«E il libro de' Cavalieri serventi?» diss'io al maestro, una di queste
sere che tornando d'una camminata più lunga del solito, non so se fosse
stanchezza della brigata, o quiete naturale a quell'ora e a quella luce
crespuscolare, tutti stavamo da alcuni minuti in gran silenzio. «E il
libro de' Cavalieri serventi?» diss'io per ridestar la conversazione.
«Che libro?» rispose il maestro. «Quello che ci avete promesso, se non
m'inganno, narrandoci la novella di Margherita.» «Che promessa? che
novelle?» riprese egli. «Io v'ho detto per celia, che sarebbe a fare su
ciò un bel libro; ma chi vorrà pensar davvero, che, bello o brutto, io
sia per far un libro mai? E poi, massimamente questo.» «Il maestro ha
ragione,» disse uno de' giovani. «Che se il far un buon libro dipende,
prima d'ogni cosa, dallo sceglier un buon soggetto, e principalmente un
soggetto nuovo, certo questo de' cavalieri serventi, degli amori
illegittimi, è così pesto e ripesto in tutte le lingue, e in tutti i
toni, che non credo ci sia verso non che di farne un libro ma nemmeno di
dir nulla di nuovo oramai.» «Oh, in ciò parmi che v'inganniate;» dicemmo
quasi a un tempo il maestro ed io; ma io vedendo che il maestro aveva a
cuore la risposta, e sperando poi ch'ei la facesse, come succedeva
sovente, con qualche novella, che buona o grama pur ci occupasse quel
rimanente di serata, lo lasciai dire; ed egli difatto incominciò così;
prima predicando e poi narrando, e di nuovo ripredicando.
Oh in ciò voi v'ingannate assai, se credete che questo soggetto de'
cavalieri serventi sia stato trattato e consumato, e non vi sia più
nulla a dire. Il Parini nella sua famosa ironia, e, se ben mi ricordo,
Alfieri in una sua commedia ne hanno parlato in ridicolo. Ma questo è un
solo aspetto della quistione, ed una sol'arma usata contro; ed arma poi
che, spuntata contro tante cose sante e virtuose, più non ferisce
nemmeno il vizio. Gli stranieri veramente ne' loro viaggi in Italia....
Ma chi legge i viaggi in Italia degli stranieri? Non noi certamente; e
nemmeno quelli fra essi che hanno un po' di giudizio proprio; ma soli
que' branchi di stranieri pecore chi ci vengono con in tasca lor giudizj
belli e fatti; e scesi dall'Alpi col pensiero assoluto che l'Italia è
decaduta tutta e in ogni cosa, le risalgono citando i segni di decadenza
che hanno scoperto fin nelle opere d'Alfieri o di Canova. Ma sarebbe
peccato guastar a costoro il compiacimento nella propria ignoranza.
Benchè l'ignoranza a questo segno non si guasta. E del resto, le
infinite calunnie accumulate su noi forse che sono una parte delle pene
dovuteci pe' nostri vizj; appunto come le calunnie che cadono su una
donna già perduta sono parte della infamia a cui è dannata giustamente.
Ma che bella cosa sarebbe, e per me, s'io fossi giovane, mi vi vorrei
dedicar tutto intiero, che bella cosa sarebbe a un Italiano far egli e
poi scrivere un viaggio in Italia, in cui, dati biasimi e lodi con
verità, si notassero non solo i nostri vizj pur troppo veri, ma anche le
nostre sopravviventi virtù; dove le memorie de' tempi antichi fossero
evocate non solamente a rimprovero, ma ancora a conforto o a speranza;
dove gli esempj buoni presenti, che quantunque pochi pur ve ne debbono
essere e vi sono, non fossero negletti, disprezzati, od anche menomati a
volontà; dove in somma ci potessimo specchiare con vergogna pure
talvolta, ma almeno senza disperazione!.... Ma che vi dicevo io? onde ho
io preso le mosse?.... Dicevo de' cavalieri serventi, e volevo
aggiugnere che voi, signor mio, che li mettete in un fascio con
qualunque altra specie d'amori illegittimi, mi pare, con licenza
parlando, che siate in un grande errore. Altro è il vizio isolato e
volontario d'una donna o d'un uomo pervertiti per a tempo od a caso da'
loro sensi, o lor passioni, altro quella disgrazia, somma di tutte per
uomini e donne, di vivere in un luogo, in un tempo, in una società
infracidita. La quale.... Ma, figliuoli miei, volete voi che vi narri un
caso succeduto quasi in presenza mia da venti a trenta anni fa; quando
ero, come credo avervi detto, precettore in una casa signorile, epperciò
potetti allora conoscere i costumi del tempo e del mondo? Del resto è
successo, che se ferì me, sì poco fatto a que' costumi, forse che
parrebbe comunissimo e indegno di narrazione a chi v'abbia indurito il
callo. Ma e spero che niuno di voi sia tale; ed anche ho udito dire che
il mondo sia in ciò migliorato. Onde che voi giovani forse non ve
l'immaginate come era allora. Ad ogni modo, ecco il caso.
In una città d'Italia, che al solito non vi nomerò, erano un padre, una
madre, e una figliuola, nobili, ricchi, buoni, in ogni sorta di fortune,
compresavi quella che Cecilia era la più bella e graziosa fanciulla di
sedici anni che là fosse. Aggiugnete (ciò che si dee dire anche più
merito de' genitori che fortuna) che la giovanetta era pure la meglio
educata di tutte le compagne e coetanee sue. E dico, bene educata, tanto
in buoni principii di religione e virtù d'ogni sorta, e principalmente
quella ch'è di quel sesso e quell'età, una dolcissima modestia, come
anco poi in tutte le grazie e qualità femminili; istruzione varia e
moderata, da non farne pompa ella, ma da poter intendere ed apprezzar le
conversazioni anche serie, e il valore anche sodo di qualunque uomo; e
poi maestria di lavori donneschi, i quali quantunque così diversi ora da
quelli delle patriarchesse e delle cavalieresse antiche, pur quando
vediamo attendervi destramente una donna, ella ci sembra partecipare di
quelle età e virtù prische, e in ultimo la grazia del ballo, e l'incanto
d'una voce divina, e pur quell'eleganza del vestire e del muovere e del
parlare, che quando è sola e scompagnata è la più sciocca qualità di cui
si possa gloriare od uomo o donna, ma che quando accompagna l'altre, od
anzi par venire naturalmente e conformarsi da esse, è compimento ed
ornamento di tutte quelle di una giovane. -- Già si sa -- direte voi
altri, -- Cecilia era una perfezione, una eroina da romanzo; e così
debb'essere, che anche i novellieri n'hanno il vizio, e il maestro l'ha
più di tutti, o non ci sa descrivere una donna senza farne un angiolo.
-- Signor sì, -- rispondo io, -- così è, e così debb'essere per varie
ragioni. Prima, perchè sia caso o grazia del cielo, o mia virtù
ammiratrice, certo è che ho conosciuti e conosco non pochi di questi
angioli in terra; ondechè la descrizione di essi non che falsa mi riesce
naturalissima; e se la facessi bene non sarebbe altro che come una
giustizia oscura e coperta sì, ma pure resa loro ad ogni mia possa. In
secondo luogo poi, vi dirò che agli storici corre l'obbligo dir il
brutto come il bello degli uomini; ma chi inventa o sceglie una
narrazione grande, stolto è se non sappia riposar sè e gli uditori su
tali fatti e persone che abbiano pure in sè un po' di bello. In terzo
luogo.... Ma che serve tutto ciò? Io vorrei che aveste veduta Cecilia,
come l'ho veduta io più volte alla sera nel salotto dov'eravamo varie
persone ed amici di casa, uscir dalla camera di sua madre, vestita,
ornata tutta dalle mani materne per portarla a qualche ballo, ed ella il
viso ed ogni atto tra ritrosia verginale e gioia giovanile, or arrossire
e ritrarsi e incantucciarsi, ora alzarsi come a partire ed anticipar gli
innocenti piaceri; certo allora avreste detto come dicevamo tutti, che
ella era per comparire la più bella agli occhi invidiosi dell'altre
donne, e a quelli ammiratori di tutti gli uomini. Nè dirovvi del suo
canto. Già sapete, che questa è la mia smania; e il più gran
divertimento che io m'abbia mai goduto quaggiù gli è quello che ho avuto
sovente in quella famiglia, e grazie alla benedetta giovane, di star le
intere ore d'una sera su un buon seggiolone o all'angolo d'un sofà, non
disturbato, non interrogato, non avvertito da persona, ad ascoltare
qualche pezzo di buona musica eseguito da maestri, o dilettanti che
vaglian maestri, senza le cerimonie, senza il freddo dell'accademie
d'invito, e senza altro scopo che d'inebbriarsi di buona musica. Ed io
allora m'inebbriavo con essi; massime quando usciva fuori più sovente
dell'altre quella bella voce di soprano femminino, che allora sì che
pareva proprio un angelo vero. E sì, che non ci era allora Rossini; ed
era gran danno: perchè, dicano che vogliano coloro che non sanno
intendere nè amare quanto è cresciuto da tant'anni in qua; dicano che
vogliano, il maestro, benchè vecchio e ammirator di Paesiello, e
Cimarosa, e Zingarelli, e poi di Guglielmi, di Paer, di Maier e massime
di Mozart, è pur diventato ammirator grande di Rossini; ed anzi, se mai
vive, diventerà di qualunque faccia a Rossini l'ingiuria ch'egli ha
fatto agli altri, di farli passar di moda.[1] Benchè, per me, niuno
buono non passa di moda mai. I buoni, uditi in mia gioventù, mi fan
rivivere in quella. I buoni, sorti in mia vecchiezza, me la fanno
dimenticare. Peccato, solamente, sia detto con vostra pace, signore mie,
peccato non sia fra voi qui una Cecilia, da farci udir Rossini in vece
di novelle. Ma torniamo a lei.
