Vere e franche parole, direte voi, ma chi vorrà proferirle? Rispondo:
proferiránnole prima pubblicamente le lingue dei savj, e nel secreto
de' lor pensieri i chierici ricreduti e buoni; che oggimai sommano
gran moltitudine, e da per tutto ve n'à uno scelto drappello. A quelle
lingue (se trombe del vero) converrà pure che schiudan l'orecchie
dell'animo i prelati più modesti e sinceri di tutta cristianità, e a
cui le riforme non pesano e non mettono sbigottimento: nè coloro che
arieggiano tanto o quanto all'arcivescovo di Parigi, sono sì scarsi
al dì d'oggi; e il novero non può scemare, anzi è fatale che cresca.
Perocchè, dove non resistono gl'interessi, entra e invade la generale
opinione; e questa oggi è ricevuta dal clero, non fatta; e chi la fa,
desidera quel medesimo che voi ed io desideriamo.
Ora, ponete che i Sinodi diocesani ed i provinciali moltiplichino;
le discussioni sdrúcciolino quivi bel bello in tale argomento, e il
discorso popolare se ne occupi e se ne infiammi; ponete che l'esigenze
dei tempi s'aggravino; le strettezze di Roma s'addoppino, le sue sorti
precipitino, la sua smoderanza e gli errori spesseggino, come suole
avvenire ad ogni istituto scassinato e cadente. Fate che i Sinodi, come
par naturale, assicurino ai meno arrischiati e più circospetti libertà
onesta di parlare e di consigliare; e che l'oscitanza e l'ignavia di
gran porzione del clero sia vinta e sforzata, e la sua muta e timida
sottomissione abbia termine; ed ei si risenta alcun poco, e parli
e supplichi con voce riverente bensì, ma concorde e robusta, e non
mai discontinua: tutte cose, chi ben le stima, che il secolo nostro
apparecchia e trae seco quasi per mano. Fate che da alcuni reggimenti
più popolari (e già gli Svizzeri ne ragionano) venga restituito alle
parocchie il diritto di eleggere o di proporre per lo manco i proprj
rettori: esempio ne' nostri giorni impossibile a tenere occulto, e
senza efficacia d'imitazione. Fate, da ultimo, che a ciascun uomo,
ed ai governi e ai principi, non meno che alle popolazioni compaja
verissimo, siccome pur troppo è, nulla concessione, riforma ed
innovazione, potersi più oltre aspettare da Roma, quasi per paura
e viltà impietrita; e questa sola ed unica via che noi indichiamo,
rimanere sgombra e non intercisa, e dare varco e passaggio ad ogni
ammenda, ad ogni salute, ad ogni conseguibile grado di perfezione nella
Chiesa e nel mondo; e la cosa, da speculativa e ipotetica, piglierà
certamente aspetto compiuto di certa e non transitoria realità.
Io stringo, mio riverito Signore, ogni concetto in uno, e concludo: o
nessun partito e nessuna prudenza è buona e bastevole in tale materia,
perchè l'agita e la governa lo sdegno di Dio: ovvero è bisogno che
la presente prelatura romana si rimpasti e rinsanguini tutta, e muti
gran parte degli ordini suoi; e però faccia luogo a un santo e dotto
sinedrio, scelto e inviato alla città eterna da tutte le Chiese
cattoliche, per essere squille di verità, e nell'universo intero
dispanderla e celebrarla.
Crispo Salustio, interrogato da Cesare sul riformare lo Stato e il
governo di Roma, provavagli con gran saldezza, doversi cominciare,
anzi tutto, dal condurre in quella nuove schiatte di cittadini. Ora,
io dico ed affermo: chi vuol correggere e riformare la Roma moderna
pontificale, dia nuovi abitatori a Monte Cavallo.
Di Genova, li 10 di novembre del 1850.