«E voi qual è il parer vostro?» disse uno de' più giovani della brigata
rivolgendosi al maestro. «Io?» rispose, «io non parlo mai di politica.
Le donne e i preti ne sono dispensati; ed io non voglio lasciar perdere
il privilegio, che mi par grandissimo.» «Tuttavia...» riprese il
giovane. Ma un altro alzò la voce, e poi un altro, e molti insieme, e in
breve la disputa diventò caldissima, finchè tra 'l chiasso e la
confusione si udì uno dire: «Almeno al tempo de' Francesi...» «Al tempo
de' Francesi,» interruppe allora agitato oltre al solito il maestro, «al
tempo de' Francesi eravi la coscrizione.» «E v'è anche adesso,» dissero
due o tre. «Al tempo de' Francesi,» riprese il maestro, e lo ripetè la
quarta volta, «al tempo de' Francesi v'era la coscrizione, che era
tutt'altro vedersi strappar figli, sposi e fratelli dalle braccia,
legati come animali immondi, per andare mille miglia lontano a un
macello.... che era un macello almen per noi, cui non importava, nè
doveva importar nulla di quelle guerre. E quelli che le hanno fatte non
son quelli che ne abbian forse patito più; ma quelli che vi hanno
perduto, così senza pro nè consolazione di proprio principe o propria
patria, quanto essi amavano. Benchè ed anche di quelli che vi hanno
forse preso gusto, quanti l'hanno crudelmente pagato poi?» E qui si
fermava, e parea pure voler dir altro. E perchè era ben voluto dalla
brigata, ed udito volentieri al solito, ed or tanto più, come succede a
qualunque si tace durante una lunga disputa, e non parla se non quando
egli n'ha il cuor pieno, e l'han votato gli altri; certo tutti si
tacevano, e parevano aspettassero ch'ei pur continovasse. Onde egli
ricominciando: «Se non credessi di attristar la festa che facciamo, io
vi direi quello che dinanzi a me stesso è succeduto; e vi ho avuto
parte, che ne porto, e credo ne porterò tutta la mia vita i segni nel
cuore. Ma non è novella piacevole di niuna maniera; è storia di poveri
contadini, che non la direi a contadini. A voi altri forse servirebbe a
mettervi d'accordo su queste dispute; chè in altro modo io non vi voglio
entrare.» E dicendo tutti che dicesse, e due o tre soli uscendo a giocar
alle _bocce_, gli altri sedettero intorno al maestro, ed egli incominciò
così:
Al tempo de' Francesi, sendo io da maestro in una terra dell'alto
Monferrato presso alle Langhe, vi connobbi un giovane e una giovane, che
avean nome egli Toniotto, ella Maria. Le due famiglie credo fossero un
po' parenti, ed erano buoni vicini; e i due fanciulli così amici, così
compagni, così sempre insieme, che chi non li conosceva credevali
fratello e sorella, e quelli che li conosceano, e così li vedean
crescere, incominciarono tutti a dire, farebbero la più bella coppia di
marito e moglie che potesse essere al mondo. Toniotto a' diciott'anni
era uno de' più bei giovani del paese, ed uno de' più belli ch'i' abbia
pur veduto mai; benchè ho dimorato molt'anni in Roma, e in quel mezzodì
d'Italia dove si trovan le più belle figure d'uomini che sieno. Maria
era una vera madonnina; bionda, tenera, pura e semplice come una
colomba. Nè l'uno, nè l'altra non s'infingevano. E' si volevan bene, che
tutti il sapevano, e tutti ne li amavano; e non era di essi che una
voce, e per essi che un desiderio, che andasse loro bene il loro amore.
La fanciulla avea sedici anni; e il matrimonio era accordato; e
sarebbesi fatto quando che sia, se non che i parenti di lei volevano
aspettare di veder se Toniotto non cadesse forse nella coscrizione. A
che servirebbe maritar così la povera Maria, che tant'era come non
maritarla o vederla vedova subito appresso? i parenti di Toniotto ancor
essi consentivano. Non troppo i due giovani. Maria diceva che se fosse
moglie sua, ella gli andrebbe appresso da lavandaia del reggimento, o
che so io; e Toniotto, benchè siffatta idea non gli entrasse, dicea che
dovendo mai lasciar lei, amerebbe meglio lasciarla moglie sua; ma tutti
e due poi per ispensieratezza contadinesca e facilità giovanile a sperar
bene, speravano che pur non toccherebbe a Toniotto un cattivo numero; e
intanto continuavano ad amarsi, od anzi ogni dì s'amavano più.
Un giorno che nessuno si aspettava tuttavia, ricordomi quanto me ne
sentii strignere il cuore, venne il bando della coscrizione. I poveri
giovani facevan pietà. Avreste veduto Maria, che prima era una vera rosa
sbocciante, languire come appassita, dimesso il collo, e il viso
pallido, e gli occhi languidi con due gran cerchi lividi intorno, che
accusavan le notti più di pianto che di riposo. Toniotto all'incontro
compariva ogni dì il volto più acceso, e le labbra tumide, e la bocca
chiusa o a mordersi il dito, e gli occhi larghi larghi a mirar rabbioso
in faccia ad ognuno, come se ognuno fosse il gendarme che lo dovea
diveller dalle braccia dell'amata. Chiaro era; apriva la mente ad alcuno
di que' pensieri, che appena entrati e' ti mutano e rovesciano tutto un
uomo. Il povero giovane che fin allora era stato de' più casalinghi e
tutt'altro che discolo, incominciò a star i due o tre dì fuori, ch'ei
dicea d'averli passati alle feste all'intorno: ma non era anima che gli
credesse, perchè non era ita fuor di casa Maria. E s'ho a dirvi ciò che
credevan molti ed io pure, egli cominciò a mettersi in cattive
compagnie, e relazioni con alcuni banditi che erano allora là intorno,
rimasugli di quel Majino, che s'era fatto chiamare poc'anni innanzi
Imperadore delle Alpi. Tuttavia questa forse fu voce falsa. E venuto il
giorno che si dovean tirare a sorte i nomi de' giovani, Toniotto si
trovò al capoluogo del distretto; e fu osservata Maria che l'accompagnò
parlandogli molto caldamente, come di cosa che durasse fatica a
persuaderlo, ed egli ascoltava tacito e truce anzi che no. Venuto al
luogo dell'estrazione, lasciò a un tratto il braccio di lei; ella fu ad
appiattarsi in un cantuccio onde poteva udir pronunziare i numeri; ed
egli come d'un salto, cacciossi in mezzo agli altri giovani che
aspettavano. E ne furono alcuni, tanto era ben veduto, che gli dissero:
«Toniotto, noi preghiamo Iddio che tu tiri un numero buono anzichè noi.
