II.

«Io v'ho lasciati ieri» riprese il Maestro, «che Don Luis si era salvato

col valore dalle mani del suo insidiatore, e colla fuga poi da quelle

dei seguaci e complici di lui, i quali, usciti d'agguato, gli eran corsi

dietro; ma perchè egli aveva da cento passi innanzi, e non era poi in

tutta Spagna uomo più leggeri alla corsa, non potè essere arrivato; e

salvo, benchè ferito, giunse a San Lucar le donne e i compagni. E

pensate che accoglienza gli fosse fatta, principalmente.... Benchè io

penso, amici miei, che ieri v'ho allungata troppo la narrazione: e

contro il mio stile, che è di non far durar mie novelle oltre a una

sera, non v'ho detto di questa se non il principio; e se allungassi il

resto allo stesso modo, se ne avrebbe per più d'otto dì. Epperciò,

lasciato San Lucar, e la villa, e Don Luis e sua guarigione, e tutti i

particolari, dirovvi sommariamente gli eventi principali saltando

dall'uno all'altro, e passando le attaccature che non sono necessarie, e

voi potete benissimo supplire.

Erano dunque passati già più mesi dalle scene ultimamente descritte,

quando per un bel mattino di decembre il popolaccio di Siviglia correva

ad una di quelle feste di che il popolaccio di tutti i paesi è così

vago, un'esecuzione a morte di tre o quattro condannati. Era poi anche

maggiore quella volta l'accorrere, non solamente pel numero insolito de'

condannati, ma anche per varie circostanze particolari atte a destar la

pubblica attenzione, attutata del resto dalla frequenza di quegli

spettacoli. E prima, uno dei condannati era un bellissimo giovane, il

più _guapo_ fra i sette _niños di Ecija_; che sono una compagnia di

ladri famosissima ne' contorni di quella città onde essi tolgono il

nome. Dicesi che sieno sempre sette, e non mai più; benchè quando ci è

un posto vuoto, che accade sovente, e' vengono loro sempre numerose

suppliche e brighe per sottentrare; ma non si tolgono mai se non tanti

quanti sono i posti vuoti fra i sette, e sempre si scelgono i più bravi

e provati ladri; e dura quella compagnia da molti anni e forse da

secoli. Fu spenta, è vero, al tempo che il maresciallo Soult reggeva

l'Andalusia; ma so che risorse poi, benchè non sappia se duri e sia in

fiore oggidì. Ad ogni modo, per far ragione a tutti, e' si vuol dire che

costoro, i quali certo non hanno scrupolo di uccidere quante persone sia

loro mestieri per venir a capo di loro assassinii, od anche per

ispegnere la voce; quando poi non è loro necessario, hanno molti

riguardi per le persone che fermano in via, e talor lasciano loro danari

da finirla, e se metton le taglie ai ricchi possidenti, che è il grande

stile di queste masnade, dicesi che talora poi facciano carità a'

poverelli, e lascin borse sotto a' loro usci, e che so io d'altre simili

generosità, vere o inventate da coloro che in ogni dove, principalmente

in Ispagna, hanno amore a questa specie infima in grado, ma da essi

tuttora favorita di eroi.

