I.

«Narrereteci voi una novella, maestro?» disse una gentildonna che era

con noi in una di quelle ultime lunghe sere di novembre, che quando s'ha

buona compagnia io le conto per uno de' migliori piaceri della villa.

«Narrereteci voi una novella? Io ho lette quell'altre scritte dall'amico

nostro che è qui; ma dicono che narrate da voi sieno troppo più

piacevoli, ed io, dopo che vi ho conosciuto, volentieri lo credo. Se non

che, ei mi pare vi dilettiate soverchio cogli spiriti e colle

apparizioni; che io ben vi posso dire non mi danno paura, ma troppo

ripetute forse mi darebbero noia. Oltrechè dei tempi antichi abbiamo

novelle che ne avanzano; e se molte sono sconce, molte pure sono da

leggersi per tutti; e il novellare di quelle cose e que' costumi, è

proprio un portar acqua al mare, o chiocciole in Astigiana.» «Signora,»

disse il maestro, «io novello a modo mio, come mi viene il destro, di

cose vecchie o nuove senza distinzione, e senza intenzione di far

novelle nè all'antica nè alla moderna. E certo, dette così come le dico

io, nel nostro dialetto piemontese, anzi nel mio tra astigiano e

langaruolo, ben credo che elle non possano nè olezzare nè putire mai

d'imitazione del Lasca, o di messer Giovanni Boccacci. Che se poi

l'amico volendole scrivere, e nol sapendo fare, come pur dovrebbe, nel

dialetto in che son dette, le scrive in italiano, egli ci pensi; purchè

non le scriva io; chè fuor della scuola io non intingo mai penna in

calamaio.» «Non so» disse la gentildonna «chi s'abbia a dir più pigro

dei due; o voi, maestro, che avete votato odio alla penna, o voi, amico,

che avendo il vizio di tôrla in mano, la usate poi così scioperatamente

in baie di questa sorta. E quasi direi che voi siate il peggiore dei

due; perchè niun uomo ha l'obbligo di scrivere; sì bene, volendo pur

iscrivere, di farlo, o tentar di farlo almeno, sopra qualche cosa che

serva.» «E' mi pare» diss'io «che voi non v'abbiate il torto; e già me

n'ero avvisato da me, che che io dicessi a' miei leggitori sull'utile di

passar meco un'ora d'ozio; ond'io mi vo' pur correggere, e più non

iscriverò.» «Ecco,» disse la gentildonna, «conclusione a rovescio: io vi

diceva, scrivete qualche cosa utile; e voi concludete, non iscriverò.»

«Perchè» ripresi io «per iscrivere qualche cosa utile, e' si vuol avere,

primo, qualche cosa utile in capo; secondo, scienza di scriverla; terzo,

volontà; quarto, agio; quinto, stampatore; sesto, libraio; settimo,

leggitori. Vedete quante cose, oltre forse le dimenticate.» «Or certo,

eccovi al solito degli autori, a lagnarvi di stampatori, librai, e

leggitori; dovreste vergognarvene, voi principalmente autor dilettante,

principiante....» «Or principian elleno le ingiurie?» «Signor no, ma

senza ingiuria io vi dico che non mancano stampatori nè leggitori agli

autori, ma più sovente....» «Bene, bene, mancherammi altro, mancherammi

altro. Ma io non entro in dispute, e vi rispondo, o novelle o nulla. Non

novelle? dunque nulla.» «Ma volete voi la mia?» interruppe il maestro

che da mezz'ora dimenava la lingua in bocca, «volete la mia? Dirovvene

una modestissima che ce la disse un ufficiale amico di Toniotto, una

volta che lo venne a vedere al paese, e incominciarono a parlare della

guerra di Napoleone contro alla Spagna ch'egli avean fatta amendue, ma

più lungamente l'ufficiale, ed ambi erano come innamorati de' lor nemici

spagnuoli. E dicendo io che ce n'era de' buoni e de' cattivi,

l'ufficiale rispondeva, che anzi ce n'era di quelli buonissimi e

cattivissimi a vicenda, od anche a un tempo. Ed osservando io che tutti

i popoli meridionali sono così, l'ufficiale mi rispondeva che non tutti,

e poi ci disse questa storia, che l'aveva udita da una delle persone

interessate. Onde, avendola io udita da lui, e voi da me, l'avrete

passata per tre bocche solamente. Vedete perciò quanta credenza le

dobbiate dare. Or la volete voi?» «Sì» disse la gentildonna.

«Ma voi questa non la scriverete, spero?» disse rivolto a me. Ed io:

«Chi sa?»

Raccoltosi allora alquanto in sè il maestro: «Io cercava» riprese «onde

principiar la novella che l'ufficiale principiò, e poi intarsiò con

tante descrizioni ed ammirazioni di Spagna, Spagnuoli, e principalmente

della bella Andalusia, che il volerlo seguire a questo modo sarebbe un

non finire mai più. Ma il fatto sta che il bello della storia incomincia

solamente da una certa sera, non mi ricordo se di luglio o d'agosto

dell'anno 1806, in casa d'una cittadina benestante di Siviglia, chiamata

Donna Ramona. Nella qual città, capitale de' quattro regni d'Andalusia,

e bella poi, diceva l'ufficiale, quasi tanto come Firenze, usasi, da chi

può, avere in mezzo alla casa un cortiletto molto pulito, lastricato a

bei quadretti di marmo bianco e nero che vengono di Carrara, con sovente

una fontana in mezzo, e sempre un portico che ricorre per li quattro

lati all'intorno, ed è sorretto da colonne molto sottili, su cui posano

gli archi leggermente, contra le regole, il so, del Vignola e del

Palladio, ma secondo quelle rimaste là dell'architettura moresca, che ad

ogni modo fa bella ed elegantissima vista. Sogliono poi ogni mattina le

serve largamente inaffiare e lavar bene con ispugne i pavimenti;

operazione che con parola araba chiamasi tuttavia _aljofifar_, e ch'elle

rinnovano talora nel giorno e alla sera. E aggiuntavi la precauzione di

tener, durante il sole, coperto il cortile con una spessa tenda che si

ritrae all'imbrunire, ben vedete che in tutti i climi, le genti

civilizzate, o molli che si voglian dire, hanno saputo trovar modo di

viver benino, anzi di rivolgere in comodi e piaceri gli stessi

inconvenienti naturali. E certo è che pochi piaceri al mondo sono da

pareggiare a quello, dopo una giornata calda, di prender il fresco una

sera d'estate. Sì credo che sia piacere pericolosissimo per ogni verso;

