L'UFFICIALE IN RITIRO.

Vidi il mutarsi del destin fugace,

Vidi che gloria in servitù declina,

Vidi che solo nella tomba è pace.

_Diodata Saluzzo_.

Alberto era figliuolo d'un signore ricco; ma più che ricco, nobile e

potente alla corte di.... al tempo dell'invasione de' Francesi in

Italia. Scappato il suo Principe, deposto egli dei suoi impieghi, e

rimasto in sospetto dei repubblicani possessori della potenza, fu anche

in breve arrestato e tenuto in castello quasi ostaggio. Quei

repubblicani utopisti, come li chiama il Botta, erano così poco sicuri

del popolo sovrano, in nome di cui reggevano, che erano anzi obbligati a

prendere precauzioni contra la sua indocilità a lasciarsi liberare e far

felice. Alberto aveva allora di dodici in quattordici anni. Allevato

signorilmente alla moda d'allora, cioè, come si dice volgarmente, nella

bambagina, aveva studiato tanto bene che male; ma del resto era indietro

di quattro o cinque anni in ogni cosa rispetto ai figliuoli di ogni buon

borghese od artigiano, che non avessero tre o quattro persone da mettere

intorno al preziosissimo erede. Usciva poco di casa, non aveva forse mai

preso nè pioggia, nè vento; di rado il sole, non certo quel di febbraio

o di marzo, micidiale, come si sa, ai figliuoli dei signori, quantunque

cercato avidamente, e continuamente provato da quelli delle razze più

grossolane. Le rivoluzioni mutando cose più gravi, mutò anche questa,

che tuttavia non è forse così piccola. La madre di Alberto, ansiosa del

marito ed inferma in casa, lo mandava su e giù al castello a portare e

riportare le commissioni; e non c'era a pensare da mandarlo accompagnato

dall'abbate o in carrozza, chè i Giacobini si sarebbero burlati di

questi modi aristocratici, e gli avrebbero chiuse in faccia le porte. La

rivoluzione apportò dunque ad Alberto la libertà; la libertà forse più

effettiva che apportasse. E bisogna dire che tutte le regole ammettono

eccezioni, perchè Alberto non ne abusò. È vero che la madre lo faceva

seguire e vigilare da lungi, e che il giovane, anche quando l'avesse

voluto, non avrebbe potuto fare grandi scappate. Ma i sorveglianti non

poterono impedire ch'ei si trattenesse sovente a far conversazione alle

porte del castello coi militari che le guardavano, conversazioni che si

prolungavano sovente assai pel reciproco piacere del fanciullo avido di

quelle novità, curioso e vivo per naturale, e di quei militari già

vecchi di servigj ma giovani d'età, e a cui perciò era grata per qualche

momento la vista, il cicaleccio d'un bello e vivace giovanetto, il quale

ricordava all'uno il fratello, all'altro il figlio, lasciato come

dicevano ai focolari. Tutti i maestri di studio del fanciullo, ma quelli

principalmente di latino, si lamentarono d'allora in poi della

svogliatezza e della dissipazione del fanciullo. La madre si lamentava

del nuovo chiasso che facevasi in casa. Non era altro più che tamburi,

esercizio, e bastoni rivolti in fucili, e grida di comandi militari

gettati al vento.

Andate giù le repubbliche, prima per le vittorie austro-russe, poi per

quelle stesse del Primo Console della repubblica francese, cattivissimo

repubblicano, come si sa, il padre di Alberto rimase tranquillo ma

disimpiegato, per propria volontà e fedeltà al suo principe cacciato. Ma

uomo savio ed amorevole del figlio, non era di quelli che come la

vecchia Elspat di Walter Scott vogliano imporre ai figliuoli i proprii

odii od amori, od anche i proprii doveri che mutano colle generazioni e

le età. La smania militare di Alberto era venuta crescendo cogli anni.

Suo padre vedeva ciò tanto più mal volentieri, che l'entrare al servigio

militare non era allora una celia come in tempo di pace, nè una carriera

simile alle altre, ma anzi una successione di fatiche e pericoli

gravissimi. Alberto era unico; onde che, non solo erano raccolti in lui

tutti gli affetti paterni e materni, ma anche quel po' d'egoismo che

entra naturalmente e debbe entrare in ogni affetto anche migliore, e che

fa amare tanto più una persona che sia unico sostegno o conforto o

speranza. Per altra parte, il padre di Alberto era uomo forte e domatore

di ogni esagerazione o debolezza degli affetti suoi stessi; e provando

egli tutto il piacere del riposo in vecchiezza, non credeva perciò

l'ozio utile o nemmeno possibile alla gioventù; e vedendo il figlio vago

della vita militare, dopo fattegli le dovute osservazioni e

raccomandazioni, finalmente lo lasciò ingaggiarsi e partire, usando quel

po' di credito che gli rimaneva a farlo raccomandare ai suoi superiori.

La vita militare di Alberto fu quella di tanti altri giovani italiani di

quella età. Entrato da semplice soldato, ma con tutti i vantaggi d'una

buona educazione, e con quelli anche delle raccomandazioni, utili sempre

anche dove si avanza col merito, come certo era il caso nell'armata

francese, Alberto passò rapidamente per tutti i gradi di

sotto-ufficiale, non senza dare indietro una o due volte per qualche

scappata giovanile, ma riprendendo il posto poi alla prima occasione

dove ci fosse a mostrare valore, attività o intelligenza militare.

Diventato ufficiale, decorato, ed avanzato a tenente e capitano, ebbe la

disgrazia di perdere il padre che era venuto a vedere più volte con

licenze nei brevi intervalli di pace, e che aveva consolato colla sua

buona riuscita.

Ripatriato a quella funesta occasione, e giunto già ai venticinque anni,

fu naturalmente pressato dalla vedova madre e dai numerosi parenti di

voler lasciare il servigio ed accasarsi. Ma egli aveva preso più che mai

amore a quella vita che gli era così ben riuscita; e non solo l'amava

per sè stessa come prima e per isfogo dell'ardor giovanile, ma oramai

anche un po' per l'ambizione che appunto incomincia a spuntare a

quell'età, e che era poi così allettatrice in quel tempo, in cui, se non

mancava la vita, non potevano mancare a un prode gli avanzamenti anche

più grandi e quasi infiniti. E un Italiano aveva forse allora una

virtuosa ragione d'ambizione, più che ogni altro. Era bello, era

glorioso mostrare ai compagni francesi che non si valeva men di loro;

era allettante il giungere a comandare quei prodi, il sollevarsi dalla

condizione di vinti a quella di vincitori, il rivendicare, non colle

parole, ma colle azioni il nome troppo vilipeso d'Italiano. Tuttavia,

non volendo Alberto contradir troppo ai parenti e massime alla tenera

madre, non domandava in grazia se non ancora una guerra, e prometteva

tornarne poi docile al giogo matrimoniale. Eragli conceduta per forza

tal condizione, pure aggiungendovene tacitamente un'altra: che intanto,

e dai parenti, e dalla madre, e da lui istesso si cercherebbe tra le

ragazze della città che venivano su, quella che tra i due o tre anni

accordati gli potesse poi meglio convenire.

Alberto s'adattò facilmente a sifatta non troppo crudele condizione. Era

il discorso che venivan facendo più sovente egli e la madre, il discorso

di che mostravasi questa più consolata, quando la sera tornava il buon

figliuolo appresso a lei rendendole conto della giornata e delle persone

da lui vedute. La buona madre vedeva in tale abitudine come una

guarentigia delle disposizioni tranquille e casalinghe del figliuolo, e

si meravigliava, inesperta ch'ella era, che un giovane dissipato dalla

vita militare si riducesse così facilmente a quelle tranquille e

solitarie abitudini. Ma il vero è, che il maggior vantaggio

dell'attività giovanile è appunto questo, di far meglio e più presto

sentire la dolcezza della vita e degli affetti della famiglia. Quelli

soli, i quali non hanno provato altro, rimangono inquieti e troppo

giovani, per così dire, tutto la loro vita.

Fra le fanciulle della città di cui in quel dolce consiglio di famiglia

s'andavano esaminando e pesando attentamente i pregj, l'educazione, la

fortuna e la bellezza; era una quasi ancora bambina, ma che appunto

perciò conveniva meglio, figlia di un borghese ricco ed impiegato da

quel nuovo governo il quale soleva trarre a sè tutte le notabilità, e

formare di esse non solo il corpo governante, ma la stessa sua nuova ed

amalgamata nobiltà. Giulia era dunque figlia dell'or barone D....; e

bella, ricca, bene educata, era già vagheggiata non solo da quanti

giovani, ma da quante madri di giovani erano nella città, come poi

invidiata e veduta di mal'occhio da alcune delle altre fanciulle, e da

quasi tutte le madri di fanciulle che erano in quella. Alberto, portato

dal barone che teneva una delle più splendide case che fossero colà, vi

si vece osservare in breve per l'eleganza e la scioltezza de' suoi modi

militari, i quali contrastavano tanto più coi modi ora impediti e goffi

ora effeminati ed affettati degli altri giovani allevatisi intanto

all'ombra e nell'ozio municipale. Non è meraviglia quindi che con quelle

intenzioni, quantunque ancora indeterminate, di piacere, che aveva

Alberto, ei piacesse alla fanciulla più degli altri che si presentavano

come suoi rivali.

