durante il brevetto l'allievo deve dominarsi ricorrendo alle risorse

della sua personalità migliore. A un certo punto la personalità debole

gl'insinua: — Si _balla_ molto. Scendiamo?

E la personalità forte: — Vuoi scendere per il vento? Ma tu non produci

un vento più veloce con l'elica? Perchè ti hanno dato gli aleroni

sull'apparecchio? Per reagire contro l'aria agitata.

La debole: — Ma debbo andare avanti in queste condizioni per altre due

ore?

La forte: — E che pilota sei, allora? Tutti sono capaci di restare in

aria quando non si _balla_. Che diritto hai di mettere la corona se

scendi per il vento?

La debole: — Tu hai ragione. Ma hai sentito che colpi proprio ora?

La forte: — Sono niente. Rifletti: fra due o tre giorni sarai in

squadriglia: batterie nemiche ti spareranno contro, apparecchi nemici

da caccia ti affronteranno.

La debole: — Andiamo avanti....

E intanto è trascorsa la prima ora e mezza. Come è passata la prima

metà, così passerà la seconda. Il successo si delinea. L'allenamento

è già sensibile. Il volo, sviluppandosi, ha la potenza di astrarre

il pilota dal mondo reale, terreno, di assuefarlo al meraviglioso:

paesi, città che passano ogni minuto, celebri vette che si umiliano,

l'orizzonte che si fa smisurato. L'atmosfera a 4000 metri ha come

un suo profumo, una sua purezza. Più che mai il pilota è colmo

dell'illusione che quella vita sia la sua unica vita, immemore d'ogni

altra vicenda estranea.

★

Le tre ore di volo sono compiute: il barografo le registra esattamente.

Una trionfale gioia pervade il vittorioso, ma quella gioia è tosto

sopraffatta dall'attenzione per la manovra della discesa: che il

ritorno non sia soverchiamente rapido, che il motore non s'arresti,

che lo sbalzo da una pressione all'altra, da una temperatura all'altra

non nuoccia al reduce il quale è intento ad avvicinarsi alla scuola, in

spirali tanto larghe che coloro i quali osservano da terra discutono se

sono spirali o no. A 2000 metri l'atmosfera si rivela calda, persino

troppo calda. Come un pingue inquilino discendendo dal quarto piano

si riposa di pianerottolo in pianerottolo, così il pilota di quota in

quota riaccende in pieno il motore, pone in linea di volo l'apparecchio

per abituarsi alle atmosfere sempre più grevi che incontra

abbassandosi. E un altro fenomeno si manifesta: il panorama che alla

partenza appariva grandioso, smagliante, ora è uniforme nei colori,

piatto nelle forme. La permanenza a 4000 metri aveva aristocratizzata e

insieme stancata la sensibilità dell'aviatore.

Il brevettato rientrando alla scuola consegna al capo-pilota il

barografo con orgoglio di padre: la cartina è la sua creatura. Sordo,

stanco, ma felice, passa di abbracciamenti in abbracciamenti, di

stretta in stretta di mano, risponde con monosillabi, sorrisi alla

carica di domande lanciate da superiori, colleghi, meccanici; senza

avvedersi accetta contemporanei inviti a pranzo, promette bicchierate

e visite mentre intorno gli amici, pure assediandolo, lo liberano degli

indumenti di volo.

Da quel momento cominciano le innumerevoli repliche della sua

narrazione: «Come feci il brevetto». Sarebbe servizievole, in questi

casi, un cartellino da portarsi appeso al collo, con il riassunto del

racconto: «Partii alle ore tali. Il vento era veloce. Nubi sparse.

Arrivato a 2000 metri cominciai a ballare.... ecc.»

Ma le persone alle quali il reduce non lesina particolari sono

gl'istruttori e i meccanici: i collaboratori del suo successo, coloro i

quali, insieme al capo-pilota, avevano seguito le sue prove di brevetto

con muta, insopprimibile trepidazione. Gli istruttori. Ecco il primo

che abituò l'allievo al volo: tutto giovinezza, disinvoltura, doveva

infondere la persuasione che è facile il pilotaggio, purchè l'anima sia

forte e il corpo sano; allegro anche nei momenti più critici sì da non

allarmare l'inconscio aquilotto. Ecco l'istruttore della precisione:

meticoloso, razionale, che doveva trasformare la nascente perizia

dell'allievo dallo stato istintivo allo stato riflessivo, comprimendone

i moti sino alla giusta misura. Ecco l'istruttore della idoneità:

taciturno, immobile, come sonnacchioso durante il volo, sì da lasciar

persuaso l'allievo d'esser lui solo il responsabile della manovra,

che torna repentinamente ai comandi e ingaggia spirali strettissime,

frena il motore, lo riaccende per abituare alle sorprese i nervi

dell'allievo.