e ci abbia sovente scapitato la severità non solamente dei costumi

privati, ma quella delle intiere nazioni. A Siviglia è come un incanto

passeggiar per le vie buie della città, e veder per li cancelli delle

case questi bei cortili eleganti, puliti, rinfrescati, illuminati e

addobbati qua e là di vasi e fiori, e tra' fiori alla rinfusa le molli

avvenenti Andaluse. Perchè là è il salotto dove s'aduna la famiglia, e

la conversazione ch'essi dicono _tertullia_; e non usano averne, come

altrove, di quelle che empiano, anzi non possano capire negli intieri

palazzi; ma sono per lo più tra dieci o venti persone tutte amiche, e vi

vengono e ci stanno senza soggezione; e il maggior vanto di che ci si

pregino è la «franchezza castigliana» così franca, che a certi svenevoli

stranieri par anzi grossa ed incivile. Eravi dunque _tertullia_ quella

sera in casa da Donna Ramona; e s'io vi facessi un romanzo, sarebbe una

bella occasione, descrivendovi le persone adunate là, quattro mamme, due

fanciulle, tre giovani maritate, sette uomini ed un frate; sarebbe,

dico, una bella occasione di farvi un abbozzo di costumi nazionali, che

è oramai un accompagnamento obbligato di qualunque romanzo, o una

velatura per dargli, come dicono, la tinta locale. Ma io che fo una

storia verissima, non mi voglio impacciare in questi particolari; e chi

non conosce gli Spagnuoli, li vada a vedere: io descriverò quelli soli

che importano a me; e se dirò alcuna cosa che non intendiate, mi

ammonirete voi, ed io tornerò addietro.

Adunque, in poche parole, erano in un angolo del cortile le quattro

mamme che parlavano a voce bassa non so di che, forse delle tertullie

vicine, e due o tre uomini, che, ascoltandole, fumavano gli uni un lungo

nero _sigarro_ dell'Avana, e gli altri una gialla _pajita_ di Guatimala,

e gli uni sbuffavano il fumo francamente sulla faccia a chiunque

avessero innanzi, gli altri il tenevano riposto lunga pezza in bocca, e

vel dimenticavano, finchè parlando usciva bel bello dalle labbra

socchiuse. Quasi in mezzo al cortile, incontro alla fontana, era un

altro crocchio delle tre giovani donne e delle due fanciulle; e al

centro quasi preciso del cerchio, dove per ciò capitavano dalla

periferia tutti i raggi visuali, era un giovane solo, seduto, con una

chitarra in mano che cantava. I rimanenti uomini ivan venendo ora all'un

cerchio, or all'altro, quasi che più vaghi dell'uno, ma più vagheggiati

dall'altro, non sapessero risolversi a nissuno. Il vero è che tutta

l'attenzione del cerchio di mezzo era usurpata dal sonator di chitarra.

Nè tuttavia la musica e il metodo di lui eran tali da farsi dir bravo da

un maestro italiano, o peggio anche da un dilettante francese o tedesco.

La musica era una di quelle canzoni che gli Spagnuoli chiamano

_tiranas_, e sono appunto al solito un lamento della tirannia della loro

bella con parole monotone, ed una melodia anche più monotona; quasi una

specie d'improviso e di cantilena, che pur quando è ben maneggiata dal

cantore ella s'adatta a varie espressioni, e non è certo senza grazia.

Il metodo poi dell'accompagnamento di chitarra era anche più rozzo;

accordi semplicissimi, meno pizzicati che non istrappati a un tratto con

un graffiar di tutte le dita, o tutte l'ugne su tutte le corde insieme;

graffi o busse replicate or rade or prestissime, or interotte con altre

busse sul legno dello strumento.

E qui, mia cara gente, vi dirò che l'ufficiale mi cantò la canzona o

_tirana_, spagnuola, che è graziosissima; ma voi non intendete lo

spagnuolo;.... e quanto a tradurla.... io non voglio più intarsiar versi

italiani nella mia prosa piemontese, per paura che questo mio benedetto

editore non istampi poi di nuovo ogni cosa insieme, e non mi faccia

scorgere come ha già fatto una volta.

Ad ogni modo, finita la canzone, il giovane prese la chitarra per la

cassa, e la presentò, senza far parola, ad una delle giovani che gli

erano intorno; quella fra esse che, caso od arte, erasi trovata più

direttamente innanzi a lui durante la canzone, epperciò pareva averne

avuta come la dedica. Supponendo vera la qual congettura, e mettendo

insieme le parole cantate e l'atto di presentar così la chitarra, come

un tacito invito a rispondere, ben potete indovinare che il giovane

doveva essere antecedentemente innamorato della giovane, e che avendo

avuta qualche disputa, e sendo guastati, era nella buona intenzione di

rifar pace, nè isdegnava perciò far i primi passi. Ma la giovane, che se

volete sapere si chiamava Marichita, era figliuola della padrona di

casa, aveva un sedici o diciasette anni, piccola, ben fattina, con mani

e piè già rinomati per bellezza in Andalusia, dove son tutti belli, viso

bruno, capelli neri, occhi nerissimi, duri e dolci a vicenda da fare

spiritare; la Marichita, dico, s'alzò senza rispondere, con un certo

strigner del labbro inferiore contro il superiore, che volgarizzato

dalla lingua muta alla parlata voleva dire: non me n'importa, ovvero,

lasciatemi stare. Certo è, che il giovane l'interpretò così, e alzatosi,

e posata la chitarra sulla sua sedia con sì poco garbo che quella ne

rimbombò e questa ne gemette, si rivolse per le logge del cortile a

cercare la cappa e il cappello che v'aveva lasciati, non sapeva più

dove, come parve dal tempo che fu a trovarli; e trovatili finalmente,

senza complimenti, o forse senza creanza, se n'andò.

Ora duolmi così al principio della vostra conoscenza con Marichita,

d'avervene a dar un'impressione men buona, o come di persona leggeri e

cattivuccia. Ma forza è dire il vero; e il vero è che non solo ella non

si dolse del dolore del suo innamorato, ma nemmeno non s'indispettì del

suo dispetto; ed anzi, appena uscito esso, ella parve rasserenarsi

tutta, come se s'allegrasse d'averlo fatto partire. Gliene fu fatto il

grugno dalle compagne, quasi che dicessero: -- peccato trattar così un

così bel giovine. -- Una delle vecchie chiamò il frate, e disse:

«Peccato che quel giovane abbia sì poca flemma, e si precipiti sempre

per non saper tollerare.» Altre all'incontro, fra cui Donna Ramona, la

madre di Marichita, s'allegrarono evidentemente di questo caso; e Donna

Ramona avanzatasi verso la figliuola, propose alle giovani che andassero

a far un passeggio al chiaro della luna fino al ponte di Triana.

