Dopo ciò, se dal raccogliere insieme e dal contemplare questi tre
aspetti, ed epoche grandi e solenni della civiltà e gloria papale,
voi conducete, illustre Signore, lo sguardo sugli ultimi anni e sugli
ultimi concetti e proponimenti del Valicano, una grave maraviglia e
una secreta pietà, non vi stringe egli il cuore, in pensando a che
novissimi termini di decadenza sia trapassata la più insigne, al
sicuro, e più veneranda e magnifica delle istituzioni apparse sul
mondo? Nè solo è venuta in fiacchezza e in decrepità, ma, per mio
sentire, giacerebbesi affatto spenta e annullata, e incapace di uscir
del sepolcro, quando l'alito vitale del cristianesimo e la virtù
delle tradizioni quel moribondo corpo non sostentasse. Imperocchè,
per ragioni diverse e sotto molti diversi riferimenti, sempre torna
adatta a Roma la novelletta del Giudeo convertito, che il Certaldese
raccontava cinque secoli fa.
Dinanzi all'ultime sollevazioni delle Romagne, s'accorgeva egli il
mondo, che v'à il papato, salvo che per le continue renitenze o censure
con cui si sforza di contrastare al general moto degl'intelletti
e all'affrancamento de' popoli; e nega e sconosce pressochè tutte
le sembianze e gli abiti nuovi del viver civile? Qual ingerimento
paterno, accetto, eminente e degno del sacerdozio, esercita Roma a'
dì nostri ne' gran negozj del mondo? In quali è chiamato arbitro e
giudice il papa? Avvi potentato, avvi popolo che si comprometta in lui?
Avvi guerra nessuna da lui impedita, discordia civile cessata, patto
di tregua e di pace concluso? Trovo che l'ultimo atto d'intervento
efficace della potenza papale, fu sul cadere del secolo sedicesimo,
rappattumando in Vervino Francesi e Spagnuoli. Non molto dopo, nel
trattato di Vesfaglia, comecchè vi fossero mescolate materie gravissime
di religione, i nunzj pontificj non valsero con nessun'arte a mettere
le negoziazioni nella via desiderata e segnata da Roma, ed ella se
ne querelò e protestò senza frutto. Alla pace de' Pirenei, Mazzarino,
quantunque prete e cardinale di Santa Chiesa, rifiutò i benigni ufficii
offertigli dal pontefice; e nel trattato di Utrecca non parve insolente
e indebito ai contraenti il disporre a lor modo d'alcune provincie
reputate soggette e tributarie di Roma, senza pigliare accordi con lei,
e nemmanco far menzione de' suoi diritti.
È strano eziandio e maraviglioso, che quella medesima potestà la qual
sommoveva e tragittava, unite ed armate, d'Europa in Asia poco meno che
intere nazioni; e sconfitte di poi nelle guerre, e dalla fame mietute
e dalle pestilenze, persuadevale tuttavia a ritentare l'impresa, oggi
non possa allegare un sol fatto notabile per cui si dimostri, com'ella
riesca pure almeno a proteggere con successo le genti cattoliche,
ovunque o gl'infedeli o le Chiese eterodosse le opprimano; ed anzi in
que' luoghi stessi di antico pellegrinaggio, e ch'erano fine e cagione
delle Crociate, cresce di dominio e ricchezza il culto scismatico, e
soprafà ed ingiuria il culto latino.
Scorrete in altra materia; ponete l'occhio alle missioni che Roma al
presente prepara ed invia dal grembo suo, e subito vi verrà veduto la
estrema inferiorità e tepidezza loro, a comparazione dei tempi andati;
e i veramente grandi e portentosi concetti e disegni di Propaganda
scorgerete cadere in incredibile parvità; e quella sua stamperia
poliglota (per toccare un solo particolare), che fu prima ed unica
al mondo, non à quest'oggi caratteri da pubblicare una pagina di
sanscritto. Nè già potrebbero i papi scusarsi e piangere come l'antico
Alessandro, che manchi oggimai lo spazio alle sante conquiste loro. Di
dieci centinaja e più di milioni di uomini che nudrisce la terra, un
quarto solo sono cristiani. Ma l'ambizione di Roma sembra oggi rivolta
a ben altro proposito, che di recare ai barbari ed agli idolatri la
luce dei Vangeli, e l'umanità di nostre arti e costumi.