Un altro poi dei condannati chiamava anche più del primo l'attenzione

de' buoni Sivigliani. Accusato per ladro o assassino, o che so io di

peggio, non aveva alle numerose prove recate contro a lui opposto mai

nulla; e s'era lasciato indifeso condannare. Ma, condannato che fu,

sorse a suo cenno l'avvocato, e dispiegò sul tavolino dinanzi ai giudici

un gran fascio di carte e pergamene che provavano senza replica la sua

antica nobiltà; la quale riconosciuta, l'avvocato chiese, e i giudici

accordarono, non per grazia, ma per diritto, che il suddetto nobile

condannato fosse nobilmente strozzato, o, come dicono, _garottado_ da

seduto, in vece di essere, come s'usa ed è buono per li semplici

cittadini, appiccato in aria ignobilmente penzoloni. E così fu

effettivamente eseguita la sentenza. Ma di questi due a noi non importa

nulla, se non che, tolto il corpo di quel secondo giustiziato, fu in

vece sua attaccato un figuraccio o spauracchio da uccelli; e fu affissa

sotto uno lunga condanna che io non vi dirò minutamente; ma in sommario

dicea così: Che citato il nomato Perico (e seguivano poi gli altri nomi

suoi e la sua qualità d'Asturiano, epperciò nobile) a comparire dinanzi

alla Reale Udienza di Siviglia; e col non comparire mostrandosi

contumace o defunto, che non si sapea quale dei due; sulle deposizioni

dell'eccellentissimo signor Don Luis, con dieci altri nomi e l'etcetera,

Grande di Spagna di prima classe etcetera; le quali unite coll'altre

prove evidentemente provavano aver il detto Perico teso insidie, agguati

e tradimenti per proditoriamente e senza ragione ammazzare il detto

eccellentissimo signor Don Luis; la Reale Udienza l'aveva all'unanimità

dichiarato assassino e condannato a morte; e fosse tenuto quasi

effettivamente giustiziato; e se era vivo, rimanesse bandito col taglio

di ducento scudi e la grazia a chi lo consegnasse; ed altre siffatte

cose poi che seguivano secondo le formole. Perchè poi Perico era

conosciutissimo ed anche amato in Siviglia, perciò, contradizione o no,

la folla fu grandissima a leggere la sua condanna. In mezzo alla folla

poi ei ci fu uno in abito di alguazil che accostatosi allo scartafaccio,

e trattone un altro di sotto al mantello, lo affisse sul primo in modo

da coprirlo; e mentre gli si riapriva innanzi e poi gli si serrava

dietro e riaccostavasi a leggere la calca, egli sparì. Sorse allora un

susurrìo che chiamò l'attenzione dei veri alguazili che stavano

passeggiando pochi passi discosto; s'accostarono, e lette le prime

parole, si rivolsero ad inseguire il falso compagno. Ma questi era lungi

e non fu trovato. Il nuovo scartafaccio dicea così: «Don Luis è un

mentitore; Perico non fu mai assassino, e volle solamente da uomo a uomo

combattere un nemico vile traditore. Se la Reale Udienza fosse meglio

informata, potrebbe sapere che Perico è vivo e vivissimo, e si fa beffe

de' suoi tagli e de' suoi dugento scudi. Con cinquanta soli per testa ei

potrebbe aver quella di Don Luis, e di tutti i membri della Reale

Udienza. In prova di che ha fatto affiggere la presente qui alla barba

loro, e dinanzi alla porta dell'eccellentissimo, e sotto la Girada ed

altri luoghi publici, dove li potete andare a vedere.»

Ora di questo scandalo che che si dicesse in tutta Siviglia, io non ve

ne dirò nulla, volendo, secondo mia promessa, portarvi a un tratto a

un'altra scena che succedè pochi altri mesi dopo, verso l'aprile o il

maggio del 1807, in Ciclana. È questa, non lungi da Cadice, una

piacevolissima terra presso che tutta formata delle villette di que'

ricchi cittadini, i quali chiusi nelle loro mura in mezzo al mare, quasi

marinari d'un vastissimo vascello, scendono ogni volta che il possono a

goder la terra; e perciò tengono là ed abbellano le loro casuccie e gli

orticelli con un amore e una nettezza non consueta nel rimanente delle

Spagne. Così Ciclana, un villaggio di ricchi, unisce in sè i piaceri

tutti della villa e della città. Dei quali volendo Don Luis godere e far

godere le sue brigate, tolse a pigione uno dei più graziosi di que'

casini, e fattolo con meno ricchezza che comodi, e meno pompe che

attente e minute cure, riattare ed addobbare per le due donne, ve le

portò come a caso, e, stupite e contente, ve le stabilì a dimora; e poi

fece incominciare un corso di feste nuove ogni dì, ed egli andava e

veniva, ma per lo più stava, e tutti vivevano allegramente. Benchè,

l'allegria era più apparente che vera, come lo potete udire da una

conversazione che passò tra le due donne, dopo il tocco o le due d'una

notte che ritrattesi stanche, rifinite di piaceri, a loro stanza e ne'

letti che avevano allato l'uno all'altro, e spento già il lume e rimaste

amendue, benchè assonnate, senza dormire alcun tempo, incominciò la

madre a bassissima voce così: «Marichita, Marichita, dormi tu? dormi tu?