[1] Il Maestro non conosceva allora nè il _Pirata_, nè la _Straniera_
ec.
Ben potete pensare che non le mancò marito. I più belli, i più ricchi, i
più buoni giovani del paese volevano esser quello. Ma, o per ciò, o
perchè i genitori, di cui ella era tutto l'amore e la gloria, durasser
fatica a spogliarsene, certo è che non avevano fretta nè eglino nè ella,
costumata e amorosa a loro, e felicissima con essi e della vita che
faceva adorata da tutti. Ma era giunta ai diciott'anni; che è tardi in
que' paesi. Tuttavia, non che amore, ella non aveva nemmeno una
preferenza. La quale poi non so perchè sia tanto proibita alle
fanciulle, e parmi anzi che potrebbe prevenire le preferenze assai
peggiori che hanno molte maritate. A ogni modo deliberarono, scelsero i
genitori; acconsentì, approvò essa; e si conchiuse il matrimonio con un
giovane ch'era il meglio, la perla di quella città. Ma hovvi a dir io
ciò che era il meglio, la perla di quella città? Era un giovane erede
unico e sostenitore d'uno di que' nomi storici portati già con più o
meno gloria da' famosi cittadini delle nostre repubbliche, tiranni di
città e condottieri di compagnie, che non vorrei aver da scusar tutte le
loro azioni e la loro vita, ma si vuol confessare che empieron le loro
vite di azioni virili, ed ebber animi, cuori, corpi e mani da uomini.
All'incontro, il discendente aveva un corpo gracile e delicato, e di
quell'apparenza che appunto si chiama signorile; certe mani ammorbidite
sotto i guanti, che sarebbero state belle anche a una donna, e che al
più sapevano destramente far di scherma, giuocar al _trucco_,[2] al
volante, od anche condur bene al passeggio una carrettella o un cavallo
ben maneggevole; un ingegno adorno d'un po' di latino, un po' di
aritmetica, un po' più di poesia, un poco meno di storia, e poi un po'
di musica e di lingua francese; ultimamente un cuor buono e ben
addestrato a far quel poco di bene che si può senza sconcertarsi, ad
esser utile altrui senza mai nuocere nè far correr pericolo a sè stesso,
a trarsi da banda e scansare, se è possibile senza compromettersi, una
viltà. E in sommo, era un uomo che apprezzato al valore degli uomini in
generale, e classificato insieme con quelli di ogni età e d'ogni paese,
sarebbesi certamente trovato nella classe dei mediocrissimi; ma in quel
paese, in quella città, in quel tempo, in quella condizione, era senza
dubbio.... la perla de' mariti che si potesse dare a Cecilia.
[2] Bigliardo.
Maritati che furono, Cecilia amò il marito. E dicendo che l'amò, certo
non vo' dire che fosse nè di quell'amore furente che s'apprende in pochi
quasi dal cielo a ciò devoti, che nasce in circostanze straordinarie,
che non arriva a suo colmo se non per le difficoltà, e che, al solito,
perde e consuma chi vi si è abbandonato; nè nemmeno quell'altro amore
tutto pace e stima e crescente di dì in dì tra due felici, e degni di
appartenersi e possedersi l'un l'altro. Era solamente quell'amore
comunissimo, anzi quasi inevitabile, impossibile a non trovarsi tra uno
ed una, giovani e nuovi, accozzati l'uno all'altra: quell'amore che
delle cento volte novantanove si trova tra gli sposi durante quella che
gli stranieri chiaman _luna di miele_; amore che è l'oggetto degli
epitalamj, delle raccolte in versi, e delle celie fatte in troppo chiara
prosa, al dì delle nozze, da' parenti ed amici di casa. E questo pure,
perchè tutti gli amori non cattivi sono buoni, questo pure è un amore
buonissimo, messoci in cuore da Domeneddio per provvidenza sua, pel caso
frequentissimo d'un uomo e d'una donna che si sposino, senza aver prima
spasimato l'un per l'altro. Ma questo amore, buono pe' primi giorni e
per quella luna di miele, non è più buono, non serve, passata questa, nè
a lungo; se non gli sottentri quello della stima, della pace e della
confidenza reciproca crescente. Ora, potevano eglino, il marchesino e la
marchesina (così era chiamata la bella coppia, per antonomasia, da tutta
la città), potevano eglino, dico, aver l'un per l'altro questo amore, e
crescerlo? Forse avrebbe potuto averlo egli per lei. Perchè, notate
questo, figliuoli miei, se non v'incresca delle mie riflessioni; in un
paese dove non sia molto buona l'educazione, nè molto bene occupata la
vita, il vantaggio è tutto delle donne. Le quali, come sono vezzose, e
sanno porgersi e parlare con grazia, e adempiono ai doveri della
famiglia, elle hanno ciò che debbe avere qualunque donna in qualunque
paese del mondo: e sovente anche sono più piacevoli, che non quelle che
infuriano ed arrabbiano non femminilmente tra le parti e le dispute di
filosofia o di politica. Ma ad un uomo, ei ci vuol altro che quelle
qualità esterne o private! E dico che ci vuol più, non solo per dirsi
essenzialmente uomo di merito, ma anche per la apparenza della buona
grazia virile agli occhi della donna che lo ha ad amare. Perchè l'amore
della donna, così portando sua natura, è quasi come un compiacimento, un
riposo della propria debolezza sulla forza e robustezza altrui; una
necessità di trovar un protettore, un sorreggitore, un consigliero più
forte, più attivo. E tant'è vero, che ho vedute donne dappiù che i
mariti, non saperselo, non volerselo confessare, per non aver quasi a
rinunciar l'amore che elle loro portavano; ed altre, che non potendo
chiuder esse gli occhi alla propria superiorità, si sforzavano pure di
nasconderla agli occhi della gente, per non perder quella grazia e
dignità della debolezza femminile. È infelice il marito, a cui la
condizione propria o de' tempi o de' luoghi non concedano mostrar mai
alla donna qualche pruova vera delle sue virtù, e del suo animo virile.
Ben può dir egli, quantunque amato egli sia, che non è amato quanto
potrebbe essere. È infelice la donna che la dappocaggine del marito o la
vanità propria fanno tenersi dappiù di lui nelle qualità che dovrebbero
essere di lui. E guai, cento volte guai a colei, che tenendosi e
vedendosi tenuta tale, lo confessi una volta a un altro uomo.
Non fu il caso allora della Marchesina. Trasportata dallo stanzino
verginale alla camera, a ricchi quartieri nuziali, e dalla vita serena
ma uniforme d'una fanciulla, all'allegria, al chiasso, al turbine, agli
allettamenti d'una vita di mondo e alla moda, io credo, veramente,
ch'ella non pensò nè alla mia distinzione dei tre diversi amori, nè poi
a far quella comparazione del merito intrinseco suo o del marito. Tra
l'abbigliarsi e gli innumerevoli affari che trae seco il provvedere a
una elegante vestitura femminile; tra i divertimenti e le innumerevoli
seccature che trae seco il divertirsi, tutto il giorno e mezza la notte
di una giovane volano, senza dar agio a riflessioni di morale. E
sovente, non che i giorni e le notti, passano così intieri gli anni, e
le gioventù, e le vite. Così passarono due o tre anni della Marchesina,
che aveva nome oramai della più bella ed elegante giovane di tutta
Italia. E perchè l'eleganza s'accresce, e quasi poi prende più sapore
per alquanto di singolarità; piaceva forse tanto più la Marchesina,
perchè ella era, fra tanto splendore e bellezza, la sola quasi di sua
città, per non dire di suo paese e di suo tempo, che fosse vissuta tanto
tempo senza ciò che le nonne chiamavano ancora il _Cavalier servente_, e
le giovani, pur conservando il verbo _servire_, chiamavano poi
l'_Amico_. Di questa singolarità gli uni, e massime le une, cercavano la
ragione appunto nella singolarità e nella voglia di distinguersi. «La
signora Marchesina» dicevano elle «non si degna fare come le altre; non
si fa servire nè al teatro nè al corso nè al ritrovo. Oh già, la signora
Marchesina dee distinguersi in tutto. Ma si farà poi servire in casa,
forse!» «Bene! dite bene! servire in casa,» ripetevan altre ridendo.
«Quanto m'è antipatica costei!» aggiugnevano altre, facendo il grugno.