Accettata la proposizione, passò Marichita in uno stanzino a tor l'abito

spagnuolo, senza il quale nessuna là esce per via, e così vestì prima un

giuppone stretto e corto chiamato _baschigna_, che in regola dovrebbe

esser nero sempre ma le giovanette il portavano allora, per vezzo, d'un

calor quasi pavonazzo che chiamavan _caciuccia_; con una bella

guarnizione di trina nera che facea risaltare le fine calze di seta, e

le pulitissime scarpette di raso bianco, che si portano là per le vie,

epperciò dalle ricche ed eleganti si mutano nuove più volte al dì. Sul

capo già ornato d'una rosa fresca, non isbocciata e mezzo nascosta tra

la ricca capigliatura, pose un velo di trine bianche, stretto sì che non

arrivava a velare nè volto, nè capelli, nè rosa, ma lungo in modo, che,

aprendosi giù per le guance, veniva a incrocicchiarsi innanzi al petto,

e scendeva poi lungo la vita snella svolazzando. Chiamano questo velo

_mantiglia_, e senza esso, o grosso o fino, da Bajona a Cadice non

vedresti una donna fuor di casa mai. L'ufficiale, originario narrator

della storia, estendevasi assai su tutta questa acconciatura delle

Spagnuole, e principalmente delle Andaluse, e la metteva innanzi alla

eleganza delle stesse Parigine; e paragonando in particolare la

mantiglia al mesaro genovese, ne sapeva spiegare tutte le somiglianze e

le differenze; e diceva che un pittore doveva anteporre il panneggiarsi

del mesaro; ma ogni altro doveva lodar più l'aggraziato portarsi della

mantiglia. Io poi non ne so niente; ma ho voluto dirvi che quantunque

l'eleganza di quel paese non sia come quella dei nostri, Marichita era

sempre, e si fece quella sera più che mai, alla moda loro elegantissima.

Finita la qual vestitura della giovinetta, e tornata fra le compagne, si

presero due a due per le braccia, e seguite da tre o quattro degli

uomini, uscirono a diporto per le vie e per le piazze della città, or

dinanzi all'Alcazar e alla Giralda, ora all'Alameda, or al detto ponte

sul Guadalquivir; senz'altro scopo nè con altro pensiero, come pareva,

che di prender il fresco, e passar due ore all'aperto sereno, ridendo,

parlando, e talor cantando accompagnati dalla chitarra che uno degli

uomini avea tolta, riaccordata e portata seco. Dico che la brigata, in

generale, non avea disegno nè scopo fisso; non già che una ad una ogni

persona di essa non avesse, e non proseguisse forse nascostamente

qualche pensiero suo. E di Marichita in particolare, volendovela più e

più ritrarre, dirovvi schiettamente: che ella aveva uno di questi

pensieri, e che le male grazie fatte aposta a Perico, quel primo sonator

di chitarra che voi sapete, e l'incollerirlo per farlo partire, il farsi

poi con una occhiata alla mamma proporre il passeggio, la particolar

attenzione nello abbigliarsi, e l'andar ora per una e un'altra via della

città, tutto aveva uno scopo. E lo scopo era di veder d'incontrare

quella sera Don Luis, un grande di Spagna ricchissimo, che essendo oltre

a ciò anche giovane, anche bello, anche amabile, pareva alla scellerata

Donna Ramona ed alla perfida Marichita un innamorato da preferirsi al

povero Perico; il quale aveva sì in grado eccelso le tre ultime virtù,

ma in quanto a nobile e ricco, benchè si credesse l'uno e l'altro, non

poteva certo competere col suo fortunato rivale. Gli è vero che invece

avrebbe potuto addurre il diritto d'anzianità, e dire: che erano oramai

sei mesi che egli era apertamente innamorato, e gli si davano non dubbie

speranze; mentre il rivale s'andava mostrando alla sfuggita e di

soppiatto solamente da pochi giorni. Ancora, in una discussione fatta a

sangue freddo su questo punto, avrebbe potuto addurre come un vantaggio

la sua stessa mediocrità più proporzionata alla fortuna anche mediocre

di Marichita. Avrebbe potuto dire che suo padre era Castigliano vecchio

e di sangue azzurro, che vuol dire non misto con sangue ebreo nè arabo,

e non degenere per niun esercizio di mestieri disonoranti; e suo nonno

era Asturiano, epperciò nobile come sono tutti i naturali di quella

provincia, in memoria dell'essersi soli difesi e non lasciati mai

conquistare dai Mori undici secoli fa. Egli stesso era impresario e come

affittaiuolo de' ricchi pascoli che sono nelle isole alla bocca del

Guadalquivir; e avvezzo a vivere in sella fra que' numerosissimi

armenti, non era giovane in Andalusia che stesse meglio a cavallo, e

maneggiasse meglio la picca e i dardi, od anche la spada contro a un

toro furibondo; onde avea nome di cavalcatore e toreadore eccellente, e

majo, che è come noi Piemontesi diciamo _bulo_, e vuol dire bravo e

bello in ogni cosa. Finalmente, comparando la propria fortuna a quella

di Marichita, avrebbe potuto farle intendere che dei due egli era che

faceva onore a lei, anzi che ella a lui. Perciocchè Donna Ramona era

vedova, e Marichita era figliuola unica d'uno che era stato sì

annoverato nella tabelle dei notari o procuratori esercitanti nel fôro

dinnanzi alla Real Udienza di Siviglia; ma le male lingue dicevano di

lui, che i suoi padri aveano solamente scorticati cavalli ed animali;

volendo far intendere che egli, benchè vivesse da cittadino onorato e

pari ad ogni altro, fosse tuttavia, orrendo a dire, di quella razza poco

onorata ogni dove, e maledetta in Ispagna dov'è pur numerosa; razza

detta in Italia degli zingari, in Francia de' boemi, e in Ispagna de'