Dimmelo almeno se non dormi; dimmelo almeno, in vece di sospirare come

fai, e forse pianger soletta.... Marichita, per amor del cielo!» «Ebben,

mamma, non dormo, gli è vero, non dormo.» «Oh figlia mia, viscere mie, e

che hai tu? passerai tu di nuovo un'altra notte come l'ultime, senza

dormire, affannata, sospirando; chè il mattino poi ti si leggono queste

perfide notti negli occhi cavi, lividi, aggrinzati? O cielo! a sedici

anni, non è egli peccato guastarsi la bellezza così, non saper godere la

vita la più felice del mondo; che se io avessi avuto tanto alla tua

età.... E che dirà Don Luis quando s'accorga di questa tua

ingratitudine? Il più bello, il più giovane, il più ricco signore di

Andalusia e di Spagna, anzi, credo, del mondo, per innamorato, e non

saper godere di una sorte!...» «Sì, per innamorato, per innamorato, e

non per marito. O mamma! chè non mi dicevi tu anche allora, per

innamorato, le prime volte ch'io l' vedeva, quando tu mi facevi cuore ad

adescarlo, a innamorarlo, e mi dicevi che sarei la più gran signora di

Spagna? Or vedi invece, per innamorato....» «Per innamorato ora,

figliuola mia, per innamorato ora. Quanto sei cocciuta e permalosa verso

tua madre che ti vuol tanto bene, eppur tu interpreti male sempre quanto

ella dice! Per innamorato oggi, ma per marito domani. Per marito domani,

se tu il volessi. Ma con fare il grugno ed essere stizzosa e ritrosa,

non s'invischiano gli uomini. Io te l'ho detto le cento volte: non si

piglian le mosche coll'aceto, ma....» «Così avess'io fatto la ritrosa

fin da principio! così non avessimo strascinatoci in casa questo tuo

gran signore! Così non avessi io tradito il mio povero Perico! Chè

quello sì mi voleva bene davvero, quello mi sposava, quello avrebbe

fatto di me una donna onorata. Ed io l'ho tradito, meschino! Io l'ho

innamorato, e poi lasciato senza amore; io ho voluto il suo cuore, e non

gli ho dato il mio! Io gli ho fatto travedere un paradiso, e l'ho

precipitato in un inferno! Io ho fatto di un galantuomo un assassino, io

gli ho messo i pugnali in mano, io ho fatto attaccare il suo nome al

patibolo, io sono che vel trarrò un giorno lui stesso, infelice! ma meno

di me!..» «Figliuola, figliuola mia; è egli possibile che tu pensi

ancora a uno scellerato, condannato dalla giustizia divina e umana? che

tu voglia disonorar te stessa con infami rincrescimenti, chi sa, con un

resto d'infame amore? Sciagurata! che ti vai tu tormentando e

rimprocciando vanamente? Nascono gli uomini ciò che debbono essere, e si

perderebbe la vita intiera in esami di coscienza e rimorsi inutili, se

si volesse andar ricercando ciò che avrebbe fatto, o ciò che sarebbe

diventato tale o tal altro, se non fosse di noi o se non avessimo noi

fatta o detta tal cosa, o che so io. Questi son pensieri a che io non mi

sono fermata mai; e vedi, son vecchia. E tu meschinella, vuoi tu alla

bella età di sedici anni, a quell'età che non torna più mai, vuoi tu far

te stessa infelice così, e con te la tua vecchia madre? Figliuola,

viscere mie!» «Io qui, qui in un letto molle, adagiata sulle piume,

coperta di seta, di trine, con tesori d'addobbi intorno, e di gemme

deposte qui allato, inebbriata ancora di cibi e bevande e profumi

deliziosi, più anche di quei suoni e quei canti e quel continuo parlare,

quell'aure d'amore che soffiano in questa Ciclana, inebbriata più di

tutto pur troppo di queste vane, perfide adorazioni, vane, perfide,

dolci.... Egli a quest'ora in una caverna buia, fetida, sul suolo umido,

con intorno scellerati compagni indegni di lui, a riposare delle cattive

giornate, men cattive per la fatica che per li pericoli, e meno per li

pericoli che per li rimorsi che stancano e rovinano, io il so, più

d'ogni cosa. Ma io, me li sono procurati io questi rimorsi; i miei sono

giusti; i suoi all'incontro, i suoi dovrebbero essere tutti miei. O

Perico, Perico, io mi sento morire, io morrò; ma così potessi prima

vederti una volta ed assolverti de' tuoi rimorsi e prenderli io, e io

sola averne ogni pena!» «Marichita, per amor di Dio!» «Non profanare il

nome di Dio, nè de' suoi santi, nè di quella principalmente che nemmeno

io non m'ardisco più nomare; ma io te l'ho detto e te lo ridico

assolutamente, io non voglio che duri così, non può durar così; mi son

fidata a te troppo tempo: oggi una famigliarità, oggi un'altra, ogni dì

un avvilimento di più, ogni dì una cosa nuova accettata, una nuova

accordata. Oh ci vendiamo ogni dì; vergogna! vergogna! Ecco, il buon

frate non ci capita più se non di rado, e con un viso che par voler

dire: io ci vengo pur anco a vedere se è il tempo della conversione e

della penitenza. Oh sì verrà.... Vergogna, vergogna!... scandalo e

vergogna pur troppo!» «Ebbene, io gli parlerò, io lo persuaderò; vedrai,

egli ti sposerà, ma e' ci vuol tempo, e' ci vuol pazienza, ei ci vuol

amore, e non disgustarlo anzi come fai.» A questo modo continuava il

discorso loro due o tre ore, e così succedeva quasi ogni notte. Al

mattino, coll'aiuto dell'acqua e delle pillole e della gran fatica,

s'addormentavano le donne. Dormivano fino a mezzo il giorno. Ma appena

deste, trovavansi di nuovo l'una volentierissima, l'altra invita, ma pur

cedente, in mezzo agli incanti, ai piaceri ed all'ebbrezza. Non

pensavano ad altro fino a notte avanzata; ed ogni notte ivan crescendo

le angoscie dell'infelice Marichita.

Cinque o sei n'eran corse così. E Marichita più che mai malcontenta

della vita che le era fatta fare, e di sè stessa, e volendo meditare da

sè, stava una notte contro al solito cheta, e faceva vista di dormire,

quando le parve udire giù nella via un canto che più amari fece i

pensieri in che appunto era immersa: era il Polo del contrabandiero,

cantato da una voce e con un'espressione tutta simile a quella di

Perico. Si riscosse nel letto, ma pur pensò che fosse o casual

somiglianza, o parto dell'esaltata imaginazione. Ma abbrividì tutta, e

fu per isvenire, quando, finita la canzone, seguì quel batter di mano

raddoppiato, a lei già così noto. Sorse a mezzo sul letto; ma, cessando

il canto e il segno, in breve si ripose sotto le coltri, e pensò di

nuovo che assolutamente fosse un'illusione sua, e temè che le angoscie

non incominciassero a guastarle il senno ed i sensi. Ma ricominciò il

canto e la medesima voce; e ben distinti, ben uditi da lei risorta sul

letto, i battimenti di mano. Allora, non potendo regger più, detto alla

madre che quella notte si sentiva meglio del solito, e sperava in breve

dormire, ma voleva prima riprendere un po' d'aria sulla terrazza; e la

madre acconsentendo a quella, come a ogni cosa che ella volesse,

vestitasi, anzi, velatasi appena, pian piano scese al terreno in un

salotto discosto da ogni camera dove si dormisse, ed aperta la finestra

diessi dietro l'inferriata a guardare là onde le pareva che il canto

venuto fosse, e non scorgendo persona ripetè ella il segno, e di nuovo

mirò. Allora, di dietro all'angolo della casa vicina, vide spuntar come

un'ombra, ed appressarsi quatta quatta tutta involta nel mantello, e

passar dinanzi a lei tacendo, ma sforzandosi, come pareva, di scoprire

chi fosse dietro all'inferriata. Ed ella volendo terminar le incertezze:

«Povero contrabandiero», diss'ella «a chi vai cantando tu?» «A te, a te»

disse, e quasi gridò l'ombra, e s'appressò a un tratto, e buttò le

braccia all'inferriata, come se attraverso quella avesse potuto

afferrare o portarsi via la fanciulla; e questa, come se fosse stato

possibile, tremandone si ritrasse addietro due passi. «Perico!»

