Non so perchè, nè veramente se succeda da tutti come a me: che certi
vizj m'accorano più assai, se mi ci abbatto in contado che non in città.
Forse viene da quell'idea, che, giusta o falsa, tutti pur più o meno
abbiamo, delle corruzioni delle città, e della innocenza della vita
villereccia; onde là i vizj non ci stupiscono, e qua sì. Fra que' vizj
poi che in villa mi paiono, per così dire, più contro natura, egli è
quello di ogni sorta d'ipocrisia. In città, dove ognuno vuole accostarsi
a una parte e per essa alzarsi a far fortuna, è naturale che si
affettino da ogni uomo or queste or quelle virtù affettate dalla parte.
In villa, dove si vive più solo, e dove ci è meno a perdere e meno a
guadagnare a non mostrarsi quale uno è, pare che sia anche più sozzo:
appunto, come un tradimento par più vile, quanto più vile è il prezzo
che se ne raccoglie.
Delle ipocrisie ce ne sono tante sorta, quante sono le virtù; anzi,
quante sono le qualità anche viziose ma da taluni tolte a virtù. E così
ci ha non sola ipocrisia di costumatezza, ma anche di dissolutezza; e
non solo affettazione d'indipendenza, ma anche di servilità e finalmente
ipocrisia di religione, ed ipocrisia d'irreligione. Queste due ultime
poi sono così frequenti, che tal uomo di mal umore contro il mondo
avrebbe a dire ch'elle quasi se lo partono. Nol vo' dir io; e credo che
Iddio buono è conosciuto ed amato da molti uomini sinceramente pii, e
pur troppo anche sconosciuto da molti sinceramente miscredenti.
Infelicissimi questi, nè innocenti del tutto; perchè io credo ch'Egli si
faccia conoscere qualunque il cerchi con ischietto e puro cuore. Ma
lasciando al buono e sommo, e misteriosamente ma certamente giusto
Iddio, il giudicio di ognuno, noi, con quel cuore ch'Egli ci ha dato,
non possiamo altro che compatir tanto più a qualunque è più presso alla
sincerità, e tanto meno a coloro che per istolta vanità e rispetti umani
affettano quell'empietà che non hanno. E' ci ha a un di presso la
medesima differenza che tra un musulmano nato e sincero; ed un cristiano
rinegato.
Tra le cose che mi diedero maggior pena nella mia vita, rispetto a tante
altre non disgraziata, ella fu questa. Quando io venni qua, lasciando il
reggimento, e ripigliai la mia antica professione di maestro di scuola,
perchè erano tempi di turbamenti e guai, ed io era quasi sconosciuto nel
paese, gli uni dissero bene di me, gli altri male: e benchè gli uni e
gli altri sbagliassero, sovente, quando a me stesso non parlavano, io li
lasciava dire. Una sera il fattore del signore che era stato fuori tutto
quel giorno, incontratomi in piazza, mi si accostò e dissemi che in
quella terra dov'era stato, aveva veduto il sior Domenico che gli avea
domandato di me, e, benchè non mi conoscesse, gli avea imposto che molto
mi salutasse, e mi dicesse ch'_egli pure era filosofo_. Io lo ringraziai
de' saluti; ma quando alla seconda parte della commissione, non
intendendo che significasse, incominciai a domandargli chi e quale fosse
quel sior Domenico, a me affatto ignoto, il quale mi mandava tal
ambasciata. Il fattore risposemi, il sior Domenico esser il padrone di
quella casa là, una delle più cospicue del paese; e non molto innanzi lo
era pur anco di molti beni or venduti: ed era poi il marito di quella
signora, e padre di quella fanciulla, che dimoravano in quella medesima
casa. E non bastandomi siffatti particolari, e domandandone più, seppi
come il sior Domenico era già stato il più ricco signorotto della terra
e de' contorni, e felice in casa ed in tutto; finchè, venti e più anni
addietro, al tempo de' primi turbamenti, e' capitò in mano di alcuni mal
compagni e scellerati uomini, i quali abusarono di lui, e più della sua
fortuna. Ondechè, adulato da costoro, incominciò a credersi un
grand'uomo, e dispregiar sua casa e sua famiglia, e a poco a poco
lasciolla, e lasciò sua moglie, e tolse casa da sè, ed un'amanza. La
moglie ebbe a vivere sola come vedova; e la figlia riuscì a male, che
avrebbe potuto riuscir a peggio; perchè ella s'incapricciò d'un suo
servitore onesto e lo sposò, che avrebbe potuto farlo di qualche
scellerato uomo che l'avesse messa in piazza e rovinata. Il sior
Domenico, credendosi uomo letterato e sapiente, ma non sapendo che
altrimenti far di sua sapienza, fece il medico, senza aver mai studiata
medicina; ma, perchè anche mezzo rovinata sua fortuna gli rimaneva onde
vivere, non che farsi pagare da chi veniva a consulta, egli li pagava; e
perchè i contadini, diffidenti, a' medici veri e savj, sono
confidentissimi a' ciarlatani, egli non mancava mai d'accorrenti, non
ostante il cattivo esito che avean avute molte delle sue cure. Intese le
quali cose, incominciai finalmente ad intendere di che sorta fosse la
sua filosofia, e quella che a me pure attribuiva.
