FRANCESCA.

La calunnia è un venticello.

_Rossini_, _Il Barbiere di Siviglia_.

In una villa dove già vissi alcuni anni, fu da maestro di scuola un

prete molto buono e sociabile; del quale, come aveva detto messa e

finita la scuola o l'ufficio, e se occorreva qualche confessione, ogni

sollazzo era alla state ir a diporto su per que' colli, od a sonar gli

organi e i gravicembali ne' castelli all'intorno; e il verno poi entrar

nelle case de' signorotti e de' villani di quel contado, ed ivi, come si

dice, fare stalla, che tant'è come in città far conversazione. E perchè

virtuoso e pio e pacifico uomo egli era, ogni suo conversare tendeva a

ispirare pace e pietà. Ond'egli poi solea con gli altri preti suoi amici

darsi vanto di non far altro là, che continovar lo insegnamento della

dottrina cristiana incominciato alla scuola e spiegarla con gli esempi,

che fanno più impressione, ma che non tutti starebbero bene in chiesa.

-- E veramente, egli aggiugnea sorridendo, anche queste vecchierelle

usano così, e volendo dar insegnamenti alle giovani, subito vengono agli

esempi; ma questa differenza è tra esse e me, che elle li scelgono

presso le vicine e contemporanee, io sempre li cerco in tempi antichi e

luoghi sconosciuti. Nè so se nel modo loro sia più efficacia, ma nel mio

certo è più carità. -- Ed una sera che c'ero pur io, ed a suo malgrado

s'era appunto sparlato della gente, il buon maestro incominciò così:

Donne mie, lo sparlare della gente è una brutta cosa: e' si fa senza

badarci, e chi l'ha fatto la sera, talor non se ne ricorda la domane, nè

mai più di sua vita; e intanto quella parola così leggermente uscita di

bocca cresce e fa danno, e talor perde un uomo o una donna nell'onore e

nella roba, e talor anco nella vita; e chi l'ha detta, anche pentito,

non la può più riavere. Del calunniar poi per malignità non ne dico,

perchè voi altre siete tutte buone; ma nelle città e paesi grandi è

altrimenti. In una di queste, ch'io non vi nomerò, perchè non la

conoscete, e se la conosceste, ve la nomerei anche meno, e' fu già una

fanciulla chiamata Francesca, nobile, bella, e che era nata ricca e

grande quasi sopra ogni altra della città. Ma per il parteggiare che si

faceva a que' tempi (gran disgrazia, figliuoli miei, queste parti e

nimicizie in un paese!) erano stati uccisi in guerra, ed anche in piazza

a furia di popolo, o di supplizi, o morti in esiglio, tutti i suoi,

padre, avo, zii, fratelli; che tutti erano stati della parte perdente,

ed ella sola e meschina rimanea colla madre vedova e ridotta a povertà.

E in che trista vita s'allevasse la fanciulla, pensatelo voi. Non feste,

non divertimenti, non gaio e giovanile vestire, che non si convenivano a

tal povertà e vedovanza; nemmeno quasi un passeggio, per orrore ch'avea

la madre d'incontrare or l'uno or l'altro degli uccisori o persecutori

di suo marito o de' suoi figli; non compagne, nè amiche, che poche lor

ne restavano, e quelle per timore si schivavano l'una l'altra più che

non si cercavano. Ma sole, e il più del tempo la madre a piagnere; la

figliuola a piagner con lei, a lavorar dell'ago o della rocca, o al più

al più a leggere qualche libruccio di divozione, o qualche cronaca o

leggenda, e poi di nuovo a veder piagnere la madre, ed uscir ogni

domenica a messa molto per tempo, e a vespro molto tardi per non esser

vedute, sempre vestite di un cambelotto nero, che la madre quasi

credette far un peccato a lasciarlo poi mutar in bigio dalla fanciulla.

Nè tuttavia crediate che fosse del tutto disconsolata la vita di questa.

Non ella avea conosciuto padre nè fratelli, sendo tuttavia al petto

della madre quando si rivolse lor fortuna. Ed, oltrechè il non rammentar

tempi felici gran diminuzione è di miseria, la prima gioventù ha nel

sangue stesso la felicità, ed a lei piovono le consolazioni. Ora era un

bel giorno di primavera, e la madre lasciavala pur uscire all'alba colla

servuccia a raccor fiori, ed ella riportavale un bel mazzo di mammole,

che poi faceva sotto il povero tetto soave fragranza tutto quel giorno;

ora comprato da qualche monello un bel cardellino, ella poi se

l'allevava con un amore che se ne faceva un compagno; ora anche, perchè

ella era tanto buonissima come bella, con quella poca moneta che poteva

avere, sollevava ella meschina qualche più meschino di lei, il quale ne

durava grato, meno a lungo forse che non ella felice. Nè era tutto,

perchè forza è pur dirlo. Non compiuto avea il sedicesimo anno, una

consolazione le venne troppo maggiore delle mammole e del cardellino, ed

anche della sua amorevole carità; una consolazione da lei prima

inavvertita e che ella nè consolazione nè altro di niun nome chiamava:

ma era una vista, un pensiero, una occupazione continova, anzi una vita

del tutto nuova e dolcissima.

Nè a voi che accorte siete è mestiero dirvi che fosse. Dicovi solo il

nome del giovane che la vide un giorno a caso in quelle sue gite

mattutine a' praticelli fioriti, e sotto il povero e tristo abito pur la

trovò bella più di niuna altra, e tornò il domane e ogni giorno, poi

molti giorni senza incontrarla, e talor anco la incontrò, e la trovò più

bella ogni volta, e pur non le si accostò; ma la seguì da lungi e fino a

casa, e seppe chi era; e saputolo, perchè quantunque nascosta mal era

ignota sua bellezza e sua bontà e miseria, subitamente con gran passione

di lei s'innamorò. Il qual giovane adunque si chiamava Manfredi, ed era

pur egli bello e nobile giovine, e pur egli di casa stata ricca e de'

perdenti, e il suo padre era morto in esiglio: ed egli era povero e solo

rimasto, e benchè di assai ingegno e virtù, e molto destro in armi e

cavalli, pure, perchè odioso a chi reggeva la repubblica, non era

adoprato in nulla, nemmeno nella milizia, onde languiva in grande ozio.