Che tutti abbiamo veramente o padre o madre o sorella o qualche persona,
che ci fa un dovere restar loro appresso, se Dio vuole. Ma se ci vien la
sorte di partire, non è poi colpa nostra; e vedrem paese, e chi sa poi
si diventerà ufficiali ed anche generali. E quanti ne sono ora usciti di
contado non altrimenti che noi? Ma tu, povero Toniotto, con quella tua
bella innamorata che piange, e' sarebbe pur peccato.» Toniotto non
rispondeva, e venne il prefetto e il comandante del dipartimento, e quel
della gendarmeria, e incominciò ogni giovane ad esser chiamato ed
avanzarsi e tirar suo numero. Ben potete pensare come palpitasse il
cuore della povera Maria quando toccò al suo Toniotto. E palpitava a
questo pure, benchè si facesse forza. Accostatosi alla tavola tirò uno
de' primi numeri. Non rimaneva dubbio, dovess'essere de' partenti. La
povera fanciulla fu portata via semiviva. Toniotto non profferì parola,
e finita l'estrazione, e visitati gli atti e inetti al servigio,
intimato a quelli, fra cui non poteva non esser Toniotto, di ritrovarsi
al medesimo luogo al terzo dì, e lette le leggi penali su' renitenti,
quando tutti gli altri, così Toniotto si partì. E volendolo i suoi
parenti ricondur seco, egli non volle; e disse che s'accompagnerebbe con
gli altri giovani, ed andassero. Ma l'aspettarono invano quel giorno
intero e la notte, ed ei non tornò. Allora immaginatevi che spavento li
prendesse tutti, e come vedessero già l'infelice giovane e sè stessi
caduti in tutte quelle terribili pene, che, in difetto de' coscritti
fuggitivi, perseguitavano anche i parenti. Stettero i tre dì in quelle
angosce, sperando sempre veder tornar Toniotto. Al quarto veniva il
sotto ufficiale di gendarmeria a riconoscere l'assenza; e perchè erano
buona gente per cui tutti avrebber risposto, e' fu loro dato due altri
giorni per avvisare o trovare il renitente; ma ei non sapevano dove
cercarne, e pur si disperavano. Al quinto giorno vennero due soldati,
che in francese dicevansi _guarnisarii_, e ben potrebbe tradursi
sicarii, sulle spese del padre di Toniotto. La medesima sera furono
vedute certe cattive facce girar per il paese; e alle due ore di notte
un ragazzo domandò del padre di Toniotto che venisse dietro la parocchia
a parlare con uno; e andato, trovò il figliuolo; e stettero da tre ore a
ragionare insieme molto caldamente. Furono osservati da molti; e
credettesi poi che Toniotto avesse voluto persuader a suo padre, il
quale era stato altre volte buon soldato, ed era verde tuttavia, che
s'unisse con esso e con suoi ma' compagni i banditi; ma che il padre non
volesse assolutamente. Certo il mattino appresso fu veduto comparir
Toniotto in casa al padre, e volendo i due guarnisarii mettergli le mani
addosso, egli disse, che non era mestieri; e, mostrando loro non so che
alla cintura, sotto la giubba, che si guardassero di toccarlo; ma che,
fatta colazione, e dato un buon dì a sua gente, egli da sè andrebbe al
capoluogo a consegnarsi. E così fece. Io mi ricordo, fu chi venne a
dirmelo, ed io accorsi e trovai Toniotto che usciva di casa sua, ed
entrava in quella di Maria; onde ebbi agio appena a dirgli: «Dio tel
rimeriti; tu fai da buon figliuolo.» Ed egli: «Quest'è;» ed entrò da
Maria. Nè so che dicessero, parola per parola; ma ella mel narrò poi
cento volte, che Toniotto le aveva voluto restituir sua libertà, e la
parola che s'erano data reciprocamente sovente, e che ella fu che non
volle, e promettea che pur l'aspetterebbe. E' si vuol dire che a quel
tempo, non avendosene ancora la sperienza, credevasi a quella promessa
delle loro leggi; che i coscritti si prendevano solamente per quattro
anni, finiti i quali sarebbero restituiti a casa. E' si sa poi come
fosse mantenuta; e che non ne tornò uno mai, se non era con qualche
membro mozzo che 'l mettesse fuor di servizio. Ad ogni modo avendo io
passeggiato forse da venti minuti lì fuor della casa, udii dare un
grande strido addentro, e vidi uscire Toniotto col viso tutto
rovesciato; che rientrato in casa sua, e statoci di nuovo forse due
minuti, udii che diceva a' parenti di non accompagnarlo assolutamente, e
solo uscì, e s'avviò. Il povero giovane sapeva che l'aspettasse; e
perchè il sapevo pur io, me gli misi appresso da lungi, e lasciatolo
solo sfogarsi poco più d'un miglio, a poco a poco me gli accostai, e
seco poscia mi accompagnai, ed egli me l'aggradì in modo che prendendomi
la mano vidi una grossa lagrima che gli scendea per le guance; ma appena
accortosene, egli indurò il viso, e si parlò di tutt'altro. Giunti al
capoluogo, io voleva pure che mi lasciasse andar a parlare al sotto
prefetto, che conoscevo; ma non volle, e domandata udienza egli stesso,
disse: «Io sono Toniotto tale, che ho tirato il tal numero l'altro
giorno, e ho avuta un po' di difficoltà a risolvermi di venir con gli
altri; e a dir vero, credo che non vi sarei mai venuto se non era di mio
padre, e miei fratelli; ma ad ogni modo eccommi qua.» M'avanzai io, e
testimoniai di sua buona vita e costumi al sotto prefetto, che molto ne
lo lodò, e mandò pel maresciallo d'alloggi della gendarmeria, e
fattoselo entrare nell'uffizio, gli parlò alcun tempo, che credo glie lo
raccomandasse; e udimmo il maresciallo d'alloggi dir uscendo: «E' si
farà quello che si potrà,» e poi accennò al giovane, e sel condusse al
quartiere. Toniotto mi disse partendo un addio, credo men per me che per
altrui; ed aggiunse, che per quanto aveva caro al mondo, vedessi
d'impedir suoi parenti e Maria di non venir più a cercarlo, e
massimamente quando dovesse partire. Io ben intesi, e saputo poi da que'
gendarmi, con cui pur mi diedi a conversare per ciò, che dovea partire
la domane, sì m'avacciai a casa disconsolato ad adempir il mandato del
giovane, che se me l'avesse dato sul letto di morte, ei non mi sarebbe
stato più sacro. E giunto, e trovata appunto Maria co' parenti di
Toniotto, feci loro la commissione; e pur dicendo Maria che pur voleva
andarvi domattina, e dicendo io che nol potrebbe vedere, ed ella:
«Dunque è in prigione;» ed io: «Non credo; ma non vuole che il vediate
partire;» ed ella: «Dunque e' parte domani;» e sapendosi poi da ognuno
come fosser condotti i renitenti, la fanciulla venne in chiaro di tutto,
che credo veramente il più segreto ministro che sia al mondo non glie
l'avrebbe saputo celare.