E i meccanici? Sono gli oscuri organizzatori del successo, i pazienti

studiosi del motore di cui vigilano ogni più delicato e recondito

congegno. La bella, regolare sonorità del motore in marcia è il loro

premio, il loro canto di vittoria, come ogni suono non ritmico,

non fluido fa arguire loro un'irregolarità che limita le energie

dell'organismo metallico.

Talvolta il motore viene accusato, ora a torto ora a ragione, di aver

fatto fallire un brevetto. Se poi al mancato brevetto si aggiunge la

_scassatura_ dell'apparecchio, l'allievo pilota entra in una fase di

desolazione. La _scassatura_ si produce quando ormai il suo autore è

convinto della propria infallibilità, quando pensa: — Io non scasserò

mai; chi scassa è un inetto! — Le cause predominanti della scassatura

possono essere: distrazioni dell'allievo, il vento, lo specchio

dell'acqua o le onde.

Avvenuto il guaio, l'allievo ha l'impressione di avere commesso un

delitto. Ma un delitto colposo. In cospetto della sua vittima sente a

sua volta d'essere vittima di una sorte immeritata. Gli sovviene quindi

d'essere atteso al campo e un senso quasi di.... raccapriccio lo coglie

pensando al capo-pilota indignato, ai colleghi ironici, allegri che gli

grideranno: — Paga, paga!

— Che cosa? L'apparecchio?

— No, no: da bere.

Lo scassatore non vorrebbe più tornare (momento d'infantilismo), ma

lo viene a rimorchiare un motoscafo che lo trascina come innanzi

a un tribunale. Il capo-pilota è sullo scalo in atteggiamento

monumentale: volto crucciato, sguardo fisso, braccia conserte. Prepara

il _cicchetto_. L'apparecchio con un'ala a sbilenco, i galleggianti

schiacciati e magari con lo scafo bucato è ormai alla sua pista; il

reduce con fisionomia da condoglianze ascolta la rampogna. — Se lei —

esordisce il capo-pilota — avesse prestato maggiore attenzione.... —

Dopo un minuto o due di svolgimento, la conclusione: — Lei sarà sospeso

temporaneamente dai voli e vedremo se sarà il caso di farle pagare i

danni. Lei oggi mi costa 30000 lire.

Che cosa rispondere? L'apparecchio a brandelli lo accusa. Chi rompe ha

sempre torto, anche se qualche collega gli osserva: — Non si riesce

grandi piloti se non si scassa. Il tale (e nomina una celebrità) ha

scassato venti apparecchi. Il tale altro (e nomina un'altra celebrità)

quindici.

Un secondo collega fa questa considerazione: — Si capisce che sei un

novizio. Per aver messo fuori uso un idrovolante sembri disfatto: ti

si potrebbe raccogliere a cucchiaiate. Viceversa dovresti compiacerti

d'aver dimostrato che sai sfasciare un apparecchio restando tu

incolume.

★

Filosofia arida di indifferenti! L'autentico conforto lo sfortunato se

lo procura accostando un altro collega al quale sia accaduta di recente

la medesima disgrazia. Perchè il mondo di un campo d'aviazione, nelle

ore dei passi perduti, si suddivide spontaneamente in diversi gruppi

secondo le affinità psicologiche: gli scassatori, gli eliminandi, gli

_scivolati d'ala_, i neo-brevettati, ecc. Gli scassatori si sfogano

contro il vento, si occupano unicamente del loro incubo, adottano nuove

regole di manovra e ne ripudiano altre. Non appena riprendono a volare

si comportano con circospezione da esordienti, e il felice esito del

nuovo volo dà loro la sensazione di essersi riabilitati, per cui riesce

loro facile riprendere la linea ascensionale pur non disponendo della

primitiva presuntuosa disinvoltura, ma anzi applicando l'esperienza

derivata dall'incidente.

Gli eliminandi sono come sotto processo: su di loro grava l'imputazione

di non avere conseguito progressi proporzionati al numero dei voli

effettuati. Qualcuno di essi ha già compiuto il volo di prova.

