VII.

Dopo ciò, se dal raccogliere insieme e dal contemplare questi tre

aspetti, ed epoche grandi e solenni della civiltà e gloria papale,

voi conducete, illustre Signore, lo sguardo sugli ultimi anni e sugli

ultimi concetti e proponimenti del Valicano, una grave maraviglia e

una secreta pietà, non vi stringe egli il cuore, in pensando a che

novissimi termini di decadenza sia trapassata la più insigne, al

sicuro, e più veneranda e magnifica delle istituzioni apparse sul

mondo? Nè solo è venuta in fiacchezza e in decrepità, ma, per mio

sentire, giacerebbesi affatto spenta e annullata, e incapace di uscir

del sepolcro, quando l'alito vitale del cristianesimo e la virtù

delle tradizioni quel moribondo corpo non sostentasse. Imperocchè,

per ragioni diverse e sotto molti diversi riferimenti, sempre torna

adatta a Roma la novelletta del Giudeo convertito, che il Certaldese

raccontava cinque secoli fa.

Dinanzi all'ultime sollevazioni delle Romagne, s'accorgeva egli il

mondo, che v'à il papato, salvo che per le continue renitenze o censure

con cui si sforza di contrastare al general moto degl'intelletti

e all'affrancamento de' popoli; e nega e sconosce pressochè tutte

le sembianze e gli abiti nuovi del viver civile? Qual ingerimento

paterno, accetto, eminente e degno del sacerdozio, esercita Roma a'

dì nostri ne' gran negozj del mondo? In quali è chiamato arbitro e

giudice il papa? Avvi potentato, avvi popolo che si comprometta in lui?

Avvi guerra nessuna da lui impedita, discordia civile cessata, patto

di tregua e di pace concluso? Trovo che l'ultimo atto d'intervento

efficace della potenza papale, fu sul cadere del secolo sedicesimo,

rappattumando in Vervino Francesi e Spagnuoli. Non molto dopo, nel

trattato di Vesfaglia, comecchè vi fossero mescolate materie gravissime

di religione, i nunzj pontificj non valsero con nessun'arte a mettere

le negoziazioni nella via desiderata e segnata da Roma, ed ella se

ne querelò e protestò senza frutto. Alla pace de' Pirenei, Mazzarino,

quantunque prete e cardinale di Santa Chiesa, rifiutò i benigni ufficii

offertigli dal pontefice; e nel trattato di Utrecca non parve insolente

e indebito ai contraenti il disporre a lor modo d'alcune provincie

reputate soggette e tributarie di Roma, senza pigliare accordi con lei,

e nemmanco far menzione de' suoi diritti.

È strano eziandio e maraviglioso, che quella medesima potestà la qual

sommoveva e tragittava, unite ed armate, d'Europa in Asia poco meno che

intere nazioni; e sconfitte di poi nelle guerre, e dalla fame mietute

e dalle pestilenze, persuadevale tuttavia a ritentare l'impresa, oggi

non possa allegare un sol fatto notabile per cui si dimostri, com'ella

riesca pure almeno a proteggere con successo le genti cattoliche,

ovunque o gl'infedeli o le Chiese eterodosse le opprimano; ed anzi in

que' luoghi stessi di antico pellegrinaggio, e ch'erano fine e cagione

delle Crociate, cresce di dominio e ricchezza il culto scismatico, e

soprafà ed ingiuria il culto latino.

Scorrete in altra materia; ponete l'occhio alle missioni che Roma al

presente prepara ed invia dal grembo suo, e subito vi verrà veduto la

estrema inferiorità e tepidezza loro, a comparazione dei tempi andati;

e i veramente grandi e portentosi concetti e disegni di Propaganda

scorgerete cadere in incredibile parvità; e quella sua stamperia

poliglota (per toccare un solo particolare), che fu prima ed unica

al mondo, non à quest'oggi caratteri da pubblicare una pagina di

sanscritto. Nè già potrebbero i papi scusarsi e piangere come l'antico

Alessandro, che manchi oggimai lo spazio alle sante conquiste loro. Di

dieci centinaja e più di milioni di uomini che nudrisce la terra, un

quarto solo sono cristiani. Ma l'ambizione di Roma sembra oggi rivolta

a ben altro proposito, che di recare ai barbari ed agli idolatri la

luce dei Vangeli, e l'umanità di nostre arti e costumi.