In mezzo ai traviamenti del secolo che trascorriamo, assentirete,
o Signore, che questa lode gli rimane interissima, di avere con
la scienza e le istituzioni moltiplicato ed illuminato le publiche
beneficenze, preso cura speciale dell'educare le moltitudini, cercato
alla povertà loro ogni possibile compenso, trovato con fina industria
copiosi conforti agli stenti e tribolazioni delle infime plebi. Avvi
cosa al mondo più degna e illibata, sollecitudine più cristiana, fatica
e studio al supremo sacerdozio meglio dicevole? Ma in questa sì bella
ed intemerata pagina della storia moderna incontri tu mai il nome del
papa? Delle nuove e tanto ingegnose e caritatevoli forme di comune e
privata beneficenza, àvvene una soltanto scoperta e iniziata in Roma, o
presto almeno e vivamente caldeggiata ed esercitata? Le sale d'asilo,
le sale d'allattamento, le prigioni e i metodi penitenziali, le casse
dei risparmj, le società di temperanza, quelle di mutuo soccorso, le
infinite miglioranze recate ad ogni maniera di ricoveri ed ospedali? Un
secolo e mezzo addietro, cadde in pensiero a Clemente XI di chiudere
in luogo abilmente ordinato al lavoro e alla correzione i giovinetti
discoli e abbandonati, e così camparli dai delitti e dall'ultima
corruttela. Pietoso e civile concetto insieme; il quale se fu poi per
altri l'occasione e il germe dei metodi nuovi penitenziali, non so;
ma questo io so bene, che quel germe fruttificava in pressochè tutta
l'Europa e l'America, eccetto che in Roma.
Infine, la scienza, che è tanta porzione di civiltà, ed anzi è scorta
e lume continuo suo; la scienza, già patrimonio del chiericato sì
particolare e proprio, che laico venne a significare inculto ed
illetterato; la scienza, dico, rinverdita primamente e riordinata
sì nelle scuole dei teologi e sì nelle università degli studj,
rette e corrette in ogni parte del mondo da bolle e prammatiche di
pontefici,[49] a che termini sta ora nelle lor mani, e come risponde
ai progressi e alle ampliazioni degli ultimi secoli? Qui la decadenza
corre agli occhi d'ognuno, ed è tale e sì deplorabile da non ottener
fede il discorso, salvo che da coloro i quali furono e sono testimonj
del danno e della vergogna. Penso che basterà il dire che Roma, non
ostante gli stranieri visitatori, l'intelligenza svegliatissima de'
suoi cittadini, e quel popolo d'artisti che vi dimora a studio de'
monumenti, è ormai divenuta la metropoli più ignorante d'Europa, e la
men fornita di ciò che occorre agli svariati incrementi del moderno
sapere. Nell'università sua, poco degna davvero del borioso titolo di
Sapienza che porta, si desidera per lo meno la metà delle cattedre che
ne' più culti paesi e nelle scuole meglio ordinate stimansi oggi non
che opportune ma necessarie a compiere lo ammaestramento delle morali,
delle fisiche, del diritto, della medicina e della storia; senza
voler qui sindacare i metodi falsi e le viete dottrine insegnatevi,
e il modo incredibilmente strano ed illiberale con che tutta insieme
quella istituzione vien moderata e disciplinata. Da voi non s'ignora
che sebbene il trovato (io doveva dire il miracolo) della stampa
accadesse di là dall'Alpi, Roma entrò innanzi a tutti in lodarlo e
in dargli ricetto, e volle giovarsene largamente e sollecitamente. Oh
gran mutazione di tempi e di uomini! Oggi quel che si imprime di libri
e di giornali in Roma, ragguagliato alle più dotte città straniere,
sta, senza timore alcuno d'amplificazione, siccome uno a cento; e
nelle pubbliche biblioteche trovi appena uno su mille de' buoni volumi
moderni, e agli antichi assai poca gente pon mano. Nè in altra guisa
può andar la bisogna colà dove ogni scritto e libro è cacciato tra le
filiere di tre censure, l'episcopale, la politica e la fratesca del
Sant'Officio; dove nell'encicliche più solenni chiamasi _detestanda_ la
libertà di stampare; dove fu proibito per lunghissimi anni il vaccino,
e tuttora è proscritto l'insegnamento della publica economia; dove
l'Inquisizione (or fa poco tempo) non dubitò di riprovare e dannare con
espresso decreto le sale d'asilo; e non volevasi testè udir parola di
strade ferrate; e chiunque osato avesse di condursi a que' congressi
scientifici, che Ferdinando stesso di Napoli avea tollerato nella sua
città e fatto vista di carezzare, veniva rimosso o dalla cattedra o
dall'impiego, se l'uno o l'altro tenea dal governo.
