LA BELLA ALDA.

Al tempo d'una delle discese de' Francesi per la _comba_ di Susa, che

qual sia non lo potrai accertare, avvenne, che rimasta a guardare il

passo importante delle Chiuse una schiera d'uomini d'arme, questi,

secondo il consueto di tutti gli uomini d'arme, invasori antichi e

nuovi, e più dei distaccati e lasciati indietro, incominciarono in varii

modi a taglieggiare ed opprimere il paese all'intorno. Benchè, essendo

alleati del Duca e provveduti da lui d'ogni bisogna; ed avendo ordine

da' proprii capi di vivere co' terrazzani come amici; e solendo poi i

Francesi, a differenza di altre genti, e ad eccezione di alcuni

scellerati che si trovano in tutte, essere ladri solamente per

necessità, o tutt'al più per a tempo, e quando, come dicono essi

medesimi, l'occasione fa il ladrone; certo i ladronecci erano men

frequenti che non sarebbesi temuto; e se n'erano fatti alcuni da qualche

mal soldato, e dalla gentaglia dell'esercito, per lo più anche erano da'

cavalieri e da' capitani severamente castigati; e la riparazione

sborsata o da essi, o dai delinquenti, o tavolta dal Duca. Ma se per

soldati erano radi i loro peccati contro il settimo e il decimo

comandamento di non pigliare e non desiderar la roba d'altri; tanto più

frequenti, forza è pur confessarlo, erano quelli fatti contro il sesto e

il nono, di non usurpare e non desiderare la donna altrui. È vizio

antico e noto de' Francesi. Noto il famoso macello de' Vespri Siciliani

al tempo di Carlo d'Angiò. Carlo VIII ne perdè il regno. A' tempi nostri

ne durano vive le memorie, che i posteri cercheranno nelle storie, e

forse nell'opuscolo de' Romani in Grecia, nelle belle canzoni milanesi

del Porta e del Grossi, e nelle piemontesi del Calvo, e mille altre

canzoni, anche troppe; chè gl'Italiani così d'accordo in cantare, ben

avrebbero dovuto esserlo più in resistere. Come poi in tutte queste

invasioni, così in quella di cui è la nostra istoria, i Francesi, che

qualunque sia il merito personale di ciascuno di essi, ognuno se lo

porta come in mano, e subito lo fa vedere, e per così dire lo spende e

scialacqua in moneta piccola, dovunque arrivassero incominciavano a

farsi ben volere; nè eran dimorati due o tre dì in una terra o in una

casa che non paressero esservi da gran tempo; ed entravano a parte de'

negozi e de' divertimenti domestici, e si facevano come della famiglia;

e se non era di quella loro eterna frase del _chez nous_, che monta a

ciò, a casa nostra si fa così, e si fa meglio che da voi; quasi che

ognuno di essi sarebbe paruto nato e cresciuto della famiglia e del

paese dove era arrivato poc'anzi. Ma che valeva? Tutto ciò era perfidia,

e mentre cotestoro parevano aiutare, adulare, compiacere al padrone di

casa, non ad altro miravano che alla padrona o alla padroncina, di cui

insidiavano la fede e l'amore. Gran vantaggio almeno hanno sopra questi

Francesi, e gran preferenza meritano gli altri invasori. I quali

mostrandosi subito schiettamente e generosamente quali sono, nè si fanno

mai da maschi nè da femmine perfidamente amare, nè ingannano i popoli

soggetti, e dal primo all'ultimo giorno con ammirabil costanza, non sono

un'ora mai da sè stessi diversi.

I giovani francesi lasciati da' loro capitani a presidio delle Chiuse

nelle terre di S. Ambrogio, S. Antonio, Avigliana, Giaveno, e l'altre

all'intorno, solevano, grandemente lagnarsi della propria sorte; che

mentre i compagni erano scesi a' ricchi piani, e ridenti colli, e alle

popolose città dell'Italia (e l'Italia per quanto sia bella in realtà, è

più ancora all'immaginazione di tutti i popoli settentrionali),

lagnavansi, dico, i giovani francesi d'essere stati lasciati in mezzo a

quelle rupi, e que' nudi sassi, e que' neri boschi, e que' poveri

tugurii; «dove» aggiugnea taluno con un dispettoso sorriso «difficile

sarebbe dire se più sia guardata la onestà di queste misere Alpigiane

dalla loro bruttezza, o più la bruttezza dall'onestà.» E in ciò si vuol

dire che que' Francesi fossero veri conoscitori, e ben s'apponessero.

Perchè le Alpigiane sogliono essere sane e fresche sì, ma piccole,

grosse e tarchiate; e qualunque ne sia la ragione, di rado è che

ritraggano le nobili e regolari fattezze delle altre Italiane.

Immaginate adunque che novità fosse a que' Francesi sfaccendati, e che

stavano ogni giorno di mercato meno a vagheggiare che a maledir le donne

e le fanciulle sulla piazza di S. Ambrogio, il vedervi un mattino

comparir soletta una fanciulla d'intorno a' sedici anni, alta, svelta e

ben formata della persona; con mani e piè, che ne avrebbero disgradata

qualunque più gentile fra le damigelle della Reina di Francia; e un

volto! un volto, che all'allegrezza degli occhi, alla leggiadria della

bocca, al color cinerino de' capegli, e più di tutto alla vivezza d'ogni

impressione ed alla grazia dell'acconciatura, avresti detto francese, se

non che la regolarità del bel profilo dall'alta e piana fronte al

rotondo mento la mostravano veramente italiana; e l'abito snello e corto

poi, lo stretto busto di velluto nero, e il fazzoletto rosso e

grossolano, che mal gli copriva, ma graziosamente le inquadrava per così

dire il viso, la mostravano schietta Alpigiana. Fu un sussurrio, un

accostarsi l'uno all'altro, un accennar di dita, un affollarsi a lei, un

comprarle, in men d'un ave, latte, ova, e quanto avea nella sporta, e un

vagheggiarla e farle cerchio attorno, e interrogarla, e volerla seco

trarre, che non s'era mai più veduto, ed avrebbe bastato a confondere

una delle suddette sperimentate donzelle della corte reale, non che una

tenera e timida foresozza com'era questa. Ma ella, benchè alquanto

arrossisse e chinasse gli occhi, e non dando retta, poche oneste parole

rispondesse ad ognuno; non mostravasi tuttavia troppo confusa; e pareva

quasi persona che là venendo, avesse aspettato tanto, e vi fosse venuta

ben apparecchiata, e che all'incontro di quell'altre sue paesane difese

da loro bruttezza, ella lo fosse da sua bellezza ed alterigia. In breve,

avendo ella così prestamente finito di vendere quanto avea recato; senza

fermarsi altrimenti, ma alzando il capo e mirando intorno in atto quasi

maestoso, e messo lo sguardo su un giovane che era in un canto del

mercato, e non avea mai levato gli occhi da lei; ella, aprendo la folla

de' vagheggiatori, dritto a lui s'avviò, ed egli a lei; ed ambidue poi

uscieno della piazza, e s'avviavano per lo sentiero alpestro che sale

alla Sacra o Monistero di S. Michele. Nè è a dire come tutti la

seguitassero con gli occhi, e alcuni pure co' passi. Ma perchè era il

sentiere molto cospicuo, e l'ora non lontana dal meriggio, e il mercato

grosso, e presenti i capi, niuno s'ardì farle oltraggio, o nemmeno

troppo lungi seguirla. Ed ella a raddoppiati passi, leggeri e veloce

salendo, ora scomparendo, ora ricomparendo per gli alpestri andirivieni,

finalmente svanì del tutto agli occhi di quegli stessi, che erano

rimasti più costanti a mirarla. I quali forse, per poco di poesia che

avessero in capo, l'avrebbero comparata a qualche Angiolo di Paradiso

risalente al cielo fra le nubi; se non che quel compagno che traeva

seco, dovea guastar la comparazione, e tarpar l'ali a qualunque più

poetica o più amorosa immaginazione.