_gitanos_. Benchè questa era forse voce di maligni. Ma tant'è;

all'orgoglio di Perico sarebbe bastata non solamente la certezza, ma

anche il dubbio, anche il menomo sospetto di tal macchia, per non

volerne deturpare il puro azzurro del proprio sangue di cui tanto si

gloriava. Se non che, povero Perico, erano, come v'ho detto, da sei mesi

che toreando egli per diporto una sera ad Alcalà de los Panaderos, e

sendo già in mezzo alla piazza od arena in ricco abito tutto seta ed

oro, in qualità di _matador_ dilettante, per affrontar la spada in mano

un toro furibondo, alzati per sua disgrazia gli occhi e veduta a un

balcone, bella e briosa oltre ogni credere, la Marichita, e, benchè non

sapesse chi era, vedendosene adocchiato, gli entrò il mal pensiero di

dedicarle il colpo che egli stava per fare. Ondechè, senza badare

all'animale che ora scavando la rena coi piè furibondo minacciava colle

corna, ora mugghiando e sbuffando correva per la piazza, con intorno

tutti i _ciurlos_ e _banderilleros_ o toreadori minori a trattenerlo;

fattosi innanzi tranquillo il giovane davanti al balcone, e tratta la

_montera_ o berretto che avea sul capo, e messo un ginocchio in terra,

ed abbassata la enorme spada, le domandò licenza di ammazzar quel toro

per amor di lei. È galanteria là molto usata, e perchè tutti gli

spettatori rivolgendo gli occhi videro belissimi e _guapi_, come dicono

essi, tanto il giovane come la bella, ci fu uno scoppio grandissimo

d'applausi che assordò l'aria, e infuriò il toro più che mai. Il quale,

quasi conscio di ciò che offeriva il bello inginocchiato, fece a un

tratto una punta contra lui che quasi lo arrivò, e fu un nuovo grido

universale di timore per tutta la piazza. Ma il giovane balzato

destrissimamente in piè, tenendo nascosta la spada, e tolta di mano ad

uno de' serventi della piazza una _muleta_, che è un gran panno di

scarlatta pendente da un bastoncino di forse un braccio e mezzo,

incominciò con gran posa a mostrarla da lungi al toro; e il toro ad

investirla capo basso con ambe le corna; ed egli ad alzar la muleta a un

tratto, lasciando passar il toro, e a mostrargliela di nuovo poi; e il

toro a rivolgersi ed investir di nuovo; ed egli di nuovo ad alzare,

quattro o cinque volte al medesimo modo; finchè, veduto come entrava il

toro, e che entrava benissimo, dato un crollo del capo come un segno

agli spettatori, e principalmente alla bella spettatrice, tenendo colla

manca la muleta la mostrò un'ultima volta al toro; ma, investito, non la

levò; e dietro e sopra la muleta presentava colla destra la punta della

larga e doppiamente affilatissima spada; onde il toro furibondo

investendo s'accecò a un tempo avvolgendosi il capo nel panno, e

s'infilzò nella spada così forte, così destramente diretta, che

s'inguaino fino all'elsa per la nuca; e il toro, senza far un passo,

senza spargere una stilla di sangue, morto, secondo tutte le regole,

cadè. S'alzò un nuovo grido universale de' contentissimi spettatori.

Perico passò portato quasi in trionfo sotto il balcone; sorrise ella,

meno che non arrossì e non si turbò; dieci e venti persone s'offrirono a

portar il vincitore nel palco; ed ei vi fu; e da quel punto s'erano

innamorati disperati l'un dell'altro, ma con troppo più abbandono e più

sincerità, anzi più innocenza, per parte di lui che non di lei. E dico

dunque che questi, vedendola frascheggiare con altri, avrebbe potuto e

dovuto ricordare a lei e a sua madre queste e molte altre cose; ma, come

aveva osservato quella vecchia, Perico precipitava sempre ogni cosa per

troppa furia e troppo orgoglio; e invece di domandare subito una

spiegazione che sovente fa finir bene una disputa amorosa, o se no

almeno fa finir l'amore, racchiuse in sè il suo dolore, e così

incominciò a patir inutilmente; e quando si risolvette a parlare, era

poi troppo tardi.

Ma lasciamolo stare; che degli amanti infelici è come dei maestri di

cappella fischiati, o de' generali battuti, che quanto meno se ne parla,

tanto meglio è. E seguiamo invece per le vie di Siviglia l'allegra

brigata delle giovani, che girando e rigirando, e dando coi canti e coi

suoni non dubbi cenni della via percorsa, finalmente riescirono a quello

a che tendeva la conduttrice; a chiamar l'attenzione e in breve poi la

presenza di Don Luis. Furono all'accostarsi di lui sospesi un momento

suoni e canti ed anche il ridere e conversare; come succede ogni volta

che s'aggiugne alla brigata una persona straniera e superiore. Ma Don

Luis era di quelli, che in breve ora si fanno famigliari con tutti, e in

pochi istanti non che restituire, accrescono l'allegria di qualunque più

allegra brigata. Insomma Don Luis era un giovane signore, che avendo

avuto dal cielo tutte le più belle qualità del corpo e dell'animo e

della fortuna, ma non essendo stato allevato a usarle in nulla di buono,

le usava a ciò che il tempo, il paese e l'ozio gl'insegnavano, cioè a

divertirsi; e aciò riusciva più che uomo non che di Siviglia o de'

quattro regni d'Andalusia, ma di tutta Spagna o del mondo. Solo, senza

parenti, egli aveva palazzi, egli ville, gran servitori, tiri di mule e

cavalli da sella senza fine; egli cacciava un dì e banchettava l'altro,

e talora anch'egli combatteva i tori, e dava festini e balli e

villeggiature, ed aveva poi quadri e libri e facea versi benino, e

riceveva forestieri ed esercitava nobilmente l'ospitalità; mostrando

così ogni buona qualità compatibile colla educazione avuta, e colla

scapataggine che ne era seguita. Aggiuntosi egli dunque alla brigata,

raddoppiarono in breve i piacevoli discorsi e i canti, prima nelle vie,

e in breve poi tornando alla casa e nel fresco cortile di Donna Ramona.

Dove fatti venire da Don Luis alcuni sonatori che ei teneva sempre

all'uopo in casa, e confetti, e gelati, e bevande, così in festa si

passò tutta la notte. E allora la perfida Marichita, la quale poco

innanzi aveva al suo primo amatore negata una sola canzone, allora si

diè ella a cantare e ballare in modo da innamorare non solamente Don

Luis, sempre ed or più particolarmente disposto a ciò, ma qualunque più

fredda e più grave persona fosse là per sua disgrazia capitata. Cantò

_tiranas_, _boleri_, _seguidiglie_, _caciuccie_, con quella grazia e

quel brio che vi sa mettere ogni donna e peggio una Spagnuola, e più che

mai una Andalusa, anzi una Gitanuccia, quando vuol far la musica

tramezzatrice d'amore; poi, mentre Don Luis quasi fuor di sè andava

facendone le lodi alla mamma, ella inavvertita uscì dal cortile, e in

brevissimo tempo rientrò con un nuovo abbigliamento che s'usa apposta

per li balli spagnuoli ed è per la forma quella medesima _baschigna_

portata nelle vie: ma non più nera: è allora color di rosa o celeste o

di qualunque altro gaio colore, e s'adorna di trine e frange d'oro a più

file, che non c'è più bel vedere. E così cominciò col rapito Don Luis un

fandango, e poi da sola una caciuccia, che è un ballo che chi ha veduto

la tarantella n'ha veduto appena un cenno ed un'ombra, secondo che

narrava l'ufficiale, il quale ne faceva una descrizione, che io

assolutamente non ve la voglio fare. E dicovi in una parola che

albeggiava quando finì la festa, e Don Luis che non credeva poter

dormire quel mattino fu a tuffarsi prima nel Guadalquivir e poi a correr

per li campi su un allegrissimo e meraviglioso suo cavallo, il più bello

della famosa razza della Certosa di Xeres. E intanto raccoglievasi al

letticciuolo la vergine non innocente; nè dormiva pur ella, o si

compiacesse nel pensiero del primo tradimento, o le rimordesse quello

del primo amore.

