Non, dunque, l'amore ordinario del bene e del meglio, non quelle
purgazioni ed emendazioni che a tempo a tempo fa mestieri di compiere
in tutte le cose umane, ma sì veramente la fiera ed irrepugnabile
necessità costringe e sforza a portar mutazione in qualche ordine
costitutivo del sommo pontificato. Ogni altro partito, qual che si
fosse, non ne fermerebbe il gran rovinío; nè cesserebbe Roma d'esser
cagione, o trista occasione almeno, di scandalo e setta nella famiglia
cattolica, e mai non ricondurrebbesi a tale bontà da saper ritrarre,
com'è ufficio suo peculiare, dalle viscere del cristianesimo virtù
spiratrice e riparatrice del mondo moderno. A ciò non poter bastare, vi
dissi, le riforme ed emendazioni del temporale; dovendo elle piuttosto
succedere come effetto, che antecedere come causa; o, per lo men male,
avvenire contemporanee con le spirituali ammende e riforme. Essere
presenti i giorni fortunosi e difficilissimi di Nicolò II e Gregorio
VII, in quanto che al risanare e reintegrare il papato occorrono
prammatiche nove, spedienti animosi, saldo e virile consiglio.
Nè anzi mi tratterrò di affermare, che i tempi odierni ànno a riscontro
di quegli antichi tale disposizione peggiore, e certo di gran momento;
che, cioè, nel secolo undecimo gli occhi soli della Chiesa erano aperti
a vedere ed a piangere i guasti e le sozzure del proprio suo tempio;
laddove oggi ogni cosa avviene sotto l'indagatrice pupilla dell'altre
Chiese cristiane, le quali non si astengono di predicare e trombettare
su dai pinnacoli, che appresso i popoli loro è la fede molto meno
rattiepidita, la moralità più sana e profonda, maggiore senza verun
paragone la dottrina e modestia del clero, e che quivi la religione è
congiunta e amicata ai concetti generosi, e a tutti i rivolgimenti e
progressi civili di nostra età: dalle quali asserzioni ci porgono poi
per riprova, da una parte, lo stato fiorente e glorioso di essi popoli,
come a dir l'Inghilterra, la Prussia, l'Olanda, gli Stati-Uniti; e
dall'altra, la depressione e lo scadimento di quelli, come Polacchi,
Spagnuoli, Italiani, Messicani, dove trionfò potentissimo e signoreggia
tuttora non contrastato il culto cattolico.
Voi m'avete parecchie volte udito affermare, che il clericato romano,
sebben muta i corpi, non muta il genio nè il vezzo, e che le menti e
gli animi vi sono tutti impastojati a una foggia, nutriti d'un latte
medesimo, fatti e formati a un medesimo stampo; laonde in ciascuno di
loro è ferma e tenacissima la volontà di serbare integro e sempiternare
(quando il potessero) quel tal misto d'ambizione, d'interesse e di
santimonia da lor fabbricato, e il quale non si péritano di chiamare
buono e perfetto governo della Chiesa e dello Stato. Quindi è fuor
del possibile ch'entri loro in cuore alcuna voglia viva e sincera di
correggere sè stessi, e innovare in parte veruna le lor condizioni,
e che ritrovino (quando pure il desiderio sorgesse) abilità e forza
proporzionate all'alto proposito.
Ora, i fatti più sopra allegati vi porgono di tale pertinacia e
impotenza una molto chiara dimostrazione. Conciossiachè, insegnano
tutte le storie, che nessun istituto civile, già roso nel suo midollo
e pervenuto a decrepitezza, abbia voglia ed abilità di rialzare sè
da sè stesso; e torna contraddittorio che là proprio dove la vita si
estingue, si rinvengano forze da ristorarla: invece, quelle cagioni
medesime che d'un abbassamento in altro maggiore trascinano con legge
dura e ineluttabile di destino, vietano il riaversi e il risorgere;
e si lo vietarono con l'azione loro incessante e mortifera alla Roma
d'Augustolo, alla Bisanzio dei Paleologhi, e alla Venezia dei Manini
e dei Renieri. Similmente, essendosi da ogni parte di quegli istituti
ritirato lo spirito, e rimanendo delle cose la nuda corteccia, mutare
per loro suona come annullarsi: quindi con severità farisaica vi
sono riformati i più fradici usi, serbate le più vane apparenze,
cresciuto di mille doppj il servaggio; i vecchiumi soli vi ànno lode, e
l'irragionevole ostinazione vi usurpa nome di virtù e di sapienza.
Nè da tale pervertimento e caducità degli umani fatti troviamo
arbitrio nessuno di credere esente il pontificato in ciò appunto che
à d'umano, e nelle sue esteriori e disciplinari disposizioni. Ed anzi
aggiungiamo, che in queste è maggiore necessità o di emendarsi, o di
perire. Avvegnachè, com'elle sono forme finite e determinate, e abito
accidentale e sensibile d'una divina sostanza, loro non è conceduto di
contenerla, e significarla, salvo che parzialmente e imperfettamente;
e alla inesauribile sua facoltà di ampliazione e d'organamento, niuno
dee pensare che riuscir possano in ogni tempo ed in ogni caso adatte,
sufficienti e commisurate. Laonde, chi si ostina a volerle serbare
intangibili ed immutabili, fa sembiante di negare la virtù infinita
del cristianesimo; la quale per ciò che opera sulla terra e nel tempo,
dee necessariamente assumere successione e limitazione; nè altrimenti
può dilatare la sua eccellenza nè le sue maraviglie mostrare, che
seguitando la legge imposta alla perfezione di tutti i finiti, cioè a
dire l'indefinito ed interminabile spiegamento dell'essere proprio.
Le quali tutte considerazioni tenendo io vive innanzi alla mente,
procederò con più stretto discorso alle ultime parti del mio subbietto.