E' m'era certo paruto increscevole altre volte che alcuni buoni mi
avesser tolto per cattivo; ma parevami più allora l'essere da un cattivo
tolto per buono, e degno compagno suo. E cattivo pur troppo io vedeva
essere questo sior Domenico. Chè il lasciar andar a male i proprii
negozj, ed anche la moglie e i figliuoli, e viver con cattivi compagni e
le amanze, e far il ciarlatano, tutto ciò è malissimo, ma pur in qualche
modo scusabile, finchè l'uomo non sel voglia egli stesso scusare; ma
quando la debolezza e l'amore al vizio cresce a tanto che il colpevole,
anzichè lasciar il vizio, sceglie lasciar la sua ragione e la sua
religione e il suo Dio, e se ne fa di quelli da sè che possano adattarsi
a que' suoi vizj, allora riman poca speranza che si ricreda, allora è
colpevole di colpa maggiore; e senza giudizio temerario nè difetto di
carità si può dire cattivo. Nè avrei ardito dir tale il sior Domenico,
se fosse stato tacitamente vizioso e stolto; ma perchè tale essendo,
invece di vergognarsene, si diceva filosofo, e nutriva il vizio e la
stoltezza in abito mentito, fra me stesso decisi che pur troppo era
cattivo. Restava che io scoprissi perchè, così essendo, egli mi credesse
compagno suo. Ma io era uscito volontariamente dal reggimento a un tempo
che molti ne furon cassati, capitato qui incognito al tempo che molti si
nascondeano; io cattolico sincero, io prete, ma nemico de' bacchettoni,
degli ipocriti; io gran dilettante, fatto il dovere mio, di solitudine,
e di lunghe passeggiate con un libro in mano; amico delle compagnie, ma
di quelle dove più si parli che non si beva o non si giuochi, dove più
si ragioni che non si mormori, dove più si cerchi a farsi buoni gli uni
o gli altri in particolare, che non a piagnere sulla perversità del
mondo in generale: tanto bastava e forse sopravanzava, perchè molti per
odio e disprezzo mi dicesser filosofo; e intendesser filosofo cattivo;
ed altri poi, come il sior Domenico, il ridicessero per amore.
Perdonando io volentieri a quelli, io doveva perdonar a questi con tanto
più amore: e così faceva io verso il sior Domenico; e volli tentare che
non gli fosse inutile il saluto ch'egli mi avea mandato.
Trovata una occasione o pretesto, feci una gita da quelle parti, e
capitai a casa sua. Nè occorre ch'io dica come feci cadere il discorso a
ciò ch'io voleva, nè che discorsi gli feci poi, che sarebbero cose
troppo serie per istar bene qui. Del resto, o le mie parole non fossero
per sè stesse feconde, o Dio buono non le volesse allora fecondare, o
troppo asciutto o mal apparecchiato il terreno, certo è che allora non
fruttarono nulla, nemmeno a me la speranza che rimanesse nascosto il
seme da germogliare in appresso. Feci in breve al filosofo la mia
professione di fede di buon cattolico apostolico romano: ma non so s'ei
mi credesse, o forse non s'ostinasse a tenermi, a mio dispetto, per
confratello; ed io ci guadagnassi altro che soprappiù la taccia di
timido e vergognoso, non ardito a confessare le proprie nascoste
opinioni. Ma queste son delle cose dove più occorre il _fiat voluntas
tua_, nè era la prima volta che io me n'era dovuto consolare.