Al mattino molto per tempo uscì Maria con un panieretto sotto il
braccio; che in casa non la videro uscire, e per la via credettero che
andasse a mercato. Ma i suoi, come se n'avvidero, stupiti prima che
n'avesse il cuore quel mattino, e poi non vedendola tornare,
s'avvisarono che fosse pur ita a veder partire Toniotto; e là furono
suoi due fratelli, e trovarono lui partito, e di lei udirono che non
erasi veduta. E in vero ella, che s'era apposta la verrebbero quivi a
cercare, non vi era venuta; ma erasi avviata sulla strada che sapeva
avevan fatto altri coscritti; e a forza di domandare qual fosse la prima
posata, ella vi fu; e vi si trovò come arrivò Toniotto scortato da due
gendarmi quasi un malfattore, ma non legato; e i gendarmi che la
riconobbero glie la lasciarono accostare; ed ella facendo parte ad essi
delle provvisioni, potè darne a Toniotto, e dimorarsi con lui quelle
poche ore. Nè per isforzo ch'ei facesse la potè persuadere che non
venisse seco quella sera, e non l'accompagnasse alla prima nottata;
dov'ei fu rinchiuso, ed ella andò da una povera donna a domandar albergo
per carità, e la domane si trovò alla porta della prigione ad aspettar
che uscisse Toniotto. Pensate che dolore le fosse vederlo uscir di là le
mani legate, i pollici stretti, ed attaccato per una lunga fune insieme
con una ventina d'altri, due a due così tratti come galeotti od animali;
ed eran soldati di quel principe, che pure innalzava il mestiero
dell'armi sopra ogni altro. Gli altri poi quasi non sentivano
quell'affronto che sapevano non durerebbe oltre a pochi giorni quando
avessero passato le Alpi, o al più raggiunta la riserva; ma pensate che
dolore si accrescesse al povero Toniotto al vedersi veduto in questo
stato dalla innamorata! La quale camminandogli allato, egli domandavala
che pur si volesse, e che facesse conto di fare, seguitandolo così! Ed
ella rispondea, che non vi aveva pensato; ma l'avea pur voluto rivedere
ed accompagnar alquanto; e tornava a riparlare di quella sua idea di
venir da lavandaia col reggimento; ed egli non volea, e parlavale de'
parenti; ed ella piagnea; e i compagni, i più, si facevan beffe di loro;
e i gendarmi che non eran più que' primi, li malmenavano. Alla posata
del pranzo e' fu peggio; perchè ei furono tutti rinchiusi in una rimessa
d'un'osteria, e quella serrata; e la povera fanciulla cacciata dalla
porta, dove voleva rimanere, rimase poco discosta senza pur prendere un
tozzo di pane o un sorso d'acqua finchè vide di nuovo uscire i prigioni
legati come il mattino; e allora rimisesi al fianco di Toniotto, e gli
accostò alla bocca un frutto che il rinfrescasse; e continovò la via con
essi; e ricominciarono i preghi di Toniotto che lo lasciasse; ed ella
pur continuava senza saper che si facesse o si volesse. Finalmente alla
sera, prima d'arrivar alla posata, e' furono raggiunti da' due fratelli
di lei, che pensando finalmente dove era, l'avean seguita e così
arrivata; e perchè erano buoni giovani, e non lungi pur essi d'aver a
correre i medesimi casi, impietositi di lei non la ripresero altrimenti
che pregandola tornasse indietro con loro; nè ella schermivasi, e
Toniotto pur unì sue preghiere; onde tutti furon d'accordo di andar fino
alla nottata, ed ivi tutti riposare, ed al mattino vegnente darsi ancora
un addio, e poi separarsi, tornando ella indietro co' fratelli. E così
fecero; e passarono la notte egli in prigione, ed ella co' fratelli
all'osteria. Dove appena messa in letto la povera fanciulla, e per la
fatica e la grande arsura, e lo stento, e più che per ogni cosa, per le
grandi angosce sofferte, fu colta da una ardentissima febbre, e dal
delirio; onde, alla mattina vegnente, rimanendole appresso uno de'
fratelli, l'altro fu alla porta della prigione, e disse a Toniotto in
parte dello ammalarsi di Maria, e poi l'abbracciò; e Toniotto non
potendo, cacciato innanzi cogli altri, così si separò dall'ultimo de'
suoi. Più di quindici dì stettero Maria ammalata, e i fratelli, e poi la
madre venuta anch'essa a curarla. E sendo alquanto guarita, insieme si
partirono e tornarono al paese; che nessuno potea riconoscere la
fanciulla; ma nessuno fu che per quella sua fuggita ne dicesse una
parola cattiva; tanto era ella amata e stimata da tutti, e tanto
conosciuto il loro amore e la sua grandissima innocenza.
A poco a poco pur si riebbe alquanto, principalmente quando i parenti
ebbero di Toniotto la prima lettera, la quale, povero giovane! io la so
tutta a memoria, e diceva così: «Caro padre, questa che vi scrivo è il
primo uso che fo delle mie mani, ed è per dirvi che del resto siamo
felicemente giunti qui alla riserva, che è in una città che si chiama
Besansone, e si dice che ci resteremo molto poco tempo. Mi hanno già
tutto vestito alla militare che voi non mi riconoscereste, e abbiamo il
numero del reggimento e delle compagnie su tutto il corpo, che sembra
che siamo come le pecore da noi, che portano tutte la marca del padrone.
E appena vestiti abbiamo incominciato a far l'esercizio, cioè ci fanno
imparar a camminare e voltar la testa in qua e in là, e fra due o tre
giorni ci daranno lo schioppo. Dicono poi che non si fa altra vita dal
levar del sole fin dopo che è tramontato. E tutti speriamo che si faccia
la guerra, perchè allora finiscono queste seccature, e un po' più un po'
meno fanno andar tutti, e non ci è più coscritti, che qui è come una
ingiuria che ce la dicono tutto il giorno. Io vorrei però che vi
consolaste, e principalmente saper delle nuove della povera Maria, che
mi è tanto incresciuto abbia voluto accompagnarmi quei due giorni: ma vi
posso giurare, caro padre, che è stato come se fosse mia sorella, e
quand'anche io avessi voluto, non avrebbe potuto esser altrimenti. Spero
perciò che nessuno glie ne avrà voluto male, e io vi prego di
abbracciarla per me, che nemmen questo non è stato possibile; e saluto i
suoi fratelli e sua madre, e poi il fratello mio e voi, ed ultimamente
il signor Maestro, che sia benedetto d'avermi insegnato a scrivere, che
mi dà questa gran consolazione di poterlo far oggi. E vi domando vostra
benedizione. Il vostro figliuolo Toniotto.» La seconda lettera fu da
sotto a Magdeburga, e diceva che s'era trovato alla gran battaglia di
Iena; e che aveva udito dire che il primo fuoco faceva gran paura; ma a
lui era stata la sola consolazione che avesse avuta dopo esser partito
di casa; e che da quel giorno nessuno de' camerati gli diceva più
coscritto, ed era anzi passato a' granatieri. Se ne ricevette poi una
l'inverno appresso, di non so più che luogo di Polonia, e un'altra la
state che seguì, da Aranda de Duero in Ispagna; e sempre raccontavano
nuove battaglie, e si vedeva che prendea gusto al mestiero, ed era stato
fatto caporale, e poi sergente, ed aveva avuta la croce; e di nuovo mi
benediva d'avergli insegnato a scrivere, e diceva che questo lo portava
avanti tanto, e forse più di qualunque azione sul campo. Finalmente,
essendo scorsi due anni da sua partenza, io mi stava una sera facendo
scuola al solito, quando entrò uno de' bimbi e incominciò a dire una
parola a uno de' compagni, e questo al vicino, e poi corse dall'uno
all'altro, e tutti s'alzarono, e via, senza che io potessi trattenerli,
gridando tutti: «È giunto Toniotto, andiamo a veder Toniotto;» onde
anch'io uscii, e fui alla casa di suo padre, e sì lo trovai con una
figura di felicità e di trionfo che non ho veduta mai la pari, seduto
tra suo padre a un lato, e Maria dall'altro che piangeva e singhiozzava
come una fanciulla quand'è tolta di penitenza, senza poter pronunziare
parola; e poi i fratelli dell'uno e dell'altra, e i parenti e tutti, che
l'accerchiavano e l'abbracciavano. Ed ei pure, come mi vide, s'alzò e mi
buttò le braccia al collo stringendomi; e in breve seppi che il suo
reggimento, venendo di Spagna all'armata d'Italia, passava in Piemonte,
ed egli aveva avuta una licenza di tre giorni per venire a vedere i suoi
parenti e ... ma non disse altro, e presa la mano di Maria la copriva di
baci con una franchezza e disinvoltura che veramente non aveva partendo,
e mi fece temere non fosse mai mutato da quello che era. Ma io 'l vidi e
gli parlai il giorno appresso, e i due altri giorni che rimase con noi;
e non è a dire che buono, eccellente giovane, anzi che uomo e' si fosse
fatto in quel poco tempo; e se il suo amore era forse alquanto diverso,
ei non era certo meno amore; ed anzi togliendo pur esso di quella sua
nuova natura virile, più non si sprecava in lamenti e piagnistei, ma
tutto tendeva al suo fine, e faceva il conto delle speranze, e formava
progetti fissi di nozze. Diceva che se gli andava così, e grazie al suo
saper iscrivere, avea ferme speranze di diventar un giorno o l'altro
ufficiale; e quando il fosse, non gli sarebbe tanto difficile aver
licenza d'ammogliarsi; e quando non l'avesse, anche lasciar il servigio:
«Tanto più» aggiugnea sorridendo «che delle busse se ne prende da tutti,
ed io ho pur le mie che non ho consegnate nelle mie lettere; e se ne
prendo ancor due o tre, a' venticinque anni potrò pur essere de'
veterani, e mandato, come dicono essi, a' miei focolari.» E in somma
quei tre giorni furono un giorno di festa a tutto il paese, e di vacanza
alla scuola; e credo i tre più bei giorni della vita della povera Maria.