Quale peripezia! L'eliminando dirigeva la manovra e l'istruttore gli

stava a fianco pronto a evitare un disastro. Eroico istruttore. Si

vedeva l'apparecchio fendere l'aria a _zig-zag_, su e giù, inclinato

trasversalmente, puntare un bosco poi evitarlo a un tratto, scendere a

precipizio, poi risalire a forma di montagna russa.

L'allievo ridiscendeva congestionato ammettendo di aver fatto errore,

ma attribuendone la causa all'emozione di sapersi sotto esame e

al fatto d'averlo, l'istruttore, corretto con gesti disperati ed

urla feroci. L'istruttore da parte sua asseriva d'essersi salvato

per miracolo. Altre volte s'era visto un eliminando portato come

passeggero perchè si abituasse al volo, scomparire completamente entro

lo scafo, ed esclamare al ritorno: — Quando alzavo la testa ed aprivo

gli occhi vedevo un magnifico panorama! — Di un terzo si narrava che

accompagnasse la sua manovra con dei commenti esplicativi: — Comincio

a scendere. Siamo a cinquanta metri. Siamo a venti. Richiamo un poco,

un altro poco. Siamo a dieci metri. — Pum! L'apparecchio aveva toccato

acqua violentemente. E l'istruttore: — I dieci metri rimasti li faremo

un'altra volta.

Gli _scivolati d'ala_ sono intenti a chiedersi se rimane loro ancora

la vocazione di volare dopo la caduta. Precipitati una volta non

escludono di precipitare ancora. Se però riescono a ricostruire la

esatta causa dell'incidente, possiedono elementi per tornare con

fiducia al pilotaggio: maggior prudenza, conoscenza di un'emozione

rara ed eccezionale che è — quando la caduta perdona — un collaudo

di nervi. Essi narrano che l'apparecchio non precipita fulmineo,

allorchè per errore di manovra perde ogni sostentamento, ma offre ogni

possibilità di rimedio, purchè naturalmente la scivolata non cominci a

quota estremamente bassa. Pur troppo se gli apparecchi in generale sono

più o meno docili, i piloti non lo sono affatto, perdono la serenità

e agitano le manovre a tal segno da annullare le buone disposizioni

degli apparecchi stessi. Se i piloti considerano inesplicabile il

motivo del loro infortunio, non hanno altra soluzione che ritirarsi

dall'aviazione; l'incubo della misteriosa caduta non cesserebbe dal

turbarli.

I neo-brevettati sono agli antipodi psicologici degli _scivolati

d'ala_. Spediscono e ricevono telegrammi, lettere in abbondanza,

rigurgitanti d'ottimismo augurale; i loro discorsi sono delle fanfare,

le aquile e le corone splendide d'oro, già da qualche settimana

pronte nel più segreto angolo, sfolgorano al sole (se c'è il sole).

Scoccano intorno le ultime discussioni. — Quelle corone — afferma

un collega — sono troppo cariche d'oro. — Io le preferisco su fondo

nero. — Troppo grandi quelle corone. — Tutt'altro: stanno benissimo:

sono fatte per essere vedute. — Il neo-brevettato gusta intanto il

piacere di recare il nuovo fregio: se capita alla portata di uno

specchio, come non rimirarsi? Se si vede osservato, tutta la sua

vanità gorgoglia. Ma la vacanza dello spirito è breve. Non appena

giunge il telegramma di servizio che lo destina in squadriglia, al

neo-pilota militare si schiude tutta una serie di sensazioni nuove, una

successione di ostacoli che la nostra massima nemica — l'immaginazione

— si compiace di colorire a tinte gravi, forse per farci giudicare

più facile e attraente la realtà. Il nuovo pilota considera che gli

verranno affidate delle persone da portare in volo, delle missioni

da eseguire in guerra, che dovrà ingaggiare combattimenti a grandi

altezze, procedere avanti fra lo scoppiare dei proiettili. E tutto

questo programma esercita un doppio effetto sull'animo del candidato

alle battaglie del cielo: meditazioni intense, gravi, e un fascino

trascinatore, luminoso. E il nuovo combattente parte verso un mondo

assolutamente inesplorato.

L'ala estrema d'Italia.