Or dimmi tu, lettor cortese; t'è egli succeduto mai di fare all'amore

senza saperlo; di trovare sovente una persona che non ti pareva d'aver

cercato; di rimanere a lungo con lei senza indovinare che ti piace, di

ballare con lei quasi sola al ballo, di sedere appresso a lei nelle

conversazioni, sempre a caso ti pareva; ed un bel giorno poi,

ripensandoci lungi da lei e tutto solo a una passeggiata, o al canto del

camino, di accorgerti a un tratto che sei e fosti da gran tempo

innamorato? Questo appunto avvenne ad Alberto. Credeva non far altro che

esaminare a sangue freddo la Giulia come tutte l'altre. Ma ei

l'esaminava molto più sovente; e più volentieri, e con più soddisfazione

dell'esame fattone. Diceva: Non son sì pazzo, d'innamorarmi due o tre

anni prima, che intanto, oltre la morte mia, possono succedere le mille

cose, e fra l'altre questa probabilissima, che s'innamori e ne sposi un

altro. Ricca, bella, bene allevata e gentile, costei certo non aspetterà

ch'io torni o non torni dalla mia guerra; e poi, io stesso chi sa alla

guerra quante altre ne vedrò, e se non m'innamorerò davvero e non

tornerò io stesso ammogliato. Benchè sarà difficile, lo confesso, di

trovar cosa così graziosa ed avvenente. -- Ma in ciò dire scuoteva il

capo, come per iscuotere l'inopportuno e pressato pensiero d'amore che

gli veniva; e in quell'atto, e al portare la mano alla fronte e alle

chiome accorgevasi d'essere osservato da lei, quasi che arrossiva, se le

appressava per non far vista di nulla.... e mostrava anzi evidentemente

di non aver pensato se non a lei. La giovanetta non era tarda;

s'accorgeva di sì fatte cose, non dirò meglio ma quanto ogni altra;

sorrideva dove un'altra più avanzata d'arte e d'età ben si sarebbe

guardata di sorridere, accettava i suoi inviti senza far vista d'essere

altrove impegnata; gli faceva luogo accanto a lei quando le si veniva

appressando; si rallegrava e sorrideva alle sue prime parole; e in somma

non mostrava di capire, nè volere, nè contraccambiare il suo amore, più

che se egli fosse stato suo fratello, o più che se non ci fosse e ci

dovesse mai essere amore tra una fanciulla di quindici anni, e un

giovane di venticinque. Erano i più sinceri del mondo tutti e due nel

non pensare ad amarsi per un mese intero; il mese appresso erano

sincerissimamente innamorati tutti e due, e se l'erano fatto intendere,

o forse, chè no 'l so bene, chiaramente detto l'uno all'altro.

Allora non fu piccolo imbroglio per Alberto. Stava, od andava? faceva

all'amore, o la guerra? S'ammogliava, o tornava a riprendere una vita

tutta stenti e pericoli? Tornò a questa, chiamato che fu da una nuova

rottura di guerra che sopravvenne. Gliene dolse, ma non esitò; non erano

tempi allora in che s'esitasse tanto; e chi men esita, men si duole,

ognun lo sa. Era il tempo poi in che più prevalse quel proverbio, che

tra due che si separano il più da compatire è quel che resta. È

naturale, chi partiva allora aveva immense, veramente strepitose

distrazioni. Adunque compatisci, o lettore, se vuoi, solamente la

Giulia; se non che è pena persa; chi fu mai da compatire a quindici

anni? E meno una bella fanciulla.

Eppure pianse di soppiatto tre o quattro giorni; ricusò un ballo; otto o

dieci giorni non pensò ad abiti nuovi nè a mode; quindici o venti altri,

o forse un mese intiero, prese malamente tutte le sue lezioni. Se io

scrivessi un romanzo, non direi così; perchè è intenzione mia

d'interessarvi alla Giulia: ma scrivo storie vere; e poi mi piace di

fermarvi un momento a guardare la figura d'un'allegra e leggera

giovanetta; la mestizia e la serietà degli affetti vengono pur sempre

troppo presto.

La guerra a cui era stato chiamato Alberto, era quella terribile del

1812 in Russia. Alberto fu di que' pochi che ne riportarono inconcusso

l'animo, salva ed intera la persona. Ma si succedevano scavalcando l'una

su l'altra le campagne d'estate e d'inverno; dopo quella di Russia,

quella di Polonia e Prussia, poi quella di Vestfalia, poi quella di

Sassonia, poi Leipzig, e Hanau, e finalmente l'ultima campagna di

Francia sempre più presso, e finalmente sotto le mura stesse di Parigi.

Vorrei potervi dire che Alberto fu dei pochi che ricevettero a

Fontainebleau l'ultimo addio del sommo capitano, che sparsero quelle

lacrime virili, che lo videro abbracciare le aquile così gran tempo

vincitrici; vorrei, dico, potere accrescere la gloria di Alberto con

dirvi di lui tutto ciò. Un romanziere non lascierebbe nemmen qui passar

l'occasione. Io vi dico schiettamente, che Alberto non si trovò a tutto

ciò; e che stanco e ferito egli, fra molti del suo reggimento, domandò e

ricevette facilmente la sua licenza col suo grado di caposquadrone per

ritornarsene in Italia. Avrebbe potuto rimanere in Francia al servigio;

ma molte ragioni lo fecero partire; fra l'altre questa, che mutar

padrone è sempre spiacente, e gli pareva meglio non farlo, non essendoci

obbligato.

Perchè del resto non avrebbe avuto ragioni urgenti di tornare a casa.

Aveva in quei tre anni perduta la dolce madre, la tenera compagna e

confidente delle ultime serate che aveva passate nella sua patria. E la

patria gli era cara sì, ma quasi non la conosceva. Quanto poi alla

Giulietta, a quest'ora, chi sa, sarebbe sposa e forse madre. In quegli

ultimi rovesciamenti, e massime dopo la morte della madre, ricevendo

pochissime lettere da casa, non sapeva più nulla di quanto fosse colà

succeduto.

Tuttavia, giunto a casa e pur assestando i suoi affari, una delle prime

cose di che s'informò, fu del padre di Giulia, del suo impiego, del suo

titolo, e massime della figliuola. Seppe che l'impiego era perduto, il

titolo sparito, le ricchezze scemate assai, e poi, quasi conseguenza di

tutto ciò, che la figliuola era rimasta, ed oramai rimarrebbe forse gran

tempo, da maritare. «L'ex-barone,» diceva l'interlocutore, «avrà ancora

le pretensioni di prima per la figliuola; costoro si sono immaginati di

diventar nobili davvero. Ma sì che il pover'uomo se n'avvedrà; i veri

nobili non vogliono certo più della figliuola, e la povera zittella ne

rimarrà in mezzo fanciulla in eterno.» L'interlocutore credeva di vedere

a ciò sorridere Alberto, che in vece mordevasi sotto i baffi le labbra.

Andò di quel medesimo giorno a far visita all'ex-barone; trovollo, come

uomo di senno ch'egli era, non troppo diverso nella diversa fortuna.

Diversissima sì la fanciulla; più bella che mai, o almeno gli parve

tale; ma seria, soda, composta, tacita, e timida. Sarebbesi avvilita

della disgrazia? Alberto nè toccò delicatamente con qualche parola; la

fanciulla parve alzarsi come in trono, il trono dell'avversità, dal

quale non meno forse che da ogni altro si mira ogni cosa dall'alto al

basso. Alberto aveva un animo gentile; è dire che rispettava sopra ogni

cosa la sfortuna e la sua alterezza.

Avrebbero naturalmente avute mille cose da dirsi. Non se ne dissero una.

Anche gli animi più aperti si sentono imbrogliatissimi al ritrovarsi in

situazioni tutto diverse da quelle in che già si lasciarono. Alberto non

poteva più trattare Giulia come una bambina, e una bambina allevantesi e

sbocciante tra le felicità e gli allettamenti. Forza era trattarla bene

o male da fanciulla matura d'anni e di cuore. Era forza amarla o

disprezzarla. Alberto l'adorò.