Ora che che dicessero e pensassero costoro, i due giovani, perchè

giovane era pure il compagno, dicevano in salendo molte cose

distesamente riferite in certa cronaca da me veduta, ma che io

sforzerommi ridurre in brevi parole. Diceva egli dopo un silenzio di

forse un buon quarto d'ora: «Bel piacere veramente quella calca che ci

ha affogati; e quel chiasso che ci ha assordati; e quei visacci

stranieri impertinenti, che Dio perdoni al signore Duca d'essere alleato

di tal gente sicuramente eretici o pagani od anche peggio. Avete voi

veduto che al sonar di mezzo giorno nemmeno uno non s'è alzato, nè ha

fatto il segno della croce? Maledetti!» «Non ci avea badato,» rispose

Alda. «Ma tu hai ragione, Giacometto; questi sono visacci e figure come

non se ne sono mai più veduti al mondo; e come forse non si vedranno mai

più, subito che il signor Duca non ne abbia più bisogno; e li abbia

mandati via. Epperciò appunto è, che io avea tanta voglia di vederli una

volta. Senti, Giacometto; quando fossimo marito e moglie, e avessimo

figliuoli, e figliuoli poi, udendo da tutti narrare di questi Francesi,

ci domandassero: gli avete voi veduti? com'eran fatti questi Francesi? e

noi non avessimo che rispondere?» «Pah!» riprese Giacometto allungando e

rinforzando il suono, che ne fece rimbombar le rupi, e prendendo poi

tanto più animo egli a sgridare che vedeva lei ridotta a scusarsi; «che

previdenza lunga! che pensiero di buona mammina! prima del matrimonio

pensare alle storie che s'avranno a contar a' figliuoli che hanno ancora

da nascere e crescere.... Ma ringraziate il cielo, Alda, di non aver

bell'e ora qualche storia a narrare a spese vostre, di qualcheduno di

questi demonii che vi saltasse addosso a portarvi via, come parevano

tutti essere lì lì per fare. E sì che io li stava adocchiando; e con

l'aiuto del nostro santo Arcangelo san Michele, un po' più che avessero

accennato, soldati, o demonii, o Francesi che sieno, io ne facevo

pentire almeno un paio alla prima con questo mio bastone, che mai più

non mi possa servire contro orso nè lupo, se io, per San Michele

Arcangelo....» «Giacometto, Giacometto» diceva Alda raddolcendo la voce,

«per carità non giurare, e principalmente non pel nostro santo

Arcangelo, che non si adiri contro voi e contro me, e ci voglia aiutare

in ogni nostra bisogna. Ed io vi confesserò, se volete, che ancor io

quando mi sono trovata là in mezzo a quella calca, ancor io me ne sono

sbigottita; che non avrei voluto esservi venuta mai più. E, a dirvi il

vero, anche prima nello scendere, appunto quando giungevamo qui presso,

già me n'era ripentita. Ma voi con quel vostro eterno contraddire e

lagnarvi, me n'avevate fatto prender l'impegno; che se non era.... or

bene, è finita, non se ne parli più.» «È finita? Non se ne parli più?

No, che non è finita; e sì che ne voglio parlare; e che non mi piace

quel fare le cose a modo suo, sempre voler girare il mondo, or qua or

là, e poi dire, è finita, non se ne parli più.» «Girar il mondo? vi par

egli, Giacometto? incominciate voi a dirmi ingiurie? Povera me! Meschina

me! Girar il mondo, perchè una volta sono andata al mercato a Giaveno,

ed una volta ad Avigliana, e sempre con voi, Giacometto; e voi mi dite

che voglio girar il mondo, e mi trattate come una cattiva donna. Povera

me! che sarà di me?» E qui la fanciulla si diede a piagnere e

singhiozzare, e Giacometto a intenerirsi; ma non essendo tanto ben

educato da domandarla con delicata tenerezza: «Alda, tu piangi!» le

disse più alla grossa: «Alda, tu sai ch'io non voglio che tu pianga. A

che serve? quello che è fatto è fatto; e poichè il cielo ce ne ha

salvati, ringraziamolo pure, e pensiamo a non rimetterci a' medesimi

pericoli. Vedi, Alda;» e in ciò le prese la mano, e finchè durò largo il

sentiero, camminarono così lato a lato, e mano in mano. «Vedi, Alda; se

io ti sgrido, e mi sdegno per questo tuo capriccio di girar il mondo;

voglio dire d'andare così una volta a Giaveno, una volta ad Avigliana,

ed ora a Sant'Ambrogio, gli è perchè penso anch'io all'avvenire; e se

abbiamo veramente a sposarci a questa Pentecoste, ed io poi andar su a'

pascoli alla montagna, e lasciarti sola a casa ogni anno tutta la state;

vedi, Alda, che pena sarebbe pensare io solo di là su: chi sa s'ora Alda

non è a casa, ma a girar il.... voglio dire, chi sa a Giaveno, chi sa ad

Avigliana, e chi sa in mezzo a que' maledetti Francesi con que' loro

occhi spiritati! nè io allora sarò lì ad impedire ciò che potrebbe

succedere, nè a saperlo nemmeno. O Alda, Alda, io vorrei che tu amassi

il paese come lo amo io, che non vo mai volentieri più in là di cento

braccia dal bel campanile del monistero, e della casa di tuo padre.» E

qui dice la storia che anche a Giacometto scesero alcune più poche, ma

più grosse lacrime sulle guance. Ma essendo questo non dubbio segno del

loro vicinissimo rappacificarsi, noi non seguiremo più oltre la cronaca,

nè essi: che insieme arrivarono, e poi si lasciarono alla casa de'

genitori di Alda. I quali, servi o contadini che si dicano della badia,

erano di quei pochissimi che abitavano lì vicino; non essendone mestieri

più a coltivare quelle poche e povere terre alpestri là su; troppo

diverse dalle molte e ricche, possedute da' monaci per munificenza de'

principi, ne' piani di Piemonte e Lombardia. Là intorno poi quanto era

di terre, case ed uomini, tutto era della badia; e così anche

Giacometto, orfano e solo, adoprato nell'interno del monistero alla cura

degli armenti. I quali riducendosi all'inverno nelle stalle, alla

primavera pascevano i prati all'intorno; ed alla state eran poi condotti

a quegli altissimi piani, o somme valli che si trovano in quasi tutte le

alpi, ed Alpi sono dette per antonomasia da' paesani. Nè vi ha terra,

casa od abitato colà; ma ad ogni pascolo una bassa capanniccia, che

mentre l'armento consuma l'erbe, serve al pastore a raccoglier sè

talvolta e il latte e il vasellame da fare il cacio. Nè, durante que'

pochi mesi, finchè è finito il pascolo o la stagione, il solitario

Alpigiano scende mai da quella sua terrazza, dov'è quasi un San Simone

Stilita sospeso tra cielo e terra; nè vede viso d'uomo più di tre o

quattro volte, che la donna o i parenti vengono a rinfrescar sue

provvissioni, e riportar giù i caci fatti. All'autunno, prima delle

prime nevi, ei s'affretta a discendere. Che se i ghiacci ingombrassero i

passi già per sè pericolosi, e frequenti di rozze croci, segni di non

radi accidenti succeduti nell'istessa state; vi avrebbero a perire

inevitabilmente gli armenti, e mal potrebbe salvarsi, quantunque destro

e di sicuro piede oltre ogni credere, l'istesso Alpigiano.