E, come sapete, dicesi l'ozio padre de' vizi, ma io ben credo che sia

l'ozio de' felici; perchè gl'infelici e poveri mal possono darsi a'

piaceri e alle gozzoviglie, e a' vizi che ne vengono. Sì confesso che

gli oziosi infelici troppo sovente cadono poi in amore; e così cadde

Manfredi. E l'amore di uno povero ozioso che non abbia altro a pensare

il dì e la notte è poi tutt'altro che quello de' giovani occupati ne'

piaceri e maneggi pubblici e privati. E in una parola Manfredi era, come

si dice, perduto d'amore; che vuol dire che non avea più altro pensiero

al mondo; od anzi, che tutti i suoi pensieri antichi e nuovi riferiva al

suo amore; e se pensava a riacquistar lo stato e le ricchezze, o a farsi

un nome o mostrarsi pro', non era più niente per sè stesso, ma tutto per

la fanciulla ch'egli avrebbe voluta far ricca, e allegra, e onorata, e

propria moglie. E in questi pensieri poi tanto andava d'uno in altro

innanzi, che ne perdeva il pensiero e la ragione. E badate, che la

perdeva non solo per l'altre cose di che non gl'importava più, ma in

quella stessa di che sola gli caleva, che era il suo amore. Così succede

a chi troppo si logora la fantasia in vece di far subito quello che

talor sarebbe facile per conseguire il proprio desiderio. Ma così fanno

gl'innamorati; e quante storie io n'ho lette, sempre ho veduto ogni lor

miseria venire dalla propria stoltezza. Che invece di dir subito il loro

amore alla loro innamorata, e saper se ella pure gli ama, e s'è così,

domandarla al padre o alla madre, e poi sposarla e menarsela a casa; ora

per una sofisticheria, ora per un'altra, o indugiano la dichiarazione, o

la domanda a' parenti o le nozze; e allora è che nasce l'uno o l'altro

malanno che gli fa tanto tempo patire, e tanto allungarsi lor triste

vicende, prima che si trovino a quello onde avrebbero dovuto cominciare;

che son le nozze. E pur troppo anco talor non ci si trovano mai più. Ed

è perciò che io sempre vi esorto, voi altri giovinastri, se mai siete

innamorati, a non indugiare nè allungar le storie; ma seguir quel modo

mio di parlarne oggi alla fanciulla, dimani a' parenti, ed alla prima

domenica al signor Preposto per le pubblicazioni. E così avesse fatto

Manfredi! Nè, a dir vero, altro aspettavansi se non ciò, o la figlia

ch'io non dirò innamorata lei, ma sì compiacentesi dell'amore di lui, o

la madre già per la fedel serva, e poi per sè stessa fatta accorta non

che dell'innamoramento dell'uno, ma del compiacimento dell'altra. E se

Manfredi avesse chiesta la fanciulla, ed ella gli sarebbe stata non che

volentieri conceduta, ma con gran gioia donata. Che se povero egli era e

non in fortuna, povera ella e diserta; e la madre non era di quelle che

a fanciulle povere pur vogliono sposi ricchi, e le lascian morir

zitelle. Oltrechè, avendo avuti tanti guai, e sofferte tante crudeltà da

quelli che erano allora in gran fortuna; e non se ne potendo vendicare:

e la disperanza di vendetta troppo sovente diventando, principalmente

nelle donne, amarissimo odio e furore; non per tutto l'oro del mondo o

per tutta la potenza dell'Imperadore avrebbe voluto far ciò che le

pareva viltà: veder la figlia in grande stato, ma nelle braccia d'uno

de' persecutori, anzichè in quelle d'uno poverissimo de' perseguiti. Ora

potete scorgere se fu stolto Manfredi, che in vece di parlarne a persone

così ben disposte come madre e figlia erano, incominciò a sragionare,

quasi ella fosse stata una principessa, e non in fortuna eguale alla

sua. Troppo peccato se così bella, così buona, così celeste fanciulla,

fosse moglie mai d'uno uomo sì povero, sì abbandonato, di così poche

speranze com'era egli. Perchè questo era il peggio, non l'esser un

nulla, ma fin adesso non aver nemmeno fatto il minimo che, per trarsi da

quel nulla. Ed egli avea pur compiuti i vent'anni; e quanti a tal tempo

hanno, non che date speranze, ma effettuatele? fatta o rifatta lor

fortuna, acquistatosi un nome, o aggiunto a quello de' maggiori? Egli,

misero! che sforzo avea fatto, che tentare? Egli che avea pure così

poco, anzi nulla a perdere? egli a cui talora del suo stesso nascere era

incresciuto? E sua trista vita non avea pur saputo nè adoperare nè

perdere? In breve, il giovine tanto e tanto malamente pensò, che prima

immaginò, e poi si compiacque nella immaginazione, e in ultimo per fermo

deliberò d'irsi a Terra Santa. Dove, non so se abbiate udito dire, si

facevano allora grandi guerre, le quali ora non si usano più, contro i

Turchi, e questi allora si chiamavano infedeli, e le guerre si dicevano

sante e crociate, e non è famiglia grande di signori o principi nostri

che non ne sieno iti alcuni a combattervi, ed anche a morirvi contenti

per la divozione che allora avevano. Gli è vero che molti anche andavano

per acquistarvi signorie o rinomanza: e di questi, forza è confessarlo,

fu Manfredi. Perchè si pensava che là con sua valentia, e dispregiando

la vita come faceva, il meno che gli podesse accadere era far qualche

bella prodezza dinanzi a qualche gran principe o signore, che il

prenderebbe in amore, e tornando poscia in Europa, o gli farebbe

restituir lo stato in patria, o lo si terrebbe in corte sua; ed egli

allora verrebbe a toglier Francesca, e la si avrebbe in modo non tanto

indegno di lei, come damigella e gran signora. E fatta questa bella

risoluzione, anche fece quella di finalmente parlare alle donne: e

trovato modo di andar loro in casa, che fu per li due giovani uno

innamorarsi l'uno dell'altro peggio che mai scoperse loro tutto il suo

mal pensato divisamento. Alle donne, per le cagioni dette, credo che

avrebbe più satisfatto se nè di Terra Santa, nè di gloria, nè di futuri

tempi avesse parlato. Ma, o vergogna di mostrar più fretta di lui, o

dispetto, e perchè poi la giovane era molto tenera, e ad ogni modo

queste imprese lontane andavano a genio delle donne a quel tempo, la

madre ne lo lodò, e la figliuola si tacque ed egli a partir si dispose.