Fra pochi giorni si seppe in tutta la città. Alberto non ne faceva

mistero; addobbava la casa, correva i mercanti, scriveva a Parigi per

far venire mode, stoffe e gioielli. Le nozze parevano dover essere delle

più splendide ed allegre. Tanto più chiasso, tanto più invidia nelle

cittaduzze. E quella città era tale, a malgrado della Corte. Che anzi,

la Corte era quella che faceva il grande impiccio. «Come mai non ci

aveva egli pensato Alberto? La sposa non era nobile. Era impossibile,

sarebbe stato inudito che una pari sua, una borghese fosse presentata a

Corte. Eppure entrerà ella senza poter esser presentata una donna nella

casa illustre dei....? «Ma Alberto domanderà la grazia,» dicevan gli

uni. E gli altri: «Non la domanderà.» E i terzi: «Quando la domandasse,

non l'otterrà. Ma se vi dico ch'ei non ci ha pensato. Che s'è

incapucciato come se fosse un giovanetto di diciott'anni, e n'ha pur

vent'otto.» «Gli è quell'astuto ex-barone che gliel'ha fatta. Quei

liberali son più furbi di noi. Ei se l'è accattato; e la fanciulla anche

non sta indietro in furberia nemmen ella, e chi sa...» Questi ed altri

caritatevoli generosissimi discorsi si tenevano dalle nobilissime e più

brave persone della città.

E dall'altra parte i borghesi, nella cui classe era di nuovo entrato

l'ex-barone, non si restavano nè gridavan forse men forte. «Costui,»

dicevano del barone, «ha sempre avuta ambizione. S'è fatto titolare

negli anni scorsi, ed ora, distitolato egli, vuol titolare almen la

figliuola. Che smania d'uscire dalla propria condizione! Sempre costui

ha praticato, s'è ficcato co' nobili. Che non fa come noi, che li

lasciamo stare, quanto almeno ci lasciano? Che bisogno abbiamo noi di

costoro? I nostri scudi vagliono i loro, le nostre donne son belle

quanto le loro....» «E per Dio,» aggiugneva un giovane, «anche le nostre

spade, o le nostre pistole.» Scusa tu, o lettor mio; so anch'io che

questi discorsi non avrebbero dovuto entrarci per nulla. Ma c'entrarono

e si fecero, epperciò io fedelmente te li ripeto. Orgoglio di qua,

orgoglio di là; non so quale il primo o il più urtante. So ch'è un gran

peccato di qua e di là, che le persone bene educate di ogni città non si

veggano, non si parlino, non si amino, non si maritino, direi così, a

perfetta vicenda, e senza ammetter mai altra distinzione che quella vera

e buona della più o men buona educazione; gran peccato che di una città,

sovente già piccola, si voglian fare e si facciano, a danno comune, due

diverse e troppo piccole città.

Ad ogni modo, così era a quel tempo in quel paese di che io vi parlava.

Tanto che quelle nozze, che s'erano annunciate così splendide ed

allegre, furono anzi serie e guaste, e quasi solitarie. Mancaronci molti

parenti di qua e di là, e fu un disappunto grandissimo per quei pochi

che ci andarono. Quanto poi a Giulia e ad Alberto, essi se ne accôrsero

veramente; che non sarebbe stato possibile non udire gli strilli, o non

vedere le smorfie di tanti intorno ad essi. Ma se n'accôrsero il meno

possibile, e, per così dire, materialmente soltanto: e quanto alla loro

interna gioia, quanto al reciproco amore principalmente, ei non ne fu

guasto nemmeno d'un atomo, nè per un momento. Gli innamorati hanno un

così buon naturale! Direi che è disprezzo di quanto può guastare la loro

felicità; ma non è nemmeno disprezzo, che in tal sentimento entra di

necessità un poco d'odio, e di questo nemmeno un briciolo è possibile

alle anime veramente e felicemente innamorate. Giulia ed Alberto erano

in tal felicità da non potersi guastare da nessun pettegolezzo, e non

s'accôrsero se ci fosse poca o molta gente nel salotto, quando il

lasciarono di soppiatto per ritrarsi insieme amendue.

Ma il male dei pettegolezzi gli è che non restano sempre pettegolezzi,

e, crescendo a poco a poco, prendon forma e fronde, e portan frutti

finalmente d'invidia. Alberto fin dal domane delle nozze s'era portata

via con seco la sposa novella ad una sua villa discosta quasi una

giornata dalla città, per passare colà, tranquilli o inebbriati d'amore,

la loro _luna di miele_, secondo l'espressione e l'uso straniero, molto

più opportuno certamente che non era l'uso antico da noi, di passare

que' lieti e soavi giorni a salire e scendere in visite le scale di

tutta la città. So che v'ha chi dice, anche fra gli stranieri, che

siffatto uso non è buono, e che quel trovarsi così faccia a faccia per

sì gran tempo l'un coll'altra ti fa discoprire subitamente i difetti

reciproci, ti sfiora l'amore, ti noia insomma prima che il mese sia

compiuto. Non decideremo la lite; la quale forse non si può decidere in

generale per tutti i casi; benchè, tra uno ed una di poco amore e di

poco divertimento, credo che anche senza la luna di miele verrà la

freddezza e la noia; ma tra uno ed una in cui sia abondante il capitale

d'amore e d'ingegno, siffatto capitale, col contraccambiarsi, non può a

meno che aumentarsi. Ma lasciamo ognuno, principalmente in queste cose,

fare a modo suo; anche le visite, se a lui piace.

E il fatto sta che al non farne c'è pure un grande inconveniente. La

gente oziosa, a cui le visite servono pure (vedete se son da compatire!)

di occupazione o di divertimento, non vi posson perdonare di defraudarle

di questo. Supponete una vecchia vedova solitaria che non ha affari al

mondo, che non lesse o non legge più una parola, che va in chiesa come

andava al teatro, e per tutto conforto vede nel giorno tre o quattro

vecchi, scapoli o vedovi come lei; non è ella una buona fortuna, una

vera festa giustamente desiderabile per lei, l'aver a vedersi venire in

quella camera solitaria ed invecchiata, due giovani freschi, allegri,

agli abiti, al volto, alle parole, e fino ai passi e al modo d'entrare

ed uscire? Se è buona la vecchierella, è un vero piacere per lei quello

spettacolo dell'allegria e della gioventù, che le ricorda, senza

rimorsi, i suoi giorni più felici. Se è cattiva, e se tal vista desta in

lei amare memorie, rincrescimenti ed invidia, è pure un piacere vedersi

presentare due novelle prede delle sue triste passioni, ed è perciò un

disappunto, un dispiacere il vedersene frustrare. Potrei moltiplicare

assai siffatti esempj; e vi capaciterei facilmente di questa nuova

massima di politica sociale: che chi non fa visite s'espone a gran

rischj.

Or mettete sul conto di Alberto e Giulia, oltre siffatta imprudenza,

quella tanto maggiore d'aver, a malgrado del doppio veto reciproco,

voluto accoppiare ed effettivamente accoppiato in loro le due diverse,

se non avverse, condizioni di nobili e borghesi; più il peccato

originale in lei d'esser più bella dell'altre; in lui d'essere, se non

più ingegnoso, almeno di un ingegno più sviluppato, e se non più

coraggioso, almeno d'un coraggio più provato; più il peccato, che era

grosso allora agli occhi di molti, d'aver servito in Francia; più

l'imprudenza con che Alberto ardiva talora criticare alcune antiche

usanze, che gli fece subito dar l'epiteto, allor novissimo, di liberale;

più.... le mille conseguenze e peccati veniali provenienti o

accompagnanti quelli altri mortali od originali; e facilmente

immaginerete che quando Giulia ed Alberto tornarono senza pensiero, e

tutto preoccupati ancora dell'unico pensiero che avevano avuto nella

loro dolce solitudine di parecchi mesi, essi furono accolti in città con

visi arcigni, sorrisi sforzati, e scantonate e scarti per le vie,

riverenze composte, ed alzarsi dal loro lato nei salotti, con cicaleggi

poi a bassa voce, ed occhiate, e risi amari, ed esser ridotti sovente,

in mezzo al mondo, a conversar tra l'uno e l'altra men lietamente che

nella loro solitudine.

Tutto ciò non fa piacere a nessuno. Ma già si sa che i dispiaceri son

più sentiti dagli uni che dagli altri. E il maggior male è, che i

naturali i quali sentono più i dispiaceri, sono appunto i meno capaci di

evitarli, o rimediarli. Un uomo freddo, tardo, serio e poco socievole,

non si sarebbe accorto quasi, o, se mai, avrebbe portato con

impenetrabile dignità quella ingrata situazione. Alberto la sentì forte,

e la portò male. Quando vedeva quelle principianti sgarbatezze, in vece

di parere non avvedersene, ei s'accigliava e le rompeva, andando

francamente incontro ai mezzo sgarbati; i quali, per lo più, diventavano

a un tratto garbatissimi. Fu detto una volta sola, che uno di quelli

perseverasse nella sgarbatezza; e fu detto allora che s'incontrassero al

mattino appresso, e fosse data al perseverante una lezione di civiltà.