Ripartì lasciando tre luigi d'oro a suo padre, uno al fratello, che era
uno de' miei scolarucci, e un bel fazzoletto e un anello a Maria: e
giunto a Venezia le mandò in una lettera una catenella, che mai più poi
non si sciolse dal collo della fanciulla.
Allora succedette la guerra d'Austria, la terza che fece Toniotto; e
siccome in ognuna guadagnava busse ed avanzamenti, ebbe una ferita sul
capo che questa si seppe a casa, e molto turbò la povera Maria: ma pure
ei ne guarì, e fu fatto passare nella Guardia Imperiale. Quando ne
scrisse, ei non avrebbe potuto dir più se fosse stato fatto maresciallo,
tanta gioia ne mostrava. Alla pace fu a Parigi, e ne scriveva sovente,
ed anche ne mandava ora una cosuccia, ora un'altra alla Maria; e diceva
che era passato allo stato maggiore, e più sperava esser fatto
ufficiale, e allora! allora tutti sarebbero felici. Così andarono due
altri anni, e facendosi la guerra di Russia, Toniotto partì per essa più
speranzoso che mai; e tanto più quanto scrisse di Smolensko, che era
stato fatto aiutante sotto ufficiale, ed aveva avuta l'altra croce della
corona di ferro, e nessuno dubitava che non fosse ufficiale prima del
finir di quella guerra; e che questa molti credevano dovesse essere
l'ultima che farebbe l'Imperadore; ma, quando non fosse, egli si teneva
ufficiale, ed ogni cosa anderebbe bene. Pensate allora che invidia
incominciasse a far la Maria alle altre, che prima molte n'aveano quasi
pietà, come se a forza d'aspettare avesse a morire fanciulla. E la
Mariuccia intanto, io pur dimenticava di dirlo, aveva imparato a
scrivere molto bene, e scriveva al futuro sposo, e tutto in somma pareva
felicissimo. Quando venuto l'inverno incominciò a mormorarsi che
l'esercito francese era stato tutto distrutto; ed io fui alla città, e
pur seppi ch'era vero in gran parte, e non si ricevevano più lettere di
nessuno, e men di Toniotto; e finalmente essendo già avanzato l'anno,
scrissero alcuni Piemontesi della guardia che era morto al passaggio
terribile della Beresina. Immaginatevi che dolore fosse al vecchio padre
e al giovinetto fratello suo che aveva posto tutto il suo amore al
fratello maggiore, e più di tutti poi alla infelicissima Maria. Nè io
descriverovvi il suo dolore, e come ammalò e fu per morire, e i pianti e
la disperazione de' suoi parenti e suoi fratelli, di cui uno appunto in
quel tempo fu levato nella coscrizione, e partì per Germania; e l'altro
pochi mesi dopo, perchè s'incalzavano allora dappresso le levate, fu pur
portato a Francia. E che dirovvi io più? Quando incominciano in una casa
le disgrazie, elle si succedono che fa spavento per sè stessi anche agli
indifferenti. I due fratelli di Maria furono ammazzati l'uno ad Hanau,
il secondo sotto le mura di Parigi, all'ultime schioppettate di quella
guerra che a noi fu così straniera, e costò tanto. Rimase sola a reggere
i due parenti infelicissimi, e quasi istupiditi dal dolore, la povera
Maria; a cui quel dovere di sorreggere la loro vecchiezza, e la volontà
speciale di Dio, che la serbava ad altro, diedero forza di sopravvivere.
La povera fanciulla aveva allora poco più di ventidue anni, ed era d'una
bellezza fatta così celeste dal dolore celestemente portato, che io non
ho mai veduto nulla da pareggiarle in terra. Dolor siffatto innalza e
nobilita qualunque persona più volgare: ed ella nè contadina, nè tenera
fanciulla, ma quasi gran donna, ed a me anzi come santa od angelo parea.
Io non l'ho veduta da quel tempo ridere mai più; nè tuttavia era sul suo
volto o tristezza aspra, o sopracciglio di sorta alcuna; ma una mesta
semplice compostezza che era di lei sola. L'anno 1814, tornati i nostri
Principi, e quindi alcuni pochissimi de' soldati già dell'esercito
francese, e' si seppero gli ultimi particolari di Toniotto; che durante
tutta quella terribile ritirata era stato uno de' pochissimi che
serbasse imperterrito il coraggio; e quando tutti morivan di freddo, ei
diceva che tenea sul cuore due cose che gliel serberebbero caldo, quando
anche ei vi avesse sopra tutti i diacci di quella Russia. Non sapevano
ben dire se fosse stato fatto ufficiale; ma certo, egli era che conducea
sempre la compagnia, e marciava alla testa; e così era stato a quel
terribile ponte ch'egli avea varcato de' primi; e appena passato s'era
precipitato come un lione su' nimici, e côlta una palla in mezzo al
cuore, era caduto senza vita. «Povero Toniotto! era l'amore del
reggimento, e l'onor poi de' Piemontesi di tutto l'esercito.» «Povera
Maria!» diceva io, «ben altra è la tua disgrazia di aver a vivere ancora
così.» Nè io stesso sapeva tutte le sue pene. Tre anni erano dalla morte
di Toniotto, ed io vidi mutarsi quel suo volto così composto a dolore, e
diventar inquieto, e sue fattezze mutarsi ogni dì; onde più volte le mi
accostai presentandomi a udir suoi casi, se volesse dirmeli. Ma non
l'interrogava io, ed ella non mi rispondea. Un giorno pure ch'io l'avea
trovata per via, e ci accompagnavamo insieme, ed ella mi parve più
agitata che mai, io non potetti dopo un lungo silenzio non esclamare:
«Povera Maria!» Ed ella allora diè in uno scoppio di pianto, e quasi fu,
credo, per buttarsi nelle mie braccia; ma si coprì il volto con ambe le
mani, e pur singhiozzando: «O maestro», disse, «ei mi vogliono
maritare!» Io 'l confesso: il pensiero non me n'era venuto in mente mai;
non più che se fosse stato un delitto, o una impossibilità. Ora venutomi
per quelle poche parole, ei fu come un lampo che mi scoprisse un paese
nuovo; e vidi come la cosa fosse venuta, come andava, e come anderebbe;
nè altro potei soggiungere se non «povera Maria!» Poco appresso mi
fermai, e feci seder la fanciulla; ed aspettato che ella alquanto si
riavesse, e cessassero i singhiozzi: «E tu ti mariterai, povera Maria! E
poscia che il vecchio padre, e la orba madre te l'han chiesto, e
vogliono sostegno e consolazione agli ultimi loro giorni, tu non la
negherai loro. A ciò hai sopravvissuto: perciò non ti sei abbandonata al
tuo dolore, e ti sei trattenuta di morire. Quelli furono gli sforzi
maggiori, quello il maggior sacrifizio. Nè il vorrai ora far inutile e
perderne il frutto per non sottoporti a questo di più. Virtuosa Maria,
buona Maria, santa, forte fanciulla; compirai il debito tuo, il tuo
ufficio su questa terra; e compiuto che tu l'abbia, padre, madre,
fratelli ed anche marito ti porteranno insieme a raggiugnere il tuo
amore là, dove tutti gli amori si confondono e uniscono in uno immenso,
solo, universale.... O Maria, non sono fole, non sono parole vane, vote
di senso, quelle parole di Dio, che noi siamo qua giù per soffrire. Non
si fa il proprio dovere, non si fa bene mai senza patire più o meno; e a
chi il dovere, il bene si porge con più patimenti, quello è il figliuolo
prediletto dal padre, a cui son dati più meriti ad acquistare, e
destinati più premii.» Io diceva ciò interrottamente e strignendo la
mano alla fanciulla, che metteva gli occhi in cielo, e ad ogni istante
gli innalzava più, e il suo volto tornava quello celeste e sereno di
prima, anzi più che mai; e disse finalmente: «Ben lo sapevo che sarebbe
così, e che voi pure il vorreste.» Ci alzammo, e non si fece più parola
fino a casa.