Accomandate a un vecchio servo, che l'avea allevato, le poche

masserizie, e la cameretta che teneva a pigione in un sesto rimoto della

città, portava seco in armi e cavallo, il meglio del pochissimo avere

restatogli. Solo una croce d'oro che era stata di sua madre, ed egli,

non che cara, tenea sacra, lasciò alla fanciulla, pregandola di portarla

fino che lo sapesse morto, o cinque anni almeno, per suo amore. Ella

piangendo se la metteva al collo, e davagli una fascia trapunta di sua

mano, ed egli se ne partiva.

Due anni passarono, e perchè non erano allora le poste ordinate nè le

lettere facili a scriversi come ora sono, non ebbero l'uno dell'altro

novelle mai. Finalmente per un romeo, che facendo il gran pellegrinaggio

di tutti i luoghi santi, di Gerusalemme veniva a Roma, Manfredi scrisse

brevemente alle donne com'egli era vivo e giunto e ogni dì combatteva su

quella terra sacra, e alcuni infedeli avea uccisi di sua mano, ed anche

alcune lodi da' compagni conseguite; ma che di acquistar nome e grazia

di niun signore non gli era venuto fatto fin allora. Là pure tutto esser

parti, e scandali di potenti tra sè; e chi non era piaggiatore, nè

violento, mal farsi strada appresso a quelli; e temeva di non farla mai,

e forse il Signor Iddio lo voleva castigare d'esser ito con umani fini a

quella santa guerra; pur domandava che fino al termine detto gli si

serbasse la promessa fedeltà. E le donne, alcuni mesi appresso, per un

fraticello che andava a Gerusalemme, gli risposero facendogli cuore, e

la fanciulla di soppiatto aggiunse alla lettera, che non solo pel tempo

detto, ma sempre finchè vivrebbe, gli sarebbe fedele, e che in qualunque

tempo, o prima o dopo lui, morrebbe sua. Intanto giunta ella a

diciott'anni s'era tanto d'ogni maniera abbellita, che non fu più povero

vestire o romito vivere che la potesse nascondere agli occhi vaghi de'

giovani di quella città. Uno principalmente, nobile, ricco, figlio di

potenti, potente egli, e se non bello quanto Manfredi, ornato di quella

allegria e bravura giovanile che talor supplisce a bellezza, la vide,

l'ammirò ed a suo modo l'amò. Dico a modo suo, che è il mio, perchè a

nozze egli in breve pensò. Nè ad amarla per meno onesto fine, o gli era

possibile averne qualche speranza, o l'avrebbe voluto egli stesso. Che

Rambaldo, così chiamavasi il giovane, era di quelli nè tutto buoni, nè

tutto cattivi, che forse sarebbero tutto buoni, se non gli avesse guasti

troppo costante felicità. E, quantunque a sposare sì povera fanciulla,

reliquia di parenti condannati e vilipesi, egli avesse a vincere prima

la propria ambizione, e poi la difficoltà de' parenti, pure tanto potè

l'amore, che prima sè stesso risolse, e dopo alcun tempo, fece

acconsentire anche i genitori e i parenti; e allora credette finita ogni

cosa. Perchè di dubitare che sì povera e trista madre volesse negare a

lui, così grande e ricco, la fanciulla, o che questa così sola avesse

pure posto amore a nessuno, non gli venne pensiero mai. E perchè era

uomo tutto all'incontro di Manfredi, e non che in pensieri, nemmeno in

opere inutili non solea perdersi, e se ne dava vanto; non avea voluto

andar mai per la casa alle donne, finchè non si fosse assicurato dei

proprii parenti; e quando fu, pensò d'esser ricevuto non come uomo, ma

come angelo di paradiso che scendesse a sollevarle, ed anzi tutto della

propria generosità e di lor grazie si compiacea. Pensate ora voi se

restasse avvilito, quando, presentatosi, non ebbe da madre e figlia

altra risposta che di muto e quasi sdegnoso stupore. Scambiollo pur

prima per mal avveduta modestia; e volendo loro lasciar tempo a

riprender gli spiriti, non senza alcune mal composte parole, dicendo di

non volerle troppo pressare, e che tornerebbe la domane, le lasciò.

Allora consigliavansi madre e figliuola, se consiglio dee dirsi tra una

risolutissima, e l'altra che volea pur parerlo, ma invero cominciava a

dubitare e per la lettera di Manfredi, e per l'amor alla figlia che in

lei vincea tutto, anche l'odio ai potenti. Benchè il medesimo amore,

siccome sincerissimo, facendole cercare la felicità della figliuola,

gliela faceva cercare quale desideravasi da questa; non come solete voi

troppo sovente nel dar le figlie a marito, che pare voi dobbiate

maritarvi e non esse. Perciò disse alla figlia quanto le parve, non a

rimuoverla da sua fedeltà duranti i cinque anni, che a lei sarebbe

paruto gran fallo; ma perchè s'indugiasse la risposta fin dopo a quel

tempo, non sapendosi mai che potesse succedere, e che so io. Ma

rispondendole la fanciulla molto caldamente, che se non avesse mai

conosciuto Manfredi, ella non avrebbe pure sposato Rambaldo mai! e che

se le fosse stata offerta la mano non che di Rambaldo ma di qualunque

maggior principe della terra, ed ella avesse poi conosciuto Manfredi,

Manfredi pure avrebbe sempre voluto, ed altre simili cose; l'amorosa

madre non pensò ad altro più che a cansarle la pena d'avere a riveder

Rambaldo; e il dì appresso, mandata la figliuola da una buona vecchia

loro vicina, ella sola lo ricevette; e perchè costumata era in ogni

cosa, come meglio seppe, gli diè pure il necessario commiato.