Qualche giovanetto più generoso ne assumeva talvolta le parti; ma gli
era dato sulla voce da tutte, e temendo tanto più guastarsi con esse,
che poi non aveva speranza di rifarsene con Cecilia, era ridotto a
tacersi. Dicevan altre: «Il marito è una bestia di gelosia; vedete! non
la lascia mai.» «Oh per questo,» interrompeva taluno, «io vi so dire che
il Marchese se ne dispenserebbe volontieri. Già si sa. Anzi, scusatemi,
la vostra è calunnia. Il Marchese è uomo di mondo. Prima del matrimonio
ben sapete chi serviva. Contessina eh! che dite voi? Credete voi da
senno che il Marchese sia innamorato di sua moglie?» «Di costei?»
ripigliava tal'altra, «di cotesta bacchettona? Eh giusto! Mai più! Non
può essere. Ma il Marchesino, se ho a dir vero, gli è un uomo senza
sale, senza forza; che fa quello che gli si fa fare. E come prima
serviva l'altre, quando volevano darsene il fastidio, così ora, perchè
così vuole la signora moglie, ei serve la signora moglie.» «Ah, ah,
servir la signora moglie! Servir la moglie! bello, bello! Nuovo
veramente! Servir la moglie!» E s'udivano poi, per finir il discorso,
due o tre esclamazioni ripetute: «Quanto m'è antipatica!»
Ora, io che l'ho conosciuta, e a cui non era certo antipatica, vi dirò
quale fosse la vera cagione di non aver essa cavaliere, nè amico. Non
era gelosia del marito, che non aveva ragioni d'esser geloso, nè avrebbe
avuta la forza d'opporsi all'uso quasi universale; non era nemmeno amore
tale di lei verso di lui che l'avesse potuta trattenere dal seguir
quell'uso, a cui era invitata da' tanti esempj ed allettamenti; e, non
che bacchettona, ella non era poi nemmeno così occupata ne' pensieri e
nelle buone pratiche di religione, da farsene schermo contro ai vizj del
mondo. Era solamente una certa nobiltà ed altezza d'animo, in lei
naturale e nativa, accresciuta dall'educazione, fors'anco da quel
vedersi così ammirata e lodata da tutti. Perchè, io non so se m'inganni,
ma ei m'è sempre paruto che nella gran bellezza e grazia d'una donna vi
sia uno di que' compensi che alla potenza de' pericoli equilibrano la
potenza della resistenza. Che se la bellezza o l'ingegno espongono le
posseditrici a più tentazioni, elle danno forse più forza da resistervi.
E una donna, certa d'essere adorata da chichessia, va più lenta ad
accettare e ricompensare le adorazioni, che non forse una brutta e mal
aggraziata che voglia provare se ella pure sarà adorata. Finalmente,
Cecilia avea due bimbi, due veri angioli di Paradiso; un bel ragazzo di
due in tre anni che ritraeva la madre dagli occhi neri; e una fanciulla
d'un anno, bionda e bianca, e tutto il padre. E la Cecilia, contro il
costume d'allora, che era di lasciar i bimbi, non solo di quell'età, ma
anche più adulti, in mano alle balie e alle cameriere, la Cecilia era di
continuo occupata in questi fanciulli; e, se usciva a comprar qualche
bel vestito o qualunque eleganza per sè stessa, pur toglieva alcun che
pe' figliuoletti; e, se andava a spasso, era il più sovente con essi; e
in casa li aveva quasi sempre fra' piedi. Cose tutte che, non so donde,
or vengon pure facendosi alla moda; ma che, poco usate allora, facevano
più che mai ridire dall'altre: «Quanto è mai antipatica!»
Una sera di luglio, i due sposi invidiati facevano una festa ad uno di
que' casini o ville in città che sono una magnificenza e un lusso tutto
italiano; dove tra i fiori e le frutta e i profumi meridionali, e
gl'incanti della natura, e quelli di tutte l'arti, tutti i sensi insieme
si trovano esaltati ed eretti; e l'animo stesso e il pensiero che voglia
esser più serio, si trova inebbriato sin dalle memorie degli amori
famosi succeduti in quelli quasi tempii di voluttà. La compagnia s'era
ragunata per tempo alle tre o quattro dopo il mezzodì, per pranzare
insieme verso le cinque, e, come si diceva, alla francese. Perchè era
allora appunto il tempo che i Francesi ci portavano quest'uso nuovo; e
quella sera una numerosa brigata avea voluto far la pruova in casa al
Marchese, che per cuoco e confetturiere ed ogni eleganza di tavola non
avea rivale in città. Difatti, il pranzo era stato splendidissimo, ed
anche più delicato che splendido. I convitati Francesi ci facean l'onore
di dire che parea loro per un istante trovarsi in Parigi; e infatti come
se vi fossero stati, diceano al Marchese che veramente ei non pareva
straniero; quasichè, tranne il senso del gusto, tutti gli altri più
fini, della vista, dell'udito, ed anche dell'odorare non fossero le
mille volte più soddisfatti ne' nostri paesi che non là su. Al pranzo
era succeduto un passeggio ne' giardini; poi il ballo: ed essendo notte
scura, uno de' Francesi propose di far venir colà la musica del suo
reggimento a far una serenata nel giardino; ed, approvato il pensiero,
uscì con altri giovani per veder di trovare i suonatori a' loro
quartieri. Tornati poi poco stante: «Sapete voi,» disse uno de' giovani,
«chi è giunto or saranno tre ore in città?» «Chi mai?» disse il
Marchese. «Indovinate; un amico vostro e nostro, e un amico grandissimo
delle belle signore; un elegante di Parigi, uno de' bravi ufficiali
dell'esercito francese, uno degli Italiani che ci fanno onore fuori
d'Italia.... Arrigo.» «Arrigo!» dissero tutti. «Oh! è egli vero? Arrigo
giunto? Quando, come, dov'è? perchè non si vede? chi va per esso, chi ce
lo porta qui? Oh bello, bello, il buon Arrigo! andiamolo a cercare; qui
siam tutti amici suoi, gli è un peccato perder la serata senza riveder
Arrigo.» Tutto ciò fu detto da molti, e come in coro; mentre due o tre
uscirono per effettuare la proposizione fatta d'andar per Arrigo. I
rimasti disposero di riceverlo con una specie di trionfo amicale, e
musicale; ed essendo giunta intanto la musica militare fecero provar
marce ed arie, e pur v'arruolarono la Marchesina, benchè ella non
conoscesse Arrigo non ripatriato da più anni. Poco andò, e portato quasi
sulle braccia de' giovani, precipitato in quelle del Marchese e degli
altri suoi amici, preso or di qua or di là per la mano con franchezza
da' militari francesi, da molti di quali era pur conosciuto, incontrato
dalle donne che chi gli dava a baciar la mano, chi gli apriva le
braccia, giunse Arrigo tra 'l chiasso degli strumenti e quel trionfo
mezzo in celia, ma festeggiato poi da senno e da tutti, salvo la
Marchesina che rimaneva dietro alla calca; e di cui egli per qualche
tempo non s'accorse, finchè due o tre de' giovani lo trassero dinanzi a
lei dicendole: «Ecco Arrigo;» ed a lui: «Ecco la padrona di casa.» Di
Cecilia v'ho già detto che bellezza fosse. Di Arrigo v'aspettate forse
che pure vi faccia un ritratto da porre in simmetria con quello di lei.
Ma dirò sola una cosa; che men bello di molti di que' giovani suoi
paesani e coetanei, aveva o per natura o per acquisto un portamento e
modi troppo diversi da essi, e quasi accostantisi agli stranieri suoi
compagni di guerra; onde pur si distingueva dal profilo più accennato,
dagli occhi più ampii, dalla fronte più prominente, e poi da più serietà
di fisionomia e men continua vivacità nelle mosse. Nè servirebbe poi, se
io vi volessi tener in dubbio di ciò che già voi indovinate oramai. Ella
fece a lui un'impressione grandissima come doveva, essendo così vezzosa,
avendone tanto nome, e di soprappiù quello di ritrosa e non istata mai
vinta. Ed egli a lei fece pure impressione, come uomo del tutto diverso
da quanti avea fin allora incontrati; più amorevole, più semplice, e poi
più affacentesi ad ogni suo pensiero ed affetto che non erano gli
stranieri; più vivace, più brioso, più stimabile, più uomo in somma che
non i suoi compatriotti.
E qui m'è forza tornar indietro, e dirvi che non pochi di quegli
stranieri, non poche volte, già avevano tentata la virtù di lei, ma
sempre in vano. Che se la sua ragione e il suo buon gusto naturale le
facevano, volesse o no, scorgere in costoro uomini pur troppo dappiù che
non il suo marito e il più de' suoi paesani, quel medesimo buon gusto e
la sua alterigia le mostravano come un soprappiù di viltà nello
arrendersi a quegli insolenti usurpanti vincitori. Ma ora pur troppo
riunivasi ogni cosa ad assaltar la sua virtù. Riunivasi ogni cosa, ed
ella pur resisteva. Il primo combattere che incominciò pochi momenti
dopo averlo veduto, le fece tremar la voce quando ebbe ella stessa,
secondo il convenuto, a cantar per Arrigo. Si ritrasse quella notte più
turbata che non fosse stata mai dopo niuna festa o ballo rumoroso; di
mal umore contro sè, contro gli altri, e principalmente contro il
marito.... il marito che le avea fatta fare quella sconvenienza di
cantar quasi in lode d'uno sconosciuto e nuovo.... Che cattiva figura
avea dovuta fare con questo sconosciuto! che idea potea prender questi
di lei! quale smacco per la sua alterigia!.... e tornava alla
sciocchezza fattagli far dal marito.... ed indi alla sciocchezza, alla
dappocaggine del marito stesso.... e allora riandava tutte le qualità di
lui; lo comparava a sè stessa, e per la prima volta lo trovava dammeno
di lei; lo comparava ad Arrigo, e lo trovava anche più dammeno d'Arrigo.