«Marichita!» fu detto insieme in un istante, e poi durò un silenzio di

forse uno o due minuti, e ricominciò la fanciulla: «Sei tu dunque,

Perico? Che vai tu facendo qui? Sei tu vivo, Perico, tu, o sei tu lo

spirito di lui che venga a vendicarsi? Benchè, se il fossi, non ti

fermerebbero queste mura e questi cancelli, e già da più notti io

t'avrei veduto sedere al capezzale del misero mio letto, quando io ti

chiamava a godere della mia disperazione.» «Io l'ho udita, io la so la

tua disperazione; infelice fanciulla!» ripigliò l'ombra, e Marichita

abbrividita diè indietro involontariamente di nuovo. «Io la so. Epperciò

son venuto d'onde che io mi sia, più morto che vivo, ed io pure non meno

di te disperato. Chiamato da te, venni e son pronto a menarti meco, se

l' vuoi, accada poscia che può. Vieni, vieni ad unire almeno le nostre

disperazioni. Marichita, vuoi tu venire? Vuoi tu venire? Dì su.» «Dio

buono, Dio santo, Vergine santissima, che è egli questo? E sarebbe egli

vero che tu venissi dall'altro mondo a trarmi....» «No, Marichita, non

son morto; vedi, vedi pure, io vivo, appressati, toccami.... benchè no,

per l'amor del cielo non toccarmi, non mi rimettere nelle vene tutto il

fuoco ond'io ho arso tanto tempo, onde io ardo pur troppo, finchè non

abbi detto che verrai con me. Ma vien con me, Marichita, vieni con me;

posciachè costui, questo nobile, questo ricco ribaldo tuo non ti fa

felice; posciachè t'incresce del tuo tradito, abbandonato Perico;

posciachè gl'invidii l'umido letto della caverna, tu coricata tra le

piume, le sete e i profumi. Traditrice tradita, vien con me, vieni unire

le nostre disperazioni.» «Uomo, spirito, che sei tu? Che sei tu che sai

le parole mie sommesse, e i miei nascosti pensieri? Che sei tu? di nuovo

io ti scongiuro.» «Io sono un infelice, il più infelice uomo del mondo,

che ti disprezza, ti abborre, ti maledice a tutte l'ore del dì e delle

notti, e maledicendoti pensa a te, null'altro che te, sempre te.

Maledetto il seno che ti portò, maledette l'arie che respirasti,

maledetti gli occhi che ti videro, e il cuore, l'indegno cuore vilissimo

che non ti può cacciare, e il pensiero che sempre è con te.» e «Oh! ti

riconosco, iroso, feroce amante! tu sei, tu certo sei. E maledici pur

quanto vuoi. Tu benedetto sii che sei venuto a udire i miei pentimenti

una volta prima che io mi muoia. Odi, Perico! Io ti ho tradito, tradito,

è vero, scelleratamente, indegnamente; io t'ho anteposto un altro, io

t'ho voluto abbandonare per sempre ed avermi lui. È verissimo, io sono

un'indegna, una colpevole creatura. Nè voglio scusarmi, te accusando. Ma

pur forse lo potrei, te così orgoglioso, così iroso, che non facevi uno

sforzo vero mai per richiamarmi a te.» «E non venni io?» «Sì, una volta

dopo parecchi giorni, e una volta sola senza instare con altro che con

minacce e vendette; ma non accuso io te, no. Me sola accuso, benchè non

sola, io giovane, io nuova a tutto, io inesperta, precipitata dalla

madre. Oh le perdoni Iddio; io debbo, io voglio perdonare, io perdono a

lei, a te, ma sono pure la più infelice creatura, e così possa la morte

fra breve....» «La morte, la morte, sempre la morte! Ei sembra che sia

un rimedio a tutti i mali. Ei si pensa a una disgrazia? La morte la

finirà. Si pensa a una ingiustizia? La morte ti vendicherà. Si pensa

alle ingiurie, alle oppressioni? La morte agguaglia tutti. Alla propria

scelleratezza? La morte la sconterà. La morte, sempre la morte! E perchè

non vivere? Perchè non soddisfarsi? Perchè non vendicarsi, ed esser

felici così un momento almeno? Senti, Marichita.... È inutile ch'io te

lo dica, e lo potresti indovinare oramai da te. Io t'ho messo intorno

una persona tutta mia che ti vede ed ode ad ogni ora, e cacciata questa

te ne porrei intorno cento altre. Ed altre ancora ne ho già disposte da

gran tempo qui intorno, ed io t'avrei potuto rapire, ed aver meco.... Se

non che, a che t'avrei io tolta? Avutati nelle mie mani, che avrei fatto

di te? Io meditava da gran tempo su ciò, e finchè non mi fosse fatta una

risposta satisfacente, tu ti potevi viver tranquilla, nè me l'ero fatta

mai.... L'altra sera ebbi la relazione che a te, sveglia o sognando,

incresceva del povero tradito Perico. Da quell'ora, da quell'istante io

ben seppi che far di te. O dimmi, dimmi, Marichita, dimmi....» «Se io

t'amo, Perico? Se io t'amo? È egli questo che vuoi sapere? Se io t'amo?

Oh credimi, non solamente t'amo adesso, ma t'amai sempre, t'amavo

quando, seguendo i consigli della madre, aiutati dalle tue ire, mi

sforzavo cacciar te e chiamar colui; t'amavo quando, volendo sorridere a

lui, ero ridotta a richiamar a mente ed imitare i sorrisi e le dolci

parole che io già aveva apprese con te, che tu mi sapevi inspirare, tu

solo, ed io non le seppi mai dire veramente se non a te, e t'amavo in

quelle notti che facevo ogni sforzo per dimenticarti. Ora non più, no,

mi sono capacitata che non è possibile, ora so e sento che senza te non

posso vivere.» «Oh benedetta, benedetta Marichita mia, tu sarai mia; ed

ascolta, chè abbiam poco tempo a discorrere. Di qui a tre notti....