Ma che serve? Si possono impedire le sgarbatezze, non si possono esigere

le amorevolezze; e queste mancavano sole alla felicità dei due sposi.

Tra i due, Alberto era quello che ne pativa più. Le donne, quegli angeli

in terra, quando amano e sono amate, non vedono più in là del loro

amore. L'uomo, all'incontro, vuol sempre proteggere il suo amore, e

s'esagera sovente siffatto dovere. Vuole che la sua amata sia amata,

rispettata, ammirata, e gli pare di mancare a sè ed a lei, di non

rivendicare per lei ed effettuare i suoi diritti. Aggiugni che Alberto,

vivuto tanto lungi del paese, era pure amante sviscerato di esso. Era di

quelli che in mezzo ai compagni francesi aveva sempre sostenuto che

Napoleone era italiano di schiatta, di sangue e di nascita; ei l'aveva

servito tanto più volentieri per ciò; non l'avrebbe lasciato mai, se

fosse stato possibile; non l'essendo, aveva molto volentieri veduto

tornare i proprj principi, a cui la propria famiglia era sempre stata

devota, e aveva veduto poi con sommo piacere ritornare di provincia a

patria indipendente, sebben piccola, il suo piccolo paese.

L'inconveniente de' grandi, quel non aver più nè lingua, nè memorie, nè

interessi, nè affetti comuni tra i sudditi dell'immenso impero, quel

perdersi ogni individuo tra i milioni accumulati, se gli erano fatti

sentire alla prova, e l'aveano se mai guarito d'ogni entusiasmo per la

gran nazione, il grande impero, la grande armata, il gran padrone.

Aveva, come tanti altri, salutata d'un inno di gioia l'aurora delle

restaurazioni.

Già v'ho detto che Alberto non è un eroe da romanzo, e che ve lo dò qual

era in natura co' suoi vizj, come colle sue virtù. Alberto era

ambizioso. E tanto, che mancandogli un oggetto o un modo di ambizione,

ei s'era facilmente rivolto a un altro. Aveva troppo ingegno per non

vedere a un tratto che colla caduta di Napoleone eran cadute le gran

carriere, le grandi avventure, erano sparite le larve ed i bastoni di

marescialli, i sogni di glorie europee. Rideva egli stesso alcuni anni

più tardi di que' sogni; ad uno che per burlarsi di lui gli diceva:

«Confessate il vero, voi non speraste meno già che d'avere un giorno un

esercito intiero ai vostri ordini, e di dare un giorno o l'altro a capo

di esso qualche gran battaglia come maresciallo?» «No,» rispose

sorridendo, «ma come re; ce n'erano allora degli altri venuti da più

lontano.» Ma celiando egli stesso dell'antica sua ambizione, non celiava

della nuova. Aveva pensato, ripatriando, di riprendere nel suo piccolo

paese tutti i vantaggi che ci avean trovato i suoi maggiori addetti

sempre al servigio del principe, ed aggiugnervi quelli personali che

sentiva in sè del proprio ingegno e della propria esperienza. S'era

consolato, come diceva all'incirca che si consolerebbe Cesare; aveva

mutato le speranze di essere uno de' grandi d'Europa in quelle d'essere

uno de' primi del suo paesuccio. È vero che l'ambizione d'Alberto non

era di ricchezze, di titoli o di nastri; aveva tutto ciò, e, se non

l'avesse avuto, il suo animo era più ambizioso che di tutto ciò. Sia

meglio o peggio, egli ambiva il potere. Con questo voleva fare il bene

della sua patria; ma già s'intende a modo suo; e con ciò urtava i modi

altrui.

«Io sono forse quella che v'ho impedito i vostri disegni, Alberto mio,»

dicevagli talora la dolce e non ambiziosa donna, in quelle ore di

reciproca confidenza in che ella era, anche con vantaggio, sottentrata

alla madre d'Alberto. «Se non aveste sposata me, povera derelitta, senza

attinenze, senza protezioni, senza nemmeno poter andare alla vostra

Corte, avreste un grande ostacolo di meno a que' vostri disegni, che non

capisco ma pure veggo che vi renderebbero felice.» Alberto non gli

lasciava nemmeno terminare quelle parole, e colla mano od anche meglio

gli chiudeva la bocca strignendosela al seno, l'assicurava, e diceva il

vero, che la felicità di possederla era incomparabilmente superiore a

qualunque altra ch'egli avesse sognata o potuta sognar mai. «Ma una

felicità,» continuava, «non impedisce l'altra. E vuoi tu negarmi che non

fosse una grandissima per me l'accerchiarti di quello splendore che tu

meriti, che ti si appartiene tanto più che a tutte queste altre? Tu

adempi il dovere che ti sei fatto, il tuo dovere d'immenso amore verso

di me. Adempio io il mio al medesimo modo. Tu giugni a quest'ora felice

della nostra giornata, contenta di te, della tua giornata, di quanto hai

fatto e dovevi fare; hai nudrito il caro fanciullo; hai tenuta in ordine

la casa, ricevuto gli ospiti, comandato dolcemente nel tuo impero, e

trovato il tempo fra tutto ciò d'adornare per me il tuo ingegno e la tua

persona di quanti vezzi ed incantesimi la tua ambizione donnesca abbia

potuto immaginar mai. Vengoti io a quest'ora parimente contento di me,

parimente adorno di seduzioni per te? M'avessi tu veduto almeno una

volta a capo de' miei prodi, su un ardente cavallo, condurre almen per

celia agli esercizj di guerra che sono il nostro ballo, il nostro

trionfo, il nostro modo di sedurvi e farci amare da voi! Se tu udissi

almeno ripetuto il mio nome con qualche lode, con qualche invidia dalle

tue compagne! Ma no, mobile inutile, destriero riformato e mandato al

pascolo.... non oso dire a che altro; l'abbandono, il discredito, la

nullità in che giaccio e in che ognuno mi vede, finirà per essere veduta

pur da te, mio amore, mio rifugio, mio tutto; ed allora....»

Questa volta era essa a chiudergli la bocca: «E sarò io dunque a

rimproverarti io stessa quella che tu chiami nullità, e a che ti sarai

ridotto in parte per me? Benchè troppo male mi conosci ancora, e mal

conosci noi altre donne; non è vero che abbiamo questi bisogni, o

desiderii, nè per noi nè nemmeno per voi. Benchè non so dell'altre, e

forse ci son donne ambiziose; ma io certo no 'l sono. Tu, tu certo basti

al mio amore, il tuo amore mi basta.... così bastasseti il mio, così

empiesse il tuo cuore da non lasciarvi luogo ad altro affetto o

pensiero. Oh Alberto, Alberto mio, tu m'ami, certamente lo so; ma non

per anco come t'amo io. Tu m'ami sopra ogni cosa; io t'amo unicamente,

senz'amare credo altra cosa al mondo, no, nemmeno il mio bambino, se non

per te ed in te, no, mio primo, mio solo amore.» Il resto della scena lo

lascierò supplire dal discreto leggitore.

E la scena si ripetè più volte con molte varietà; e sempre finiva molto

bene tra i due; ma in somma c'era la differenza ch'ella era e si

mostrava compiutamente contenta e felice, egli come uno a cui pur manca

qualche cosa. E sì che gli mancava una importantissima cosa, l'attività

proporzionata alle abitudini prese in gioventù. Già si sa; noi siamo

macchine mosse dall'abitudine: questa è per noi ciò ch'è l'istinto per

gli animali. Gli animali non hanno altro in sè che possa vincer

l'istinto; noi, cioè l'animo nostro colla nostra libera volontà

infinitamente superiore, possiamo certo vincere l'abitudine. Lo

possiamo, ma ci è difficile; e sovente questo o quell'atto, che agli

occhi dello spettatore sembra indifferentissimo, costa una fatica, una

lotta grandissima, a chi lo fa, solamente perchè è contrario alle sue

abitudini. Per esempio, coloro appunto i quali sono venuti su nella

gioventù a quel tempo così attivo dell'Impero, quelli massimamente, che

avendo un po' d'ingegno e un po' d'ambizione s'erano precipitati

volentieri in quella attività, e così lavoravano otto o dieci ore al

giorno (perchè così si lavorava allora), e poi studiavano forse ancora

due o tre altre e poi, sendo giovani e in un mondo tutto giovane e vago

di divertimenti, volevano anche divertirsi, immaginate che abitudini di

attività, che economia di tempo, che abito di far presto ogni cosa

dovevano avere! Ora mirate costoro in tempi, luoghi e condizioni

diverse, con poco o nulla da fare, e in quella che ad altri pare

beatitudine del non far niente. Costoro, dico, non saranno compatiti

certamente dai beati vicini loro. Eppure certo è che compatibilissimi

sono e se mostrano talora seccatura od impazienza; stimabili od

ammirabili forse, se la loro forte volontà fa loro comprimere questi

moti inutili ma naturali della loro parte animale.