Durassero quivi almeno fiorenti e profondi gli studj sacri, quanto
furono altra volta, e quanto sembra domandare non che il decoro e
la dignità, ma il debito e l'interesse medesimo di quella gran sede
del mondo cattolico! Nè io dirò che in veduta elli sieno scarsi
e leggieri, o sia picciolo il numero degl'insegnanti, o poca la
frequenza ed assiduità de' discepoli. Ma dagli effetti cotidiani può
ben giudicare ogni uomo sensato, che in quegli studj non è più forza
alcuna inventiva, non robustezza e amplitudine di concetti, non luce
e svolgimento di feconde dottrine, non copia alfine e peregrinità di
filologia e d'erudiziene.
Ma forse voi vi maravigliate della mia maraviglia. Dove non ásola
un minimo fiato di libertà, può l'albero della scienza durar verde e
fruttifero? Per vero, di tutte quelle opere dottrinali ed apologetiche
o sotto altro rispetto fautrici e lodatrici di Roma, le quali anno
in questa prima metà del secolo meritato e conseguito celebrità
universale, neppure una ebbe principio e nascimento nelle scuole
romane, e neppure una pagina e un rigo di esse uscì dalla penna di
quelle insigni congregazioni, da cui si maneggiano colà tuttavia i
più serj negozj e i più gelosi interessi della intera cattolicità.
Frayssinous, Bonald, De Maistre, Haller, Göerees, Schlegel, Stolberg,
Hurter, Lamennais, Lacordaire, Balmes, Chateaubriand, Döllinger, per
tacer d'altri, mai non furono in Roma a dare scienza o riceverla.
Due sommi Italiani arbitrerei di potersi aggiungere a quel bel novero
assai giustamente, e sono il Gioberti e il Rosmini; ma la vita loro
intellettuale sortì l'inizio e il proseguimento, e rendè fiori e frutti
ammirabili in altro terreno ed in altre scuole. Da Roma venne ad essi,
per ciò che sappiamo, una cosa soltanto; la riprovazione e condanna
d'alcun loro scritto.
Se non che, Roma fu inverso l'uno dei due quasi costretta ad essere
ingrata: imperocchè, qual più spiacevole contrapposto e qual ritratto
men somigliante poteva métterlesi innanzi agli occhi, di quello che
le offerse il Gioberti, quando con sì nobil disegno e tinte sì vive
e smaglianti le figurava l'archetipo del primato civile dei papi, e
l'astringeva, mirandolo, a fieramente vergognare di sè medesima? Del
resto, non solo la maggioranza civile dei papi è venuta al niente,
ma la morale autorità eziandio si perde e consuma ogni di, non
ostante che sulla cattedra di San Pietro seggano, da poi la riforma
germanica, uomini per ordinario di santa vita, e d'incolpabili costumi,
e di specchiatissima religione. Ma il chiudersi intorno ad essi e
l'immiserirsi vie più sempre degl'intelletti e dei cuori, e l'avere
il Vaticano aderito imprudentemente allo spirito gretto e muliebre
di pietà e di devozione, che alcuni mistici e i Gesuiti segnatamente
affettano e inculcano, à menato di passo in passo la cosa a questo
infelice risultamento, che il mondo stima esservi ora due moralità e
due devozioni; l'una accettabile ad ogni maniera di oneste, gentili
e istruite persone, propria e comune a tutta cristianità, conforme
ai principj eterni della ragione, e all'ordine vero ed universale
del bene; l'altra involta nelle sottilità dei casisti, sopraffatta
da pratiche puerili, intinta non poco di superstizione, consigliera
di virtù monacali e alla repubblica inutili, servile ne' sentimenti
e negli atti, buona per genterelle idiote e da poco; ed è per appunto
quella lodata e caldeggiata perpetuamente da Roma e da' suoi dottori.