Due o tre giorni passarono dopo quella, non so s'io dica con Alda

innocente gita, o con Giacometto dannevole scorreria per il mondo, senza

che in quel mondo della Badia succedesse cosa degna di memoria, o che

turbasse la pace solita del monistero, o quella anche più solita de'

poveri abituri. Ma una sera, come cadeva il sole chiarissimo dietro il

Monginevra e il giogo dell'Altaretta, s'udì un certo tocco di campana,

che era la chiamata a concistoro delle principali dignità del cenobio. E

perchè non era il giorno nè l'ora solita a ciò, meravigliandosene i

villanelli, incominciarono a sbucar fuori ognuno dalle loro casucce, ed

a mirar prima al campanile, e poi chi qua, chi là in aria e in terra;

come se mirando, avessero a scoprire che cosa fosse quella che avea data

occasione alla straordinaria chiamata. E sì che delle cento volte,

novantanove avrebbero potuto mirare da mattina a sera, senza per ciò

indovinare, nè dai moti della campana nè da nessun altro segno visibile,

quale o quanto fosse il soggetto delle importanti deliberazioni di quel

consesso. Ma questa volta fu l'una delle cento che potè essere

satisfatta lor curiosità. Perchè tutti quelli che mirarono in aria non

iscoprirono nulla, nulla quelli che mirarono in terra verso a ponente,

nulla a settentrione, nulla a levante; ma coloro che a caso rivolser gli

occhi a mezzogiorno verso il pendio più lene da quella parte, e la via

più larga che dalla Sacra scende a Giaveno, questi, dico, credettero

prima vedere, e poi certo videro e chiaramente distinsero venir su per

la via una fila, che chi diceva di dugento, chi di cinquecento ed anche

più, ma in vero erano da sessanta cavalli francesi, con innanzi il

trombettiere che di tempo in tempo s'udiva far risonare le valli, ed

alla testa il capitano, le armi di cui più brillanti si vedevano

luccicare a' raggi orizzontali del sol cadente, e in ultimo la bandiera

vivamente sventolata dall'aria notturna che sorgeva. «Che sarà? Che

vengono egli a fare? Che succederà?» Siffatte questioni generali, e

sminuzzate in cento altre parziali ed incidenti, colle loro rispettive

risposte, agitavansi a un tempo dentro e fuori il sacro recinto senza

conclusione; finchè a un tratto ed or vicinissima s'udì la tromba

intonare come un ingresso trionfale, e si vide la schiera alla sfilata

passar tra le casucce, e seguita da tutti i loro abitanti, arrivare alla

porta grande del monistero. La quale aprendosi, compariva addentro

un'altra schiera più numerosa, che trattandosi di resistenza avrebbe

potuto farne una gloriosissima; se non che era schiera di pace, e

tutt'altro che militarmente, addobbata a processione; tanti monaci, due

a due, co' visi bassi, le mani dentro alle larghe maniche, e l'abate

innanzi a tutti in rocchetto, il volto tra umile e maestoso, una barba

lunga e bianca più del bianchissimo abito, ed accanto un fraticello che

gli portava l'acqua benedetta. Veduti i quali dal capitano, che giovane

e di gentil apparenza era subitamente sceso da cavallo, e

rispettosamente inchinato, prese dell'acqua benedetta, e in lingua

francese molto ben intesa dall'abate, dissegli poi: come essendo giù

nella valle gran carestia di fieni e d'altre vettovaglie, ed anche

essendosi udito di certe mosse de' nemici del Re di Francia e del Duca

per le parti di que' monti, i capitani superiori suoi aveano pensato

mandar alcune truppe a stanziare al monistero per difenderlo; ed egli

per divozione al santo Arcangelo, e per aver cura che la sua gente non

facesse cosa men grata ai reverendi monaci o al reverendissimo padre

abate, avea voluto egli stesso condur la schiera, e dimorar con essa

finchè fosse d'uopo. L'abate rispondeva nella medesima lingua: che

quantunque piacevole fosse a lui personalmente l'aver ad esercitar

l'ospitalità verso un gentil cavaliero, e compiacere al signor Duca, o

al Re di Francia; tuttavia come abate di quel santo privilegiato

monistero, era dover suo principalissimo serbarne illese le immunità, nè

concedere che, lui vivente, contro l'esempio degli antecessori, a danno

di tutti i successori s'infrangessero quelle. Così dicendo faceva un

cenno, ed avanzavansi due monaci, probabilemente l'archivista e il

segretario, con una dozzina di rotoli di pergamena, i gran suggelli

pendenti; e mentre l'uno teneva il fascio, l'altro incominciava a

srotolare, e leggeva dal Noi per la Dio grazia re o imperadore, fino

alla firma, senza perdonarne parola. Finito il primo diploma, afferrava

il secondo, e s'apparechiava a darne, non meno che de' dieci altri,

distesa lettura. Ma il giovane francese, seccato di quelle lungaggini,

soverchiatore come ogni conquistatore, e in particolare come quell'altro

Francese o Gallo, forse antenato suo, che mentre si stava pesando o

disputando l'oro a lui pattuito, buttò la spada di soprappiù al

contrappeso su la bilancia; il giovane, dico, ch'avea altrettanta furia,

ma pur un po' più di cortesia, avanzata la mano, impedì dolcemente che

si srotolasse la seconda pergamena, diè per conceduto e riconobbe

qualunque privilegio avesse o potesse avere il monistero, e ne allegò

egli all'incontro uno solo; il privilegio della guerra, e della

necessità che dovea scusare chi gli avea dato quel comando. Perchè,

quanto a lui non gli abbisognava nemmeno quella scusa, bastandogli

l'ordine ricevuto, che ei doveva e farebbe eseguire. Molte altre parole

passarono poi in questo negoziato. Il quale, come tutti quelli dove sta

da una parte tutto il diritto e dall'altra tutta la forza, incominciò

con proposizioni differentissime, anzi contrarie; ma la parte giusta già

sapendo di dover cedere, ogni suo sforzo suol essere di cedere il meno

possibile, onde quando si crede a tal punto, ella s'affretta a

conchiudere per paura di riperdere quello che ha pur salvato. E in somma

tra il vecchio padre e il giovane capitano e' si conchiuse: che non

potendo quegli acconsentire a niuna diminuzione di privilegi, ma non

avendo forze da difenderli, nè concedeva nè impediva che i soldati si

alloggiassero fuor delle mura del monistero, come potessero. Ma fu poi

tacitamente, e quasi articolo segreto, stipulato che al mattino appresso

ne ripartirebbero la metà, e il capitano, non come capitano, ma come

ospite e divoto del Santo, con quattro o cinque de' suoi, fin da quella

notte albergherebbe entro il sacro recinto. Fatto l'accordo, i frati a

un cenno dell'abate, i soldati al comando del capitano, fecero ognuno

dalla lor parte un _dietro fronte_, spargendosi quelli nelle lor celle,

questi nelle casupole de' contadini: mentre i due alti contrattanti se

ne furono insieme amichevolmente a più lauta cena nelle camere

dell'abate; e fu poi il capitano condotto alle sue, nella ben

apparecchiata foresteria.