In mezzo ai traviamenti del secolo che trascorriamo, assentirete,

o Signore, che questa lode gli rimane interissima, di avere con

la scienza e le istituzioni moltiplicato ed illuminato le publiche

beneficenze, preso cura speciale dell'educare le moltitudini, cercato

alla povertà loro ogni possibile compenso, trovato con fina industria

copiosi conforti agli stenti e tribolazioni delle infime plebi. Avvi

cosa al mondo più degna e illibata, sollecitudine più cristiana, fatica

e studio al supremo sacerdozio meglio dicevole? Ma in questa sì bella

ed intemerata pagina della storia moderna incontri tu mai il nome del

papa? Delle nuove e tanto ingegnose e caritatevoli forme di comune e

privata beneficenza, àvvene una soltanto scoperta e iniziata in Roma, o

presto almeno e vivamente caldeggiata ed esercitata? Le sale d'asilo,

le sale d'allattamento, le prigioni e i metodi penitenziali, le casse

dei risparmj, le società di temperanza, quelle di mutuo soccorso, le

infinite miglioranze recate ad ogni maniera di ricoveri ed ospedali? Un

secolo e mezzo addietro, cadde in pensiero a Clemente XI di chiudere

in luogo abilmente ordinato al lavoro e alla correzione i giovinetti

discoli e abbandonati, e così camparli dai delitti e dall'ultima

corruttela. Pietoso e civile concetto insieme; il quale se fu poi per

altri l'occasione e il germe dei metodi nuovi penitenziali, non so;

ma questo io so bene, che quel germe fruttificava in pressochè tutta

l'Europa e l'America, eccetto che in Roma.

Infine, la scienza, che è tanta porzione di civiltà, ed anzi è scorta

e lume continuo suo; la scienza, già patrimonio del chiericato sì

particolare e proprio, che laico venne a significare inculto ed

illetterato; la scienza, dico, rinverdita primamente e riordinata

sì nelle scuole dei teologi e sì nelle università degli studj,

rette e corrette in ogni parte del mondo da bolle e prammatiche di

pontefici,[49] a che termini sta ora nelle lor mani, e come risponde

ai progressi e alle ampliazioni degli ultimi secoli? Qui la decadenza

corre agli occhi d'ognuno, ed è tale e sì deplorabile da non ottener

fede il discorso, salvo che da coloro i quali furono e sono testimonj

del danno e della vergogna. Penso che basterà il dire che Roma, non

ostante gli stranieri visitatori, l'intelligenza svegliatissima de'

suoi cittadini, e quel popolo d'artisti che vi dimora a studio de'

monumenti, è ormai divenuta la metropoli più ignorante d'Europa, e la

men fornita di ciò che occorre agli svariati incrementi del moderno

sapere. Nell'università sua, poco degna davvero del borioso titolo di

Sapienza che porta, si desidera per lo meno la metà delle cattedre che

ne' più culti paesi e nelle scuole meglio ordinate stimansi oggi non

che opportune ma necessarie a compiere lo ammaestramento delle morali,

delle fisiche, del diritto, della medicina e della storia; senza

voler qui sindacare i metodi falsi e le viete dottrine insegnatevi,

e il modo incredibilmente strano ed illiberale con che tutta insieme

quella istituzione vien moderata e disciplinata. Da voi non s'ignora

che sebbene il trovato (io doveva dire il miracolo) della stampa

accadesse di là dall'Alpi, Roma entrò innanzi a tutti in lodarlo e

in dargli ricetto, e volle giovarsene largamente e sollecitamente. Oh

gran mutazione di tempi e di uomini! Oggi quel che si imprime di libri

e di giornali in Roma, ragguagliato alle più dotte città straniere,

sta, senza timore alcuno d'amplificazione, siccome uno a cento; e

nelle pubbliche biblioteche trovi appena uno su mille de' buoni volumi

moderni, e agli antichi assai poca gente pon mano. Nè in altra guisa

può andar la bisogna colà dove ogni scritto e libro è cacciato tra le

filiere di tre censure, l'episcopale, la politica e la fratesca del

Sant'Officio; dove nell'encicliche più solenni chiamasi _detestanda_ la

libertà di stampare; dove fu proibito per lunghissimi anni il vaccino,

e tuttora è proscritto l'insegnamento della publica economia; dove

l'Inquisizione (or fa poco tempo) non dubitò di riprovare e dannare con

espresso decreto le sale d'asilo; e non volevasi testè udir parola di

strade ferrate; e chiunque osato avesse di condursi a que' congressi

scientifici, che Ferdinando stesso di Napoli avea tollerato nella sua

città e fatto vista di carezzare, veniva rimosso o dalla cattedra o

dall'impiego, se l'uno o l'altro tenea dal governo.