benchè avrai tu cuore di venir a viver meco la vita di un

contrabandiero, di un bandito? Cacciati dalla società degli uomini,

fuggiti come bestie immonde da chi vogliamo accostare, tracciati come

fiere da chi vogliamo fuggire, non dormir mai se non a mezzo; per

passatempo di veglie discorrer di sbirri, confortatorii e patiboli,

scellerati per compagni, amici niuni, niune leggi che il timor comune,

niune difese che il proprio ferro.» «Io lo so, io lo so. Ma chi ti ha

cacciato in questa vita? Chi ti ci debbe seguire? Chi l'addolcirà, se è

possibile? Chi ritrarrattene forse mai? Dov'è l'amore, là è il dovere

della misera Marichita. E dov'è l'amor suo, là ella potrà forse ritrovar

posa de' suoi strazi, e refrigerio di questi fuochi. Impossibile oramai

rimaner qui innocente fanciulla; là anche in mezzo agli scellerati sarò

donna virtuosa.... del mio amore. Perico, Perico dammi la mano, qui

attraverso a queste sbarre, in mezzo a questo buio, con Iddio solo per

testimonio, chiamami tua; e poi vieni a levar quando vorrai la tua

sposa, vieni a trarla dove vuoi, vieni a farne quel che vuoi, vendetta

se vuoi.... Perico, mio Perico! avanza, dammi la mano attraverso queste

sbarre, dammi tua fede, odi la mia, chè io son tua.... Oh non rispondi

tu, Perico? Che ti ritrai? Dove vai?... Dove vai, Perico? Perico! Che

non rispondi, e dove vai? Rispondi!» E con queste ed altre angosciose

grida, fuor di sè la infelice fanciulla perseguiva il tacito, sordo

amante. Il quale, senza rispondere, senza dar una voce nè un cenno,

spariva; così, nella disennata e superstiziosa fanciulla entrò di nuovo

il dubbio non fosse stata mai un'apparizione dello spirito solo del suo

amante. E tanto più si fermò in questo pensiero, e quasi il credette

certo, che uscita in fretta dalla porta, e corsa al luogo dove era stato

fermo Perico, ed a quello poi ond'era sparito, non trovò, nè udì, nè

vide, nè da lungi persona od ombra o nulla, se non oscurità e silenzio

universale.