Arrigo, il marito, ella stessa, le tornavano a mente e nella fantasia,
in mille strane, diverse, fantastiche combinazioni, durante l'affannata
notte che passò.
Il mattino appresso si svegliò con un sentimento indefinibile di
nullità, di mancanza, di mediocrità in tutto ciò che vedeva o udiva. Il
giorno che al solito le era così riempito, or le pareva vuoto, o inutile
a riempire di quelle nullità. Essendole portati i figliuoli, prese quasi
involontariamente e guardava in volto il fanciullo, ed esaminava se pur
anch'egli avessevi scolpita quella nullità, quella fiacchezza....
ch'ella non avrebbe ardito per anco pronunciare, ma lo pensava pure....
paterna. «Deh così potess'egli mai assomigliarsi a quella figura quanto
più virile, quanto più nobile, più forte!...» e le passava come un
barlume d'un pensiero nella mente, che scuotendo il capo si sforzava di
cacciare. Mirava alla figliuola, e vedendola così dolcemente bella,
pensava poi più chiaro: «a te stanno bene le fattezze paterne;» e
l'accostava a sè, ma l'abbracciava di mal cuore. Alzatasi, attendeva mal
volontieri all'usate occupazioni. Parevanle tutte dappoco. Infatti,
quando il marito non prosegue, non conosce egli stesso, se non
occupazioni donnesche, non ne rimane alcune affatto per la donna. Nei
giorni che seguirono, o per appigliarsi ad una occupazione più forte, o
per distrarsi, volle leggere; e cercò libri d'ogni donde. Ma fossero
storie o romanzi o chechessia, i libri facendola riflettere, la
portavano sempre più a conoscere la dappochezza del marito; ed
all'incontro, quanti v'eran lodati, esaltati, tutti più o meno
s'assomigliavano ad Arrigo. «Dunque,» diceva ella lasciando cadere il
libro sulle ginocchia, «dunque io non conosco il vero amore; dunque è
tutt'altro amare questi uomini virili, questi uomini attivi e forti,
questi Dei superiori nostri, invece di quegli altri, mezzo omicciatoli,
impigriti, avviliti, impauriti, troppo dammeno di noi stesse. Ma è egli
vero ch'io non conosca quest'amore? E la mia ammirazione non è ella
foriera, nunzia di tal.... disgrazia,» diceva ella, e diceva bene; ma in
fondo al cuore ella sentiva e voleva dire felicità. Riscuotevasi ella
allora ed usciva. Ma, se andava al corso ella incontrava Arrigo in
divisa su un furioso cavallo, che è bello d'un uomo come un vezzoso
ballare d'una donna; ovvero lo vedeva alla parata, agli esercizj
militari, che è forse anche più bello; e lo scorgeva rispettato,
obbedito da quelli stessi stranieri così disprezzanti per gli altri
Italiani. Se andava alle conversazioni, lo udiva lodare; e narrare come,
trasportato da sua precoce e guerriera natura, otto o dieci anni innanzi
era fuggito di casa per irsi ad arruolar da semplice soldato; come poi
aveva affaticato e combattuto più anni; come acquistati varj gradi sul
campo di battaglia; e come in somma si era distinto per prode in
quell'esercito dei prodi, e fatto conoscere dal loro stesso capo
Napoleone primo Consolo; il quale presentandolo egli stesso d'un'arma
d'onore, e saputo chi era, aveva aggiunto che, se fossero pochi Italiani
pari suoi, non tarderebbe a risorgere la gloria di lor patria. Cecilia,
nobile, spiritosa, altiera Italiana, aveva fin sue proprie virtù
cospirate contro essa, per farla vivere come inebbriata e fuor di sè tra
una nuova e a lei non più conosciuta atmosfera d'amore.
E allora quando il mondo intiero e le stesse virtù paiono cospirate
contro una donna, allora è che le sarebbono d'uopo sentimenti veri e
profondi di religione. Cecilia non ne era senza; ma, avvolta nel turbine
del mondo, li avea trascurati. Ed io che l'avevo conosciuta bambina, e
l'amavo non solamente per cagione di suoi genitori, ma pur di lei stessa
e di sua buona semplice natura, io me n'accorsi allora; non so se
appunto pel grande amore che le portavo, o per una ispirazione del cielo
che mi fece veder ciò che non veggo al solito; essendo io di quelli che
vivono gli anni in mezzo a queste cose senza accorgermene guari mai. Ma
ora vedevo la mia povera Cecilia perdere ogni dì la sua dolce
spensieratezza e semplicità, e quell'abbandonarsi alle gioie innocenti,
e massime alle materne, che sono in una donna quando non s'affettino,
come una guarentigia ch'ella non conosce e non pensa agli illeciti
piaceri. Ad ogni volta che la vedevo, era più mutata, più accigliata,
più pensierosa. E un mattino, sendomici trovato mentre entrava Arrigo, e
avendo a caso gli occhi su lei, la vidi non che arrossire, e balbettare,
ma accasciarsi, avvilirsi, e cader tutta da quella sua altezza consueta,
ad una espressione quasi di vinta o di vittima già devota. Allora mi
diedi, quanto potevo, a venirle più sovente in casa; anche a seguirla
dove coll'abito mio potevo decentemente; e quante volte mi trovavo solo
con lei, a ravviare la sua mente ai pensieri ed agli affetti di
religione che credevo opportuni. Una volta tornavamo appunto in
carrettella da una finta guerra militare, dove Arrigo aveva comandato
alcuni squadroni di cavalleria. Il marito (non so se a caso, o per
indifferenza, o che anzi cominciando ad accorgersi della preoccupazione
della moglie, ei volesse comparire anch'egli alla meglio dinanzi a lei),
il marito lasciandola con me, era ito pur a cavallo. Ma che differenza,
anche a' miei occhi, che non me n'intendo! con quel suo cavallo leggero
leggero, dalle gambe sottili, dal collo lungo, ed egli in mezzo quasi in
bilico colle gambe larghe e colle mani affaticate intorno alle briglie
ogni volta che il cavallo moveva il capo o l'orecchio; mentre
quell'altro giovane dal volto maschio, dagli occhi arditi, dalla mano
pronta, con un cavallo quasi una fiera fra le gambe, lanciantesi di
carriera or a un lato or all'altro della sua truppa, or traendosela
tutta dietro contro l'altra che figurava il nemico, con tanta furia, che
pareva ci fosse pericolo, epperciò gloria nel giuoco stesso. Che sarebbe
stato davvero! Povera Cecilia! non ne sapeva tor gli occhi; e con essi
seguiva Arrigo tra quel labirinto d'evoluzioni e mosse, e quella nube o
que' lampi di polvere e di fuochi. Le palpitava il cuore evidentemente;
ansava, anelava, arrossiva, impallidiva; chè più volte io mi lodai che
non vi fosse il marito, nè niun altro meno amico di lei che non ero io.
Ad una posa di alcuni istanti partendo egli a sciolta briglia, ed
attraversando il campo di battaglia, e poi facendosi via tra la calca
de' cocchi e di cavalli, giunse fermandosi a un tratto allo sportello
del nostro legno. Tutti gli occhi eran rivolti verso di noi; tutti gli
occhi, e non pochi sorrisi; ma Cecilia non vedeva quelli, nè altro, nè
nulla fuori di lui; incontravansi gli occhi.... e certo gli animi e i
cuori in quell'istante; ed ella tracannava a gran sorsi il veleno.
Tornando in città, non era già più nè trista, nè pensierosa come
ultimamente. Parvemi segno cattivissimo. Tentai ritrarla a' pensieri
serj. Ma già non era possibile. Tanto sarebbe stato dar un problema di
algebra a un ubbriaco; o dettar filosofia a una baccante.
Io mi ritrassi disperato, e fui la domane a casa di lei. Era tornata la
tristezza; parvemi dovermene valere. Ma entrati in discorso, ella non
nomò una volta mai, non che Arrigo, ma nemmeno la rivista, la sera di
prima, nè nulla che mi potesse istradare. Pure scoppiò sua ira repressa
rispondendo alla mia semplice domanda, se anderebbe quel giorno al
corso? «Sì,» diss'ella, «al corso; che tranne jer sera, sempre si va al
corso. Jer l'altro vi si è andato; il giorno prima, duo, tre giorni
prima, e sempre, vi si è andato: e sempre vi si anderà. Bella vita
davvero!» «Bella vita sicuro,» diss'io. «E che vorreste voi, Marchesina
mia? E che? vi viene ella a noia la vita tranquilla, la vita uniforme?
La vita uniforme, ah Marchesina mia, è pur la più felice che vi sia:
quella in cui l'uomo avendo meno a badare alle cose materiali,
grossolane, estrinseche di questo mondo, ha più tempo da pensare,
raccolto in sè, a sè stesso, al suo bene, al suo migliorare, e poi anche
può abbandonarsi a' suoi affetti di quaggiù e di là su; può meglio amare
i suoi cari, e il suo creatore. La vita uniforme è una felicità perfin
all'operaio, che guadagnandosi il pane colla fatica di tutto il giorno,
se la fatica non è soverchia ed ei vi ha l'uso, pur può ir pensando ed
amando secondo la potenza del suo animo e del suo cuore. Ma quanto più
alti per natura od educazione sono l'animo o il cuor di ciascuno, tanto
maggiori sono per lui i piaceri della vita tranquilla, uniforme.»