Che ne sentisse Rambaldo, chiaro debb'esservi, se avete atteso alla sua

natura, più che innamorata, superba. Dolsegli della perduta fanciulla;

ma più dell'aversi a ricredere, co' genitori e parenti ed amici, delle

anticipate confidenze fatte loro di suo amore: nè seppe altro modo, per

non parer ributtato egli, che di far credere avesse egli ributtate le

nozze. Cominciò a dire che avendola veduta più da presso non gli era

paruta così bella, ma perchè questo non lo poteva a nissuno che l'avesse

veduta una volta persuadere, aggiugnea che parlandole l'avea conosciuta

molto semplice e sora; e nè ciò avendo ombra di verità, mutò un'altra

volta discorso, e così, con una certa aria misteriosa, e con quel tacere

più perfido che le istesse parole, fece intendere ch'egli avea sue

ragioni per non ir oltre alle nozze ideate; ed avrebbe avuto facilità a

ben altro anche che nozze, ma a lui non era piaciuta mai la soverchia

facilità; e non sapea qual malinconia gli fosse già entrata in capo di

pensar mai a coteste donne; le quali a dir vero, non erano molto dappiù

che non fossero stati lor uomini, tanti anni innanzi ben degnamente

cacciati e condannati. E così, come dicesi una parola traendo l'altra,

anzi una bugia facendo un'altra necessaria, venne a chiaramente far

intendere, che avendo la fanciulla per amanza ei non si curava più

d'averla per moglie. Aiutollo la serva di quelle povere donne, a cui non

pareva vero che un signore sì ricco e sì grande avesse voluto sposar la

padrona, ed ella l'avesse così stoltamente ributtato. Onde, il giorno

ch'egli ebbe il commiato dalla madre, la serva lo seguì per la via; e

dicendogli di non disperare, se gli era profferita non per nulla di

male, ma per vedere se pur vi fosse verso di rannodar il rotto trattato.

Rambaldo tutto turbato allora non le avea risposto altro se non che

venisse a trovarlo; ma venuta dopo alcuni giorni, le incominciò a dar

moneta, e ragionarle del suo amore. Nè si conviene poi supporre ogni

cosa alla peggio; forse qualche speranza dettata da sua medesima

superbia rimaneva a Rambaldo. Ma se l'aveva, non istette molto a

perderla quando la serva gli narrò degli incontri mattutini di Manfredi

e Francesca, e poi delle visite di quello e della sua dipartita per

Terra Santa, e della croce e della fascia, e in somma tutti i

particolari del loro dolcissimo amore. Allora invase il petto di

Rambaldo una subitanea gelosia; e gelosia di superbia tanto più feroce

ed accanita, che non gelosia di vero amore. Perchè, badate bene,

figliuoli miei, i gelosi innamorati o serbano tuttavia qualche tacita

speranza, ed han riguardi all'amata, o la loro disperazione più contro

sè stessi che contro lei si rivolge. Ma i gelosi per superbia, questi

sono che non la perdonano alle povere donne, e fanno poi gli scandali e

i guai che vediamo troppo sovente. Rambaldo era di questi; rivide più

volte la serva, ed una volta che ella pareva più che mai impietosita, e

pronta a fare ogni cosa per lui, egli le chiedette che involando la

croce d'oro della fanciulla glie la recasse come a consolazione e

sollievo della sua sventurata passione. La serva dubitò; disse che per

nulla al mondo non vorrebbe far male alla padrona, nè cosa illecita mai,

e questo era rubare, ed altre cose simili; ma egli pressando e dicendo

che l'avrebbe poi restituita, o datone una più bella, finalmente n'ebbe

la promessa, e in breve la croce. Perchè una notte che la fanciulla era

in profondissimo verginal sonno immersa, e forse i dolci giorni del

ritorno sognava, accostasi al lettuccio la traditrice serva pian piano,

le recise la nera benda che teneale la croce dì e notte appesa al

bianchissimo collo, che più pietà sarebbe stato, cred'io, in quel punto

trafiggerglielo. Perchè svegliata appena all'alba la meschina, e

volendo, come solea, prima d'ogni cosa baciar la croce, e farvi sopra la

preghiera mattutina, invano la cercava al collo ed al petto, invano tra

i veli e i panni e nella camera e in tutta la casa, e diceva che era

certissima d'essersi alla sera coricata con quella, e che le era stata

involata, e piagnendo miseramente si disperava. Nè tuttavia aveano in

sospetto la serva stata loro sempre fedele, nè Rambaldo, di che mai più

non aveano udito, nè niun altro; ma credettero o che la fanciulla si

fosse ingannata credendo di averla al collo la sera innanzi, e l'avesse

smarrita per via; o forse, perchè in quell'età facilmente credevasi a

prodigi ed augurii, che succeduta qualche disgrazia grande, forse la

maggiore, a Manfredi, si fosse la croce sua miracolosamente perduta. E

così aiutando la solitudine siffatte immaginazioni, tanto ci si internò

la Francesca, che la sua nativa ma fin allora dolce malinconia

incominciò a farsi amarissima, e tristi i suoi giorni, e irrequiete le

notti, e grave il capo, or tutto ristretto or tumido e palpitante il

cuore, impallidito il bel volto, languidi gli occhi, e fievole tutta la

gentile persona. Non si figurava tanto Rambaldo; nè mai si figura gli

strazii dell'infelice l'uomo felice che li causò. Anzi, avuta la croce,

e fattane alcun tempo menzognera mostra ai compagni, presso i quali era

nota anzi famosa la croce d'oro e il nastro nero e il collo bianco della

bella Francesca, in breve non se ne diede più pensiero di sorta alcuna,

e trovò consolazioni e distrazioni in altri amori, e poi ne' maneggi e

negozi pubblici dov'era molto adoprato. A' quali attendendo egli con

nuovo ardore, accadde che avendo la repubblica a mandare un ambasciadore

al Papa, egli fu scelto, e molto volentieri, e lietamente con un grande

e nobile accompagnamento a Roma se n'andò.