Il padre e la madre di Maria erano veramente disgraziatissimi ancor
essi; ed essendo poveri, il diventavano più, per non poter più andare a
giornata, nè coltivar per bene il poderuccio; e benchè Maria vi si
affaticasse, tanto più che avrebbe voluto non s'accorgessero di ciò che
mancava in casa, tuttavia ogni giorno era peggio, e n'erano a stentare.
Io mi stupiva come non mi fosse venuto in mente prima; ed ora avrei dato
volentieri la metà del mio pane per supplire a ciò che mancava in quella
famiglia, e lasciar a Maria sua libertà. Ma io poteva morire; e Dio sa
come allor mi dolse di non aver mai saputa far masserizia, e metter a
parte alcun che della mia pensione di frate, e dell'assegnamento da
maestro. Ma più ci pensavo, più vedevo che non ci era verso. E se ne
fece capace anche Maria. Onde fra i molti che sempre gli avean offerta
la mano, scelse uno chiamato Francesco; buon giovane, già da bambino
grande amico di Toniotto, de' pochissimi non istati levati per la
guerra, e che non era mai uscito di casa, e sempre aveva amata Maria; e
benchè sapesse non esser riamato d'amore, e non n'avesse speranza, mai
non avea voluto tor altra moglie. Ora Maria gli disse schiettamente il
perchè prendeva marito; e ch'egli ben sapea, che d'amar mai nessuno
com'ella aveva amato Toniotto, anzi di trarsi mai quell'amore dal cuore
non le era possibile; ma che s'egli pur voleva lei come una vedova a cui
fosse lecito amar il primo perduto amore, ella fra ogni vivente amerebbe
lui solo, e le sarebbe buona moglie sempre. E il buon giovane, che altro
non isperava, molto volentieri accettò; e ne fu l'uomo più felice del
mondo; e di più offerendosi ella di farne ciò ch'ei volesse, le
concedette di non tôrsi dal collo la catenella di Toniotto; e poi fecero
le nozze senza gran chiasso; e quello che si sarebbe speso in mangiari e
balli, Francesco che era ricco e solo con sua madre, lo mise mezzo a
riattar la casa propria, e farci una camera bella per li due vecchi, che
ve li portò il medesimo dì delle nozze; e mezzo ce lo diede al parroco e
a me, che ne fecimo distribuzione a' poveri; e fu una benedizione, e una
festa universale, ma tutta quieta e diversa da qualunque altre nozze. Nè
vi dirò che buona casa facessero le due famiglie; chè quell'istesso
mettersi insieme, e il non aver paura di vivere molti sotto a un tetto,
ci potea far giudicare che eran tutti buona gente; come il volersi
dividere, e il non poter molti mangiar della medesima minestra, mostra
cattivi cuori, e gente che amano l'indipendenza propria, come dicono, e
vuol poi dire qualche comoduccio, più che la compagnia e l'amore degli
altri. E non andò l'anno che la famiglia s'accrebbe pur anco di un
figliuolo maschio che tutti d'accordo lo nominarono Toniotto, e fra
altri diciotto mesi d'un altro ancora; ed era tornata a Maria non pur
tutta quella sua composta serenità, ma talor anche qualche dolcissimo
sorridere al marito e a' figliuoli; e benchè avesse allora da ventisei o
ventisette anni, ella non era stata mai così bella; e la sera talvolta
in mezzo a que' vecchi e a que' bambini e il marito, tutti pendenti da
un suo sguardo, allor sì che pareva proprio una Madonna di Rafaello in
una santa famiglia. Ma anche ciò aveva a non durare.
Una sera all'annottare io camminava su e giù dinanzi alla porta di casa
dicendo ad alta voce, come io soleva, l'ufficio, quando mi sentii venir
dietro uno, e poi gridar «Maestro mio» ed abbracciarmi quasi levandomi
di terra. E parendomi una voce che conoscessi, e volgendo il viso e
quasi toccando il suo, occhi ad occhi fra quel barlume, ei mi venne
veduto e riconosciuto Toniotto. S'io avessi avuta fede mai agli spiriti,
certo allora avrei creduto che fosse quello di lui che mi venisse a
pigliare, per la parte avuta da me nel matrimonio di Maria. E dirò il
vero, il pensiero, benchè mi durasse un attimo, pur me ne venne. Ma
ravvedendomene subito, mi colpì, ed annientò la realità non meno di
quello che mi avesse potuto far qualunque soprannaturale apparizione.
Allora il solo pensiero od atto che facessi, fu macchinalmente prendere
pel braccio Toniotto, e meco cacciarlo entro casa. Egli ben s'avvide
dell'impressione fattami, e a un tratto mutandosi il volto, e la voce
tremando: «Mio padre?» disse «mio fratello?» «Son vivi,» risposi, «ma si
vuol temperar la gioia al vecchio....» «E Maria.» «Son morti, poco dopo
che si credea voi, i due fratelli di Maria.» «E Maria?» «Vive.» E si
fece un silenzio di forse due minuti. Io 'l ruppi: «Non avete mai potuto
scrivere da sei anni in qua!» «Ho scritto più volte, ma ben temetti non
riceveste mie prime lettere; sì l'ultime, da due anni, le avete dovuto
ricevere.» «No no, diss'io, non le ricevemmo. E da due anni....»
Toniotto m'interruppe: «Dunque m'avete creduto morto da più di sei anni
in qua? Ciò temeva io sovente. E allora.... allora mi veniva un
pensiero, ch'io pur cacciai sempre come una suggestione del demonio per
farmi morir di dolore. Oh! io giugnea testè così allegro! come se si
avesse a tornar a casa allegramente dopo dieci anni. Povero Giovanni,
povero Filippo, povera Maria!» «Maria....» diss'io, e sperava ei
m'interrogasse. Ma non ci fu verso, ei non disse parola. Nè per salvar
la vita a un fratello, credo che avrei potuto mai finir la mia, e dir:
«Maria non è più vostra.» Finalmente ei ripigliò: «E se aveste avute mie
lettere due anni sono?» «Elle sarrebbero state tardi.» E respiravo,
quasi felice d'esserne uscito; se non che, alzando gli occhi sul viso
del soldato, il vidi mutato in modo, e scolpitevi sopra tutte le sue
fatiche, e i suoi dolori passati e presenti e futuri, che ne
agghiacciai. Di nuovo si tacque alcuni minuti; poscia egli s'alzò, e diè
un crollo, alzando il capo, e disse: «Andiamo a veder mio padre, e
poi....» Io gli tenni dietro, e fummo insieme a casa sua.