«Piaceri e vita da prete, da vecchio, da letterato, o filosofo che vi
vogliate dire, Maestro. Ma voi non vi volete mai figurare che vi sieno
persone più giovani, e in altra condizione che voi. Ricordatevi, vi
prego, de' miei venti anni, di mia condizione.... od anzi ch'io non sono
altro che una donna la quale.... E del resto qui non si parla di me....
Dicevo così per dire, in generale.... E forse per le donne dite bene; la
vita uniforme è la sola che possiamo menare. Sia pure. Ma gli uomini? I
giovani? Direte voi, che quella vostra vita uniforme, che questa vita
del corso, del caffè, del teatro, del casino, e poi di nuovo del casino,
del caffè, del corso, del teatro, cioè di nulla dopo nulla e sempre
nulla, direte voi che sia una bella vita; una vita da uomini, da
giovani? La vita uniforme! Io non so davvero che v'abbiate voi questa
mattina; anzi da alcuni giorni, che parete voler contraddire a ogni
cosa; ed anche a voi. Perchè v'ho pur udito io le cento volte predicar a
modo vostro contro questa vita scioperata, oziosa de' nostri uomini, de'
nostri giovani, de' nostri signori. Ed ora, ora l'avete colla vostra
vita uniforme. Oh bella, bella cosa davvero!» «Figliuola mia, voi non
m'avete inteso, od anzi sono io che mi sarò spiegato male; che forse
c'intenderemmo ragionando. Io pure fo questa distinzione vostra delle
donne, o degli uomini per età o per condizione dati alla contemplazione,
ed a cui sta bene la vita uniforme e tranquilla; e di quelli poi che
essendo giovani.... starebbe loro meglio, lo confesso, una vita un po'
più attiva. Ma, figliuola mia, credevo che parlaste di voi, e l'avete
pur detto voi stessa: alle donne sta bene la vita tranquilla.... Ed
anche gli uomini poi, non è sempre colpa loro se son ridotti a questa
vita. Non tutti possono o debbono fare ciò che uno fa. Mal sia pure di
coloro.... cioè voglio dire, Dio perdoni a coloro che allevano o
riducono un uomo a questa nullità. Benchè, figliuola mia, appunto perchè
siamo tra una donna e un prete, questi son discorsi inutili tra noi. Il
discorso che a noi sta sempre bene è quello della rassegnazione, quello
della contentezza, anzi del ringraziamento di ciò che abbiamo, senza mai
guardare oltre o sopra. Chi è che guardando oltre o sopra ciò che ha,
non trovi l'infinito che gli manca? E di nuovo, non dico che non vi
sieno uomini, condizioni intiere di uomini che debbono guardar oltre; e
pensare non solo a sè ma ad altrui; uomini che hanno doveri
complicatissimi, ed a cui la rassegnazione è anzi la minima delle virtù,
o non è virtù. Ma noi, noi ringraziamo Iddio, figliuola, d'essere in tal
condizione che non potendo mutar gli altri, la rassegnazione è la sola
virtù che possiamo avere. Buonissima, dolcissima condizione e virtù. Non
tocca a tutti. Ma a chi tocca, a cui sta bene, a chi è conceduta, gran
peccato sarebbe verso Iddio buono, gran danno a sè stessi, ad altrui,
non approfittarsene.» La giovane parevami tocca, e pensierosa: e,
tacendo ella, io pur continuai: «Del resto, ei mi pare che una donna
compiuta.... E sapete voi ciò ch'io chiamo una donna compiuta.... Una
donna come voi, Cecilia mia, che abbia la fortuna grandissima, la
fortuna non data a tutte, ed onde perciò avete a ringraziare Iddio ad
ogni dì, ad ogni ora, la fortuna d'essere a un tempo figliuola, moglie e
madre. E dico che una donna la quale abbia tal fortuna, ella può vivere
e pensare ed amare non solo il presente, ma il futuro anche lontano, il
tempo de' suoi figliuoli. Ecco il vostro Carlo, che non avendo or tre
anni, la sua vita incomincierà solamente fra diciotto o venti altri. E,
non so s'io m'inganni, ma tra diciotto o venti anni... rado è che questi
Francesi faccian le ossa vecchie in Italia.» «Questi Francesi»
interruppe ella, «io n'ho quasi bevuto l'odio col latte; mi si è fatto
paura di essi come della Befana; ed ho creduto fermo allora ch'ei si
mangiassero i bimbi, ed avessero il piè del gallo come il Demonio. Ma
diciamo il vero, o Maestro. Questi Francesi sono pur quelli, che vanno
qua e là risvegliando l'uno o l'altro de' nostri. E se i loro partigiani
sono in generale, come dicesi, traditori, scellerati.... pur ve n'ha
alcuni che spinti dal proprio ardore.... dall'impazienza dell'ozio....
dall'amor della guerra.... od anche da uno ben o mal inteso, ma pur vero
amor della patria.... Per esempio....» E qui ella si fermò; ed io non la
volendo lasciar arrossire, o mostrar d'avvedermene, «No,» dissi «non
cominciamo una disputa di politica. Ma senza penetrare il futuro, dico
che ad una madre tenera come voi è una consolazione poter isperare pel
figliuolo ciò che manca a' suoi padri; poter educarlo, aiutarlo,
istradarlo a ciò....» «Sì,» disse ella, «sì voglio che Carluccio mio sia
militare; voglio fin d'ora a guisa di trastulli mettergli in mano gli
schioppi; fargli insegnar l'esercizio. A' sett'anni lo farò cavalcare: e
voglio poi che impari quanto può ornar l'ingegno d'un uomo. Od anzi
impari pure che vuole; ma tolga l'abito dell'imparare, dell'occuparsi,
dell'attendere ad alcun che, del desiderare, del promuovere, del fare
alcun che....» «Avete ragione, Cecilia,» diss'io, «questo è
l'importante. Che gli uomini s'avvezzino, e poi attendano a qualche
occupazione. La quale non essendo cattiva, sempre è buona; e se sono
infiniti gradi di bontà, si può salir poi dall'uno all'altro. Ma e' si
vuol cominciar a salire. Ed ora vedete che gran carriera abbiate voi
stessa davanti a voi pel vostro figliuolo; ed anche per la vostra
figliuola, che se l'educate simile a voi, potrà poi ella ancora educar
figliuoli come fate voi, ed anche meglio, se i tempi son migliori.
Perchè questo è pure un bel destino di voi altre donne, se bene
l'intendiate, poter migliorare, rinforzar non meno gli animi che i
corpi, o il sangue delle generazioni. Destino nobilissimo, che
innalzandovi ed eguagliandovi....»
Qui entrò il Marchese. «Gran nuova, gran nuova, Marchesa mia; gran nuova
sta mattina in tutta la città.» «Che è?» diss'io, «forse si riaccende la
guerra?» «La guerra,» sclamò la Marchesa, «di nuovo la guerra? Come?
Quando?....» «E che guerra? Che guerra?» ripigliò il Marchese, «che
v'importa la guerra, a voi o a me?... Per questo carnevale la
Imperatrice Sessi, David, e Crescentini. Crescentini, udite voi? Che vi
pare? Che opera, che opera stupenda! Che impresarj! Bravi impresarj! Già
si sa, io l'ho sempre detto, bravi Francesi; e le idee nuove, le idee
nuove sopra ogni cosa. Ah questi Francesi, queste rivoluzioni non fanno
poi sempre male. Guardate un po' se queste direzioni di Cavalieri,
queste anticaglie sarebbero mai state buone a darci Crescentini, David,
e l'Imperatrice Sessi? Oh massime Crescentini! Beato Crescentini! Voi
non l'avete mai udito, Marchesa? Oh quando udiate Crescentini! Bravi
impresarii! oh benedetti Francesi! Bravi, bravi! Manca ora un buon
maestro per iscrivere l'opera. Non è il più importante; ma anche questo
fa. Ma chi vuol Guglielmi, chi Paer, chi Maier; così va. Questi partiti
guastan tutto. E poi i pregiudizj di quelli che non vogliono Mozart,
perchè è straniero. Ma è scioccheria; io dico che Mozart è stupendo. Che
dite voi? Non vi pare ch'io segua bene i vostri principii, Maestro? Chè
il bello è sempre bello; e il buono, sempre buono; e i virtuosi son
sempre virtuosi dovunque sieno, e di qualunque paese vengano. Oh! io
esco; perchè già, sapete, quando ci è qualche cosa a fare, io non posso
reggere nè capir entro la pelle, e mi vuol attività per vivere. E se mi
ci metto io, se ne prendo l'impegno, quando bisognasse andar dal
generale francese, quando bisognasse scrivere a Parigi.... lasciate fare
a me; o avremo un maestro di prima riga, o vi fo dar quel Don Giovanni
che v'è arrivato l'altro giorno da Vienna, e che vi piace tanto,
Marchesa.... Eh? che dite voi di questo pensiero?» Ma nè la Marchesa nè
io avremmo potuto pronunziar ciò che pensavamo. L'attivo uomo se ne
andò, ma egli avea guastato quant'io avevo fatto a suo pro. E, uscito
appena, la Marchesa or ardente come brace, ora pallida quanto il suo
abito bianco, e portando le mani agli occhi a nascondere qualche lagrima
d'ira o vergogna, mi pregò di lasciarla; e, suonando alla cameriera, mi
vi sforzò.