Non era allora per anco il quarto anno compiuto dalla partenza di

Manfredi. Ma vedendo egli troppo mal arridergli la fortuna, e

disperandone oramai, e pungendolo il desiderio della amata vista, e

ridotto poi anco dalla sperienza a più prudenti pensieri, lasciati i

sogni e le immaginazioni, facea ritorno alla patria con animo di

offerirsi quale era povero cavaliero a povera fanciulla, e colle poche

sostanze e il molto amore, viversi insieme felici. Baciò approdando

dalla nave genovese il dolce suolo d'Italia: palpitavagli il cuore

cavalcando ad ogni terra ed ogni luogo ch'egli veniva riconoscendo per

via; e come riconobbe i paesi all'intorno di sua città, e i campi

testimonii di sua fanciullezza e del suo amore, e poi le torri e le

mura, e finalmente le case, e quella dell'amata, poco mancò che non

potesse proseguire e cadesse. Pur facendosi cuore, giunse, e precipitò

di sella, e montò le scale, e fu nella cameretta delle donne, che

diedero un grido, e la fanciulla cadde, e la madre sclamando: «Siete voi

dunque? voi già? voi che morto quasi tenemmo? deh perchè a questo modo?»

e simili tronche parole, correva alla figliuola e sorreggevala sulle

braccia e la soccorrea. Soccorrevala Manfredi, e a poco a poco facevanla

riavere; ed ella apriva gli occhi e buttava le braccia al collo a lui, e

pendendone dava in un dirottissimo pianto. Piangeva egli, e diceva: «Non

quale promettevo già, fo io ritorno; povero, ignoto com'io mi partiva;»

e poi miravala, e quasi non la riconoscea, tanto mutata era da quella

ch'egli avea lasciata; e meravigliandosi e rimirandola più e più, mise

gli occhi al bel collo e non gli venne veduta la croce. Ritraevasi

allora alquanto, e ricompiangea sua mala ventura, e mostrava la fascia

del proprio sangue invano macchiata, e chiedea della croce, e le donne

glie ne dicevano la storia, ora meno che mai intesa da esse; e come,

avendola perduta, aveanlo tolto ad augurio quasi certo di morte; e

questo era che avea tanto afflitta e martoriata la povera Francesca, che

quasi n'era per morire. «Deh non sia ora troppo tardi!» e ricominciava

la madre a dolcemente dolersi della sua venuta troppo repentina rispetto

alla debolezza della fanciulla; e dicendo la fanciulla di no, e che ella

or si riavrebbe, ora tornerebbe quella di prima, ed altre cose simili,

finalmente il cavaliero si partì da esse, e fece alla propria casa

ritorno. Nè dirovvi come e quanto bene vi fosse accolto dal fedel servo;

benchè meravigliato anch'egli del ritorno improvviso del padrone, e men

lieto forse che questi non s'aspettava. Nè è cosa poi che tanto accori

quanto, tornando in patria, trovar le cose e gli uomini diversi non solo

da ciò che s'era lasciato, ma anche da ciò che di quella diversità s'era

immaginato. Che se io fossi uno di questi narratori di novelle, che so

io, io qui vi ridirei tutte le ciarle del buon vecchio, e le risposte

del padrone, e come di una in altra cosa, od anzi da ogni cosa tornando

sempre alla medesima, cioè all'amore, ed a Francesca, in ultimo venne a

dire, aveva saputo dalla serva che, assente lui, s'era presentato

Rambaldo, e l'avea chiesta in isposa, e veramente era stato ributtato,

ed egli credeva assolutamente; pur la serva aggiugnea che non era tutto

finito, massimamente che Manfredi tenevasi morto, ed elle n'avean preso

quasi certo segno la croce, che dicevano sparita; ma egli non ne aveva

mai creduto nulla ed aveva pensato che la madre l'avesse forse tolta

ella per isviar la fanciulla dall'antico amore, e rivolgerla al nuovo.

Della figlia si vedeva dal suo languire la sincerità; tuttavia le donne

son sempre donne; pensasse egli bene prima di risolversi; gran carico in

povertà donna e fanciulli; e tornava a dire, che prendesse informazioni,

badasse bene, e che so io; cose e reticenze, che quasi fecero impazzire

lo infelicissimo giovane. Nè ebbe posa che uno o due giovani compagni

suoi antichi non trovasse; ma uno già del suo amore confidente, parea

nol volesse più essere; e schermivasi dal rispondere, o rispondea come

il vecchio. L'altro che non ne sapea nulla, messo in discorso sopra

Francesca, e come così bella fanciulla non avesse per anco marito, e che

dovea almeno aver amatori, rispose più apertamente; essersi non so che

detto di lei e di Rambaldo, e non sapeva a che ne fossero; ma certo

questi aveva a lui ed altri giovani mostrato loro una tal croce, che

tutti aveano per l'innanzi veduto sempre al collo di lei. «Menti» fu per

dire il trafitto Manfredi, e per trarre il ferro, e vendicar l'ingiuria

fatta all'amata. Ma troppo chiara la verità, troppo inutile la disdetta,

troppo certo, troppo scellerato il tradimento, troppo inevitabilmente

infelice egli. Tennesi quindi un istante; poi, per non isvelar

l'angoscia, partì dall'amico, e tornò a casa; e fatta ripor la sella al

cavallo, ed indossate l'armi di nuovo, senza rispondere parola al buon

vecchio, abbassata la visiera, molle il volto di cocenti lacrime, quasi

senza scorgere sua via, nè saper dove andasse, per deserti calli, la

sera del medesimo giorno ch'era giunto, ripartì.