Un anno appresso, un giorno ch'io aveva appuntamento col detto fattore
per non so che, e lo aveva aspettato tutto il giorno, l'incontrai la
sera ch'egli tornava, in vista molto affaccendato, e come uomo contento
di sè; e appena ei m'ebbe scorto da lungi, venne a me, e senza dirmi o
lasciarmi dir parola dell'affare che avevamo insieme: «Signor Maestro,
ogni cosa è andata bene; ha fatto tutto ciò che si doveva fare, ed or
ora gli mando la donna, e va benissimo; ma ci vuol fretta, perchè non
può passar la sera, e questa notte certo ei morrà.» Io non intendeva una
parola di tutto ciò, e volli fermarlo, ma non ci fu verso; ei si fuggì e
fu in casa alla moglie e alla figliuola del sior Domenico, e fecele
partir pur alla volta della terra abitata da questo; ed allora di nuovo
venuto a me, che non richiesto non me n'ero impacciato, mi fece sapere
come essendosi gravemente ammalato il sior Domenico, egli n'era stato
avvisato il mattino per tempo, e subito ci era corso; ed arrivato, e
trovatolo presso a morire, l'aveva voluto far confessare, ma quegli
dapprima non acconsentiva; ma che avendo poi egli, il fattore, ragionato
con lui, e parlatogli come si dovea, finalmente questi s'era fatto
capace, e chiamato un prete s'era confessato, e stava per fare le sue
divozioni, ed avea fatto testamento; e dove prima voleva diseredar la
figliuola, ora le perdonava, e lasciavala erede di ogni cosa; anzi, poi
erasi risoluto di voler abbracciare moglie e figliuola, e riconciliarsi
con esse. Il fattore respirava, narrato tutto ciò, e «Ei ci è pur voluto
fatica assai,» aggiugnea; «ma io gli ho parlato come si deve, ed ha
fatto ogni cosa bene; non ha lasciato in povertà quelle povere donne. Io
ci scapito, perchè se si vendeva la casa sua, io la comprava, e già ne
avea la scrittura, in pagamento di un piccolo credito che ho con lui; ed
ora non avrò la bella casa, e sarò anche gran tempo a riscuotere i
quattrini; ma non importa, amo meglio così; hogli restituita la
scrittura, e son nominato io esecutor testamentario. Ora addio, signor
Maestro; riparto in fretta, e vado a vederlo morire.» Egli diceva
tuttociò in tono frettoloso ma allegro anzi che no. Io gli prendeva la
mano come per ringraziarlo, o almen lodarlo; ma egli fuggiva in fretta:
poi, fatti alcuni passi, rivolgevasi, tornava a me più grave e serio
assai, e, ripresami la mano e tiratomi appresso, ed accostata la bocca
al mio orecchio, in tono basso e questa volta veramente funerale,
«Signor maestro,» disse, «egli era.... C....»
Il mattino appresso vidimi comparire in camera il fattore, e disse
entrando: «Egli è ito, e grazie al cielo ogni cosa par bene;» poi,
scostato alquanto: «s'è abbruciato ogni cosa, libri, carte e che so io,
certe minchionerie che s'è trovato. Hovvi portato solamente questo
libraccio stampato, dove ci son nomi credo che ben vorrebbero ora non
istar qui.» «E che ne volete far voi?» dissi, «questo prima d'ogni altro
volevasi abbruciare; se no, portatelo al Curato; egli ne giudichi.» «E
se vi han messo lor nomi,» riprese lo schietto contadino, «perchè non
s'hanno eglino a vedere? Benchè avete ragione, e sarà bruciato.» Il
libro stampato mostrava ch'egli era non C...., ma M.... Io
meravigliavami come siffatte scelleratezze o scempiaggini fossero
pervenute a infracidire anche il contado e le ville; e finiva
d'intendere quale fosse la filosofia di quell'infelice; e sopra ogni
cosa poi ammirava Iddio buono, che pur talora volevasi servire di tanto
più rozzi stromenti, affinchè si veda ogni bene procedere direttamente
da lui.