Il mattino appresso all'alzarsi del cavaliero, mentre stava a comporsi

non senza arte la bionda chioma e la barbetta ricciuta, e vestire il

_sottabito_ di pelle di camoscio, e cinger la spada, abbigliamento

solito de' cavalieri, quando non essendo in marcia nè in battaglia non

vestivano a ferro; entrò in camera a lui uno de' suoi uomini d'arme, una

tal figura che non sapresti dire se le sue fattezze fossero scolpite a

ritrar più grossezza o più astutezza, più rozzezza o più corruzione.

Eravi ogni cosa insieme, ma l'astutezza pareva essere soverchiata da ciò

che il furfante aveva in animo o stava per dire. «Son partiti i nostri

uomini, Uberto?» incominciò il cavaliero vedendolo entrare. «Signor sì»

rispose colui. «Il vostro esercito è ridotto a metà. Grande imprudenza,

se m'è lecito dire, a un capitano che abbia a difendere questi luoghi

dai nemici di sua Altezza il Re di Francia e de' suoi alleati. Trenta

cavalli soli....» «Uberto, lascia tue celie, che sei cattivo giullare,

il sai nè t'ho menato qui, nè ti pago per ciò; trenta cavalli sono anche

troppi per l'impresa che siam venuti. A tali cacce basta e soverchia un

solo bracco come tu. Hai tu tracciato nulla?» «Signore! signor mio,»

riprese lo scaltro che voleva innalzar i proprii meriti, «per carità,

signor mio, com'è possibile? Giunti ieri notte, stanchi, senz'albergo;

mentre vossignoria stava qui a cenar grassamente da monsignor l'abate,

noi fuori a far gli alloggi, governar i cavalli, veder ognuno che si

potesse avere per un po' di cena da questi villani. E in verità che pare

ci sia passato tutto l'oste col _banno_ e l'_arrier banno_ di Francia,

tanto son rasi e tosi, e fra due giorni se non ci fa provveder la

signoria vostra, e' sarà forza disalloggiar tutti. E' si sta troppo

male; e per quanto dicessi io, i soldati incominciano a mormorare.»

«Bene bene, si provvederà, e si manderà via l'altra metà; ma io qui solo

senza pretesto non vi potevo venire; e se tu non fossi un poltronaccio,

e m'avessi scoperto alcun che, come dovresti, invece di dormire....»

«Così tardi come vossignoria, eh! Ma la mi perdoni, io non ho detto di

non aver fatto niente; ho detto che era difficile; pareva impossibile.

Tuttavia....» «Tuttavia, tuttavia, vuoi tu finirla, sguajato, e non

farmi anelar così. L'hai tu trovata o non trovata? C'è o non c'è? S'avrà

o non s'avrà?» «Eh, eh, signor mio, che fretta! ma poichè ella mi fa

l'onore di paragonarmi a un can bracco, ella rimane il cacciatore, e mi

scusi se le dico che ad ogni caccia ei ci vuol flemma; e a questa poi

credo ce ne vorrà più del solito. In somma è scoperta, è qui presso la

fanciulla; ogni cosa bene, se non fosse d'un innamorato indemoniato,

quello stesso che l'altro giorno ci fece mancar la starnotta, e me la

tolse come di gola. Benchè jeri sera il buon uomo m'ha pur fatto

servizio. Pensi vossignoria che gli uomini erano già tutti alloggiati;

io solo no, perchè non avendola veduta svolazzare, sperava pure che

qualche caso m'avesse a far iscoprire il nido; ed ecco a notte già quasi

buia tornar cogli armenti lo scioccone, le braccia pendenti, e l'aria

smemorata; finchè veduto su una porta uno de' nostri soldati, fermavasi

innanzi tutto stupidito, apriva gli occhi e più la bocca a mirare,

riscuotevasi, lasciava andar vacche e buoi, ed entrava precipitando per

quella porta. Io l'aveva adocchiato già, e senz'altro, qui è, diss'io; e

fui là, ed entrai, e vidi la fanciulla, e il gonzo appresso, con un'aria

fra truce e sbigottita, che si faceva raccontar il gran caso del nostro

arrivo, e voleva dar nelle smanie, e non s'ardiva, che era uno

smascellarsi dalle risa.» «Bene» disse il cavaliero, «hai tu subito

mandato via il soldato, ed alloggiatovi tu?» «Mai no; la mi perdoni;

avrei fatt'io mai siffatto errore? Disalloggiar quello? ficcarmi io a

luogo suo? che maniera di metter sospetto nella casa, e fuori in tutta

la compagnia? Massimamente, che sapendosi da tutti oramai la fiducia di

cui m'onora la signoria vostra, e la fiducia de' superiori essendo

sempre invidiata....» «In somma diraimi tu a che ne siamo?» «A ciò: che

il soldato fu naturalmente questa mattina di quelli ordinati per

partire; ed io che apposta non avea preso alloggio stanotte, ed ero

stato a dormire con un altro, gli sono sottentrato stamattina; e sto là

fermo e stabilito, come sarebbe appunto un cane coricato alla bocca del

covile ad aspettar il coniglio, o una serpe nel nido; benchè la serpe,

licenza parlando, è vossignoria, che s'ha a mangiar ella l'uccelletto.»

«Bene, finisci l'impertinenze, ed ecco il primo degli scudi d'oro

promessi.»

Forza è talvolta a qualunque narratore accenare certe cose brutte e

sconce, necessarie a sapersi per la storia. Ma io non sono di quelli che

vi si dilettano, e se hanno a spiegarti qualche squisita scelleratezza,

e' non te ne sanno perdonare la menoma particolarità. E benchè il parer

intendersene, e giudicar gli uomini severamente, dicendo: così son

tutti, così insegna la sperienza, io pur credetti a lor virtù, or non

più no, e simili cose; dia ad uno storico una certa apparenza d'ingegno

e maestria oltre il comune; ed all'incontro sembri cosa volgare e

dabbenaggine il sovente ammirare e compiacersi della bontà altrui;

tuttavia lo confesso, io non narro con amore, e non mi piace dire i

particolari se non delle amorevoli e buone passioni degli uomini. E

ricordomi che essendo a Roma, e tra per l'occasione di veder tanti bei

monumenti, e per una certa natural disposizione che credo avrei avuta

alla professione d'antiquario, avendo preso a studiare il Winkelmann

delle arti degli antichi, fui lietissimo di trovarci fin da principio

questo bellissimo precetto troppo mal seguitato dalla maggior parte de'

così detti conoscitori, professori o dilettanti; che incominciando a

giudicare dalle pitture e scolture, e' si vuol cercare di scoprire,

conoscere e studiar le bellezze che sono in esse, prima di cercare e

studiare i difetti. Ed è il vero che ammirando e contemplando le

bellezze, gli occhi e l'animo si fanno ad esse, e diventano capaci di

riprodurne altre simili; dove avendoli sempre fermi sulla brutezza,

benchè si faccia con pensiero di fuggirla, sovente per forza d'abito ci

si intoppa. Quando anche poi tu ne fossi fatto capace di fuggir la

brutezza, nol sei di produrre la bellezza. Ondechè l'uno è studio attivo

e creatore, l'altro passivo e solamente correttore. E così credo sia de'