Intanto Rambaldo avea felicemente compiuta l'ambasceria, ed era per

tornare molto lieto alla città; se non che essendo allora il tempo della

settimana santa, egli volle per anco fermarsi a Roma, dove sempre

fecersi quelle funzioni bellissime più che in niun paese della

cristianità, ed anche poi per far sua pasqua. Perchè ricordatevi quello

che io vi dissi di Rambaldo; e tutti poi ne conosciamo di questi che più

di undici mesi si divertono col demonio, e per un quindici dì rifanno

pace con Dio; ed altri peggiori che tutto l'anno vanno dall'uno

all'altro; ed altri pessimi, che in verità sendo sempre del demonio,

fingono essere tutti di Dio. Rambaldo poi era solamente de' primi, e

cercando un prete da confessarsi; s'accusò sinceramente de' suoi

peccati, anche di quelli che credea più veniali, e fra gli altri di

questo che erasi dato vanto su una fanciulla, e le avea fatto involare

certa croce per mostrarla; ma era pronto a fargliela restituire. «E 'l

onor tolto siete voi pronto a restituirlo?» disse il buon religioso. E

Rambaldo: «Come si fa? Nè io 'l dissi deliberatamente per torle l'onore,

nè credo glie l'abbia potuto tôrre, nè saprei come ora raccapezzare

tutti i giovani appo i quali io me ne facea bello, nè parmi cosa da

meritare disdetta, ed è di quelle che rimescolandole peggiorano.» Ma

rispondea il religioso: grave peccato la calunnia anche piccola; non il

calunniatore, ma il calunniato solo giudice del danno arrecato; essere

la riparazione necessaria, urgente; doversi intiera finchè è possibile;

gridar vendetta al tribunale di Dio la morte dell'innocente calunniato;

stolto il credere gl'innocenti satisfatti della propria coscienza; la

quale è tutto, sì, dinanzi al sapientissimo Iddio, ma presso agli uomini

ingiusti ed ignoranti è un nulla; anzi i più teneri di coscienza tanto

più teneri dell'onore; epperciò tanto più crudele loro involarlo. --

Colle quali parole, e con di molti begli esempi tratti dalla Scrittura e

dalle vite dei Santi, sforzavasi il buon prete trarre il peccatore alla

dovuta risoluzione, ed alla disdetta ch'egli ponea pure quasi sola

penitenza. Ma non vi fu verso che Rambaldo vi si volesse ridurre. E

partitosi non assolto, andò poi da un altro prete, e poi da un altro, e

tutti gli dicevano il medesimo e la medesima penitenza gli davano. Ed

egli non la volendo pur fare; e come era uomo di guerra, poco dotto in

teologia e casi di coscienza, pensando che il Papa, il quale può tutto

nella Chiesa, potesse pure assolverlo da questa penitenza; e perchè avea

con esso trattato molto amichevolmente, sperando averne questa grazia,

fu da esso, e domandollo che lo volesse confessare. Il Papa, che molto

santo uomo era, e non che questo od ogni altro gran signore, ma

qualunque più misero peccatore avrebbe confessato, disse, che

volentieri; e l'udì. E venuto alla penitenza, pur gli pose la medesima

che gli altri confessori. Allora disse Rambaldo: «Santo Padre, come

avete potuto udire, ei non è stato nella mia confessione peccato così

grave, nè caso riservato ch'io non potessi a qualunque più umile

fraticello dire, e averne facilmente l'assoluzione: nè per altro mi sono

io, voi isturbando, a' vostri piedi santissimi prostrato, se non per ciò

che per questo peccato, dell'aver mal parlato di quella fanciulla, tutti

i confessori mi vogliono dare la medesima penitenza: la quale io

veramente per ora non mi sento molto disposto di fare; onde bramerei che

la vostra Beatitudine, usando la sua suprema potestà, me ne dispensasse,

e mutassela in qualunque altra; ch'io son pronto a fare, di preghiere,

opere pie, limosine, e se fosse mestieri, che veramente non parmi, di

pellegrinaggi; i quali con gran disagi intraprenderei, anzichè ridurmi a

quella umiliazione della disdetta, troppo dura a un cavaliero.» Il Papa

udendo questo, benchè molto gli dolesse rimandar un amico suo non

contento, e più un cristiano non assolto, pur gli disse che non poteva,

e volle fargli intendere la distinzione tra le regole di giustizia e

quelle di disciplina; e come ei poteva dispensare da queste, non da

quelle. Ma il cavaliero o non intendeva o non voleva intendere, e

contendeva col Santo Padre. Il quale in ultimo, quasi da celeste

ispirazione compreso: «O figliuolo», diceva, «sallo Iddio quanto mi

dolga vedere in questa ostinazione un cavaliero altrimenti così buono, e

della Chiesa Romana così meritevole. Deh che non posso far io per voi

questa penitenza, e per me servo de' servi del Signore prendere questa

umiliazione che a voi tanto incresce, ed è pure la sola che possa oramai

darvi pace con Dio, e con voi stesso? Perchè queste sono umiliazioni che

innalzano; e chiamata dal mondo viltà, questa è fortezza. Ma posciachè

non è conceduta tal efficacia a mie parole da potervici persuadere, io

ben credo che Iddio pietoso per la salute vostra, e in considerazione

dell'altre vostre bontà mi spiri di darvi ora un'altra penitenza, la

quale compiuta, io confido, Egli voglia perdonarvi questo e gli altri

vostri peccati. E fia la penitenza che, come siate tornato alla vostra

città, la prima notte che vi passerete, poi la passiate intera

vegliando, e divotamente pregando nel duomo. Or faretelo voi?» «Certo

sì» rispose il cavaliero, al quale non parea vero uscirne a sì poco

costo. «Ed io» disse il Papa «così vi dono condizionale assoluzione; e

quando abbiate compiuto la penitenza, vi fieno rimessi i vostri peccati;

e vi prolungo la pasqua a quel tempo, che allora la potrete fare.» E

così, dette le solite parole, e fatte le solite preghiere, e baciato il

piede al Papa, partivasi molto lieto di aver il suo intento ottenuto

Rambaldo dal santo tribunale, e poi di Roma; e col suo séguito alla sua

città si avviava.