Durassero quivi almeno fiorenti e profondi gli studj sacri, quanto

furono altra volta, e quanto sembra domandare non che il decoro e

la dignità, ma il debito e l'interesse medesimo di quella gran sede

del mondo cattolico! Nè io dirò che in veduta elli sieno scarsi

e leggieri, o sia picciolo il numero degl'insegnanti, o poca la

frequenza ed assiduità de' discepoli. Ma dagli effetti cotidiani può

ben giudicare ogni uomo sensato, che in quegli studj non è più forza

alcuna inventiva, non robustezza e amplitudine di concetti, non luce

e svolgimento di feconde dottrine, non copia alfine e peregrinità di

filologia e d'erudiziene.

Ma forse voi vi maravigliate della mia maraviglia. Dove non ásola

un minimo fiato di libertà, può l'albero della scienza durar verde e

fruttifero? Per vero, di tutte quelle opere dottrinali ed apologetiche

o sotto altro rispetto fautrici e lodatrici di Roma, le quali anno

in questa prima metà del secolo meritato e conseguito celebrità

universale, neppure una ebbe principio e nascimento nelle scuole

romane, e neppure una pagina e un rigo di esse uscì dalla penna di

quelle insigni congregazioni, da cui si maneggiano colà tuttavia i

più serj negozj e i più gelosi interessi della intera cattolicità.

Frayssinous, Bonald, De Maistre, Haller, Göerees, Schlegel, Stolberg,

Hurter, Lamennais, Lacordaire, Balmes, Chateaubriand, Döllinger, per

tacer d'altri, mai non furono in Roma a dare scienza o riceverla.

Due sommi Italiani arbitrerei di potersi aggiungere a quel bel novero

assai giustamente, e sono il Gioberti e il Rosmini; ma la vita loro

intellettuale sortì l'inizio e il proseguimento, e rendè fiori e frutti

ammirabili in altro terreno ed in altre scuole. Da Roma venne ad essi,

per ciò che sappiamo, una cosa soltanto; la riprovazione e condanna

d'alcun loro scritto.

Se non che, Roma fu inverso l'uno dei due quasi costretta ad essere

ingrata: imperocchè, qual più spiacevole contrapposto e qual ritratto

men somigliante poteva métterlesi innanzi agli occhi, di quello che

le offerse il Gioberti, quando con sì nobil disegno e tinte sì vive

e smaglianti le figurava l'archetipo del primato civile dei papi, e

l'astringeva, mirandolo, a fieramente vergognare di sè medesima? Del

resto, non solo la maggioranza civile dei papi è venuta al niente,

ma la morale autorità eziandio si perde e consuma ogni di, non

ostante che sulla cattedra di San Pietro seggano, da poi la riforma

germanica, uomini per ordinario di santa vita, e d'incolpabili costumi,

e di specchiatissima religione. Ma il chiudersi intorno ad essi e

l'immiserirsi vie più sempre degl'intelletti e dei cuori, e l'avere

il Vaticano aderito imprudentemente allo spirito gretto e muliebre

di pietà e di devozione, che alcuni mistici e i Gesuiti segnatamente

affettano e inculcano, à menato di passo in passo la cosa a questo

infelice risultamento, che il mondo stima esservi ora due moralità e

due devozioni; l'una accettabile ad ogni maniera di oneste, gentili

e istruite persone, propria e comune a tutta cristianità, conforme

ai principj eterni della ragione, e all'ordine vero ed universale

del bene; l'altra involta nelle sottilità dei casisti, sopraffatta

da pratiche puerili, intinta non poco di superstizione, consigliera

di virtù monacali e alla repubblica inutili, servile ne' sentimenti

e negli atti, buona per genterelle idiote e da poco; ed è per appunto

quella lodata e caldeggiata perpetuamente da Roma e da' suoi dottori.

Ciò à fatto, come ognuno sel può vedere, che pure in mezzo ai cattolici

si vada oggimai pensando, la virtù essere meglio imparata ne' libri

degli antichi e dalla nuda lettera dei vangeli, che non dai moralisti

e predicatori di Roma. E rispetto al culto e alle devozioni, è

marcia forza confessare, che in molta porzione di loro forme e di lor

cerimonie la significazione scema e si oscura ogni giorno, e gli animi

ne ricevono una impressione fredda, materiale, e non immune spesse

volte da invincibile tedio ed increscimento.