Alberto poi era uno di quelli nei quali or vince l'abito, ora la

volontà. Se vedeva in altrui qualche atto troppo sguaiato

dell'abitudine, se sentiva per esempio uno degli antichi commilitoni

_regrettare_ la Francia (come dicevano infrancesati anche nelle parole),

e soffocare nel lor piccolo paese, e non trovarci buono nulla, e

unicamente lodare i modi, la lingua e perfin le donne straniere; allora

Alberto si rivolgeva contro essi, ed usando la superiorità della sua

ragione e della sua eloquenza naturale, li confondeva, e pareva il più

ragionevole, il più tranquillo uomo del mondo, il più adagiato alle

condizioni, alla pace, e se mai anche alla nullità del proprio paese.

Tanto che i brontoloni da lui vinti se n'andavano sovente biecamente

guardandolo e tra lor dicendo: «Costui, vedete, vuol essere impiegato.»

Pochi giorni dopo, o talora poc'ore, lo stesso giorno, cambiando

salotto, se veniva incontrato da Alberto per esempio una di que'

faccendoni di nulla, gran maestri d'inezie, uomini profondi nei

pettegolezzi, abili nell'arte dell'ozio, della inattività e della

aspettativa; -- e qui, come vedete non accenno se non i men cattivi, e

passo gl'intrigantucci e gl'intrigantoni, gli adulatori e i piaggiatori

sfacciati, gl'invidiosi, le spie e i calunniatori; -- allora avreste

veduto farsi Alberto tutt'altro, e in vece di ragionar bene come testè,

e dire tra sè con pazienza: questi son spini naturali del terreno che

produce quegli altri buoni frutti, e si vogliono perciò prendere con

pazienza; in vece, dico, di continuare egli stesso così i proprj

ragionamenti ed il proprio discorso, Alberto mutava discorsi e modi,

passava dal campo de' ragionevoli e pazienti agli impazienti ed

arrabbiati, ripetendo, od anche esagerando le cose stesse ch'egli aveva

testè combattute. Una siffatta contradizione sta male e malissimo, lo

so, lo confesso, ma lo dico e lo ripeto, non vi do Alberto per una

perfezione.

Non fa mestieri ch'io dica dopo tutto ciò, che Alberto osservato

dapprima con gelosia, invidiato poi quando si mostrava felice, criticato

quando si mostrava impaziente, diventò a poco a poco incommodo,

sospetto, inviso ai potenti. Del resto era la condizione di molti a que'

tempi. Chi aveva torto? I malcontenti troppo malcontenti? o i potenti

troppo sospettosi di essi? Gli uni e gli altri avean torto; ovvero

nessuno avea torto. Sosterrei le due tesi a piacimento, appoggiato per

la prima alla teoria che tutti vorrebbero esser buoni; e per la seconda

alla pratica che nessuno lo è mai compiutamente. Ma ciò ci metterebbe in

dispute di politica o filosofia, e i miei leggitori mi direbbero che non

è questo il luogo da ciò. Lascio adunque la disputa eterna del bene o

del male, e vengo ai fatti.

E il fatto fu, che una sera trovandosi Alberto nella corsia di mezzo del

teatro, e conversando con altri giovani compagni suoi, di quelli che

erano o passavano per malcontenti, ed udendo una di quelle scappate

grosse che gli parevano troppo sragionevoli, egli, per non compromettere

colà in pubblico colui che la pronunciava, non prese veramente al balzo

la disputa, come avrebbe fatto altrove, ma non potè trattenersi di non

dirgliene a bassa voce una parola di riprensione quantunque amichevole,

e poi se n'andò. Al mattino stavasi tranquillamente in veste da camera e

pianelle, i piedi al camino e fumando (gran conforto agli oziosi per

forza), quando vide entrare l'amico interlocutore della sera innanzi. Al

quale offerta una bella pipa turca, che è come il calumet di pace dei

selvaggi, tanto seguiamo anche noi il costume antico romano di prendere

dovunque, anche dai barbari, le nostre usanze, tutti e due

incominciarono amichevolmente a fumare e parlare. «E, scusate» disse tra

poco l'interlocutore, «voi avete fatto ier sera, se non altro.... una

grande imprudenza; non sapete voi chi e quali fossero tutti quelli che

ci stavano intorno ier sera?» «Qualche spia forse?» disse Alberto, «già

s'intende.» «Forse anche ciò; e così forse feci male anch'io a dir quel

che dissi; benchè.... tutt'altro che spie.... erano certo coloro tutti

che ci accerchiavano. Dove diavolo vivete voi, che talora parete un

poeta o un astronomo che non viva a questo mondo? Voi avete più talento

che un altro; eppure talora non ci vedete un palmo al di là del vostro

naso. In somma non vedete voi tutto ciò che si fa, ciò che succede

all'intorno?» «Veggo di molte cose che non vorrei vedere di qua e di là.

Ma che ci ho a far io? Non ci posso rimediare, nè altro posso se non

esprimere di qua e di là, come n'ha diritto ogni uomo indipendente, o

come anzi ne ha dovere, la mia avversione a tutte le esagerazioni. Forse

lo fo con poca prudenza....» «E con poco senno,» riprese l'altro. «Il

mondo è sempre andato e anderà sempre tra l'una e l'altra di quelle che

voi chiamate esagerazioni. Non nego che non vi sia una via di mezzo più

giusta tra due. La moderazione è più giusta che le esagerazioni. Chi ne

dubita? È un assioma in etica, in dottrina cristiana, e se volete anche

in filosofia. Ma in politica, cioè come va il mondo, non è così. E nel

mondo al fatto, al _tandem_, è inutile, e nocivo a sè e agli altri, è

colpevole anzi il voler tenere quella via di mezzo che nessuno tiene, e

dove per conseguenza l'orgoglioso che la vuol tenere si trova poi solo o

con pochissimi. Tu che pizzichi del letterato, non ti ricordi tu di

quella legge di Solone che faceva impiccare i moderati di Atene, coloro

che non sapevano prendere partito nè di qua nè di là?» Sorrideva

Alberto, e ripigliava: «Solone faceva se non impiccare solamente coloro,

che, quando fossero scoppiate le parti, non si decidessero per troppo

amor di riposo nè per l'una nè per l'altra. E Solone faceva bene,

massime in una repubblica. Perchè quando sono scoppiate le parti, e si

viene ai ferri, non è possibile che l'una o l'altra non abbia un po' più

di ragione, e allora è dovere di ogni cittadino di far trionfare quella

che n'abbia un po' più, e di dare perciò la mano e il sangue. Ma bada

bene a questa distinzione, poichè vuoi disputare; prima che scoppino le

parti non c'è il medesimo obbligo, non c'è ragione di attizzarle perchè

scoppino. E massime se le due parti non fossero buone nè l'una nè

l'altra; che è il caso, vedi, che accade sovente pur troppo. Dico almeno

per colui il quale abbia la disgrazia di vederle tutte due così nella

sua coscienza. Allora è coscienza, e non orgoglio, di non volere

mettersi nè in una parte nè nell'altra. E, bada bene, è poi anche meno

viltà. Perchè già si sa che chi sta in mezzo così la paga poi in ogni

caso; e non mi negherai che ci sia più coraggio a veder ciò e

perseverare nella propria opinione in coscienza, che a correre

solamente, come fate voi altri esagerati, un solo almeno dei due rischi,

compensato per voi almeno dalla speranza di prendere la vostra porzione

dei frutti della vittoria. A noi altri moderati non c'è mai questa

possibilità favorevole, epperciò è tanto bello e forte l'essere

moderati.» «Tutto ciò sta bene in teoria,» ripeteva l'altro, cocciuto

come tanti in chiamar teoria tutto ciò che non entra nella loro pratica,

«sta bene in teoria. Ma qui oramai non si tratta più di tutto ciò; e se

aspetti per deciderti che ci siano i fatti, i fatti ci sono da gran

tempo, e tu solo, buon uomo, non li sai vedere. Odi, io sono amico tuo;

e....» e in ciò lasciava la pipa, s'appressava a lui e parlava più

sommesso.... «tutti costoro che ci stavano intorno, e là in mezzo alla

gente, alla folla ed alle spie, sai tu chi fossero e che facessero?

Erano.... tanti membri d'una società segreta, che per ora a te profano

non ti dirò il nome nostro, e là, e in piazza, ed incontrandoci, e

sciogliendoci, o raunandoci dove il diavolo non ci troverebbe, teniamo

alla barba di tutti, che non ce lo possono impedire oramai, i nostri

consigli. E chi ce lo potrebbe impedire? Se tutti quanti son de' nostri!