E così colla coscienza leggera e il cuore allegro cavalcando co' suoi

compagni alcuni giorni, giunse presso alla città per una bellissima sera

d'aprile, e di modo per tempo, che parendogli pure di potersi sbrigare

fin da quella notte della penitenza, pressati i cavalli, appunto

suonavano le ventiquattro come egli toglieva il piè dalla staffa, ed era

stretto nelle braccia della madre e degli altri congiunti ed amici

ragunati a sue case. Ed era in mezzo a quegli abbracciari tuttavia sulle

porte, quando usandosi fare appunto a quell'ora i mortorii, egli udì da

lungi un fioco salmeggiare, e vide alcuni lumicini attraversar la via e

lenti rivolgersi al duomo. E benchè duro gli paresse lasciar in quel

punto la casa e i parenti, pur dicendo non so che di alcuni negozi

privati e della repubblica, che il traevano subitamente altrove, e non

l'aspettassero altrimenti, di mezzo a loro, che tutt'altro veramente

immaginarono, si tolse; e perdendosi tra la folla raggiunse il mortorio,

e con esso dentro al duomo entrò. Era questo, come vedete tuttavia le

chiese antiche, fatto a modo di gran croce, coll'altare in mezzo, e due

gran cappelle ai lati, e con tre navate, e molti pilastri e colonne;

dietro una delle quali mettendosi Rambaldo, vide posar la bara dinanzi

all'altare, e continuati alcun tempo i salmi, spegnersi poscia i lumi,

salvo uno lasciato a capo del morto, e dileguarsi poco a poco

l'accompagnamento, che era come di mezzana e quasi bassa persona. E

parendogli pure di voler sapere chi fosse costui ch'egli aveva a vegliar

così, accostatosi a un vecchierello degli ultimi che uscivano di chiesa,

il dimandò: «Chi è questo morto?» Rispondeva: «Una fanciulla che volle

far all'amore, e lasciata morì di dolore e vergogna.» Rambaldo si

rappiattava nuovamente, e il sagrestano veniva a far la visita della

chiesa, e serrava i cancelli degli altari e la porta della chiesa; dove

così rimase solo Rambaldo e la morta e un lume alla bara, e uno

all'altare del Sacramento. Erasi alquanto stretto il cuore a Rambaldo in

udir, una fanciulla svergognata; poscia, benchè egli non solesse nè di

morti nè di vivi aver paura, parvegli al tutto men tristo ufficio

vegliare intorno a lei, che se fosse stato qualche invecchiato

peccatore, o qualche mal convertito eretico, o mal racconcio

scomunicato. Accostossi in breve alla bara, e, al lume della funeral

lampada, vennegli veduta un'arma cavalleresca che mostrava nobile la

fanciulla, ma non potè discernere quale fosse; ed accrescendoglisi la

curiosità, anzi già forse l'ansietà; e ripetendo, fanciulla, e

svergognata, e insieme ricordandosi che avello fosse lì sotto, e

tremando, da grande angoscia tratto, o da celeste impeto spinto, tutto

in un punto sulla bara si precipitò, alzò il velo, prese la mano che gli

era sopra incrocicchiata al petto, mirò il volto tutto tremante che

Francesca fosse, ed era Francesca. Che divenne? Quale strazio, quale

orrore sentì in quel punto? E quale inesprimibile terrore quando,

lasciando cader la mano morta, la sua propria cadde con essa; e

volendola pur ritrarre nol potè, e se la sentì stretta e tenuta; nè per

dolce o duro sforzo che facesse, non la potette ritrarre? Diè un grido,

precipitossi a terra in ginocchio, e rimbombò l'avello, che era quello

dei parenti di Francesca, e parvegli rispondesse come un altro grido per

il tempio, e uscisser l'ombre, ed alcuna si ravvolgesse fra le colonne,

e s'accostasse a passi risonanti di ferro, e poco a poco si dileguasse.

Tornato il silenzio universale, nuovi sforzi facea per ritrar la mano, e

credè talora non fosse morta Francesca, e la mirò; ma vide appassiti i

fiori che la incoronavano, appassite, spente le bellezze ch'egli avea

vedute così fiorite, lunghi dolori e celeste pazienza ritratti sul

dolcissimo volto, pallido questo, bianco e freddo come la fredissima

mano. Fu per morirne, fu per infuriare e trarre il ferro e recider la

mano vendicatrice; ma sentivala allora strigner la sua, e quasi

addentrarsi, non più fredda ma ardente e cocentissima. Pensò uccidersi;

ma, quasi ad ammonimento dell'inferno, sentiva la mano stillargli fuoco,

e passar nelle vene e nelle midolle delle proprie ossa. In ultimo si diè

pace, se così può dirsi, e si compose ginocchione al lato della bara,

prostrato sovra essa, e la mano sua abbandonata alla mano vendicatrice.