Non è la moralità cosa angusta e servile; e chi spaura d'ogni libertà

e d'ogni grandezza non può effettivamente e sostanzialmente professare

e insegnar la virtù: conciossiachè, sentenzia un gran moralista,[50]

ogni virtù nostra procede dalla grandezza dell'animo: _ex animi

magnitudine_. Senza dire che le condizioni del principato assoluto, e

gli altri conseguenti del falso sistema che séguita la Curia Romana,

facendola indocile e riluttante al vero e germano spirito dei documenti

evangelici, l'ànno recata bel bello a insegnare e inculcare con assai

minor zelo l'intrinseco della bontà che l'estrinseco, e meglio stimare

la buccia e le fronde, che il succoso midollo e i frutti fragranti e

soavi della pietà operosa e magnanima.

Tornate, o pontefici, alla purezza e semplicità de' costumi antichi

(gridava dal pergamo fiorentino un fraticello di San Marco), e più

nel cuor delle genti non vacillerà la fede e la riverenza inverso di

voi. Certo, all'attuazione di quel consiglio, l'effetto saria seguito

copioso ed universale; e i popoli dimenticavano in poco d'ora le

battiture dello scisma, le turpitudini di Avignone e le umiliazioni

inflitte al papato dai concilj di Costanza e di Basilea.

Per immensa sventura, e segnatamente d'Italia, parve al sesto

Alessandro, a Giulio II, a Paolo IV e ad altri papi di quella età,

partito migliore e più valido la stretta amicizia dei re, il potere

temporale accresciuto, le frateríe moltiplicate, la Inquisizione

ed i Gesuiti. Da quei tristi giorni, il declinare di Roma divenne

precipitoso ed irreparabile; perchè la mente e l'anima vera e vitale

della pietà e dell'incivilimento cristiano non restò con lei, salvo

che in apparenza, e ciascuno di que' mezzi le si voltò in danno e in

vergogna; i re la illusero e la imbrigliarono; il poter temporale le

diè forza per quarant'anni, e tólsele credito per tutti i tempi; le

fraterie finirono incurate o derise, il Sant'Offizio abbominato, e i

Gesuiti non molto manco.

Or finiamo, e al crescere e sovrabbondare dell'argomento si ponga

quella misura che ricercano i termini naturali di questo scritto, e

l'ascoltazione vostra ch'io non debbo nè voglio abusare. E già per

molti sarà riuscita come una scorsa fuor di subietto questo paragone

di tempi antichi e moderni, e questa breve delineazione del tanto

grandeggiare e calare della sedia pontificale. Pure, io non andrò

accusato da tutti coloro (e voi, spero, sarete del novero) i quali

comprendono che ciò che importava di recare a saldissima prova, si è

che l'abbassamento e l'oscurazione continua del papato non è parziale

nè accidentale, non vizia e inferma soltanto l'estrinseche sue

condizioni e le men rilevanti e nobili, ma invade tutto l'essere, ne

storpia gli intendimenti e gli uffici, porta detrimento grave a tutta

la sua dignità, penetra alla viva sostanza, non lascia porzione sana,

non fibra integra e poderosa.

Un molto celebrato scrittor francese, ritraendo al vivo e con

maestrevole stile la bellezza e maestà dei riti pontificali, massime

nei giorni santi e ne' vespri solenni della Cappella Sistina,

ove con sì meste armonie e con sì acconcio apparato esprimesi il

lutto di Santa Chiesa, e lo squallore del tempio per la passione

e morte del Redentore, va eziandio narrando come in cuor suo

quell'ultima e diradata nebbia d'incensi, quei cantori che a poco

a poco s'ammutoliscono, quell'estinguersi di mano in mano dei

ceri, quell'ombra vespertina che cresce ed occupa tutto il luogo,

rendevagli immagine altresì del venir meno e dileguarsi la gloria e

l'oltrapossente grandezza papale. Certo, se il pontificato è gran parte

della Chiesa, e l'intristire o il declinare di quello arrécale sventura

e declinazione, io non so ben quando le sia nato cagione più giusta e

vera di significare il cordoglio suo, e da tutti gli altari, in tutte

le sedi della cristianità levar preghiere e supplicazioni al divino

autore della fede. Imperocchè, non di fuori le son venuti i flagelli,

ma da' suoi figliuoli e custodi; non per guerre e persecuzioni, ma in

seno della pace e della comune obbedienza: _ecce in pace amaritudo mea

amarissima_.

Scritti politici · 第 291 / 310 题