Negli ufficii, nei magistrati, nell'armata, ed alla corte, dappertutto

ce n'abbiamo, dappertutto siamo, vediamo, operiamo. Come diamine con

tanto spirito non l'hai veduto fin adesso? E come diamine colla tua

moderazione ti vai tu mettendo male con tanta gente colle tue

strapazzate come quella che mi volevi fare ier sera, e non mi facesti

tu, ben vidi, per la buona intenzione di non compromettermi, mentr'eri

tu povero uomo che ti compromettevi tanto più; epperciò io lasciai stare

per riguardo a te.... e fui io allora il moderato.»

Che una tale scoperta così fatta allora da Alberto lo stupisse e lo

lasciasse muto un istante, non è certo da stupire. Era come un

passeggiero in una nave che tratto dal silenzio e dalla meditazione del

suo camerino in sul ponte vegga inaspettatamente accumularsi da tutte le

parti del cielo una furiosa tempesta, la quale minacci l'esistenza della

nave e di quanto v'ha dentro. Per quanta prontezza di coraggio egli

abbia, e' ci vuol pure un momento d'intervallo per passare dalla

tranquillità in che era alla attività a cui è chiamato nel pericolo

comune. Nè sa nemmeno a che rivolgere quella attività, nè quale abbia ad

essere il suo ufficio, il suo dovere. Se il capitano è buono

naturalmente, il meglio è porsi a sua disposizione, e offrirgli due

braccia e un cuor forte. Ma se e il capitano e gli ufficiali principali

non han cuore, o l'han perduto? che, se nell'urgenza appunto si sono di

ciò avveduti i marinaj? Che, se ciò succedesse in una nave dove fossero

tenuti al remo una ciurmaglia nemica già, ed or ribelle? Raccomandarsi a

Dio, è forse la sola cosa che rimanga; se non che, volendo Iddio che

ognuno ne' pericoli aiuti sè stesso e gli altri, forza è pure far

qualche cosa anche quando non si sa che cosa fare. Ma, già si sa, non si

può fare se non all'occorrenza quando non c'è più ordine nè ordinanti.

Il caso di Alberto era molto simile a tutto ciò. Mentre taceva stupito,

l'altro ebbe agio a spingerlo e parlare. Questi momenti di stupore d'un

uomo superiore sono buone fortune per gli uomini da meno che ne sogliono

profittare per trionfare o parer trionfare un momento. Quell'altro

espose le forze, più che i progetti della società. Mostrò la facilità

dei disegni, qualunque fossero all'incirca. Nominò apertamente persone

potenti, e ne nominò forse più che non ce n'erano in tutto ciò. Tutto

ciò non riscoteva Alberto, che non era di quelli che si muovano perchè

gli altri si son mossi. Mentre l'interlocutore pretendeva mettergli

sott'occhio la facilità dell'impresa, egli ne pesava entro l'animo suo

la giustizia, e il bene o il male che ne risulterebbe per la patria. E

con quella mente sana e pronta ch'egli aveva naturalmente, e gli si era

ancor più fatta tale nell'esercizio della professione militare, che

avvezza a giudicare freddo e pronto nell'azione, giudicò di quella

giustizia e di quella utilità, e risolvette di non entrarci

assolutamente. Mi scusino i leggitori, se non do qui le ragioni, buone o

cattive, di Alberto; che oltre al non voler fare un trattato di

politica, non è intenzione mia lasciare scorgere il luogo della scena,

il quale pure risulterebbe chiaro da tal discussione. Questo sì

osserverò: che la risoluzione di Alberto potè essere influenzata da una

sua speciale avversione che aveva sempre avuta e mantenuta per ogni

sorta di società segrete. Si sa che queste pullulavano nell'esercito

francese; e ce n'erano di quelle che parevano innocentissime, e come

fatte per celia e per ridere e non più, ed altre che erano anzi

utilissime a chi c'entrava, e per avere aiuto ed appoggio dai compagni,

anche nemici, ne' varj casi di guerra, e per aiutarsi scambievolmente

negli avanzamenti. Ma Alberto aveva sempre avute due ragioni di non

voler entrare nelle società; una che, quantunque non fosse certo un

devoto, e nemmeno nel calore della prima gioventù un esatto osservatore

della sua religione, tuttavia ei ne teneva sempre in cuore la fede e

l'obbedienza; e se le disobbediva, era per passione, e non mai per

disprezzo o per interesse proprio. Onde che, sapendo che quelle società

erano proibite, egli fin dall'infanzia le aveva abborrite, e continuava

ad abborrirle. Perchè questo è il gran bene de' sentimenti infusi anche

per semplice abito ne' cuori giovanili, che quantunque siffatti

sentimenti siano talora fatti tacere dal bollor dell'età, tuttavia riman

loro sempre come una voce sommessa e continua in fondo al cuore anche il

più sviato. Laddove coloro che sono stati allevati all'uso di quel sommo

scrittore, infimo ragionatore, di Giovanni Jacopo Rousseau, cioè quelli

a cui non s'è data nè religione nè massima nessuna se non per la via del

ragionamento, epperciò molto più tardi nella loro giovinezza, a misura

solamente che si sviluppava in essi la facoltà del ragionare, non hanno

nè la religione nè niuna buona massima infusa come nel sangue, e passata

in abitudine; e sempre sono così durante tutta la loro vita titubanti,

dubbiosi, scettici, come quel loro capo e patriarca lo fu fino

all'ultimo. L'altra ragione di Alberto contro le società segrete era una

di quelle molto semplici, che occorrono a tutti, e che persuaderebbero

tutti, se serbassero quella semplicità di ragionare che è così preziosa,

ma così rara, fra gli uomini alquanto innoltrati nella vita. Il mistero,

la segretezza, era cosa particolarmente contraria al naturale d'Alberto;

onde che, per gli affari suoi, non faceva mai segreti, e diceva di

volerli condurre tutta sua vita in modo da non avere mai bisogno di

segreto; e quanto a segreti altrui, ei ci si metteva il meno possibile,

e li fuggiva anzi con quel medesimo ardore che altri usa a cercarli. Ma

quanto poi al promettere il segreto d'una cosa a lui ancora ignota e non

ancora rivelata, come s'usa all'entrare in tutte quelle società, ei

pensava e diceva, che non è lecito assolutamente, che è assurdo,

mettendo al rischio di violar poscia il segreto o di lasciar scannare,

per esempio, il proprio padre. Nè si lasciava abbindolare da tutte le

distinzioni e risposte che gli si facevano a ciò; che non era probabile

nè possibile che l'incognito segreto tenuto da tanti fosse una simile

scelleratezza: «Simile o no, maggiore o minore, può essere un male; ed

io solo ne voglio giudicare, ne debbo giudicare prima di prometterne il

segreto. Non prendo,» diceva, «in prestito la coscienza di nessuno; la

mia è fatta a modo suo, e vuol giudicare da sè. In tutte queste vostre

società dove ci son gradi di segretezza, e il gran segreto non è saputo,

dicesi, se non da pochi ne' sommi gradi, o da uno solo, io non trovo

innocente ed in coscienza se non que' pochi o quel solo, che soli sanno

l'ultimo scopo della società. Che più, se ve l'ho da dire? trovo che

questo solo sommo capo ha senno e ragione, sapendo egli solo dove va;

gli altri all'incontro mi sembrano, scusate, tanti minchioni, andando

innanzi con tutto lo sforzo senza saper dove, e come ad occhi chiusi, al

cenno, all'occhio, secondo il modo di vedere di uno solo. Che modo è

questo illiberale di cercare libertà? Sacrificare anzi intieramente la

propria libertà d'azioni, il proprio libero arbitrio, che i peggiori

tiranni non ci possono togliere nemmeno coi ferri e co' maggiori

supplizj! Per Dio! Dio nemmeno non mi ha domandato nè mi domanda mai

simile sacrificio; e certo che nol farò di vita mia a nessuno uomo al

mondo, e che intiero mi porterò meco quel dono di Dio alla tomba, o, per

dir meglio, all'altro mondo a restituirlo a chi me l'ha dato, che ne

farà poi, lo sa egli, quel che vorrà.... Sentite,» aggiugneva egli poi

sorridendo a quest'ultimo fra quelli che l'avean pressato d'entrare in

una simile società, e dopo avergli risposto con quegli argomenti

generali.... «Sentite, caro mio, per mostrarvi che non ho paura, nè di

coloro da cui vi schermite, nè nemmeno di voi altri, io vi propongo di

queste due cose l'una. L'una d'andare senza giuramento alla vostra

società; mi conoscete abbastanza, non sono un delatore. Parlerete,

parlerò, e c'intenderemo, o non c'intenderemo; ma almeno, finchè non

c'intendiamo, rimarremo liberi da ambe le parti, io d'agire a modo mio,

voi d'ammazzarmi, se volete e se è ne' vostri statuti. La seconda

proposizione, che, capisco, vi parrà per parte mia soverchiamente

ambiziosa, è di farmi sommo capo delle vostre società, di porvi a' miei

ordini, di lasciarvi condurre dove piacerà a me, di non aver segreti per

me, mentre io n'avrò uno, e il più importante di tutti, per voi; in

somma, di far voi i minchioni verso di me, mentre io solo no 'l sarò

verso di voi. Capisco che tutto il vantaggio è mio, che ci avrete le

vostre difficoltà a far così verso di me; ma io assolutamente non voglio

così fare per nessuno di voi, e tanto meno per uno che non so nemmeno

chi sia.» Naturalmente sifatte proposizioni fecero terminare senz'altro

il discorso.