I giorni che seguirono s'assomigliarono a quella notte. Or si pranzava

in casa a Don Luis; or si merendava o si cenava in casa a Donna Ramona;

or si facevano passeggi e serenate per le vie e sul Guadalquivir, di

giorno e di notte; e sempre si cantava e ballava e rideva; e Don Luis

sempre si trovava allato a Marichita, per quella sguaiata compiacenza

che in Ispagna e in Italia si usa verso gl'innamorati, con danno d'ogni

creanza, d'ogni buon costume, e perfino dei troppo facili piaceri. E il

vero è che non pur la brigata o le brigate riunite di Donna Ramona e di

Don Luis, ma tutta Siviglia oramai era conscia di quegli amori.

Parlavasene come potete pensare in varii modi; e certo più male che

bene. Il frate amico di Donna Ramona andò a discorrerne con lei stessa

facendole intendere, badasse bene alla virtù di sua figliuola ed al suo

proprio interesse; non era probabile, un così gran signore come Don Luis

volesse sposar Marichita, e se non era per isposarla.... Ma Donna Ramona

interrompeva i consigli e i consiglieri, sclamando: -- non sapeva ella,

perchè supponessero Don Luis con sì cattive intenzioni, o sua figliuola

indegna di un grande di Spagna, o chicchessia. -- E qui citava le

comedie e i romanzi, ed anche alcuni esempi attuali, su quali fondavansi

le sue speranze.

Marichita lasciata a sè stessa avrebbe forse avuto più senno. Ma in

fatto di senno noi altri vecchi diciamo così sovente a' giovani che

n'abbiamo più di essi, e che ci lascino fare, che ei sono scusabili se

se ne rimettono a noi, e si esentano d'averne per sè. Ma nè in giovani,

nè in vecchi non è scusabile il mancar di buon cuore, e il maggior

mancamento di tal sorta è l'incostanza in amore. E badate, io non parlo

dell'incostanza unita coll'infedeltà tra sposi o promessi; che le leggi

divine ed umane ne parlano e l'hanno chiamato delitto. Ma quell'altra

incostanza più leggieri di appiccicare il fuoco del proprio amore ad

altrui, e farnelo ardere tutto, e poi spegnerlo in sè o rinnegarlo,

benchè non sia posta fra i peccati gravi, dico che è pur gravissimo per

le conseguenze. E so che vogliono alcuni sia più danno contro a una

fanciulla; perchè dicono che, avendo meno distrazioni e meno facilità a

rifar un altro amore, ella s'accora più facilmente; e sovente n'ammala e

langue e talor muore. Ma perchè peggio che morbo o morte sono i delitti

che troppo sovente vengono dal disperarsi un giovane innamorato e

tradito, io dico che è peggio disperar questo, che far languire ed anche

morire una fanciulla. Nel caso presente gli è vero che Perico incominciò

non come uomo e giovane a disperarsi: ma, non altrimenti che se donna o

tenero fanciullo stato fosse, a languire. Quella prima notte da me

descritta, il povero Perico, come potete pensare non andò a dormire; ma

prima seguì da lungi la brigata nei suoi diporti, e poi tornò, e due o

tre volte si fermò allo scuro rimpetto al cancello, onde non veduto

vedeva quanto era o si faceva addentro. Più volte fu per entrare come un

forsennato, e co' rimprocci, od anche colla sola presenza turbar i

perfidi piaceri della traditrice. Più volte fu per avventarsi contro al

fortunato rivale. Più volte all'incontro compose il suo volto e gli atti

a dolcezza, e volle, entrare a prender sua parte della festa; e volle

persuadersi che fosse tutta imaginazione propria quanto da alcuni giorni

avea veduto, e quella sera peggio che mai, contrario al suo amore. Ma

appressandosi al cancello, or vedeva Marichita sorridere al nuovo

amatore o ballar con esso; or la udiva cantare con un'espressione, ch'ei

ben conosceva, nè dubitava più del tradimento. Fuggivano allora sue

risoluzioni di pace; e sentendosi gonfiare il petto, e batter

precipitoso il cuore, ed infiammarsi il volto, e girare il capo, gli

rimaneva tanto senno solamente da trattenersi da far una scena, e avendo

talor già la mano alla spranga del cancello ritraevasi come un'ombra che

sparisse nell'oscurità. Una volta, avendolo già aperto a mezzo, il buttò

sì forte chiudendolo, che ne rimbombò il cortile, e tutti si rivolsero;

ma non vedendo nulla, credettero fosse il vento o che so io, salvo una a

cui balzò il cuore, riconoscendo bene l'atto dispettoso del tradito

amatore.