costumi degli uomini; che chi cerca, studia e contempla i dolci e buoni,

addolcisca e migliori i suoi proprii naturalmente; dove chi s'avezza a

contemplar sempre i costumi cattivi e feroci, non può a meno di non

oscurare ed abbruttire i suoi. Nè è questa poi, ben sollo anch'io, tutta

scelta propria; e pur troppo e' sono certi infelici che o in una parte

della loro vita, od anche in tutta sembrano per destino collocati sì

fattamente da non iscorgere mai dappresso nulla di veramente bello o

buono o grande. Ma so pure che questo è caso più rado che non si pensa;

e il maggior numero degli uomini hanno la scelta con uguale o con poco

diversa facilità, di mirare alla faccia chiara e bella, ovvero alla

scura e brutta della umana natura. Le mie narrazioni sono dirette a'

primi, o de' secondi a chi abbia buona intenzione di passare, come gli

sia possibile, tra' primi.

Del resto giustizia vuole io dica, che quantunque cattiva impressione il

leggitore abbia dal riferito colloquio potuta prendere del cavaliero;

questi tuttavia non era, nè uomo interamente corrotto, e, come se ne

trovano, vecchio peccatore in giovane età; nè nemmeno un ragazzaccio

senza parenti, nè educazione o scappato di casa. Era di nascita ed

educazione gentili, avea padre e madre tenerissimi di lui, ed una

sorella pura come una colomba sgusciata ieri; ed erasi un anno innanzi

partito da lei candido quasi come ella stessa. Nè era poi stato mandato

all'oste solo, e senza altra cura dei genitori, come fanno taluni che

finchè hanno i figliuoli in casa li tengano attaccati alle gonne della

mamma o della balia; e il dì che li rilasciano, non ne prendono più

pensiero. Questi avean raccomandato il figliuolo a un vecchio servitore

di casa, e poi a un vecchio amico che era de' principali signori della

corte del Re di Francia. Ma il servitore era rimasto per via mezzo

infermo, mezzo disgustato, ed era a lui sottentrato nella fiducia del

giovane quello scellerato d'Uberto. Il vecchio amico non avea potuto

fare che il giovane non istesse più volentieri co' giovani che con lui,

e non prendesse loro modi e pensieri e costumi. I quali costumi poi

erano cattivi non solamente come di giovani e di guerrieri, ma come di

conquistatori e d'invasori. Perchè cotesta qualità di conquistatori e

d'invasori è di natura sua così perfida e maligna, da guastare anche gli

uomini che sarebbero buoni per natura sua. Onde Toniotto, quell'amico

mio che servì in Francia, mi soleva dire, che noi i quali non abbiamo

veduti i Francesi se non in Italia e vestiti di quella qualità, nè

possiamo dire averli conosciuti in generale, nè immaginare quanto

diversi e senza comparazione migliori sieno a casa loro. Così è, diceva

egli, che quella facilità che hanno, e ci par incomoda talvolta, di

stabilirsi senza complimenti a casa altrui, li fa al lor paese aprir le

proprie case ed esser ospitali, con una grazia che non è di nessun'altra

gente. Così quello sprecar e buttar via i quattrini per vanità e

spensieratezza che li fa rimaner senza, e prendere, forza è pur

confessarlo, senza grande scrupolo gli altrui quando possono, li fa,

quando sono a casa propria, facili, generosi ed ingegnosi spenditori;

onde non è gente meno avara, ma che sappia meglio farsi onore con la

metà di quello che ci vorrebbe ad ogni altro. Così quell'arroganza

impertinente a casa d'altri di dirsi il primo popolo del mondo, si

riduce a casa loro, dove non hanno occasioni di odiose comparazioni, ad

una tal qual giusta alterezza ed una fiducia di sè stessi, che non istà

male agli uomini, nè uno ad uno, nè come nazione. Finalmente quel loro

stesso peccato capitale, di che fanno conquistando sì grande scandalo,

non comparisce di gran lunga tanto a casa loro, e quasi direbbesi che ne

sieno rei meno che nessuno. E si vuol anzi confessare che non è forse

paese dove si trovino tante coppie di buoni mariti e mogli; e famiglie

di parenti e figliuoli e fratelli che vivano bene insieme, e donne bene

occupate de' maneggi di casa e della buona educazione de' figliuoli. E

perchè le lingue e principalmente le parole e le frasi che si trovano in

una e non nell'altra, sempre mi parvero indizio non disprezzabile de'

costumi delle nazioni; io osservava poi che i Francesi sono i soli che

abbiano la parola _ménage_, che comprende tutta la famiglia vivente

insieme al medesimo desco, anzi tutta la servitù, e quasi anche la

materialità della casa e de' mobili, e d'ogni cosa in somma che è sotto

al tetto domestico. Bella parola, da cui derivano due belli e dolcissimi

modi di dire, _bon ménage_ e _bonne ménagère_. Voci anche queste che non

suonano se non in Francia, e di cui la realità vi si trova, al dir di

Toniotto, più frequente che altrove. Nè potrei dire io poi quanto mi

satisfacessero questi discorsi dell'amico. Perchè da una parte il divino

precetto di amar il prossimo qualunque sia, e la mia propria natura

amorevole o forse molle, mi portavano ad amar tutti gli uomini e a

trovar in tutte le nazioni da me conosciute, insieme con alcuni vizi o

difetti proprii, molte qualità e virtù non meno proprie loro. Dall'altra

poi non solamente gli esempi degli antichi che davano un solo senso e

promiscuamente usavano quelle tre parole di straniero, e barbaro, e

nimico, ma più poi gli esempi nuovi veduti e provati da noi stessi mi

additavano in ogni straniero, con qualunque nome d'amico o d'alleato si

chiamasse egli, un nimico da combattersi per tutti i miei concittadini

secolari, e per me almeno da fuggirsi. Ma fattami da Toniotto, e

conceputa da me quella distinzione degli stranieri a casa nostra o a

casa loro, mi si aprirono per così dire subitamente gli occhi, e intesi

come quei due sensi d'amore e di nimicizia possano amendue esser giusti

e stare insieme. D'allora in poi, satisfatto del mio cuore, senza

ritegno e senza scrupolo mi abbandonai ad amare e contemplar le virtù

particolari d'ogni nazione straniera, finch'ella se ne sta a casa sua; e

senza scrupolo anche tener per nimico e spoglio di virtù, e carico di

vizii ogni straniero rivestito di quella corruttrice qualità di

conquistatore.