Quella medesima già detta intenzione mia di non accennarvi altrimenti il

luogo della mia istoria, mi fa passare sopra i varj accidenti della

congiura e del suo risultato. E del resto non importa guari ciò

all'istoria istessa, la quale è di accidenti e sentimenti privati più

che di pubblici. Dei quali ultimi tocco e toccherò sempre quanto solo

sarà necessario a fare intendere i primi. Nè lezioni di politica, nè

lezioni al tutto nemmeno di morale privata, non sono queste. Vorrei sì,

se l'animo mi reggesse, o in quanto mi regge ancora, e così narrando e

discorrendo senz'arte, senz'ordine, senza sforzi, riandare nell'ozio

della mia mente, e porgere agli oziosi miei leggitori alcune scene della

vita comune dei nostri tempi; lasciando poi che ognuno a talento suo ne

tragga quelle conseguenze che gli parrà. Quindi, non mettendo nelle mie

narrazioni nè casi strani, nè situazioni cercate ad arte ed uniche o

rare, ma anzi quelle che ho vedute io in realtà, e di quelle che hai tu

pure vedute, o leggitor mio, tuttodì; ei può succedere che tu ci trovi

poco interesse, e ti paiano pettegolezzi e non più, di quelli che fai ed

odi fare sovente, se hai per fortuna qualche intima persona con cui

conversare in confidenza. Ma e che ci ho a far io, se, non avendo più

tal fortuna, prendo te, leggitor mio, per mio confidente, e vengo teco

così pettegolezzando nelle mie narrazioni? Non ti lagnare; chè hai

almeno questo grandissimo vantaggio con me sopra ogni altra persona che

ti voglia stancare colle sue confidenze: che sovente non puoi

interrompere o lasciare questi incomodi confidenti di viva voce, mentre

me, ridotto in libro, mi puoi porre da lato quando t'annoio, e fin

d'adesso, se ti parrà. Che se continui, soffri ancora una avvertenza; è

meglio intenderci fin di qua. Le mie narrazioni sono vere, verissime

quant'altre mai ti siano fatte: ma invano cercheresti gli originali che

ho ritratti dal vivo, o di memoria; che, non volendo ciò, io t'ho fatta

questa sola infedeltà frammischiarti i luoghi, i tempi e le persone in

modo, che invano tenteresti di cavarne il costrutto. Il principale

originale poi di tutti i narratori in versi o in prosa, dicesi che sia

sempre il narratore stesso. I pittori (secondo dice Leonardo da Vinci in

que' suoi meravigliosi avvertimenti che possono servire d'estetica anche

per gli scrittori), i pittori ritraggono sovente sè stessi, e non

solamente le bellezze, ma i proprj difetti, onde chi ha la mano, o

un'altra parte brutta della propria persona, dee badare a non far brutta

quella parte abitualmente nelle sue figure. Ma ciò sta bene per li

pittori che corron dietro alla bellezza ideale. Io no, non son di

questi; son pittor di genere, come si dice, tutt'al più; voglio ritrarre

la natura, bella e brutta com'ell'è, o almen mi pare. Più sovente brutta

o bella poi? Se ne disputa, a creder mio, molto inutilmente, e se ne

disputerà senza fine; perchè in ogni fatto, in ogni azione umana, c'è

quasi sempre il male e il bene misto; c'è l'oppressore e l'oppresso; il

sacrificatore e la vittima; e l'azione, brutta per l'uno, è bella per

l'altro; onde si può guardare dall'uno e l'altro lato, e dir bella,

secondo quello in che si guarda.

I due sposi furono vittime in quegli avvenimenti. E furono vittime

pienamente innocenti? Certo, ella sì. Egli poi, se non avesse fatto mai

un'imprudenza, se fosse rimasto contento del suo raro destino di

possedere una amorevole ed innamorata compagna, senza guardare al di là

della camera nuziale, dove per lui si raccoglieva ogni felicità, forse

che avrebbe potuto andar esente da tutti i mali che seguirono per

amendue. Ma poi? Sarebb'egli stato innocente quel raccogliersi in sè ne'

pericoli comuni, quella indifferenza ai concittadini, alla patria, quel

ritrarsi da ogni pensiero comune per l'interesse della propria

tranquillità? Altro è ciò, altro è ritrarsi dagli affari pubblici perchè

uno vede di non potervi far nulla di buono. Quella è prudenza privata,

questa comune; quello egoismo, questo, anzi, pubblico amore. Questo fece

Alberto; e bastò per non deturparsi nè di qua nè di là nella propria

coscienza; ma fu anzi per lui personalmente, ciò che già aveva

preveduto, la massima di tutte le imprudenze. Perciocchè, passato quel

tempo, come che fosse di congiure e rivoluzioni, vinte queste, e venuto

il tempo delle vendette, delle indagini, delle persecuzioni, Alberto,

già sospetto da gran tempo, e pei suoi antichi servigj, e pel suo

matrimonio, e pel suo malcontento, e per le sue critiche e suo libero

parlare, e per le amicizie che aveva con tanti simili a lui nelle

circostanze dissimili nell'ultimo operare, fu confuso, messo insieme con

questi, e non meno di questi perseguitato, e costretto a lasciare la

patria.

Alberto e Giulia avevano allora due figli in tenera età. Lasciarono

questi al vecchio barone; perchè Giulia non volle ad ogni modo lasciare

il marito, essendo, come diceva ella, prima sposa che madre. Non

descriverò i disagi della via, nè il varcare delle Alpi in stagione

impropizia; quel varcare delle Alpi che sempre strigne il cuore a un

Italiano, anche quando si fa volontariamente; nè poi quell'arrivare al

paese straniero che t'è aperto largo largo dinanzi a te, senza sapere

dove andrai, dove poserai. Tutte queste descrizioni sono cose volgari

che si trovano dappertutto. E poi, in questo secolo delle emigrazioni e

degli esilj da tutti i paesi e per tutte le cause, un esule sperimentato

dice in un suo libro, che non si vuole sgomentar troppo la gente,

dell'esilio. La terra straniera non è più terra barbara, come al tempo

dei Greci o dei Romani. Per ogni dove si trova incivilimento, e talora

anche più fuori che dentro le frontiere di certe patrie. Quindi pare a

quell'esule che l'esilio moderno non sia gran cosa. Ma ad altri parrà

anzi che la moderna civiltà, rendendo anzi più cara la casa, la

famiglia, la pace, gli studj e il miglioramento di essa, tanto più amaro

debba essere l'allontanarsi da essa. Il fatto sta, che anche in ciò v'è

la differenza dei gusti.

«Abbi in cuore almeno questa consolazione,» diceva ad Alberto la dolce

donna, mettendogli la mano in mano, mentre la carrettella li portava

lungi d'Italia, «la consolazione della propria coscienza. Ingiustamente

perseguitato, mi pare che ti debbano essere tanto più lievi le disgrazie

che ti toccano senza che tu ci abbia colpa nè rimorso.» «Giulia mia,

scusa se ti dico che non te n'intendi. Voi altre donne pare che siate

più fatte che noi per sopportar l'ingiustizia. Destinate pur troppo

sovente a ciò, deboli, e senza potere di resistenza, Iddio ve n'ha data

anche meno la volontà; e così, dico le buone fra voi, siete sempre

disposte a patire, senza quasi disputare nemmen tra voi del diritto o

del torto. Noi altri, all'incontro, non siamo e non dobbiamo essere

così. La resistenza all'ingiustizia è nella nostra natura; la giusta ira

che in noi si desta allora, c'è data, credo, da Dio stesso, per moverci

a quella. Ma l'ira è pure un sentimento amaro; e più quando è unito

all'impotenza di operare. Togli questo amaro sentimento da una disgrazia

qualunque, ed ella si fa più sopportabile assai. L'altro giorno,

partendo, m'incontrai con N...., sai, il capo dei sollevati che ha fatto

tutto il male (secondo a me pare), ma l'ha fatto tanto in coscienza, e

credendo pur nell'animo sempre di far bene. Vedendo ora fallita tutta la

sua impresa, egli porta la sua disgrazia personale non solamente con

coraggio e serenità, ma, per quanto a lui spetta, con vera allegria. --

Già s'intende, mi diceva egli, incominciando, sapevamo che poteva

riuscire a ciò: i vinti la pagano; fu sempre così. Se avessimo vinto

noi.... anche i nostri esagerati avrebbero voluto far persecuzioni. Io

mi sarei sforzato d'impedirle; ma chi sa se ci sarei riuscito. Chi sa in

questo momento tanti anche de' nostri nemici s'adoprano inutilmente ad

impedire queste persecuzioni contro noi. Dio faccia prosperar costoro, e

perdoni agli altri.» «E tu pure, caro mio, dovresti dir così. Per quel

poco che ho veduto o studiato nel mondo, mi pare naturale, è succeduto

sempre che non solamente i nemici perseguano i nemici, ma sovente anche

gli amici che confondono con quelli. E poi,» proseguiva sorridendo, «tu

non sei poi nemmeno troppo amico loro; hai voluto dire le loro verità

crudamente agli uni e agli altri. Porti la pena della tua sincerità.