Ora io non vi dirò nè le accoglienze e la gioia di suo padre e suo
fratello, nè le lagrime pioventi sull'indurito volto del soldato, quando
la tenerezza ebbe aperta la via al dolore; nè poi come io fui da
Francesco, ed egli s'incaricò di dar la nuova a Maria, ed anche meno
come egli facesse; chè questo fu sempre un segreto loro, e mai non se ne
parlò. Sì fui io che tre giorni appresso, chiamato da Francesco, portai
Toniotto la sera a casa loro. Il più accigliato era Francesco. Maria
s'avanzò con un sorriso angelico sul volto, che pur era scomposto, e
porse la mano a Toniotto, dicendo: «Benedetto sia il cielo! Chi
aspettava rivedervi prima del paradiso? là sì l'abbiamo sempre sperato,
Francesco ed io.» Al soldato tremavano sotto manifestamente i ginocchi,
nè ebbe forza di parlare; ma prese la mano di Maria e quella di
Francesco, ed ambe le tenne in ambe sue mani, e più volte insieme le
baciò; poi veduto a un tratto i due bimbi in un canto lasciò le mani
d'un colpo, e fu ad essi, e li baciò, ed abbracciò, molto vivamente più
volte, e poi preso il maggiore se 'l pose sulle ginocchia. E gridando
ritrosamente il fanciullo, e Maria chiamandolo «Toniotto,» il soldato
credeva prima esser chiamato egli, e poi apponendosi che era stato dato
il suo nome al bambino, di nuovo il prese, e sì l'abbracciò, e gli mise
il proprio volto tra i capegli ricciuti, ch'io ben m'accôrsi come
prorompesse in pianto e 'l nascondesse. A poco a poco si ricomposero
tutti, e Francesco mise il discorso su' casi di Toniotto, domandandolo
come si fosse salvato dopo quel colpo che si diceva avesse avuto nel
cuore al passaggio della Beresina; e allora Toniotto narrò molto
semplice e breve; come il colpo l'aveva avuto alla spalla, che gli era
stata rotta, ed ei n'era caduto senza sentimento, nè s'era riavuto se
non quando i nimici spogliando i cadaveri, lui pure avean quasi nudato;
e allora per gran caso passando un ufficiale giovinetto, s'era mosso a
pietà, e l'avea fatto mettere in uno spedale e curar alcuni giorni, e
restituirgli, se non il resto, almeno le sue due croci, ch'egli avea
portate poi, attaccate or alla camicia, ora a qualunque altro cencio
onde s'era potuto ricoprire. E che guarito dopo alcuni mesi, e venuta la
bella stagione, egli avea ricalcata con una colonna di prigioni, tutta
quella miseranda via fatta già coll'esercito fuggitivo, ed era tornato a
Mosca; ed indi poi n'avea fatta più che altrettanto assai, fino ai
confini della Siberia. Dove dispersa la colonna, e mandati i prigioni
chi qua chi là, con pochi soldi da vivere, ognuno s'era messo a
servizio, e a lavorare d'una o un'altra sorta; ed egli aveva in casa a
un signore di que' paesi fatto da giardiniero e soprastante per la
campagna. Onde quel signore gli avea posto grande amore, e s'era
malcontentato assai quando, al principio del 1815, erano stati liberati
tutti i prigioni. E che, quando non essendo essi ancora usciti di
Siberia, venne il contraordine che si fermassero per la nuova guerra di
Francia, il signore gli era corso appresso, e se l'era rimenato al suo
castelluccio; e d'allora in poi egli s'era accorto che gli erano
intercette le lettere, e nascosti i successi che seguirono. Ma che egli
avendone pur udito alcun che a forza d'interrogare, era fuggito e
ricorso al governatore della città vicina. Qui si fermò, e ben indovinai
che volea dire, e poi se ne trattenne, che allora fu che avea scritto e
sperato giugnessero sue lettere. Sì aggiunse che tra il dubitare e
domandar ordini, il governatore l'avea trattenuto più d'un anno, ed ora
erano da sei mesi che gli aveva data licenza; ma perchè in quell'anno
avea speso ogni suo guadagno, avea dovuto venire a piedi col poco soldo
da prigione; e perchè le ferite gli dolean troppo, sovente avea dovuto
fermarsi per via, ed anche, nascondendo in que' casi le due croci,
accattare. Qui parve nuovamente intenerirsi, e Maria pur essa; ond'io
m'alzai, e preso commiato uscimmo insieme.
E quella poi fu la sola volta che io vedessi, anche così per poco,
intenerirsi o l'uno o l'altro di que' due infelici. Perchè infelici egli
erano certamente. Ma ambidue lo portavano con un cuore da farne vergogna
a tanti filosofi che scrivono libri sulla pazienza; ed anche poi a tutti
quelli, perdonatemi, o signori, che della loro qualità ed educazione si
servono a scusare quella che dicono sensibilità, ed è arrendevolezza al
dolore, non, come dovrebbero, a sostenerlo tanto più fortemente. Ei
dicono grossi ed insensibili questa povera gente, che non sente meno, ma
sopporta più. E il vero è che nati e cresciuti tutti più o meno tra
qualche stenti, ed avvezzi a veder felicità cui non possono arrivare, i
poveri contadini tutti naturalmente e di buona fede s'imbevono di quel
principio, che s'è quaggiù per patire e lavorare; mentre voi altri
l'udite dire dai preti, e lo leggete talora da voi; ma veramente
persuasi non ne siete; e certo vivete, scusatemi di nuovo, ed operate, e
v'affaticate, e vi disperate, che si vede vi credete destinati a godere,
e se vi son tolti i godimenti, la credete ingiustizia, e peggio se avete
a patire. E quest'è che fa poi portar così malamente le disgrazie,
succombendovi disperati alcuni, o facendo altri viltà per fuggirne. Ma
forse io mal conosco i signori; e volevo solamente farvi intendere che
se quei due poveri contadini non fecero scene nè disperazioni, ei non
erano meno infelici per ciò. Di Maria v'ho detto che cosa avesse fatto
per quel pensiero del dovere, ch'io pur troppo avea contribuito a
metterle innanzi. Giudicate ora, che il dovere era tanto più stretto,
come il seguisse. E non dico del dovere grosso della fedeltà di corpo o
di cuore o di ogni minimo pensiero; ma il dovere stesso di star allegra
e far felice lo sposo; anzi, per così dire, e quanto era possibile,
d'esser felice ella stessa, e non pensar ad altro. Questo seguiva. E
quanto a Toniotto, io il conobbi sempre ottimo anche da fanciullo. Pure
nel primo fuoco di gioventù, vedeste come ei si fosse lasciato andare a
quella tentazione, per fuggire un mal necessario e che non dipendea da
lui, di far egli un mal volontario e scellerato mettendosi co' banditi
di Majino. Ma ora la lunga vita da soldato l'avea sì avezzo a rispettare
il dovere, e la guerra gli aveva sì insegnato ad indurirsi contro la
disgrazia, che io ci metterei quanto ho al mondo, che suo cuore non fu
macchiato mai nè d'un pensiero. Ed io l'ho creduto sempre che
quest'educazione della guerra sia pure la più bella e buona educazione
che possa avere un uomo; nè honne veduto tornar nessuno se non migliore.
