VIII.

Non, dunque, l'amore ordinario del bene e del meglio, non quelle

purgazioni ed emendazioni che a tempo a tempo fa mestieri di compiere

in tutte le cose umane, ma sì veramente la fiera ed irrepugnabile

necessità costringe e sforza a portar mutazione in qualche ordine

costitutivo del sommo pontificato. Ogni altro partito, qual che si

fosse, non ne fermerebbe il gran rovinío; nè cesserebbe Roma d'esser

cagione, o trista occasione almeno, di scandalo e setta nella famiglia

cattolica, e mai non ricondurrebbesi a tale bontà da saper ritrarre,

com'è ufficio suo peculiare, dalle viscere del cristianesimo virtù

spiratrice e riparatrice del mondo moderno. A ciò non poter bastare, vi

dissi, le riforme ed emendazioni del temporale; dovendo elle piuttosto

succedere come effetto, che antecedere come causa; o, per lo men male,

avvenire contemporanee con le spirituali ammende e riforme. Essere

presenti i giorni fortunosi e difficilissimi di Nicolò II e Gregorio

VII, in quanto che al risanare e reintegrare il papato occorrono

prammatiche nove, spedienti animosi, saldo e virile consiglio.

Nè anzi mi tratterrò di affermare, che i tempi odierni ànno a riscontro

di quegli antichi tale disposizione peggiore, e certo di gran momento;

che, cioè, nel secolo undecimo gli occhi soli della Chiesa erano aperti

a vedere ed a piangere i guasti e le sozzure del proprio suo tempio;

laddove oggi ogni cosa avviene sotto l'indagatrice pupilla dell'altre

Chiese cristiane, le quali non si astengono di predicare e trombettare

su dai pinnacoli, che appresso i popoli loro è la fede molto meno

rattiepidita, la moralità più sana e profonda, maggiore senza verun

paragone la dottrina e modestia del clero, e che quivi la religione è

congiunta e amicata ai concetti generosi, e a tutti i rivolgimenti e

progressi civili di nostra età: dalle quali asserzioni ci porgono poi

per riprova, da una parte, lo stato fiorente e glorioso di essi popoli,

come a dir l'Inghilterra, la Prussia, l'Olanda, gli Stati-Uniti; e

dall'altra, la depressione e lo scadimento di quelli, come Polacchi,

Spagnuoli, Italiani, Messicani, dove trionfò potentissimo e signoreggia

tuttora non contrastato il culto cattolico.

Voi m'avete parecchie volte udito affermare, che il clericato romano,

sebben muta i corpi, non muta il genio nè il vezzo, e che le menti e

gli animi vi sono tutti impastojati a una foggia, nutriti d'un latte

medesimo, fatti e formati a un medesimo stampo; laonde in ciascuno di

loro è ferma e tenacissima la volontà di serbare integro e sempiternare

(quando il potessero) quel tal misto d'ambizione, d'interesse e di

santimonia da lor fabbricato, e il quale non si péritano di chiamare

buono e perfetto governo della Chiesa e dello Stato. Quindi è fuor

del possibile ch'entri loro in cuore alcuna voglia viva e sincera di

correggere sè stessi, e innovare in parte veruna le lor condizioni,

e che ritrovino (quando pure il desiderio sorgesse) abilità e forza

proporzionate all'alto proposito.

Ora, i fatti più sopra allegati vi porgono di tale pertinacia e

impotenza una molto chiara dimostrazione. Conciossiachè, insegnano

tutte le storie, che nessun istituto civile, già roso nel suo midollo

e pervenuto a decrepitezza, abbia voglia ed abilità di rialzare sè

da sè stesso; e torna contraddittorio che là proprio dove la vita si

estingue, si rinvengano forze da ristorarla: invece, quelle cagioni

medesime che d'un abbassamento in altro maggiore trascinano con legge

dura e ineluttabile di destino, vietano il riaversi e il risorgere;

e si lo vietarono con l'azione loro incessante e mortifera alla Roma

d'Augustolo, alla Bisanzio dei Paleologhi, e alla Venezia dei Manini

e dei Renieri. Similmente, essendosi da ogni parte di quegli istituti

ritirato lo spirito, e rimanendo delle cose la nuda corteccia, mutare

per loro suona come annullarsi: quindi con severità farisaica vi

sono riformati i più fradici usi, serbate le più vane apparenze,

cresciuto di mille doppj il servaggio; i vecchiumi soli vi ànno lode, e

l'irragionevole ostinazione vi usurpa nome di virtù e di sapienza.

Nè da tale pervertimento e caducità degli umani fatti troviamo

arbitrio nessuno di credere esente il pontificato in ciò appunto che

à d'umano, e nelle sue esteriori e disciplinari disposizioni. Ed anzi

aggiungiamo, che in queste è maggiore necessità o di emendarsi, o di

perire. Avvegnachè, com'elle sono forme finite e determinate, e abito

accidentale e sensibile d'una divina sostanza, loro non è conceduto di

contenerla, e significarla, salvo che parzialmente e imperfettamente;

e alla inesauribile sua facoltà di ampliazione e d'organamento, niuno

dee pensare che riuscir possano in ogni tempo ed in ogni caso adatte,

sufficienti e commisurate. Laonde, chi si ostina a volerle serbare

intangibili ed immutabili, fa sembiante di negare la virtù infinita

del cristianesimo; la quale per ciò che opera sulla terra e nel tempo,

dee necessariamente assumere successione e limitazione; nè altrimenti

può dilatare la sua eccellenza nè le sue maraviglie mostrare, che

seguitando la legge imposta alla perfezione di tutti i finiti, cioè a

dire l'indefinito ed interminabile spiegamento dell'essere proprio.

Le quali tutte considerazioni tenendo io vive innanzi alla mente,

procederò con più stretto discorso alle ultime parti del mio subbietto.

Scritti politici · 第 292 / 310 题