Incominciò poi dolcemente a pregare, e la mano a farglisi quasi più

dolce, e senza dolore, ma pur sempre teneva stretta la sua; pregò lunghe

ore, e finalmente si dispose come a morire, pensando che la mano non lo

lascerebbe mai più, e trarrebbeselo seco lì sotto all'avello; ma

sentendosela più e più dolce, ed una fragranza, e quasi un'aura di

paradiso sollevarsi del corpo, e di nuovo mirando la celeste pace del

bel volto, e parendogli che nuovamente s'abbellisse e tornasse quale

egli l'aveva altre volte lasciata, venne anche a lui come una pace di

moribondo che ben finisca; e chiesto a lei e a Dio sincero perdono, non

altro desiderava che, prima di morire, venisse alcuno ad udir la sua

confessione, e la riparazione dell'onor mal tolto alla fanciulla. In

questi pensieri finalmente rivide il giorno spuntar tra le variopinte

invetriate; e udì il suono dell'avemaria, e finalmente aprir le porte ed

accostarsi il sagrestano; e fatto cuore, a sè lo chiamò. Ma questi che

non credea fosse persona in chiesa, e parevagli la chiamata venir

dall'avello, non che appressarsi, fuggì, e tornò in breve con un prete,

e la croce e l'acqua benedetta; e il prete chiamato venne e riconobbe

Rambaldo, e udendogli dire: «Io sono l'uccisor di questa fanciulla, io

calunniatore, io gran peccatore, io castigato da Dio al modo che

vedete;» e vedendo anch'egli, diè indietro, e incominciò a gridar

miracolo; e a poco a poco altri preti, e aperte le porte molti del

popolo accorrevano, circondavano la bara e il misero peccatore; ed egli

ripeteva: «Io l'ho uccisa e mal calunniata;» e il popolo gridava

miracolo. E in breve venuto col suo clero il Vescovo, che prudente e

santo uomo era, dispose che intorno alla defunta ed all'inginocchiato

peccatore, si facesse come una corona de' suoi cherici in istola, e

colle torce in mano; ed egli salito all'altare intuonò la messa, e

giunto al vangelo si rivolse al popolo, e fece una molto semplice

esortazione: che ammirassero tutti le vie del Signore, ed imparassero

quanto grave peccato sia la calunnia che a taluni par sì leggeri; e

questo peccato abborissero e detestassero; ma il meschino peccatore

compassionassero, e con esso pregassero da Dio misericordia, qualunque

fosse quella ch'Egli volesse a lui fare o in questa vita ancora, o

nell'altra. Così riprese la messa, e finitala venne alla bara, e disse a

Rambaldo, che avendogli Iddio lasciato tanto di vita, e non sapendo

quanti pochi momenti fosse per lasciargliene forse, egli facesse sua

pubblica confessione; e allora Rambaldo s'alzò in piedi, e colla mano

che avea libera accennando, incominciò la confessione; e disse da

principio il suo amore, la gelosia, e prima le voci calunniatrici

incertamente sparse, e in ultimo la croce involata, e da lui fatta

sacrilegamente testimonio falso della calunnia. E allora sovvenendogli

di essa, e come egli, dopo la sua confessione in Roma, sempre se l'era

recata indosso con intenzione di restituirla segretamente: ora così

pubblicamente, finita la confessione, se la tolse di seno, e mostratala

al Vescovo ed al popolo, la ritornò, aiutandolo il Vescovo, al collo

della fanciulla. Nè fu compiuto l'atto che parve quasi di verginal gioia

il celeste volto suffondersi; e la mano vendicatrice dolcemente cadendo

s'aprì, e lasciò libera quella di Rambaldo. Allora a gridarsi nuovamente

miracolo, a prostrarsi Rambaldo, a precipitarsi il popolo intorno; e

ricomposto l'ordine, ad intuonarsi dal Vescovo le sante ultime preci. E

dicendo _requiescat in pace_, s'udì a un tratto da una cappella come un

grande stramazzio d'armi sul pavimento; e accorsi, trovaron dietro

all'altare un cavaliero caduto, e tolta la visiera il videro morto; e

miratolo, riconnobbero Manfredi.

Credesi che questi anch'egli da divina mano ricondotto in patria il

giorno innanzi, anch'egli passasse la notte in quella chiesa, e

s'accostasse al primo grido di Rambaldo; ma riconosciutolo, e durando

sua credenza che Francesca avesse questo amato il quale qui fosse a

piagnerla, e potendo in lui sempre più che l'ira l'amore, si ritraesse

ad orare dietro l'altare, onde poi udì tutta la terribile confessione di

Rambaldo, conobbe il proprio errore, e la propria stoltezza, e sè

accusando della morte della fanciulla, gli si strinse il cuore, e

all'udir l'ultimo _requiescat in pace_, gli si ruppe, e morì. Fu sepolto

non lungi là della sua amata. La madre di questa non sopravvisse intero

l'anno. Di Rambaldo, altri dice che si fece monaco di San Benedetto, i

quali allora vivevano tutti come ora i Trappiti, in un deserto; altri

che fu anch'egli a Terra Santa non come cavaliero, ma pellegrinando a

piè nudi, e facendo grandissime penitenze, e che santamente morì

tornandone, e per via, a San Giacomo di Gallizia.

Qui finiva la storia del buon maestro; nè finiva egli. Perchè voleva

aggiugnere la moralità, e incominciava di nuovo a dir della calunnia; e

che sempre era punita in questo mondo o nell'altro; e che per essa v'ha

di tali che credendosi di vivere mezzi santi, e d'ir dritto in paradiso,

si risvegliano morti in inferno; e Dio guardasse di ciò anche chiunque

avesse mal parlato di lui; perchè a lui non ne importava nulla; ma ei

v'ha di tali, e non solamente fanciulle, ma talor uomini, anche dei

valorosissimi, che sono così stolti che muoiono accorati d'una bugia;

gran pazzia e dabbennaggine veramente; ma l'errore di chi ne muore non

iscusa chi fa morire; «E quando taluno di voi parlando al signor Sindaco

incomincia a dir del compare, che gli è pur peccato meni sì mala vita,

ed è giuocatore, ubbriacone, donnaio, e chi sa dove finirà, e simili

cose; credete voi che cada questo discorso, e sia finita così? No

signori; mai no; che poi se vi è nella terra un chiasso, uno scandalo,

un ladroneccio, o una morte, ecco il giudice mette mano prima d'ogni

altro su questo di che ha avuto le male informazioni o false o

esagerate, e il povero uomo va in prigione, e corre rischio della vita;

chè anche i migliori giudici quando sono preoccupati possono errare. E

se il povero uomo campa dalla giustizia e dalla prigione, e torna al

paese, ei torna rovinato, diffamato, che nessuno non ne vuol più nè per

mezzajuolo, nè per lavoratore; e talora entrato galantuomo in carcere,

per ira e per disperazione, e per mala compagnia n'esce briccone. E la

povera moglie, e i fanciulli....» Ma essendo l'ora tarda, e già

spegnendosi la lucerna, e la buona gente avendo meno pazienza alla

moralità che alla storia, e dicendo l'un dopo l'altro buona notte, ed

andandosi; anche il maestro ed io ci accomiatammo da' padroni della

stalla, ed usciti, l'uno dall'altro poi, dicendoci buona notte.

Novelle(#39658) · 第 9 / 27 题