Tuttavia, a malgrado della sciocchezza, della dappocaggine del marito, e
della comparazione col seduttore, forse, non dirò pe' miei conforti, ma
per quelli che per mia bocca e per altri modi le mandava Iddio pietoso;
e poi per li buoni consigli che le avrebbero dati i genitori, se ella li
avesse chiesti, e per la consolazione de' suoi figliuoli; e in somma per
tutti quegli aiuti che mai non mancano a chi li sa desiderare; forse,
anzi certamente, sarebbesi salva la mia povera Cecilia. Ma qui è, o
signori, dove non mi è possibile rattener l'ira, ricordandomi le
sguaiatissime usanze, gli scellerati costumi, le nauseanti compiacenze
ed arrendevolezze di tutti, in tutti i luoghi, ad ogni momento. Perchè,
appena Arrigo aveva incominciato a girarle attorno, a seguir suo
cocchio, a mostrarsele in palco, e poi in casa, che parve come una
congiura generale di uomini e donne a pro de' suoi disegni, e contro la
mia povera, la mia allora innocente Cecilia. Parevano, le giovani,
rallegrarsi di non aver più un rimproccio vivente in mezzo ad esse, le
vecchie, aver una scusa di loro passate laidezze. Veniva l'una, e, con
destrezza infernale, tesseva le lodi d'Arrigo; l'altra le narrava ogni
fatto, ogni passo, ogni parola di lui; e le facevano ad ogni ora del dì
udire quel nome che la traeva di senno. Veniva un'altra ancora, e le
lasciava intendere che Arrigo avea guardata o lodata la tale; e che
dicevasi ne fosse innamorata; e le metteva la gelosia in cuore per farle
proromper l'amore. «Ma non è vero, non crediate ciò,» aggiugneva poi una
di quelle vecchie scellerate serbatrici delle tradizioni viziose, che
non potendo più esercitare, aiutano il vizio, vere stipendiate del
Demonio ad arruolare per lui. «Non è vero, non lo crediate mai. Arrigo è
innamorato di voi. Innamorato morto, povero giovane! Il più bello, il
più elegante giovane d'Italia! Sapete voi che la principessa tale quasi
è morta di dolore d'esserne lasciata? Egli la lasciò per una cittadina
di mezzo ceto; perchè, vedete, non è di quelli che cercano i titoli, o
servono per vanità; egli ama la bellezza e lo spirito; epperciò dire che
muore per voi. Oh se l'aveste udito, come parla di voi! Dice che non ce
n'è un'altra in tutta Italia; che il meno è la vostra bellezza. E
nemmeno non è la vostra voce che l'innamori; benchè dice che è divina, e
non ha mai udita l'eguale: ma è il vostro spirito, il vostro cuore
ch'egli ama; perchè, dice, non ce n'è nessuna come voi che gusti, che
apprezzi le belle azioni, i bei fatti, a cui sia un piacere narrarli, e
vedervi piangere od esaltarvi per essi. Se si fosse al tempo de'
Cavalieri, ei vorrebb'essere il vostro, e portar vostri colori, vostra
divisa e vostro nome sulle mura di tutte le capitali d'Europa; ma ei non
ne dispera, dice, anche in questi tempi; e lo farà quando ci avesse a
morire, che sarebbe bello per voi.... Eppure.... vedete il buon
giovane!... voi gli fate una paura, che, daccanto a voi, non è più umile
il vostro cagnolino.... Ed io glie l'ho pur detto l'altro giorno, che è
un gran buon uomo. Non si tratta di morire; meglio è vivere e farla
vivere, dicevo io. E in somma, anche voi siete di carne e d'ossa, e
avete occhi, e un cuore quanto più bello, tanto più fatto per l'amore.
L'amore, l'amore, figliuola mia, non si può vincere. Non si resiste alla
simpatia, non si combatte una gran passione....» E simili scempiaggini e
scelleratezze di parole, seguite poi da fatti peggiori; ora invitarli
insieme a pranzi e cene, e in villa; e farli seder l'uno allato
all'altro a tavola; e metterli ne' medesimi legni nell'andare e venire;
accoppiarli, ordinando i balli; lasciar il luogo daccanto a lei nel
palco, quando entrava egli, ed uscir tutti prima del fine, perchè le
facesse il bracciero; e tutte quelle altre usanze e convenienze o
sconvenienze de' teatri, che sono più di tutto la perdizione d'uomini e
donne. Perchè, voi lo sapete bene, figliuoli miei, che io non sono in
nulla teologo o moralista severo, e, quando una cosa non è dannata, io
dico che è lecita, e tengo lecito il teatro, ed anche buono
relativamente al peggio, che ci è sempre in ogni città grande. E direi
forse buono anche in modo assoluto, se fosse da noi, come presso ad
altre genti, maestro di alti sensi, o correttor de' costumi, in buone
tragedie o commedie. Ma dico il vero, a malgrado del mio amor per la
musica, quelle eterne opere, sovente così cattive, non sono quelle che
traggono, o almeno al mio tempo traevano le donne in que' teatri allora
oscuri, e in que' palchi troppo sovente vere culle di pettegolezzi,
d'ozio, di nullità e di turpi amori. Ma lasciamo ciò. Quando tutti que'
corruttori l'ebbero spuntata con lei, ed egli fu proclamato cavaliere
servente e l'amico suo, invece di scapitarne ella nella riputazione,
invece di udir rimproveri, o di veder visi severi, o il ritrarsi della
gente, parve, all'incontro, come un giubilo, una congratulazione
generale, e i volti le sorridevano, e le braccia e i cuori le
s'aprivano; che non credo sia peggio il tripudio dell'inferno, quando ha
tolta un'anima al paradiso.
Forse a voi parrà strano; che credo bene che ora non sia così nemmeno
nelle città più corrotte d'Italia. Ma là, e in quel tempo, era la
corruzione tale e così sfacciata, che ho veduto io più volte tutta la
nobiltà andar quasi in gala e alla fila far le visite di condoglienza a
una donna a cui partiva l'amico; e di congratulazioni a tal'altra a cui
tornava. E il colmo poi e l'estremo danno di tal corruzione, è quando
ella toglie ai mariti l'aiuto della pubblica opinione, e il cuore di
opporsi virilmente. Il Marchese si risentì con un po' di mal umore; ma
resistendo ella, ammaestrata oramai dal seduttore, quegli, per non far
iscene, chiuse gli occhi, o tollerò. Io avrei voluto perderci la vita,
se avessi potuto giovarci. Ma che farci io? Provai due o tre altre volte
ad entrar in discorso; ma non mi venne fatto, scansandolo ella. Diradai
mie visite; nè ella mel rimprocciava. Ma non le dismessi del tutto;
parendomi non doversi mai abbandonar una persona caduta, per la speranza
che rimane d'aiutarla a risorgere, o per quella di trattenerla dal cader
più giù.
Io non so veramente se gli scellerati finiti e consumati si godano mai
ne' loro delitti una vera felicità; questo sì è certo, che quanto meno è
uno cattivo, tanto meno di felicità ei può trovare ne' vizii. La Cecilia
era inebbriata, e come impazzita; e non solo la sua fisonomia, ma i
lineamenti e quasi l'ossatura istessa del suo volto e di tutta la sua
persona n'erano mutati. Ma erano fisonomia e lineamenti, ed ebbrezza, e
pazzia, tutto triste. Arrigo poi partecipava alla ebbrezza e alla
tristezza. Non certamente ch'ei fosse tenero ai rimorsi, com'ella, e
nuovo nella carriera di tali amori; ma in questa, rado è che
s'incontrino cuori scelti ed alti, come quello della povera Cecilia; ed
incontrati da un cuore anche alto e generoso, impossibile era che non
l'usurpassero tutto intiero, e nol traessero in tutta la sua miseria. E
so che vi sono tali, romanzieri ed uomini di mondo, che dicono: che
quanto è più forte un amore, e tra più scelti ed alti cuori, tanto più è
scusabile, e tanto meno danno fa. Ma a me pare anzi tutto all'opposto.
Chè, quanto a scusa, maggior peccato è deturpare un cuor alto, che un
dozzinale; e, quanto a danno, troppo differenza è tra l'impressione
leggiera non durevole di quegli amoracci d'ogni dì, e la mutazione, la
rovina fatta da quelle che si dicono gran passioni tra due cuori forti.
E se mi si mostrino di questi cuori pur rimasi forti ed alti a malgrado
siffatte gran passioni, dico che è eccezione rara in ogni dove,
rarissima poi, se non impossibile, in que' paesi, dove non vi ponendo
ritegno i costumi lasciano i miseri colpevoli abbandonarsi, peggiorare,
impigrire, annullarsi nella vita che segue di necessità.