Ma ciò non importa; e so che molti tengono anzi il contrario, e guardano
quei vecchi guerrieri come scomunicati. Sono opinioni; e confesso che la
mia mi è principalmente venuta dal veder quel così schietto e così forte
e così buono dolore del povero Toniotto. Non una parola mai d'ira,
d'invidia o di disprezzo, nè una celia pure contro il buon Francesco. E
se niuni anzi di questi che avean veduto paese e guerre si volean burlar
di lui o far con esso i bravacci, egli era il primo senza affettazione a
prender sue parti. Se erano amici prima, ora parean fratelli; e
Francesco era sempre il primo a cercar Toniotto in piazza, e voler andar
insieme all'osteria, e sarebbe stato in questo se avesse voluto essergli
tutto il giorno in casa anche solo. Ma Toniotto non vi andava mai se non
la sera talvolta con Francesco; e vi stava poco, e il più del tempo
teneva i putti fra le braccia; ed egli e Maria si parlavano con tanta
naturalezza e semplicità, che tutti credettero, e Francesco più di
niuno, che nè l'un nè l'altra non vi pensassero più. E quasi quasi vi
credevo pur io.
Un giorno tuttavia, che erravo su per quelle vette, e salendo su per un
castagneto, entravo di quello in una vigna del padre di Toniotto, ei mi
venne veduto egli che credendosi solo in quel luogo discosto, era seduto
colla marra tra le gambe, e le mani appoggiate sopra, e il volto sopra
esse; ed io stetti alcun tempo a mirarlo. E perchè al solito si vedeva
lavorare che pareva allegramente, mi vergognai come se gli avessi
sovrappreso e involato il suo segreto; e me ne sentii stretto il cuore,
e mi rivolsi per di nuovo imboscarmi. Ma facendolo in fretta mossi
alcune frasche, e il romore lo riscosse, e il fè rivolgere e alzarsi e
chiamarmi, onde che io pur mi rivolsi: «E siete stanco» dissi, «mio caro
Toniotto.» «Sì stanco appunto. Perchè, vedete voi, avevo alquanto
disimparato il mestiero di zappare; facendo quell'altro. Ma a poco a
poco di nuovo s'imparerà.» Io fui contentissimo, e credo anch'egli, di
poterci mettere in questa conversazione; nè v'ha cosa che faccia parolai
sopra un soggetto, come il non volersi mettere in un altro: «Ma» dissi,
«l'avevate già di nuovo imparato là in Siberia con quel vostro signore;
che, Dio gliel perdoni, era pure un tiranno di voler regolar vostro
carteggio.» E m'accôrsi che m'ero involontariamente accostato troppo a
ciò che si voleva fuggir da tutti e due; nè egli rispose. «E non ci sono
vigne là, dite un poco?» «No» disse Toniotto, e lasciò cascar il
discorso; ed io m'accôrsi d'essermi discostato troppo. «Povero
Toniotto,» dissi, «voi siete sempre buono in ogni fortuna; e come siete
stato buon figliuolo e buon soldato, ora siete buon contadino di nuovo e
buon figliuolo.» Allora io aveva côlto nel segno; e Toniotto mi rispose
com'altre volte già: «Quest'è, maestro mio, quest'è. Bisogna fare quel
che Dio ci mette a fare, e prender quello che ci manda, ora una buona
giornata, ora una cattiva; ora una vittoria, ora una sconfitta, ora un
avanzamento o una croce alla parata, ora una palla alla battaglia; e qui
pure, ora un buon anno, ora un cattivo; ora un buon raccolto o una bella
vendemmia, ora una grandine. E così è che ogni giorno pur ci trovo
somiglianza tra questi due mestieri.» «Dite bene, questa somiglianza io
pur la trovo: epperciò forse ho sempre udito dire che i buoni contadini
fanno i migliori soldati. Ma voi non eravate più soldato; e vi mancava
pur poco a diventar ufficiale. Dite un po', se non era della palla, lo
sareste stato certamente tornando.» «O se non era della palla....»
diss'egli, e si fermò, ed io m'accôrsi d'aver di nuovo malaccortamente
inciampato; pure volendomi valer dell'occasione per effettuare un mio
disegno. «E non v'incresce» gli aggiunsi, «di quel mestiero? Così avanti
già quando il lasciaste? forse il potreste riprendere con vantaggio.»
Allora sì davvero ci trovammo su terreno franco, ed egli mi rispose che
ci avea pensato, ed avea prese informazioni nel paese; ma tutti gli
avean detto che era troppo difficile, e non gli riuscirebbe entrar
altrimenti che come soldato: che invero gli faceano sperare diventerebbe
presto sotto ufficiale, e forse anco ufficiale; ma che a dire il vero
non gli dava il cuore di ricominciar da capo così; e se fosse tempo di
guerra, potrebbe sperar di riaver i gradi come gli avea avuti, e ad ogni
modo avrebbe soddisfazione in combattere almeno una volta presso alla
propria patria, e pel proprio principe; ma in tempo di pace il mestiero
militare non gli era mai parato il medesimo, e il quartiere anche a
Parigi, e l'esercizio anche della guardia imperiale, due seccature.
Dolevagli una cosa, d'aver dovuto alla frontiera nasconder quelle due
croci che gli erano state lasciate fin sulla camicia e sugli stracci
quando era in Siberia; e perchè sapeva che glie le muterebbero in
un'altra prendendo servizio, più volte per questa ragione avea ripensato
entrarci. Ma non se ne sentiva il cuore, e poichè Iddio l'avea rimesso
presso al suo padre, tant'era vivergli allato e servirgli finchè Dio
volesse; benchè a suo padre non era necessario.... e qui parve
accasciarsi sotto il peso de' dolorosi pensieri, e finì con dire: «Dura
cosa, o maestro, a trent'anni il veder sparire e come annientarsi per un
uomo tutta la vita passata. A trent'anni non si ricomincia più.» Egli
avea ragione, ed io non gli volevo nè consentire, nè contraddire, e
m'avviavo a partire. Egli mi prese la mano, non so se per serrarmela o
per trattenermi; e poi tolta la marra in ispalla venne accompagnandosi
con me.