Tuttavia, ridotta nella sua camera, e riflettendovi quella notte e

quelle che seguirono, ella si capacitò che era stato Perico, non solo a

malgrado de' pericoli vivo e vivissimo, ma, a malgrado de' suoi

tradimenti, innamoratissimo di lei, e che aveva fatto il disegno di

venirla fra tre notti a rapire. E così era difatti. Nè occorre che niuno

dica se Perico facesse bene o male, secondo o contro la ragione; ch'ei

si sa fin da' bimbi che l'amore non si lascia metter freno da lei. Sì

talvolta sel lascia mettere dall'altre passioni compagne sue. Onde poi

veggiamo l'avaro innamorato sacrificar all'amore ogni cosa, tranne i

quattrini; il beone, tranne il vino; il giocatore, tranne le carte e i

dadi; e l'iroso, tranne la vendetta. E mettetevelo pur bene in capo, voi

fanciulle, per non isperar poi troppo dai vostri sposi. E voi donne, se

mai niuna ebbe dal suo il sacrificio di qualche passione, tenetelo pure

per il più bel presente ch'ei potesse farvi in prova d'amore, e tenete

lui poscia per marito non dozzinale. Nè vorrei dir io che Perico non

avesse potuto forse un dì diventar buon marito, e, se la sua amante

l'avesse meritato, non fosse stato capace di sacrificarle un dì anche

l'orgoglio, passione principalissima non solo delle sue, ma di tutte

quelle che son plasma dei sette peccati capitali. Ma intanto, fosse

colpa di lui o di lei, certo è che per allora Perico non era disposto a

far quel sacrificio. Era venuto, come udiste da lui stesso, sull'avviso

avuto da una camerista di Marichita che questa passava le notti intere a

piagnerlo e desiderarlo; era venuto prima a verificare la verità di

siffatta relazione, vedendo se risponderebbe a' suoi segni; poi, in caso

che rispondesse e scendesse e confermasse il rinato suo amore, a prender

appuntamento con lei per poi rapirla, e trarla seco, senza pensare per

allora allo sposalizio. Ma quando Marichita pronunziò quella parola di

sposa, ed attraverso alle sbarre tese la mano come a congiungerla in

legittimo matrimonio a quella di lui, ridestossi allora ad un tratto

nell'animo suo, e ridestato vi ridivenne signore l'orgoglio così

crudelmente, così constantemente offeso fin dal principio de' loro

amori; e fu per dettargli qualche crudel risposta, che pronunziata

avrebbe forse troncato l'amore o l'istessa vita di Marichita. Ma non la

pronunziò, e invece si ritrasse; e di corsa, anzi di volo, fuggì da lei,

dall'occasione, e avrebbe voluto da sè stesso. Ondeggiò poscia in

pensieri e disegni e risoluzioni fatte e disfatte mille volte in quei

tre giorni; chè sono indicibili i combattimenti interni di un uomo per

natura forte, ma, per passioni d'ira e d'amore annidate in suo cuore,

fatto imbelle. L'ultima risoluzione a cui s'appigliò, non come migliore,

nemmeno a sua mente, ma come quella che, senza decider nulla, lo metteva

pur in caso di satisfar tutte le sue passioni, fu quella di tornare a

Marichita, e assolutamente, senz'altre spiegazioni, senza darle agio a

riparlar di matrimonio, portarsela via. Perciò, invece di nuovamente

chiamarla all'inferriata, deliberò coll'aiuto della compra cameriera

entrar nella casa, e con quello poi de' compagni suoi invaderla e

occuparla di soppiatto od a forza, e giunti alla camera di Marichita,

volonterosa o no, portarsela via. E com'era stata disegnata ogni cosa,

così s'effettuò. Guidati dalla donnicciuola, inavvertiti da ogni altro,

piano piano entrarono, e camminando alla sfilata, giunsero alla camera

delle due donne, ed aprirono la porta, e furono al letto, e rivolsero su

quello a un tratto le lanterne per vederla e pigliarla; ma videro vuoto

il letto, e la mamma che dormiva nel suo, e si rivolsero alla cameriera,

e questa giurava non intender che fosse, e tra il chiasso che seguì, si

svegliò la Romana, e incominciò a gridare, e, interrogata, giurò il

medesimo. Ma, disperdendosi gli uomini a frugare, benchè invano, nella

casa, in breve fu desto Don Luis e tutti i suoi servidori, che armati, e

conoscendo meglio i luoghi, incominciarono a difendersi, poi ad assalire

gli assalitori, e gli uni e gli altri a tirar pistole e schioppi, e ad

accorrer gente di fuori, che fu una confusione da non vedersi mai più

l'eguale. Due o tre furono morti d'ambe le parti, ed altri feriti; ma

scamparono gli altri contrabandieri, e fra essi, strascinato e quasi a

forza portato via, Perico, il quale, coperto di sangue e ferite, ma più

che mai ebbro e furente, voleva rimanere finchè trovasse pure ad

accozzarsi col rivale, ora più odiato che mai.

Del resto, come fosse succeduto tutto il caso di quella notte, e lo

sparire di Marichita, nol seppero mai nè Perico nè Don Luis; e nol

sapendo, s'accusarono ognuno d'aver, per paura o gelosia o vendetta

dell'altro, rapita e poi nascosta od anche spenta l'infelice fanciulla.

E così, come succede tra appassionati, non era scelleratezza di che non

si credessero l'un l'altro capaci, e di che non s'accusassero poi ogni

dì più. Quindi ad accanirsi, ad arrivar agli ultimi segni la loro

inimicizia. Perico a riannodare i suoi masnadieri, ad aizzarli a una

nuova impresa contra la casa di Don Luis. Don Luis, avvisatone, a

lasciar questa a Ciclana, e correndo poi a Siviglia, a Cordova, a

Granata e al campo di Gibilterra, a far nuove pressanti istanze presso i

tribunali e i governatori di provincie e i comandanti di truppe, a far

crescer le taglie al capo di Perico, a mandargli contro intiere masnade

di sbirri, alguazili, doganieri ed anche fanti e cavalli. Quindi poi,

minacciati così tutti i contrabandieri che al solito vivono quasi

tranquilli in quelle parti, ad unirsi tutti sotto la condotta di Perico,

che avea nome del più bravo e destro; ed ora tutti insieme ad investire

ed opprimere qualche squadra de' loro persecutori, ora a disperdersi e

scampare sminuzzati, ora a riaccozzarsi e proteggere sulle coste lo

sbarco di qualche nave di contrabando, ora a scortar poi per li monti le

lunghe salmerie di muli che portano quelle merci proibite nelle

provincie interne della Spagna. Perciocchè, diceva l'ufficial francese

(non so poi se a torto o a ragione, chè io non sono stato in Ispagna, e

non m'intendo di sifatte cose), diceva che a quel tempo essendovi

rigorosissime le proibizioni di merci straniere, e più di quelle che men

si fabbricavano nel Regno, e tuttavia gli Spagnuoli avendo bisogno di

alcune di queste merci, e tanta più vaghezza di alcune altre che eran

proibite, ed offrendo perciò il doppio od anche due doppi del loro

valore, ne nasceva che le merci in un modo o in un altro entravano; e

diceva anzi che entravano per tutti e singoli i quattro lati del

quadrato delle Spagne, e in quantità non minor forse che se fossero

state lasciate legittimamente entrare; e con questa sola differenza che

ne scapitava l'erario che non n'aveva un quattrino di diritti, vi

scapitavano i privati onesti che compravano caro due o tre volte più del

valore, vi scapitavano i mercanti che vendean carissimo, ma aveano anche

comprato caro, e in somma vi scapitava tutta l'onesta gente, e vi

guadagnavano solo quelli che, nazionali o stranieri, grandi o piccoli, a

forza o per inganno, si chiamavano o doveano chiamarsi contrabandieri.

Nè so io poi se sia esagerata o no questa descrizione; bensì dico ed

aggiungo all'osservazioni dell'ufficiale, che se era veramente così, il

danno maggiore da lamentare non era quello delle borse dei privati, nè

dei mercatanti, nè dell'erario, sì era quello della onestà di tutti

quelli che più o meno facevano gl'illeciti guadagni. E tanto più mi

confermo in questa opinione, che dall'essere così universale, e, come

dicea l'ufficiale, quasi necessaria questa frode, ella s'era fatta

nell'opinione innocente, e i grandi e i maggiori signori l'aiutavano, e

se ne rideano e davan vanto di farla per destrezza, e i popolani poi

teneano per bravura ed eleganza a farla per forza; così il nome stesso

di contrabandiero, che suona male altrove, era là quasi tenuto in onore.

Del resto, l'esser tenuti in questo onore, ne dava lor pur un certo tal

quale. In quella notte che invasero la casa di Don Luis non fu tolto da

nessuno uno spillo; e il mattino appresso pareva come se una brigata

d'amici, non di masnadieri davvero, fossero entrati a metter ogni cosa a

soqquadro.