Cinque o sei giorni dopo, una sera che o per riposarsi o perchè era

sabbato, e quel giorno s'osserva in Ispagna come in Italia il venerdì,

non vi erano stati canti nè balli, e le donne erano ite a letto più per

tempo; Perico, che non era capitato in casa loro più mai, deliberò aver

pure una spiegazione con Marichita. Tolto un largo cappello, e la cappa

o mantello, che là si porta, benchè più leggeri, di state come di verno,

ed avviluppatovisi addentro, verso la mezzanotte quando rimasero

solitarie le vie, provò ad ire sotto la finestra di Marichita, come più

volte era andato già. È usanza là di qualunque innamorato ir così

all'inferriate della casa della sua bella; e questa scende e vien

dietro, e parlano e stanno insieme lunga ora: nè è tenuto per atto

disonesto, se non quanto sia meno onesto l'amore. Avea Perico un segno

accordato colla bella che era canticchiar la prima strofa di una sua

favorita canzonetta detta il Polo del contrabbandiero, ed

interrompendosi ad un tratto batter le mani tre volte poi. Nè per

immersa che fosse in profondo sonno la fanciulla, era succeduto mai che,

rinnovato al più una volta il segno, ella non l'avesse udito, e non

avesse in breve l'impazienza di lui soddisfatta, comparendo desiderata

dietro le sbarre. Ma ora troppo mutata era ella; e dormisse sognando del

novello amore, o svegliata udisse ma temesse i rimprocci, o ad ogni modo

fosse deliberata rompere con Perico; tre volte e quattro e sei passò

questi e ripassò inutilmente, e diè i segni, e ultimamente anche un

grido di furore. Invano fu ogni cosa. Chiusa inesorabilmente mirò gran

tempo la finestra, nè gli rimase altra alternativa che o far uno

scandalo che il sapesse tutta la città, o tornarsene addietro più che

mai umiliato, beffato e disperato. Ed ebbe pur anche questa volta

pazienza. Dico che l'ebbe in quanto al non far pubblicità; che del

resto, rivolgendo l'ira contro a sè, mordeva sue dita, e battevasi il

capo e faceva gesti da spiritato; che incontrato a quell'ora da alcuni

_sereni_, che son quelli che van gridando nelle vie il tempo che fa, e

facendo da polizia notturna, gli furono addosso e gli volser le lanterne

negli occhi per prenderlo, credendolo qualche fuggito da' pazzarelli; se

non che, uno di coloro, oltre al suo mestiere notturno, avendo nel

giorno qualche ufficio nella piazza de' tori, conosceva molto bene

Perico; e domandatolo che fosse questo, e indovinatolo da sue rotte

parole, e fattogli far largo, seco a casa l'accompagnò; aggiungendo le

consolazioni solite darsi da tal gente in tali casi: che perduta una

donna se ne trovan cento, che egli non s'era mai disperato per siffatte

cose, che chi non ti vuol non ti merita; ed altre ragioni,

ragionevolissime a giudizio di chi le dà e non è innamorato,

inutilissime per lo più a coloro cui si danno.

I pensieri di Perico erano oramai di vendetta e di sangue. Nè per allora

contro a lei; parendogli viltà, finchè non era fatta contro a lui.

Eppure avrebbe dovuto giudicare lei colpevole, e lui quasi innocente. Ma

non giudicava, nè ragionava, nè pensava egli. Arrabbiava, e non altro;

ed or lo sentiva, or credeva ragionare o far progetti a sangue freddo.

Ed uno di questi bei progetti fu di scrivere un biglietto di sfida a Don

Luis dicendogli in istile ch'ei credeva anche freddissimo e civile, ma

in vero era da impazzito: «Che egli Perico era innamorato di Marichita,

e non voleva nè era per patire che niun altro al mondo lo fosse. E che

se egli Don Luis vi pretendeva nulla, venisse a decider la quistione

battendosi con lui alla spada o al coltello, o allo schioppo o in qual

altro modo volesse. Del resto, pensava bene che Don Luis, grande di

Spagna o che so io, non vorrebbe forse battersi con lui; nè a lui

Perico, benchè più nobile di Don Luis e di qualunque grande di Spagna,

importava un fico d'avere o no siffatto onore. Ma se non voleva questi

venire a siffatta spiegazione, rimanesse almeno avvertito di non mettere

più i piè in casa a Marichita. La quale del resto era oramai indegna

d'esser più moglie di Perico, o amata da lui; e meritava anzi averne

qualche mal trattamento. Ma il signor Don Luis non se ne doveva

impacciar nè pro nè contro; se no avrebbe parte ampia e principale del

castigo. E insomma, di nuovo, ed una volta per mille, badasse bene a non

mettervi mai più i piè.» La qual lettera, essendo anche scritta d'un

carattere alterato ed arrabbiato corrispondente allo stile, ben potete

intendere che Don Luis la tolse per lettera d'un pazzo da catena; e

tanto più, che non avea veduto o almeno non avvertito mai Perico in que'

pochi giorni che avrebbe potuto incontrarlo in casa alle donne; ed ora,

domandando alla mamma che fosse questo, gli fu risposto con gran

sussiego che era un poveraccio, bovaro del Guadalquivir, impazzito per

Marichita una volta che l'avea veduta a una corsa di tori; e che avendo

tentato poi ficcarsi in casa, e non ci avendo riuscito se non due o tre

volte per arte, e all'ultimo messo fuori, ne avea perduto il cervello.

Non si doveva dire a Marichita per non penarla: del resto, non vi

badasse altrimenti che per guardarsi di qualche mal colpo di colui.

Benchè il meglio forse sarebbe che sua eccellenza ne parlasse al

corregidore, che lo farebbe racchiudere o cacciare. -- E Don Luis, a cui

la storia parve probabilissima, credette ogni cosa: e salva l'ultima

parte, della persecuzione, seguì il consiglio della donnaccia. Ma

guardatosi un dì o due, e non veduto capitar nulla, non vi pensò

altrimenti; e attese a darsi buon tempo, e continuar senza pensiero e

forse senza scopo l'amore, che fra quanti n'aveva avuti gli pareva

dolcissimo, colla incantatrice Marichita.

E continuarono non interrotte le feste in Siviglia alcuni altri giorni.