La squadriglia più prossima al nemico, quella che a Grado sino

all'ottobre 1917 fissò gli sguardi negli occhi dell'avversario e che

ebbe gli sguardi dell'avversario fissi nei suoi occhi, era già in vista

del nuovo pilota in viaggio «dove — secondo un brindisi dannunziano

— la terraferma si trasforma in laguna e la laguna si confonde col

mare aperto». La placidità vermiglia del tramonto era animata da un

idrovolante che sembrava roteasse sull'ospite per dargli il saluto del

cielo che lo aspettava. E il nuovo venuto provò quel senso di gelosia,

d'ansietà che coglie l'acerbo aviatore quando, non volando da vari

giorni, assiste al volo altrui.

L'apparecchio incrociava fra la superstite basilica che afferma nella

solitudine l'immortale gloria di Roma e l'isoletta antichissima,

foggiata come avanguardia di Venezia, protesa a fissare le insenature

«ove, prima o poi, giungeranno i nostri reggimenti e le nostre

bandiere».

Poi scese la sera di guerra: tambureggiamento di artiglierie, indagini

nel cielo di razzi e di proiettori dalle linee non lontane: i veterani

della squadriglia parlavano con linguaggio pacato, semplice, delle

imprese compiute e da compiere. Passavano nei loro racconti e nei

loro progetti cenni austeri, sereni a combattimenti aerei, cenni

a drammatici voli notturni fra le inimicizie del cielo e del mare

e le insidie delle artiglierie e dei proiettori (uno dei veterani

era _sbandato_ sul lato sinistro per un paio di costole compromesse

durante un tempestoso ammaraggio notturno, un altro era fregiato da una

cicatrice in fronte per un egual ritorno).

Tornavano alla memoria certe notti d'ansia per apparecchi che non

riapparivano, vaganti per il mare o trattenuti da una secca, mentre

rapide, minuscole unità li andavano cercando. Col muto linguaggio

delle segnalazioni luminose, idrovolanti e motoscafi si erano ritrovati

mentre le prime rose dell'alba si spargevano sulla gioia del ricupero,

della salvezza, della missione felicemente compiuta. E i veterani della

squadriglia si mostravano esperti della opposta, visibilissima costa

militarmente nemica, ma psicologicamente sorella, nei suoi armamenti,

nei suoi obbiettivi vulnerabili. Ognuno di essi ne aveva battuto a

fuoco una zona bellica e rievocava un suo apparecchio avversario fugato

o colpito.

Il sopraggiunto aquilotto, che aveva ascoltato attonito e con un

segreto germogliare di emulazione, fu all'indomani portato in volo

da un'aquila dagli esperti artigli, nel cielo delle battaglie, tra le

prime raffiche della fredda, ostile _bora_. E non appena l'idrovolante

si fu slanciato dalle onde, apparve la magica curva verso cui si

protendono le ansie italiche. La città bramata, in cospetto del mare

conteso, degradante dai colli al mare, diffusa fra il candido castello

imperiale e la baia un tempo operosa, era irrorata di luce dal primo

sole e tendeva i suoi moli come braccia supplichevoli.

L'aquilotto si alzò in segno di saluto figliale e di muto proponimento.

Poi il suo sguardo si volse al fiume famoso e alle tragiche ondulazioni

d'oltre fiume. Sembrava che in questo dominio della guerra pesasse

la solitudine, se improvvisi fiocchi di fumo, simili a minuscoli

cirri radenti il terreno, non avessero affermato le ostilità. Laggiù,

nell'irregolare, bizzarra maglia delle trincee sottilissime, nel

picchiettio dei baraccamenti erano invisibili le nostre armate....

Ma quando si trattò di attuare i fieri proponimenti, il nuovo pilota

s'avvide che i veterani della squadriglia lo avevano involontariamente

posto nell'imbarazzo descrivendo le loro gesta straordinarie con

una semplicità impressionante e non corrispondente alle autentiche

difficoltà ed alle severe caratteristiche atmosferiche, topografiche

e belliche dell'ambiente in cui queste gesta s'erano svolte. Il nuovo

arrivato, colmo di ammirazione per gli altri e diffidente di sè,

intraprese una rude battaglia contro la propria inesperienza: ammaraggi

conclusi contro un palo di canale per un insospettato colpo di vento al

fianco, partenze e arrivi ingaggiati — con illegittima disinvoltura e

conclusi fra ansie — in mare fra violenti sbalzi di onda in onda.

Voli di guerra: Impressioni di un giornalista pilota · 第 1 / 8 段