Tuttavia piovvero più che mai su Perico e suoi compagni, non solamente

le condanne e le ingiurie meritate da essi come contrabandieri, rapitori

e insidiatori della pace privata, ma, con ingiustizia consueta, anche

quelle immeritate di ladri ed assassini. Chè troppo sovente ei succede,

o per odio o per non curanza, e talor anche per uno zelo esagerato della

giustizia, che si confondano i delitti e i delinquenti, ed a chi ha

colpe troppo reali se n'aggiungano delle imaginarie, ed ogni cosa si

carichi sulle medesime spalle. Onde poi troppo sovente anche avviene,

che il colpevole il quale o con alquanto di compassione, od anche con

una giustizia severa, ma non oltrepassante, avresti tratto a confessare

e riparar le proprie colpe, o per ira o vendetta o per quel calcolo così

solito ai delinquenti che incorsa una pena tanto val meritarla, ei si

precipita ed ingolfa poi in quegli stessi delitti, che gli sono stati

ingiustamente apposti. A me poi la sperienza del nostro ministero mi ha

sempre dimostro, che se la luce della intera morale cristiana è sola

buona, sola vera, sola che possa avviar bene su questa terra gli uomini,

i quali senza essa errano come in una notte buia senza luna nè stelle;

tuttavia tant'è la necessità e il desiderio di questa luce, che gli

uomini, i quali non la conoscono o l'hanno perduta, s'accendono poi da

sè qualche tenue lampada o facella da guidare i lor passi vaganti.

Ondechè, chiunque voglia ridurli a miglior via, non dee spegnere queste

facelle quantunque povere od inette, ma valersi di esse, e torle in mano

per mostrar agli errati l'orlo de' precipizii, e fermarveli finchè sia

risorta qualche più efficace e vera luce celeste. E sarebbe intorno a

ciò a dire fino a domani; se non che chi m'ascolta per solazzo, troppo

già temo abbia a lagnarsi di tante serie riflessioni. Onde lasciandole,

vengo a mostrarvi coll'esempio quali fossero gli animi di que' compagni

di Perico, posciachè furono, a forza di condanne dei tribunali,

d'istanze e di spese di Don Luis, e d'inseguimenti delle truppe, ridotti

dalle coste di Algesiras e di Marbella che sono il loro paradiso, a'

monti di Ronda, dell'Alpujarras e della Sierra Nevada che son loro

rifugio; e da questi poi, a ciò che si può dire loro esiglio, i colli di

Jaen, poveri, nudi e quasi deserti, e quel che è peggio per

contrabandieri, tutti interni senza coste, nè frontiera.

Stanchi di molte, lunghe e infruttuose marce, coi guadagni antichi già

consumati, e senza speranza di nuovi, erano capitati una sera ad una

_venta_ od osteria isolata, sul cammino a Madrid, e finito lor _rancio_

o pasto più parco che mai, eransi adagiati intorno al camino da quindici

o venti a passar quell'ore dopo la cena, che gente di siffatta

condizione, ma di qualunque altra nazione d'Europa, avrebbe passato

bevendo e gridando; ma gli Spagnuoli le passan fumando e tacendo.

Tuttavia, dopo una mezz'ora, levatosi uno degli assistenti col sigaro

ancora in bocca, ed ito all'uscio, ed apertolo, e veduto che non ci era

persona nella camera allato, e tornato a riprender suo seggio, ma

appressatolo in mezzo agli altri: «Uomini», disse finalmente, «che vi

par egli oramai di questa bella vita che meniamo da due mesi in qua?»

«Vita da cani», disse uno; «anzi», disse un altro, «da fiere che i cani

tracciano;» «e che fiere!» disse un terzo; «nè lupi nè volpi; che nè per

forza nè per inganno non abbiamo nemmeno un buon boccone mai. Vita da

cervi o conigli, o se niuno animale più vile si trova.» «No, no», disse

un altro, «anzi vita da gran signori. Non far niente.... niente mai

fuorchè passeggiare.» Seguì un riso, smoderato per Spagnuoli, altrove

sarebbe stato appena sorriso. «Vita da porci», disse poi uno che aveva

tenuto le labbra tanto più chiuse, quanto più avea veduto disserrarsi le

altrui; «vita da porci destinati al macello.» «Or bene, signori», disse

quegli che aveva nel consesso il posto d'onore, lo scanno al lato al

camino, anzi sotto al cappello di esso: «or bene, signori; sta bene

ridere, e può anche star bene adirarsi d'una cattiva situazione, ma

finchè non c'è rimedio, parmi stia meglio di tutto tacere.... ed

aspettar tempo migliore. Signori! serenità! serenità! e non importa, due

grandi parole, due gran santi protettori di uomini Castigliani.»

«Serenità e non importa», ripigliò il primo che avea parlato, «ottime

cose quando non c'è' altro a fare; ma se io avessi altro?» «Bravo,

bravo», disser tutti, «che hai studiato tu? Bravo tu, se ci fai far

qualche cosa; se non altro per torci la seccatura di questo tanto menar

le gambe, e non le braccia più mai.» «Oltrechè», disse una, «in breve

non meneremo nemmeno i denti, e già n'abbiamo sta sera un assaggio.»

«Uomini», disse l'oratore, «o parlate voi o io, tutti insieme non

serve.» «Parla, parla tu», disser tutti, «benchè finora ci eri paruto

più bravo esecutore che parlatore.» «Ancora?» disse egli; e non

rispondendo persona: «Udite», proseguì, «l'onore è una bella cosa, ed io

vorrei anzi trarmi di bocca la lingua, che dirvi o proporvi cosa mai che

fosse contro all'onore; sì dico, l'onore di qualunque più scrupoloso

contrabandiero. Tuttavia, su quest'onore ei si vuol ragionare, e non

prenderlo bell'e fatto, come lo fanno certe persone che so io; e sempre

ce ne sono di tali in ogni compagnia, che fanno l'onore e la regola come

vogliono essi, e gli altri a seguirli come pecore. Tanto sarebbe pure

seguir alla cieca l'onore e le regole delle città che abbiam lasciate, e

dei giudici che ci hanno condannati, e degli sbirri che ci perseguitano,

e dicono che sia disonorante cosa far il contrabandiero. Eppure, noi

siam tutti onorati contrabandieri. Parlate adesso, ditemi voi. Siamo noi

onorati contrabandieri, sì o no?» «Sì siamo, sì siamo» disser tutti. Ed

egli: «Dunque vedete che l'onore l'ha da intendere ognuno a modo suo, e

non rimettersene a chicchessia venga poi dire con una gran voce e un

gran sussiego: signori, non si può, non si dee fare, non istà bene, od

altre simili cose. Ei si vorrebbe essere bimbi per lasciarsi dir le cose

così. Ma gli uomini debbono rispondere: noi siamo giudici, noi soli

sappiamo che stia bene e che no.» «Orsù», disse il capitano, «a che

monta tutto ciò?» «A nulla» disse l'oratore, «a null'altro che aver per

giudice voi stesso, ma voi con tutti gli altri, d'una proposizione che

interessando voi e gli altri debb'essere giudicata da tutti. Sentite.