Credo bene che chiunque mi vide allora in quella casa, e in que'
frangenti, non mi accusò certo di parzialità per Arrigo; ed anzi duravo
fatica a serbare per lui i sentimenti da cristiano, e a non odiare il
seduttore della innocente. Tuttavia m'era forza vedere in lui non
volgari qualità. Era di que' pochi Italiani a cui pareva che il servire
coi conquistatori, l'imparar da essi le loro arti di guerra,
l'addestrarvi le mani e i petti fosse il solo mezzo di alzarsi dal fango
in che erano caduti; e facendosi rispettare da questi e da qualunque
altri stranieri, diventar poi forti per sè, e capaci un giorno di
decider le proprie sorti, anche a spese degli imprudenti maestri. Nè vo'
esaminare se non entrasse forse un po' di tradimento celato in fondo a
questo pensiero. Dico che tale era non che in lui, ma in moltissimi di
quelli che si trovavano nello stesso caso. E, fosse questa nobil
ambizione di servir poi un dì più direttamente la patria sua, o natural
prodezza, e forza d'esempio, certo è che lo scolaro avea sì ben usate le
lezioni da emulare i maestri; e in pochissimi anni era giunto già ai
gradi superiori della milizia; e ciò che forse era anche più, era noto a
molti de' primi generali, e, come dicemmo, allo stesso capo e principe
di tutti, Napoleone. Era il tempo delle guerre corte e grosse, e quando
contro la probabilità degli avanzamenti rapidissimi non v'era che un
solo caso calcolabile, la morte. Ma questo a' venti anni non si mette
guari in conto; e così Arrigo, non che speranze, aveva quasi certezza di
arrivare in pochissimi anni, forse nella prima guerra, al grado
desiderato di generale; quel grado, io mi ricordo d'avergli udito dire,
dove comincia la possibilità di mostrar i proprii talenti militari, e
dal quale per conseguenza si può salir senza intermediario all'altro
grado dell'immortalità. Del resto, Arrigo di famiglia nobilissima, anzi
illustre, aveva questo aiuto di più presso a quel governo che si diceva
per anco repubblicano e democratico; ma dove la chiarezza de' natali era
forse più vantaggiosa, che non in alcune monarchie. Napoleone, che
apparecchiava tanta storia futura, amava pur la storia passata; ed era
il tempo che già signore di fatto n'ambiva il nome, e nell'ozio d'una
pace temporaria assumeva a poco a poco lo splendore d'un Re. Alcuni
amici e compagni potenti d'Arrigo gli proponevano di farlo entrar nella
corte militare del primo Consolo; oggetto allora di tutte le ambizioni,
e via la più breve alla gloria ed alla potenza. Ma Arrigo, venuto in
licenza per poche settimane, s'era fermo già non pochi mesi; e perduto
poi nella sua gran passione, non che lecito, credette bello sagrificarvi
sue speranze ambiziose; e non corrispose a quelle offerte. Intanto
succedettero cose più gravi che mai.
La Marchesa diventò gravida. Il marito, paziente fin allora, turpemente
paziente, pur infine si destò. Ma io non entrerò in particolari di
queste turpitudini. Il marito non avea fatto scene fin allora per la
sciocca paura d'esser tenuto geloso; fecene allora per la paura
contraria d'aver nome di arrendevole. E tuttavia quell'uomo così
disprezzabile, così disprezzato, riprendeva appresso alla colpevol
Cecilia tutta la dignità di uno offeso; ed ella, precipitata dalla sua
superiorità usurpata, già non ardiva nè alzar gli occhi su lui, nè
trovarsi sola con esso, nè parlargli da paro a paro. Parvele
insofferibile quell'umiliazione. Disegnò torsene ad ogni modo, e reclamò
perciò l'aiuto di colui a cui aveva sagrificato ogni cosa; colui che
avendo usurpato l'amore e i diritti maritali, era naturale che ne
adempisse i doveri proteggendola. Ma gli è più facile sempre usurpar
diritti che doveri. Arrigo impazzito d'amore avrebbe data mille volte la
vita per trarla da quel colmo di disgrazia dov'ella era precipitata per
lui. Ma qui il sangue, la vita, nè niuna qualità d'ingegno nè di cuore
non servivano; ed all'incontro quanto avesse fatto avrebbe aggravato il
male. Desiderava che il Marchese, provocandolo in qualunque modo, gli
desse occasione di vendicarsi. Ma vendicarsi di che? Egli era
l'offensore, egli il provocatore; egli contro cui si rivolgerebbe con
esecrazioni tutto il mondo: quel mondo stesso de' viziosi che s'adopra
tutto in aiuto de' suoi pari, finchè ogni cosa va loro bene; ma che li
abbandona, li tradisce, li aiuta a precipitare, quando sono infelici. Ed
è naturale, e come un disperdersi de' ladri dopo fatto un mal colpo. Il
peggio era che ogni passo precipiterebbe più la sua amata. Che gli
scandali soli precipitano le donne, è il gran principio de' viziosi.
Quindi la necessità ai più generosi, ai più ben nati, ai più franchi fra
essi, di diventar falsi, bugiardi, traditori, avviliti, avvilitori. Che
differenza, a chi avesse potuto vedere e descrivere gli animi di Cecilia
e d'Arrigo pochi mesi prima ed allora! Finalmente deliberarono torsi da
tutto ciò, e fuggire. Lo scandalo sarebbe più grande; ma ei nol
vedrebbono. Era disonore, ma non l'udrebbono. Ella aveva ad abbandonare
i teneri figliuoli, a lei già così cari. Ma eran figliuoli dello oramai
odiato tiranno; e poi le rimaneva quello che portava in seno dal suo
amore. Egli aveva ad abbandonar la patria, le speranze, a tradir sua
vita passata e futura. Ma che fare? oltre alla sua gran passione, era
spinto ancora da quella specie di dovere assuntosi. Perdendo ella ogni
cosa per lui, poteva egli dubitar di perdere la sua ambizione per lei?
In somma avevano allestita ogni cosa; tempo, luogo, modo, tutto era
disposto, quando, probabilmente per la grande angustia sofferta,
l'innocente frutto dello scellerato amore fu in seno alla madre
guastato. Il mondo, ingiusto calunniatore, ne disse orrori; ella fu per
morire del male, dell'onta, del rimorso. D'Arrigo e del marito non dirò;
non so che sensi potessero avere. Nè dirò che altre scene seguissero. Ma
finirono con uno di que' patti taciti scelleratissimi, che pur piacciono
al mondo, e che io ho pur udito talora lodare. Il marito tacque;
tollerò: di nuovo persuadendosi che il mondo non avesse saputo nulla, si
persuase che non era obbligato nè ad ira nè a vendetta; ovvero, pensò
farne una degna, mostrandosi indifferente alla propria moglie, ed
appassionato per le altrui. La avvilita Cecilia, abbandonata sempre più,
sempre più s'abbandonò; e non avendo letto in volto altrui il disprezzo
se non quando ella s'era vergognata, spogliò la vergogna, vestì
quell'assicuranza, quella alterigia del vizio che è suo solo rifugio e
suo colmo. E Arrigo.... Arrigo, da quanto buon cuore, da quanta
generosità nativa o acquistata aveva mai avuto, o gli rimaneva, Arrigo
era ridotto alla condizione, alla occupazione, al destino di Cavalier
servente della Marchesina.
Già v'ho detto che per rimanerle appresso egli aveva ricusata l'offerta
d'essere addetto alla corte militare di Napoleone primo Consolo. Poco
dopo, e quando era Cecilia nella maggior miseria, e in punto di fuggir
con lui per America, egli aveva ricevuto l'ordine di partir
immediatamente pel campo di Bologna sull'Oceano dove s'apparecchiava la
discesa in Inghilterra. Non volendo, non potendo lasciar Cecilia, tolse
un pretesto di sanità, se n'esentò, e si fece dare un destino nella
città dove s'era così malamente incatenato. E gli riuscì tutto ciò tanto
più facilmente che quel campo non era guerra assoluta ed aperta; ondechè
non era chiaro disonore rifiutar d'andarvi; ed era poi destino così
ambito, che se ne trovavan dieci desiderosi da sottentrar ad uno
dubbioso. Ma poco andò, e seguì quella guerra d'Austria che fu la prima
di Napoleone Imperadore, e l'apice forse delle sue meraviglie militari;
quel levar il campo di Bologna, quella marcia così precipitosa, così
regolare dalle sponde dell'Oceano al cuor di Germania, quelle
operazioni, quelle battaglie succedentisi di dì in dì, e in pochi mesi
terminanti oltre Vienna colla gran giornata d'Austerlitz. Arrigo fece
quella campagna.... da bracciero della Marchesina al teatro ed al corso.
Non che non arrossisse, non arrabbiasse sovente di sua mutazione: ma
prima, alieno d'ogni altro pensiero, e già avendo tralasciato le
amicizie e le relazioni che aveva, non seppe, se non incominciata già,
la mossa dell'esercito e il principio della guerra. Saputala, ne dubitò,
come si suole di ciò che non si desidera; e massime di ciò che mette in
impiccio. Non dubitandone già più, esitò pure, benchè brevemente; ma
determinatosi, egli ebbe a sostener una dura contesa coll'amata;
l'amata, perduta di riputazione, così allora sepp'ella dire, abbandonata
dal marito, non più moglie, non più madre quasi per lui. E vinse bensì
presso a lui il suo sangue, il suo ardor militare, e scrisse per
domandar servizio; ma la domanda andò a Parigi, mentre il padrone era a
Vienna. E il padrone non amava gl'indugiatori. Fecesi la pace intanto; e
allora Arrigo ebbe risposta ricevendo un destino di pace, da ufficial di
stato maggiore d'una divisione militare nel cuor della Francia. L'ira,
la vergogna, il dispetto, l'amore, non lo lasciarono adattarsi al giusto
castigo. Perduta l'occasione d'una campagna col grande esercito, e d'una
battaglia come Austerlitz, per rimanere al suo amore, nol lascerebbe per
andar a tener registri di situazioni militari in una cittaduzza oscura.