Ora, fatte le mie scuse agli uditori di questa infilzatura di

digressioni che fuggirò alla prima volta che avrò a ridir la storia,

torno ad Alda la bella, e Giacometto l'innamorato, e Uberto il

tentatore, e il Francese giovane e fragile alla tentazione. Era pensiero

di questi due ultimi, venuto al primo, e approvato dal secondo, ora che

Uberto s'era ficcato in casa alla povera famigliuola, studiarne bene gli

andamenti, e come, ed a che ora, e per dove uscisse la fanciulla; e

adocchiatala sola, come speravano, a trar le vacche a qualche deserto

pascolo, o a far legne a qualche deserto bosco, od a qualunque faccenda

in qualche simile solitario luogo, tendervi un agguato; e tra Uberto ed

un suo fidato compagno rapir la fanciulla imbavagliata, e nasconderla

fino a notte, e poi portarla giù in una cascina deserta già

apparecchiata a ciò nel piano di Sant'Ambrogio. Ivi allora l'avrebbe

raggiunta il cavaliero; il quale essendosi già con false nuove di mosse

nemiche procacciato da' superiori l'ordine di venir alla Sacra, ora

dicendo essersi trovati vani que' rumori, avrebbe così levato il

momentaneo presidio. Ma siffatto disegno andò loro in parte fallito per

l'amorosa gelosia di Giacometto. Il quale non solo trovò modo di far

sottentrare alcuno de' suoi compagni nella cura de' pascoli, ed egli

rimanersi alla stalla del monistero; ma lasciando pressochè del tutto

stalla e monistero ed ogni altra faccenda ed ogni altro luogo, quasi

intero il dì e la notte era o dentro o fuori la casa di Alda, o

guardavala con quell'ansietà che fa un avaro intorno al segreto luogo

dov'abbia seppellito il tesoro; che non ardisce starvi troppo appresso

per paura di svelarlo, ma non ha cuore di perderlo d'occhio; e va e

viene e lascia, e mira da lontano e torna, e di tempo in tempo trova

qualche pretesto di seder sopra al sacrato terreno, ed allora solamente

è appieno tranquillo. Che la bella Alda uscisse poi mai fuori della

porta, ei nol soffriva nemmeno in idea; e faceva egli tutte le faccende

fuori di casa; consentendo i parenti di lei, ed ella stessa, che, se era

alquanto leggera e vana, era poi virtuosissima fanciulla: e benchè rozza

ed inesperta, e benchè non ne dicesse nulla a persona, s'era pur accorta

di qualche scellerata intenzione di Uberto. Perchè questi, vedendosi

andar fallito il primo pensiero di coglier la fanciulla fuor di casa, e,

come diceva egli, al volo, si rivolse a quello di adescarla a poco a

poco, ed impacciarla nelle sue reti; e forse con intenzione di riuscir a

due colpi in un tratto, provò a farle intorno l'innamorato. Ma

quand'anche la fanciulla non fosse stata virtuosa, ella era troppo

altiera da dover dare orecchio a costui non giovane, non bello, non

tenero la metà come Giacometto. E così è, che pressato dal capitano a

cui mancavano oramai i pretesti di prolungare sua dimora, finalmente si

ridusse ad usar la forza aperta contro la meschinella. Aveva osservato

che ogni sera, all'imbrunire, Giacometto a malgrado della sua gelosia

era sforzato di lasciar la guardia de' posti interni ed esterni della

casa di Alda, per ire al monistero quando si raccoglievano gli armenti e

si disponeano per la nottata. In seguito della quale osservazione lo

scellerato dispose l'insidia sua.

Cadeva la ottava o nona sera dall'arrivo de' Francesi là su. Erano

tranquilli nella capanna, la vecchia madre a filar in un angolo del

camino; il padre dall'altro lato a bere insieme con Uberto il vino

d'Asti che questi avea recato; Alda ad apparecchiare la cena, epperciò

ora affaccendata in questa, ora in quella parte della cameruccia, ora

rannicchiata presso al fuoco, il cui lume faceva or più or meno chiara

quella scena domestica. A notte chiusa incominciossi a udir presso alla

porta un susurrare e disputare insieme come di due o tre soldati, ed

Uberto a sclamar più volte: «Ubbriaconi! è questa l'ora di star fuori e

turbar la pace della buona gente? A' vostri alloggi; che se lo risà il

signor capitano.... Agli alloggi, agli alloggi; o sì ch'io....» Ma lo

sgridare era nulla, e continuavan gli altri, e in breve ecco uno strido:

«Son morto, aiuto, aiuto;» e spalancarsi la porta; e precipitarsi

addentro due soldati, facendo chiasso come di quattro e sei; ed Uberto

ad alzarsi, ed alzandosi dare una spinta alla pentola e scompigliar il

fuoco; e in quella mezza luce, e quella confusione, uno de' soldati

afferrar la fanciulla e imbavagliarla, e l'altro a levarsela in braccio,

e portarla via; ed ella gettando un grido, ed i parenti accorgendosi in

parte che fosse e domandando aiuto, Uberto a tirar la spada e far lo

spaccamonte; e gridando «Bricconi, scellerati», a tener loro dietro come

per inseguirli. Ogni cosa era ita loro a talento. I due rapitori non

avean dato tempo ad esser conosciuti; Uberto avevo fatto sembiante non

che d'innocente, ma di soccorritore; e i contadini credendola una

baruffa di soldati, non che impacciarsene, si chiudevan nelle case. Così

la meschinella era portata già fuori dell'abitato forse un cento passi,

quando dibattendosi ella, che giovane e forte era, e stancando perciò

colui che la portava, egli la mise un momento in terra per legarla, o

meglio prendersela e portarla in due. Ma ella, come fu su' suoi piè,

valendosi dell'istante, fuggì loro di mano, e di tutta corsa si diè a

saltare e volare su per que' dirupi, scegliendo a posta i più scoscesi e

pericolosi conosciuti da lei, non da' soldati, che men destri la

seguivano a mala pena. Ma intanto Uberto aveva raggiunto i compagni, e

senza fermarsi a rampogne, o a più infingersi, aiutava ad inseguirla, e

chiuderle i passi. Così è che ella non volendo mettersi nella campagna

più che mai deserta a quell'ora, si sforzava nella sua fuga non

allontanarsi dall'abitato e vi girava intorno e s'accostava al

monistero, dove sapeva essere gente, e Giacometto. Ma essendole chiuso

il passo alla facciata e alla porta grande, a poco a poco veniva

incontro alla parte opposta della cinta e si metteva per un ciglione

scosceso, interrotto, e stretto e di poco più di un piè tra le altissime

mura sovrapposte e il precipizio più alto e non meno a dirupo che sta di

sotto. Quivi innoltrandosi con pericolo, a malgrado della sua destrezza,

grandissimo, la inseguita fanciulla sperava ingannar gl'inseguitori;