Noi moriamo di fame, di sete, di stento, di fatica, di seccatura; e

perchè? Perchè ci siam fitti in capo questo bell'onore di non rubar mai

se non una sola persona, che questa.... sì signori, lo ripeto.... questo

nostro mestiere è rubar ogni dì una persona; e questa persona è il re

nostro signore. Ora dite, perchè prendiamo noi la robba del re? Perchè

non possiamo fare altrimenti; perchè senza quella non possiamo vivere,

perchè la nostra, quella che ognuno di noi vorrebbe, dovrebbe avere, ci

è tolta. Or non sono queste, tante ragioni di prendere anche la robba di

qualche privato? dico, non di qualche povero cavalliero, o

mercatantuccio che se ne vada con un mulo o due, facendo via

tranquillamente senza intender male a persona, e che spoglio di quel

poco avere sarebbe ridotto a povertà. No, non vorrei toccar un capello a

costui. Ma supponete; dico così per supposizione solamente, se per

esempio il presidente della Real Udienza di Siviglia che ha così

ingiustamente chiamato ladro ed assassino il nostro capitano qui, il

bravo Perico; e per un altro esempio, se mai capitasse qui per via

quell'istesso Don Luis,... o supponiamo un altro dei nostri persecutori,

il vicerè di Granata, o il capitano generale del campo di San Rocco!...»

«Il capitano generale?» interruppero qui alcuni «l'oste ha detto che

doveva passar domani, l'oste ha detto che doveva passare con tre tiri di

mule; ha dieci uomini di scorta, porta seco il tesoro per pagare il

soldo di sei mesi.» «E di chi è questo tesoro?» ripigliò l'oratore: «Del

re Nostro Signore; quel medesimo di che ogni dì prendiamo la robba senza

scrupolo. Dunque vedete....» «Per Dio» disse finalmente alzandosi, ed

alzando la voce sopra quella d'ognuno, il capitano, «per Dio che non

dirai una parola di più. E se t'ho lasciato dire fino adesso era per

vedere, anzi per far vedere a tutti questi cavallieri dove avevi a

capitare. Ora è chiaro; a farci diventar ladri; ladri, assassini di

strada.» «Non ladri, non assassini, non è vero» disse l'oratore. «Non

ladri, non ladri» disser tutti; «non ladri;» riprese il primo «ma

solamente prender in un modo nuovo quella medesima robba del re.» «E

questo altro modo non è egli rubare?» «Non rubare, non rubare», gridaron

tutti. «Io ne appello al vostro onore» disse l'oratore. «Sì sì, il

nostro onore è chiaro, non è rubare, non è rubare. Dì su, dì su quando,

come, dove passerà il capitano generale.» «Giuro al cielo!» disse

Perico, e mise la mano sotto la giubba e trasse il pugnale. «Armi, armi»

gridaron gli altri e fecero il medesimo; ma ognuno ristette per

rispetto, od anzi pel timore che sopraviveva al rispetto e all'autorità

pur troppo perduta da Perico, come succede ad ogni capitano anche di

truppe più regolari quando le cose e principalmente le ritirate van

troppo male. E così seguì una scena, in cui l'uno gli rimproverò l'aver

tirata la vendetta di Don Luis, l'attenzione del governo, e

gl'inseguimenti delle truppe su tutti i contrabandieri, che prima

vivevano in pace tollerati e quasi assicurati; gli altri gli ricordarono

d'averli tratti a quella fazione pericolosissima di Ciclana, dove non

avevano guadagnato nulla se non busse ed alcuni anche la morte. Egli poi

ben potè con alterigia ricordare le fazioni fatte sotto la sua condotta,

le navi prese, le ricchezze acquistate, le promesse fattegli

d'obbedienza; ma le passate fazioni felici erano fatte dimenticare dalle

presenti infelicissime, dalle ricchezze già consumate; e le promesse

parevano annullate dalla sua ostinazione contro il parer comune. E in

breve, dopo un'ora di chiasso, grida, minacce, ed ire soppresse ma

impossibili oramai a più trattenere, rasserenatosi a un tratto Perico, e

inguainato lentamente il suo pugnale, ed estesa anzi aperta la mano in

mezzo ai compagni taciti e stupiti del suo atto: «Or bene», disse;

«cavallieri, voi siete padroni; io solo contra tutti non posso. Finita

già la mia autorità, io ve ne assolvo.... ed assolvo me d'ogni dovere, o

responsabilità.... e d'ogni compagnia con voi. Cavallieri, addio: molte

parole sarebbero inutili oramai; io non ebbi a lagnarmi di voi, nè voi

credo di me, finchè siam durati insieme. Or segua ognuno il suo destino.

Ognuno a modo suo. Io solo, e morto prima che.... Addio, cavallieri;» e

così dicendo e toccando la mano a ognuno, salvo all'autore dell'infame

proposta, passò in mezzo a tutti; ed aperto l'uscio, sparì

nell'oscurità.

E così farò io, aggiunse il maestro prendendo il cappello; e chi vuol

venire alla terza parte, che sarà l'ultima, venga, e chi non vuole,

resti.

Novelle(#39658) · 第 20 / 27 题