Anche questo mi par cosa molto naturale.» «Ma molto inutile per parte

mia. Che bene hanno fatto le mie parole? E non le potevo io risparmiare?

Non avrei io fatto meglio, poichè trovavo che gli uni e gli altri

camminavano per una mala via, di lasciar stare gli uni e gli altri, di

tenermi discosto del tutto, di non vivere se non con te e per te, sola

buona credo a questo mondo, sola che mi capissi o mi volessi capire,

sola che mi amassi.... e che pur traggo, misera, nella mia infelicità?»

«Che infelicità? Vivere qua o là con te, non è per me lo stesso a

dirittura? I nostri figli, sola cosa che ci mancherà, ci mancheranno per

poco, e li potremo far venire con noi. E allora di che t'increscerà? Di

quella patria che non ti conosce? Di quegli amici che ti tradiscono? Oh,

Alberto mio, sempre siamo lì; amami come t'amo io, e non mancherà più

nulla in nessun luogo alla tua felicità. Ma amami come vuoi o come puoi,

nulla intanto manca alla mia.»

E il fatto sta che con tal reciproco sollievo era almeno portabilissima

la loro qualunque fosse infelicità. Giunti in Francia, e fatta una gita

alla capitale, che Alberto volle mostrare alla compagna, elessero poi

per dimora una delle provincie meridionali, in cui il clima e la natura

più s'accosta a quella d'Italia; oltre che le loro entrate, scemate ed

incerte, lor ne facevano una necessità. Ivi poi incominciarono una vita

molto tranquilla, ed allora anche felice. I ricchi che non hanno provato

mai nè gli stenti nè nemmeno la necessità di computare o compensare

tutti gli agi della vita, non sanno i piaceri pur grandissimi della

economia. Non conoscono il diletto di tôrre un agio a sè stesso per dar

quello o un altro alla persona amata; di nascondere la propria

privazione, di fare quel solo inganno a chi non ce ne fece un altro mai;

le dolci dispute che nascono da ciò; il più dolce rappattumarsi

promettendo di non più far così, e ricominciando il giorno appresso, per

rimproverarselo dolcemente di nuovo. E poi, chi fu in simili circostanze

mai in Francia,

In Francia dove in pregio è cortesia,

il quale non abbia provata la amorevole ospitalità francese? L'ho detto

altrove, e lo ridico volentieri, non si conoscono i Francesi se non a

casa loro. Quelli che abbiamo avuto in Italia, erano, salve poche

eccezioni, la peggiore spuma della loro nazione. I francesotti

oppressori, soverchiatori, prezzatori di ogni cosa non loro, così

frequenti da noi, non si ritrovano più a casa loro. Che anzi, là sono

amanti degli stranieri, e d'ogni cosa straniera; vaghi di novità, larghi

d'ogni cosa loro, e massime della loro compagnia: non c'è gente che usi

più delicatezza ad adattarsi ai modi tuoi; e ciò che pare più strano,

essi, gli allegrissimi tra gli uomini, sono anche quelli che sappiano

meglio compatire ed alleviare i mali altrui. La loro pietà è forse la

sola al mondo non offensiva. L'adattarsi a casa altrui, quasi fosse la

loro propria, che parve forse talora alquanto incomodo da noi, si

rivolge a gran comodo nostro quando ci aprono colla medesima facilità le

loro case, l'interno delle loro famiglie. Gl'Inglesi ne sono più gelosi

assai. La _home_, il _fire side_ degli Inglesi sono di rado aperti allo

straniero. Lo Spagnuolo veramente, appena ti conosce, ti dice: _mi casa

está á la disposición de V. M._; ma questo per lo più è un complimento e

non più: e poi, la casa d'uno Spagnuolo è cosa tanto diversa da quella

di tutti gli altri Europei, che questi di rado ci si trovano bene per

gran tempo. Il _chez nous_ francese è _confortable_ quasi tanto come la

casa inglese, ed è poi molto più francamente offerta che la spagnuola.

L'ospitalità francese è in tutto la più compiuta nell'attuale condizione

della società e dell'incivilimento.

I due anni furono così dolcemente passati da Giulia e d'Alberto, e sì

che una sola cosa mancava veramente alla loro felicità; i loro teneri

figliuoli. Era loro stato assolutamente impossibile portarli con essi

nell'urgenza di quella, che lascierò incerto anche qui se fosse stata

fuga o cacciata. Ed allora erano tranquilli i due parenti sui loro

figliuoli lasciati in cura al vecchio loro nonno. Ma questi

infelicemente morì; e i due fanciulli passarono in mano ad alcuni

parenti discosti, che non avevano loro il medesimo amore, e che addetti

intieramente al governo condannavano con esso Alberto, e tenendolo per

cattivo suddito, cattivo cittadino, pur lo tenevano per conseguenza per

cattivo padre di famiglia; e pensavano che nella disgrazia fosse almeno

fortuna che i figliuoli, continuatori futuri della illustre famiglia,

rimanessero così discosti dalla perversa educazione del padre loro.

Quando questi e la madre scrissero ansiosamente per avere i loro

figliuoli, fu loro risposto con indugj, dubbj e difficoltà. La stagione,

i pericoli del viaggio, e poi, chi sa, non s'era verificato nemmeno se

il governo permetterebbe questa espatriazione dei figliuoli già

cresciuti, e in breve giovanotti. Volevansi dunque educare nell'esilio,

agli usi stranieri, all'avversione della patria? Si contentassero i

genitori di ciò che era toccato loro, se non altro per la loro

imprudenza; non ne facessero portar la pena alla seconda generazione.

Del resto, sarebbe anche peggio per il padre e la madre. Questo chiamare

i figliuoli fuor di paese, questo spiantare la casa e la famiglia del

tutto, li metterebbe in sospetto e in odio più che mai; allontanerebbe

forse per sempre il loro ripatriare. Pensasserci bene, non

s'affrettassero; e via via simili sragionate ragioni. La disgrazia

maggiore di Giulia e d'Alberto era quella di non aver più i proprj

genitori; che avrebbero verso essi avuto tutt'altri sentimenti; e,

padri, avrebbero sentito e capito gli affetti di padre e di madre. Non è

nella sola infanzia per li bisogni materiali, non nella gioventù per li

consigli e le direzioni morali; ma anche nell'età più inoltrata, e

quando s'è noi stessi padri di famiglia, la maggior fortuna è quella di

serbare quanto più tardi i proprj genitori; è una guarentigia, un

accrescimento di felicità nella felicità; il maggior rimedio delle

disgrazie, quando queste succedono.

La povera Giulia era quella che ne diceva meno, e ne pativa più. Volle

partire per la casa, e per la prima volta sentì anch'essa in fondo al

cuore quella specie di rimorsi, o se si vuole di scrupoli, i quali sono

tanto più amari nei cuori migliori. E il vero è, che non c'è forse più

grande assurdità che quella così sovente detta della tranquillità di

coscienza dei giusti. Appunto perchè son giusti, hanno la coscienza più

tenera. Ciò che non costa nemmeno un pensiero, non dirò allo scellerato,

ma allo spensierato ed immorale, costa spasimi e rimorsi, ed interminati

esami di coscienza, e giorni in ciò logorati, e notti invano passate a

cercar sonno e riposo, e coloro, che, per non avere azioni da

rimproverarsi, si rimproverano le omissioni, i pensieri, e talora gli

affetti stessi. «Non ho,» pensava Giulia tra sè talora le mani

incrocicchiate in grembo, pendente il capo sul petto e lente sgorgandole

le lacrime dagli occhi, «non ho sacrificato forse il mio dovere di madre

al mio piacere, al mio amore di sposa? Non era il posto mio, primo

forse, appresso a quei derelitti? E poi, come almeno ho ritardato tanto

ad andarmeli riprendere, quando il padre me gli avrebbe donati? E quel

povero vecchio, orbo padre, non l'ho lasciato morir io?».

(_Non continuata_.)

Coi tipi di F. A. Brockhaus, Leipzig.

Novelle(#39658) · 第 26 / 27 题