appunto come il camoscio di quelle alpi spinto da' cacciatori si slancia

di rôcca in rôcca e si addentra più e più tra' precipizii, finchè

vedendo rimasto sull'orlo opposto il cacciatore, si ferma egli e lo

guata, e si crede pienamente sicuro. Stolto! che allora si è appunto,

quando il cacciatore gli pone sopra a bell'agio gli occhi e lo schioppo,

e lo fa morto precipitare nella frapposta valle. Così la meschina Alda

giunta molto innanzi a quegli scellerati per lo ciglione a un luogo dove

questo non che interrompersi finisce, e il muro sopra, e la rôcca sotto

non fanno più che una sola superficie diritta a piombo, fermavasi quatta

quatta e senza gridar nè fiatare, sperando non essere in quello

spaventoso luogo seguita. Ma quale orrore, qual brivido di morte fu il

suo quando le parve vedere, o vide le ombre nere di quegli arditi

scellerati tentennanti avanzarsi per lo orrido sentiero, e già non esser

più d'un trar d'arco da lei distanti! Diè allora in altissime strida per

chiamare aiuto; ma era tardi oramai; niuno umano aiuto, quand'anche

fosse udita, poteva impedire che quelli non la raggiugnessero ed

afferrassero, e la portasser poi via, o la precipitassero. Meglio

precipitar sè stessa; e mirava in giù se scorgesse luogo meno diroccato,

o rovo o ginepro che la potesse trattenere; ma se v'era, non li poteva

vedere. Meglio fidarsi alla providenza, al sommo Iddio che poteva

mandare i suoi angeli a sorreggerla, al santo Arcangelo proteggitore

speciale di quella popolazione, proteggitor dell'innocenza, combattitor

de' mali spiriti, de' mali uomini. Sentissi a un tratto compresa di

sovraumana fede e fiducia, guatò, fissò gli scellerati; e «Fermatevi»,

disse, «o ad ogni modo non m'avrete;» e non fermandosi quelli, e già

essendo a dieci passi vicini ad essa, già a sei, già a quattro, dato un

altro grido ed un altro sguardo alle mura, e non veduto anima; già

sentendoseli incontro, già sendone come tocca, nomò San Michele,

incominciò: «Nelle tue mani, o Signore....» e finì in aria la preghiera

dell'ultime speranze.

Io non mi fermerò a descrivere lo stupore, la rabbia, la vergogna de'

tre birbanti; e massimamente quando comparvero sopra le mura del

monistero prima una e poi un'altra, e poi cento fiaccole; e sendo

scoperti, e pensando alla ritirata, temettero fosse loro recisa, e a

dispetto del pericolo si affrettarono anche più che non venendo. Nè dirò

di Giacometto, il quale, come era sempre colla paura addosso che

succedesse qualche cosa, fu il primo nel monistero che udisse il chiasso

destatosi fuori alle grida de' parenti; e uscito e udito il caso, senza

sostare od aspettare un compagno, erasi avviato dove gli si accennava;

benchè essendo notte scura, e la fuggitiva cogli inseguenti molto

innanzi, non sapeva dove andare, e dubitava, finchè udì le ultime strida

di Alda sopra il ciglione, ed allora vi si mise addentro anch'egli di

volo. Tutto era finito; ma non sapendolo egli, ed incontrando i tre che

tornavano, in quel luogo favorevole ad una battaglia di uno contro tre,

ed all'arma che aveva in mano, una lunga forca da stalla, egli sperava o

per forza o capitolazione riavere l'amata, e presentando il triplice

ferro al petto del primo, gliela domandò. Esitando questi, e non

rispondendo altro che «largo largo» colla spada in mano e in atto di

ferire; Giacometto, che non era allora in punto di gran pazienza, gli

diè una grande inforcata pel corpo, e giù del precipizio, come avrebbe

fatto d'un mucchio di fieno o di paglia, lo scagliò. Intanto giugneano

due o tre de' suoi compagni stallieri con simili armi, e il

combattimento essendo troppo disuguale, i due soldati superstiti, uno

de' quali Uberto, ebbero per forza ad arrendersi, gettar le spade, e

lasciarsi legar dai contadini. E fu per quelli gran fortuna, che

essendovi già gran folla di questi, ne sopravanzò da trattener

Giacometto, come seppe che Alda era precipitata. Voleva ammazzar gli

scellerati, e dava in furie, e voleva sè stesso precipitare, quando

incominciò uno a dire che giù, nella valle si vedevano lumi e si udiva

un gran gridare e sclamare, e poi crebbero i lumi e le grida, e ben

s'apposero, che era venuta gente intorno ai due precipitati. Nè sorgea

perciò speranza nel povero Giacometto, finchè uno coricatosi e messo

l'orecchio in terra, incominciò a dire che là giù gridavano miracolo, e

tutti a far come lui, e Giacometto principalmente. Furonvi di quelli che

udivano, e di quelli che no, e Giacometto era ora uno de' più creduli,

ora de' più increduli; ma in breve tutti s'accordarono in dire, che il

grido là giù era certo quello di miracolo, e tutti senza ben sapere che

fosse, incominciarono a ripetere miracolo, e Giacometto a sperare, e

tutti poi, quanto concedeva il luogo, a correre e cercare i sentieri che

andavan giù, e intanto a lasciare quasi soli i prigioni. Ma fatti alcuni

passi, e venuti dove s'allargava la via, erano fermati e ricacciati

indietro dalla schiera de' Francesi che venivano in buona ordinanza, e

le spade in mano ad aiuto de' loro compagni. Quindi a gridarsi da una

parte: «Muoiano i Francesi; innanzi, figliuoli, le forche innanzi;» e

dall'altra: «_Man bassa sulla canaglia, man bassa_, ammazza, ammazza.»

Facevasi innanzi il capitano, che, fosse pentimento del succeduto, o

timore di quello che potea succedere, sforzavasi in ogni maniera per

rimetter pace; e solo che gli dessero i delinquenti, prometteva di farli

egli castigare, e che tutto sarebbe finito. Ma non era udito da'

terrazzani furenti e più numerosi; e le grida ricominciavano, e stavano

per incominciar le ferite, quando comparì la processione de' monaci

colle torce in mano e colla croce innanzi salmeggiando. I quali,

ristando ognuno per rispetto, si misero tra le due schiere opposte, e

finito tranquillamente il salmo, che diè tempo alquanto a sostarsi

l'ire, incominciò l'abate una esortazione alla pace, dicendo: che

sarebbe gran peccato e grande offesa a Dio, al santo Arcangelo, e poi al

signor Re e al signor Duca, se per la scelleratezza di tre sciagurati

tutta una popolazione di buoni contadini ed una schiera di bravi soldati

d'accordo in punir i delinquenti si combattessero e scannassero senza

profitto; che sarebbe ora tanto peggio, e l'ingratitudine degli uni e

degli altri tanto più grave e perniciosa, che il santo Arcangelo aveva

fatto, come egli udiva, ed aveva ferma fiducia, un gran miracolo; a cui

ammirare ed esaltare dovrebbero attender tutti, anzichè a queste ire.

Queste ire tanto più scellerate ed inutili, che di tutto quel chiasso

non era così per rimanere, se non uno degli scellerati già punito, i due

altri serbati a castigo ed esempio, e la vittima, la innocente insidiata

vittima miracolosamente salvata a maggior gloria di Dio, del santo

Arcangelo e della sua già gloriosa e miracolosa basilica. Detto ciò, il

santo abate e i monaci avanzavansi maestosamente verso la truppa de'

contadini, e dicendo «Andate a vedere il miracolo», tolsero in mezzo i

due prigioni; ed essi innanzi, i Francesi dietro, si raccolsero al

monistero, mentre i contadini si dispergevano e si precipitavano co'

lumi in mano giù per li sentieri verso alla valle. Dal fondo della quale

poi in breve videsi un altro stuolo più numeroso di lumi risalire, e poi

raccozzarsi e frammischiarsi a mezza via; come vedesi talora farsi un

solo di due voli di colombe, incontratisi da opposte parti a mezzo

cielo. Nè Giacometto aveva aspettato il fine dell'_allocuzione_

dell'abate; che vedutolo venire, e ben prevedendo oramai non si

combatterebbe, e del resto poichè sperava salva l'amata, avendo più

fretta di rivederla che di vendicarla, s'era tolto di mezzo agli altri,

ed era venuto giù per lo più scosceso e più diritto di que' sentieri.