Mandò sua dimissione. Fu accettata. Ed Arrigo, prima di venticinque
anni, ebbe fisso il destino di tutta sua vita.... Cavalier servente in
titolo della Marchesina.
Io lasciai, prima anche di quel tempo, quella città e quel paese. E
dacchè ci avevo veduta inutilissima l'opera mia, avevo pur tralasciata
quella casa. In quel pericolo delle scene col marito, ella s'era pure
affidata a me; e m'aveva domandata consiglio. Io avevo dato quello della
franchezza, della confessione al marito. Ma ella aveva già il cuor
troppo ammollito per risolversi a tal forte partito; e troppo guasto poi
per ridursi a pentimento e mutazione. Così finirono nostre relazioni,
non l'interesse mio alla infelice. Di tempo in tempo nelle mie lettere
domandai nuove di Cecilia, e seppi con gran dolore che continuavano
tutti eglino sempre nel medesimo modo. L'ultima volta che ne chiesi a un
vecchio signore di quel paese, che passò di qua, ei mi rispose: «Ah, la
Marchesa Cecilia! sì la Marchesa Cecilia, è persona veramente
rispettabile, persona rara. Quello è un cuore, una costanza, una
costumatezza esemplare! Immaginatevi, che son più di venticinque anni
che ha sempre il medesimo amico. E il primo, sapete voi, il primo, e
solo che abbia avuto mai! Non è di queste che mutano ogni dì, nè che si
faccian servire da quanti forestieri capitano in casa con una lettera di
raccomandazione; oppure senza distinzione di nobiltà, mezzo ceto, od
anche peggio. No eh; la Marchesina non è mica di queste. E che
differenza, Maestro mio, che differenza con queste giovani che ora non
vogliono l'amico, non vogliono il cavalier servente! Certo non può esser
altro che per averne dodici, o se non gli hanno, tant'è come se li
avessero; il mondo lo dee credere di una che è senza servente. Perchè,
vedete voi, per esempio, il cavalier Arrigo, per la Marchesa, è come un
marito che....» «E il marito vero, il Marchese?» diss'io interrogando.
«Il Marchese gran galantuomo, davvero. Credo bene che foste ancora da
noi quando il Cavalier Arrigo cominciò a servir la Marchesa. E ci fu
allora un po' di garbuglio; e chi disse una cosa, chi l'altra. Eh...
Eh... ma voi ci eravate, e dovete sapere.... Basta, d'allora in poi non
s'è udita più una parola cattiva di tutta quella famiglia. S'è riaperta
la casa, buoni pranzi, belle cene al Casino, due o tre balli
all'inverno; e vi posso dire che il Cavaliere serve anche al marito,
perchè, avendo viaggiato assai in gioventù, ei conosce gli usi, le
eleganze straniere, e gli fa far una figura stupenda con chichessia che
gli sia raccomandato da Parigi o da Londra. E principalmente certi vini!
Eh vi sono in quella casa certi vini, che io non avevo mai udito
nominare altrove. E poi fa venire i bronzi, cristalli.... che è uno
spettacolo, una cosa, dico anch'io come questi stranieri, da stupire di
trovar tanto in Italia. E vedete voi, è tutto il Cavaliere; perchè il
Marchese non ha mai viaggiato; e vuol bensì far all'amore or con questa
or con quella, ma non ha mai potuto prender quell'aria di mondo, quel
non so che.... Già adesso ci è il Marchesino.... e poi la
Contessina....» «Ah che? È maritata adunque la bimba?» «La bimba? Oh
bello, la bimba ha i suoi venti o ventidue anni, ed è maritata da
quattro; bella donna anche lei, bella donna, ma un po' pinzocchera, un
po' bacchettona, di queste giovani sempre col marito, giovani alla
moda.... già, educata in un convento.» «Oh, in convento? E la madre so
che facea conto educarsela in casa, e se ne faceva un piacere, una
felicità....» «Oh questo poi, scusate, Maestro; ma voi non ci pensate.
Il Marchese è un galantuomo, vi dico io; e quantunque sappia vivere come
si deve nel mondo, ha religione, buoni costumi, e non sarebbe stato
capace poi, di lasciar per casa una fanciulla a veder certe cose....
Capite bene.... E poi, Maestro mio, io so quel che mi dico quando dico
che a mio tempo si faceva bene ogni cosa. Viver bene, civilmente,
nobilmente, non da frati, scusate, ah scusate, Maestro, che credo voi
siate stato frate; ma altro è il convento, altro è il mondo; e nel mondo
si vuol vivere, si vuol far come tutti. Ma i figliuoli poi, e massime le
ragazze, non si vogliono lasciar per casa a veder queste cose. _Omnia
tempus habent._ Non so io pur bene ancora il mio latinuccio, Maestro
mio? Nol so io pur bene? E credo che vuol dire che in questo mondo ci è
tempo per tutto. Dunque viver civilmente in casa come persone civili e
nobili del mondo, e metter il più presto che si può i figliuoli al
collegio, e massime le ragazze al convento.» «Oh voi avete ragione! Più
sovente che non si crede da taluni, è ben fatto mettere i figliuoli al
collegio, e le ragazze al convento, ne' ritiri, ai convitti, dove che
sia, piuttosto che in casa. E avete ragione di nuovo; il Marchese ha
fatto da galantuomo facendo così. Ma la mia povera Cecilia! la mia
povera Cecilia se ne faceva pure una sì gran festa! -- Guardatela,
Maestro, -- diceva ella alzandola sulle sue ginocchia, guardate com'è
bellina; come le sta bene questa cuffietta che le ho fatt'io; e
quest'abito bianco che le ho ricamato. Vedete; ogni cosa che veste, glie
la fo io; e questi bei capelli ricciuti, niuno glie li tocca se non io;
e così vo' fare, così farò sempre. Al mio Ernesto è impossibile che
attenda io; sarà forza dargli un maestro, metterlo in educazione, e
separarsene sovente; ma costei, questo mio gioiello, questa cara
creatura ella è tutta mia; ella sarà sempre mia; io le insegnerò ogni
cosa. Quando io canto, o suono il cembalo, ella sta lì le ore intere ad
ascoltarmi. Son certa ch'ella avrà un orecchio come nessuna; e quanto
alla voce, poverina! ella è già dolce fin quando piange. Oh, Mariuccia
mia, tu sei e sarai la cara creaturina; la più bella, la più buona, la
più dolce fanciulla di tutta la città, e la consolazione, la felicità,
la gloria della mamma. Oh, vien qua, Mariuccia mia, che ti baci, che ti
stringa, che ti mangi, amor mio, creatura mia....» «Bravo, bravo
Maestro,» ripigliò il vecchio signore, «questo è pure un bel pezzo di
romanzo. Ma la realità non va così.» «Oh,» dissi io, «non fate ingiuria
alla realità, al mondo, e massime alle donne. Non sempre così; ma pur
talvolta grazie al cielo. Ed Arrigo, mi direste voi?....» «Il Cavalier
Arrigo sta bene, benone: è ingrossato alquanto; ma un bell'uomo ancora.
Poveruccio! ha pensato succedergliene una brutta, anni sono; ma poi....
basta, son di quelle cose che non se ne parla. Benchè già voi non ridite
nulla. E sapete che questi antichi ufficiali.... Intendete bene....
s'annoiano talvolta.... ricordano la gioventù.... non son mai contenti
del presente.... Capite eh?.... Ma la Marchesa, il Marchese, tutti si
sono adoprati.... E in somma ei vive tranquillo oramai.... E di nuovo vi
dico che egli e la Marchesina sono un par di persone come ce n'è poche,
anzi, forse come non ce n'è più.» «E così sia, Amen,» diss'io, e lasciai
la conversazione.
E qui lascio la mia narrazione, aggiunse il Maestro, domandandovi scusa
d'avervi trattenuto tanto, in una storia che ora che è fatta intendo
bene che non ha sale; ma quando le cose ci hanno colpito assai, ci par
sempre di poterle narrar in modo da colpirne altrui; ed è solamente dopo
la pruova che uno si ravvede. -- Ed essendo già stata recata la lucerna,
e i tarocchi, ognuno si dispose a giuocare. E il Maestro, che, a
malgrado di ciò che n'han detto taluni dal ritratto, non seppe mai tener
le carte in mano, preso il cappello, s'avviò alla porta, ed io
seguendovelo mentre usciva, «Maestro,» diss'io; «questa storia poi non
la dite dove che sia; qui la potevate narrare senza pericolo, ma non vi
sarebbe sempre prudenza.» «Che?» disse egli, «avete voi paura che mi
strazino le donne come un nuovo Orfeo?» «Oltre le donne, so molti uomini
che se n' offenderebbono, e....» «E s'offendano pure; così potessero le
mie parole romper uno solo di questi brutti vili accoppiamenti che
perdono, avviliscono, impoltroniscono tanti Italiani, che altrimenti
sarebbero utili a sè, ai fratelli, al principe, alla patria: potesser
massime corregger coloro che quasi scherzando li aiutano; e sarei
contento di qualunque inimicizia mi procacciassi con ciò.»