Da quel giorno ei mi ricercò molto più, e avendo trovato il tono giusto
su cui andar insieme, ci misimo a parlare molto sovente; e benchè egli
fosse rozzo e senza educazione di libri, non è a dire come l'educazione
della sperienza e della vita attiva gli avessero conformato tal cuore e
ingegno da svergognare i più colti uomini; nè io, benchè di vita e
professione così diversa, ho trovata persona mai con cui mi confacessi
tanto come con lui. Povero Toniotto! Mi rimanevano sempre fitti
nell'animo que' due pensieri che avrei voluti tôrre dal suo; che era
inutile a suo padre, e che a' trent'anni non si ricomincia. Ma questo
principalmente mi parea tanto più vero che l'aveva veduto anche negli
altri tornati; chè quelli che erano intorno a' venticinque anni si
facevano facilmente come una vita nuova, e quasi non pensavano al
passato; ma quelli che eran tornati co' trent'anni addosso,
difficilmente si eran adattati a mutar vita; e chi non sapeva altro che
appiccicarsi senza profitto al passato, e tentar di rifar la medesima
vita, e scioccamente lamentarsi del presente; ed altri anche rimaner
nell'impresa e morire, ch'eglino stessi non sapean forse di che, ed io
ben credo che era di seccatura. A tutti questi io aveva sempre
consigliato prender moglie, e mi era messo a far matrimonii, non badando
alle celie di coloro che mi chiamavano il gran matrimoniero. Ed io
lasciava dire, perchè questa credo che sia la sola maniera di rivivere
diverso da quello che si è vivuto; e la moglie se s'incontra buona, e i
figliuoli, che tutti son buoni, sono un balsamo e un rinnovellamento che
farebbe rivivere i sepolti. Ma al povero Toniotto come si facea? Dico il
vero, il pensiero me ne venne: ma non glie lo seppi mai dir chiaramente;
e girandovi intorno due o tre volte, ei non l'intese; e un'ultima volta
che l'intese, mi lasciò con un aspetto aspro e di mal umore, che non gli
ho veduto mai; e stettimo quindici dì senza che il potessi raccapezzare
a riparlare insieme. Io vedeva il povero uomo mutarsi di dì in dì, e
indurirsi a un tempo ed accasciarsi sempre più; ben pensai che non potea
durare. Fui, senza dirgliene nulla, in città, e per certe mie relazioni
con un colonnello tentai avergli un posto di sotto uffiziale; e mi si
fece sperare; e tornando gliene riparlai. Ma egli con un mestissimo
sorriso mi ringraziò, ma non volle; e vidi che il corpo infiacchito gli
diminuiva anche la risoluzione, e benchè ora sarrebbe stata buona e
necessaria a prendersi quella di partire, non gli dava più il cuore
seguirla. Del resto io solo credo, e forse forse Maria, ci accorgevamo
di questo suo infiacchirsi ed ammalarsi. Non si lagnava mai, non
lasciava nè scemava il lavoro, e questo anche contribuì a farlo
peggiorare; mai non si riposava se non quando potea credersi solo, come
io l'avea sorpreso quella prima volta, ed ora seguendolo lo sorpresi più
altre. Sei mesi passarono; era diventato come uno scheletro; venne
l'inverno; non voleva rimanere in istalla ozioso; da Maria andava più di
rado che mai. Appena era qualche giorno scoperta di neve la terra, egli
riprendeva la zappa, e andava a lavorar a un fossato di viti nel tufo,
che era una fatica peggio che mai. Io vi feci capitare una volta come a
caso il medico, che s'informò di sua salute, e gli disse di lasciar
quella fatica, e si curasse. Ma egli rispose allora, e poi: «Quand'io mi
metta a letto son morto.» E così fu; preso un raffreddoruccio o che so
io, che il tenne in casa, gli venne una febbre violenta, e mandò
chiamare a un tempo il medico e me che il confessassi, e io 'l
confessai, benedetta anima; e poi mi chiese di veder Maria con
Francesco. E dicendo io: «Povera donna? a che serve?» rispose: «Avete
ragione, anzi fate che non venga; io sono pur un uomo senza forza; ma
ora me ne vuol poca più.» Fu sagramentato, e al terzo giorno gli si dava
l'estrema unzione; trovammogli appesa al collo una treccia de' capelli
di Maria: «Levatela» disse, «forse ho fatto male di continuar a portarla
dopo il mio ritorno qua; questa, e questo libro di preghiere cristiane
datomi da voi già, mi hanno accompagnato sempre, e tenuto caldo il cuore
in Russia; prendetelo voi con le croci.» E si tirò il libretto e le
croci di sotto il capezzale; mezza ora dopo perdè cognizione; e un'altra
ora, e poi morì. Quest'è che m'ha fatto lasciar quel paese; e fui poscia
da cappellano in quel regimento dove io aveva voluto far entrare
Toniotto. «E Maria?» dissero alcuni degli ascoltanti. «Maria visse
tranquilla altri quattr'anni; e or sono sei mesi, assistita da me, che
là fui chiamato, e tornai per ciò, è morta in pace.»
Detto questo, il maestro s'alzò e s'avviò al giardino! e gli uni dopo
gli altri tutti gli uditori, che alcuni mi parvero commossi dalla
storia; altri all'incontro dicevano che di queste cose, se ci si volesse
badare, ne accadono tutti i dì, e questo non si chiamava nè storia nè
novella. Ma il vero è che nessuno riprese la disputa di prima; nè era
stato altro l'intento del buon maestro. Poco dopo, già non essendo più
persona nel salotto, vi tornava egli, ed io l'udii che preludiava sul
gravicembalo, e intuonava come una cantilena d'improvviso molto
semplice, e poi incominciava a cantare a mezza voce, onde io m'accostai,
e udii questa canzone:
Tratto alle pugne oltre all'ignota Moscova
Dell'italo guerrier tai fur gli accenti,
Mentre ei forbiva al sorger del sol nordico
L'armi lucenti.
Nordico sol, fa, che da lungi splendano
L'italiche armi in mezzo all'armi franche;
Del sangue ostil oggi fien prime a tingersi,
L'ultime stanche.
Nordico sol, oggi per te dimentico
Il chiaro italo sole e l'alma terra,
Ove nodrito io fui, che parte Eridano,
E l'Alpe serra.
Ardito e lieto al giorno di battaglia
Me veda il Franco, che pur me deride,
Primo al giuoco, alla mensa, ai vani cantici
Quando s'asside.
Alle mense, alle danze il pregio tolgasi
Il Franco pur: ma sull'arduo ridotto
Me segua il Franco, quando il passo sgombrogli
E l'oste ho rotto.
Dimesso il capo, basso il crine ed umile
Serba alla stalla l'Arabo destriero.
Squilla la tromba? -- Ei chiama co' suoi fremiti
Il cavaliero.
Quando scomposto stuolo indietro timido
Fugge del soverchiante oste l'incontro;
Ditelo, o duci, chi si ferma, e impavido
Si volge contro?
Quando la schiera spalle a spalle accumula
Irta di ferro, ed i cavalli aspetta;
Chi figge i piè, chi tiene il posto immobile,
O l'arma stretta?
Or ben, terso è l'acciar, la squadra s'ordina,
Batte il tamburo, omai suona ogni tromba;
Cresce il frastuono; odi, di guerra il fulmine
Da lungi romba.
Ve' come a passo egual marcia terribile
Schiera cui duce guidar sembra morte.
Ecco i verde-vestiti; or deh proteggavi
L'itala sorte.
Felici voi cui diede il ciel combattere
Itali tutti l'un a l'altro accanto:
Felici almen, cui resta d'una patria
Il nome e il vanto.
Col Franco, o col German misto, o col Belgico,
Franco di nome io pur divido il letto.
Ma invano, italo cuore invariabile
Mi balza in petto.
«Giorno verrà, dall'Alpi all'Adriatico,
Una favella unirà Italia, e un nome;»
Tu 'l promettevi c'hai le man, tu Italo,
Entro sue chiome.
Folle chi in te sperò; te il cielo vindice....
Me chiama il duce, ecco la pugna ferve.
Si pugni e vinca, e serva il mondo al perfido,
Se Italia il serve.
Finita che fu, ricominciò il maestro ad arpeggiare in varii toni minori,
finchè alzandomi ei si avvide di me, ed io che ei non mi voleva bene
d'averlo a suo malgrado ascoltato. Domandaigli pure se la canzone era
sua, o forse di qualche ufficiale tornato da Mosca, o forse di Toniotto.
Ma egli non me ne volle dir altro; ond'io credo che sia di lui. Perchè
in gioventù so che fu pastore d'una colonia arcadica, sonettista, e
schiccherator di versi sciolti nelle raccolte. Ora, colpa o grazie
all'età, ei se ne vergogna e non vuol che si dica.