Nè io sono così presuntuoso da credermi di potervi qui descrivere o

l'affanno crescente del giovane quanto più s'appressava a quella folla

là giù; o il suo palpitare quando chiaramente udì ridire miracolo, e udì

nomar Alda, ed egli gridando domandò: «è viva? è viva?» e non gli era

risposto, ed or gli pareva sì, ora no, e ridomandava e giungeva e si

precipitava e la vedeva e cadeva a' suoi piè semivivo. Semivivo egli,

viva ella all'incontro e giuliva, e più che mai bella, alzata in braccio

da' circostanti, portata a cielo dalle loro lodi, e cospersa di un

rossore che non sapevi se era resto di quello animosissimo e santo

sforzo fatto da lei, vergogna delle ben meritate lodi, piacere e gloria

di esse, o finalmente amore felcissimo di ritrovarsi, dopo tal timore,

tutta pura in braccio all'amante. Tutti questi sentimenti ed affetti

insieme e molti altri erano probabilmente. In breve si avviarono tutti

quasi gli abitanti di Sant'Ambrogio e della Chiusa su per lo monte, con

quelli detti di San Michele, e insieme giunsero alla porta del

monistero. E benchè l'ora fosse tarda, e i monaci non consueti uscire in

quella, tutti pure trovaronsi in pompa magna ed abito sacerdotale

schierati là innanzi e l'abate colla mitria e il pastorale. I quali

ricevendo con venerazione e quasi come una reliquia materialmente tocca

dalla mano potente di Dio la santa fanciulla, intonando il _Te Deum_

entrarono in chiesa e cantarono poi il _Magnificat_ e la _Salve Regina_,

e molti altri salmi e cantici in onore della Santissima Vergine e del

Santo Arcangelo combattitore di chi insidia all'innocenza. E in questi e

gli altri canti poi del mattutino e delle laudi che sottentrarono, passò

così quasi tutta la notte fino all'alba; che essendo già partiti i

Francesi senza chiasso co' due prigioni si raccolse ricondotta da'

parenti, dagli amici e dall'amante la bella e forte fanciulla, così

miracolosamente uscita pura dalle zanne del leone e dalle zampe de' lupi

insidiatori.

Qui la cronaca, chiaramente scritta ad onor della basilica, non a

passatempo degli oziosi leggitori, mutando a un tratto stile, come

succede in ogni cronaca, dopo tanti minuti particolari di luoghi e di

processioni, dice a modo di compendio: che il medesimo anno (ella non

avea detto quale) la bella Alda e Giacometto si sposarono, nè li nomina

mai più. Poscia aggiunge in poche parole: che essendosi fatto

grandissimo romore di quel miracolo in Piemonte, in Italia ed in

Francia, il Duca e il santissimo Abate domandarono al Re di Francia, che

facesse giustizia de' due scellerati; ma alla corte del Re non che

rendersi giustizia e far satisfazione al Duca e all'Abate (perchè alla

fanciulla e a' suoi parenti non par che il cronachista le pensasse

dovute), alla corte di Francia s'era negato, nefando a dire, lo stesso

miracolo; onde poi molti e nuovi scandali eran surti. E così finisce

questa storia nella cronaca. Quindi parrebbe che ogni discreto leggitore

possa tenere con sufficiente probabilità che que' due giovani vivessero

poi lungamente e felicemente insieme, e finissero in pace. Notizia, che

cercatissima da me intorno alle persone per cui ho preso interesse in

una storia, e pur tralasciata troppo sovente non solo da questi rozzi

annalisti, ma talor anche da più colti e sperti narratori; forse perchè

dopo aver parlato delle nozze ci credono inopportuna ed attristante

quella menzione, quantunque addolcita, del nostro fine. A me

all'incontro non pare si possa dire finita e compiuta la felicità di

nessuno senza quel _finiva in pace_. Qui poi il mio rincrescimento che

l'autore, se il poteva, non ce l'abbia detto, è tanto maggiore, che

forza è pur confessarlo, altre leggende e tradizioni narrano

tutt'altrimenti il fine di questa storia.

E prima, certo è che nessuna di quelle non nomina nè punto nè poco

Giacometto o suo amore. In secondo luogo, fanno Alda precipitata non dal

dirupato ciglione, ma da una finestra. Terzo, aggiungono, che

insuperbita ella tentò Iddio e rifece per danari il medesimo salto, ma

vi rimase degnamente punita e morta. In ultimo una certa breve notizia

della Badia stampata nel seicento, colloca la storia in quel secolo o

nel precedente. Ora io non voglio entrare in una discussione critica

della preferenza che merita la cronaca mia, benchè ne sarebbe a far una

bella dissertazione accademica di storia patria; e lascio anche la

disputa di Giacometto, e quella della finestra o del ciglione. Sì dico,

mi pare improbabile che Alda quantunque ignorante, quantunque

insuperbita o mal consigliata, potesse risolversi mai a rifare il

pericolosissimo salto per danari. Ma volendosi, come mi pare si debba,

ammettere le universale tradizione di questo secondo salto fatto per

motivi umani; questi forse sarebbero molto probabilmente trovati,

seguendo la narrazione mia, e ponendo poi tutta la storia verso il 1200

o 1300. Perchè qualunque fossero le virtù di que' secoli (ed ogni secolo

non meno che ogni popolo ha le sue), certo non fu questa di una

religione abbastanza ben intesa, e un rispetto a Dio abbastanza profondo

per non tentarlo. Ondechè non approvati mai dalla Chiesa, ma esercitati

sovente anche coll'autorità di alcuni ecclesiastici erano appunto quelli

che si chiamarono _Giudizii_, ma furono vere tentazioni _di Dio_. Quindi

è che raccozzando insieme i particolari già da noi dati, si potrebbe

dire: che domandando giustizia e riparazione l'Abate, e negandola i

Francesi, e il principal argomento del primo essendo l'asserire il

miracolo, e dei secondi il negarlo; venissero poi gli uni e gli altri al

compromesso di volerlo far rifare, e la fanciulla, inclinata alquanto

come vedemmo a vanità, vi si lasciasse persuadere. La qual

interpretazione mi par naturale e buona, e non vi posso vedere

difficoltà, se non una; ed è che la pericolosa pruova fosse lasciata

fare dall'innamorato Giacometto. Ma anche questo pur troppo si spiega.

Pochi mesi dopo il loro matrimonio doveva l'infelice novello sposo ire

a' pascoli delle somme alpi: e lui assente potettero succedere tutte

quelle brighe che condussero la giovinetta a sua morte. Anzi poi non

sarebbe da dubitare di questa spiegazione se fosse vero ciò che mi disse

un amico, e di che voglio un giorno andarmi ad accertare; che in uno di

que' pascoli solitarii, dove non sogliono rimanere a dimora nè vivi nè

morti, vi sia un luogo che le guide mostrano a' viaggiatori col nome di

tomba di Giacometto; e dicono che fu d'un montanaro che rimasto là

durante una state, e invano aspettato e poi pregato che scendesse

l'autunno, fu lasciato solo con alcune provvisioni per l'inverno; ed

alla primavera ne fu trovato il corpo illeso fra' ghiacci; e fu poi

seppellito e lasciato là nella solitudine dove aveva voluto morire.

Novelle(#39658) · 第 11 / 27 题