A variar le quali s'apparecchiò una villa di Don Luis a San Lucar di

Barrameda; una terra molto amena alla bocca del Guadalquivir. Scendevisi

ora di Siviglia molto comodamente sopra una barca a vapore; ma non

n'essendo allora, s'usavano altre grosse barche a vela e remi. Che se io

fossi poeta, o narratore in prosa poetica, vi potrei far qui una

comparazione di questa navigazione con quella famosa della regina

Cleopatra sul Cidno. Perchè, quantunque nè le vele fossero di seta, nè

le sarte d'oro, nè forse di Persia o d'India i tappeti sul palco; per

tutto il rimanente, cioè per la buona compagnia e per la buona musica, e

per li balli che si fecero, e per li buonissimi mangiari apparecchiati

da mattina a sera, non credo che la brigata andalusa avesse nulla ad

invidiare, e per l'allegria poi, aveva certo a rivenderne alla corte

tutta intera della regina d'Egitto o a qualunque altra. Del resto, non è

che fosse del tutto senza intoppi lor navigazione. Dovendo salir sulle

barche la mattina, i barcaruoli non si trovarono in punto, e fu

ritardata di più di due ore la partenza. A mezzo la giornata, una delle

barche, e poi un'altra arenarono in certi secchi, che fu più d'un'altra

ora che si perde. Ondechè invece di arrivare allo sbarco rimpetto a San

Lucar, come si pensava, alle ventidue o alle ventitrè, non vi si giunse

se non dopo l'un'ora di notte; e non essendo sorta la luna era buio

assai. Nè il ritardo aveva avuto altro inconveniente che di far fare una

merenda di più; o il buio, che di far fare una luminara nei battelli. Se

non che a quell'ora incominciando a salire la marea, dal luogo ove

ancorano le barche alla vera proda asciutta e' ci hanno da quaranta o

cinquanta passi con un piè d'acqua e più; onde non si può varcare se non

tuffando i piè nell'acqua, o facendosi portare sulle spalle da' marinaj

che si offrono a ciò, appunto come fanno i ciceroni alla grotta della

Sibilla a Baia, se niuno di voi c'è stato mai. Il buio avrebbe poi anche

accresciuto la seccatura di doversi far portare così; se non che ciò che

sarebbe seccatura altrui, suole alle allegre brigate essere nuova

occasione di allegria. Così è, che scendendo ognuno dall'orlo della

barca sulle spalle dell'uno o dell'altro marinaio, incominciò una delle

donne mezzo a ridere, mezzo a gridare; e un'altra a far il medesimo; e

gli uomini a contrafarle per celia e insino a' barcaiuoli; onde in breve

fu un chiasso e un ridere e gridare che non si vedeva, nè udiva più

nulla distintamente da nessuno. Don Luis era in ispalle a un forte e

nerboruto uomo che lo portava molto leggieri, ma pur pareva temer di

lasciarlo cadere, tanto lo stringeva forte per le gambe. Onde dolendone

al portato, due o tre volte dandogli una bussa leggera sul collo e

ridendo: «Cavallo mio,» diceva, «tu hai pure il trotto duro, va più

adagio alla malora, ma non mi strigner tanto.» E un'altra volta:

«Finirai tu di strignermi così? Men che uomo o bestia, tu pari un

demonio che si voglia portar via un cristiano; e tema che qualche buon

angelo, ricordando qualche buon'opera, venga a ritoglierlo dalle zampe;

finirai tu di graffiare, dico io? demonio!» E finalmente: «Lascia

lascia, che io n'ho assai; e parmi che siamo sull'asciutto; e quando non

fossimo, meglio è bagnarsi le gambe, che averle strette così.» Ma

rispondeva l'altro: «Eccellenza no; e' ce n'ha più di mezza gamba; e

s'ha da fare un salto, che chi non conoscesse il guado potrebbe

annegare. Qui è, qui è. Tengasi fermo vostra eccellenza.» «Ma se gli

altri non passan qui! Maledetto, ove vai tu a passare? Già non abbiamo

anima intorno; io ti dico che mi posi.» «Ed io dico che vostra

eccellenza si vuol annegare;» e così continuando il discorrere e il

disputare un tratto. Finalmente Don Luis s'accorse che era discosto del

tutto da ogni altro; e incominciando a temere, benchè meno per sè stesso

che per l'amata, diè un grido: «Marichita, Marichita!» Ma appena l'ebbe

detto, parve come se avesse un vero demonio evocato dall'abisso; e sentì

stringersi più che mai le gambe ne' graffi, e dar un crollo in tutta la

persona; onde in meno ch'io nol dico, egli allora pensò seriamente a

difendersi, e diè d'un pugno sul capo a quello qualunque fosse che era

suo portatore: e questi allora lasciando a un tratto le gambe e tutta

sua soma, lo lasciò, e battè d'un colpo stramazzone per terra. Trovossi

allora Don Luis in tal situazione, che assolutamente poteva dirsi

penosissima, ed anche pericolosa. Rotte già le stinche da quel terribile

graffiare, che aveva durato non pochi minuti; rotte anzi ora tutte le

ossa dallo stramazzio; trovandosi solo, senz'armi, senza saper dove, nè

come, nè nulla, se non che era disteso per terra, ed aveva innanzi uno

evidentemente mal intenzionato, epperciò probabilmente apparecchiato;

egli sentivasi senza ricorso in mano di costui, e non aspettavasi ad

altro oramai che a vederselo venir incontro senza poterlo scansare. Ma

costui, ei lo vide nell'ombra ritirarse due passi indietro, e metter sì

la mano alla cintola come per afferrare un pugnale o che so io; ma pur

restarsi immobile a mirar il caduto, e finalmente con una voce cupa e

rabbiosa l'udì dire, lasciando oramai l'eccellenza: «Uomo, che fai tu

costì; che fai tu costì? T'ha ella assiderato o impietrito la paura?

Alzati su, alzati su, se sei uomo; e mira che non hai altro che un uomo

dinanzi a te.» Sforzavasi allora d'alzarsi Don Luis; e continuava

l'altro: «Un uomo è vero che hai negato incontrare, sdegnato forse

incontrare, o forse temuto; ma ora è incontrato. Ora l'hai dinanzi. Ora

nol puoi disprezzare, chè sei nelle sue mani, nè il dèi temere, chè egli

non vuol da te altro che un incontro da uomo a uomo.» E mentre egli

s'andava rialzando, «Senti, uomo, senti, tu ti chiami Don Luis, e sei

grande; ed io mi chiamo Perico senza titoli e senza nemmeno il don. Ma

ho sangue, nelle vene che è nobile quanto e più del tuo. E quando non

l'avessi udito da mio padre, e non l'avessi veduto sulle pergamene, e

quand'io non avessi nè padre nè pergamene, ei sarebbe tutt'uno, io lo so

e lo sento; e sento bollire questo mio sangue, per le due ingiurie che

tu m'hai fatto, la prima di rubarmi mia bella, mia scellerata bella che

detesto; anzi no non detesto, ma disprezzo; ma ancorchè io la disprezzi,

tu non me la dovevi rubare; e poi me n'hai fatta un'altra, non

rispondendo nè una parola alla mia sfida, nè alle mie minacce. E ti

direi che sei un vigliacco, che sei un poltrone.... sì sì te lo

direi.... non fremere.... ti direi che sei un poltrone.... ma lo voglio

prima provare....» Don Luis aveva intanto ripresa quella positura

verticale che è assolutamente necessaria a un uomo per poter parlar a un

altro di siffatte cose; e benchè fosse ancora alquanto sbalordito ed

anche dolente, e poi assolutamente inerme; avanzandosi d'un passo verso

Perico, non senza dignità, colle braccia incrocicchiate sul petto:

«Uomo,» rispose, «or bene che vuoi tu fare? Se m'hai qui strascinato ad

assassinarmi, ben vedi che 'l puoi. Che mi stai proverbiando come

farebbe una pettegola contro un'altra? Un uomo che odia un altro si

soddisfa combattendolo.... od anche ammazzandolo.» «E t'ho io potuto

combattere? Hai tu risposto a mia disfida? ti aveva io a cercar per le

vie della città attorniato sempre de' tuoi musici e di tue donne e tuoi

servi? E' c'è voluto arte per ridurre la tua grandezza a mia umanità,

per averti uomo contro uomo.... Or siamo così. Ora io voglio

combatterti, combatterti dico; volentieri, se 'l vuoi tu.... Ma se non

vuoi, od anche se non puoi, uomo, uomo, io ti dico, non dobbiamo uscire

tutti due vivi di qua: uno solo di noi dee ritrovare i suoi compagni; o

tu tue donne dandoti vanto d'esserti salvato col tuo valore di mano a'

banditi; od io, ammazzato te, raggiugnerò i miei bovari e servitori poco

tempo; chè avendo ucciso un gran signore come tu, ben so non aver altro

rimedio che farmi bandito davvero. E vedi che i rischi non sono uguali,

ma pur vivere tutti e due non si può.... E difenditi, io te ne avverto,

o sarai ammazzato senza difesa.» «Con che m'ho io a difendere? Non ho

armi!» diceva Don Luis, e continuava imperturbabile in quella sua

positura colle braccia incrocicchiate. «Vedi vedi,» ripigliò Perico;

«vedi Spagnuoli guasti, profumati, infrancesati; che vanno per via di

notte senza nemmeno il coltello che non dovrebbe abbandonare un uomo

mai. Togli il coltello.» E in così dire gliene buttava a piè un largo e

lungo come l'usano i popolani, e talor anche le popolane di tutta la

Spagna; quel coltello spagnuolo, arma ignobile e traditrice per sè; ma

che fu poco dopo nobilitata e fatta famosa se non altro per la famosa

risposta di Palafox, quando sulle rovine fumanti della sua Saragozza,

chiamato ad arrendersi, rispose con bandire agl'invasori della sua

patria _guerra a coltello_. Ma Palafox, benchè gran signore, era allora

capo de' popolani e parlava a modo loro; chè del resto, quest'arma prima

della guerra era arma tutto popolana. Pur Don Luis appena sentitalasi

cadere ai piedi sciolse le braccia, e si buttò su essa; ed aperta la

lama, si mise in difesa non altrimenti che se fosse stato avvezzo sempre

a maneggiarla. «Or bene,» disse Perico, «or ben istà; uomo, bada a te;»

ed era per investire, ma al lume della luna che sorgeva potè vedere Don

Luis che buttato il coltello lontano da sè, e ripresa le sua positura

freddamente rispose: «Nè ignobile, nè impossibile è a un grande di

Spagna l'essere a tradimento sovrapreso e scannato da un bandito. Ma

venire contro un bovaro con tali armi a tal cimento, non è fattibile ad

uno che speri ancora aversi a coprir il capo dinanzi al re nostro

signore. Odi, uomo, se non sei pazzo come quella forse pazza di Donna

Ramona me l'ha voluto far credere, e se sei veramente nobile come mel

vuoi far credere tu, lasciami stare oramai, e aspetta la luce del dì, e

mostrami poi le tue carte e i tuoi titoli, ed io ti giuro che, solamente

che tu non sia ebreo nè marrano, e ti possa mostrare cristiano vecchio,

io ti renderò ragione a quell'arma, a quel giorno, e in quel luogo che

vorrai tu.» «Uomo, uomo,» strillò allora Perico; «non mi far perdere il

senno; nè mi far fare un'azione ch'io non voleva fare; piglia il

coltello e difenditi, se non vuoi morire indifeso; che per tutti i

santi, io te lo ridico, noi non abbiamo tutti due vivi a rivedere i

nostri compagni.» E brandendo il suo coltello avanzavasi contro Don

Luis. Poi fermatosi il buttava anch'egli via con un atto disperato come

per torsi la tentazione. E rimasto a mirar fisso fisso un instante, di

nuovo s'avventò; ma invece delle labbra chiuse, e gli occhi furenti, e

un pugno serrato, e l'altro a brandire il ferro, aveva bocca e occhi e

tutto il volto composto a disprezzo e quasi a schifo, e la mano aperta,

e già il braccio teso verso il volto del suo disprezzato avversario per

fargli villania. Allora, scompostosi tutto Don Luis, e fatto furente,

dava indietro un passo, e due, e brancolando in terra cercava uno de'

due coltelli. Nè Perico instava contro lui; ma datosi egli pure a far il

medesimo, in breve tutti e due riebbero i ferri in mano, e

s'appressarono, e misuraronsi cogli occhi senza più dir parola, e

s'investirono. Ingannerebbesi poi chi credesse, che tra due arrabbiati,

con in mano due armi così micidiali e così corte, finisse in breve il

combattimento per la ferita o la morte d'amendue. Così succederebbe tra

due tali combattenti di qualunque altra nazione. Ma là il combattere a

coltello è ridotto ad arte; ed ha sue finte, sue botte, risposte e

difese, in modo che può durare più minuti senza colpo efficace; non meno

che se fosse alla spada o colle sciabole. Perico era maestro e vero

professore di quell'arte; e Don Luis di quei dilettanti che talor

n'insegnano ai maestri. E di fatti fosse egli più destro, o più di

sangue freddo, od arte o caso, in ogni modo tolse egli sì la prima

ferita, ma non profonda, in un'anca, e quasi a un tempo rispose con una

coltellata sulla spalla dell'avversario, che se gli era ficcato sotto

troppo imprudentemente; e ferì sì forte che parve essere andato al

cuore, e fece zampillare il sangue e stramazzare per terra l'infelice

Perico, dicendo: «Son morto.» Fermavasi Don Luis un istante, e gli era

sopra l'istante appresso per soccorrerlo; ma Perico o credesse che fosse

per finirlo, o si volesse vendicare, o non volesse morire nelle sue

mani, alzatosi sur un braccio, coll'altro diè di piglio al fischietto

usato dai bovari, e diè un gran fischio, e all'istante s'udirono da

lungi rispondere due o tre altri. Quindi Don Luis vedendosi peggio che

mai in mano altrui, e che non vi era tempo da perdere; senza pensare ad

altro che a scampare, abbandonò il suo infelice ma arrabbiato rivale.»

Qui il maestro tolse l'orologio; e vedendo che già era mezz'ora dopo la

mezzanotte, lo rivolse a noi mostrandoci com'era tempo d'andar a letto;

e promettendoci, se ci piaceva, di ripigliar la narrazione la sera

appresso; e dicendo noi che anzi ci piaceva moltissimo, tolto ognuno il

nostro lumicino, ci ritraemmo a nostre stanze, ed egli uscì del salotto

e di casa, per tornare a casa sua.

Novelle(#39658) · 第 19 / 27 题