Ciò à fatto, come ognuno sel può vedere, che pure in mezzo ai cattolici
si vada oggimai pensando, la virtù essere meglio imparata ne' libri
degli antichi e dalla nuda lettera dei vangeli, che non dai moralisti
e predicatori di Roma. E rispetto al culto e alle devozioni, è
marcia forza confessare, che in molta porzione di loro forme e di lor
cerimonie la significazione scema e si oscura ogni giorno, e gli animi
ne ricevono una impressione fredda, materiale, e non immune spesse
volte da invincibile tedio ed increscimento.
Non è la moralità cosa angusta e servile; e chi spaura d'ogni libertà
e d'ogni grandezza non può effettivamente e sostanzialmente professare
e insegnar la virtù: conciossiachè, sentenzia un gran moralista,[50]
ogni virtù nostra procede dalla grandezza dell'animo: _ex animi
magnitudine_. Senza dire che le condizioni del principato assoluto, e
gli altri conseguenti del falso sistema che séguita la Curia Romana,
facendola indocile e riluttante al vero e germano spirito dei documenti
evangelici, l'ànno recata bel bello a insegnare e inculcare con assai
minor zelo l'intrinseco della bontà che l'estrinseco, e meglio stimare
la buccia e le fronde, che il succoso midollo e i frutti fragranti e
soavi della pietà operosa e magnanima.
Tornate, o pontefici, alla purezza e semplicità de' costumi antichi
(gridava dal pergamo fiorentino un fraticello di San Marco), e più
nel cuor delle genti non vacillerà la fede e la riverenza inverso di
voi. Certo, all'attuazione di quel consiglio, l'effetto saria seguito
copioso ed universale; e i popoli dimenticavano in poco d'ora le
battiture dello scisma, le turpitudini di Avignone e le umiliazioni
inflitte al papato dai concilj di Costanza e di Basilea.
Per immensa sventura, e segnatamente d'Italia, parve al sesto
Alessandro, a Giulio II, a Paolo IV e ad altri papi di quella età,
partito migliore e più valido la stretta amicizia dei re, il potere
temporale accresciuto, le frateríe moltiplicate, la Inquisizione
ed i Gesuiti. Da quei tristi giorni, il declinare di Roma divenne
precipitoso ed irreparabile; perchè la mente e l'anima vera e vitale
della pietà e dell'incivilimento cristiano non restò con lei, salvo
che in apparenza, e ciascuno di que' mezzi le si voltò in danno e in
vergogna; i re la illusero e la imbrigliarono; il poter temporale le
diè forza per quarant'anni, e tólsele credito per tutti i tempi; le
fraterie finirono incurate o derise, il Sant'Offizio abbominato, e i
Gesuiti non molto manco.
Or finiamo, e al crescere e sovrabbondare dell'argomento si ponga
quella misura che ricercano i termini naturali di questo scritto, e
l'ascoltazione vostra ch'io non debbo nè voglio abusare. E già per
molti sarà riuscita come una scorsa fuor di subietto questo paragone
di tempi antichi e moderni, e questa breve delineazione del tanto
grandeggiare e calare della sedia pontificale. Pure, io non andrò
accusato da tutti coloro (e voi, spero, sarete del novero) i quali
comprendono che ciò che importava di recare a saldissima prova, si è
che l'abbassamento e l'oscurazione continua del papato non è parziale
nè accidentale, non vizia e inferma soltanto l'estrinseche sue
condizioni e le men rilevanti e nobili, ma invade tutto l'essere, ne
storpia gli intendimenti e gli uffici, porta detrimento grave a tutta
la sua dignità, penetra alla viva sostanza, non lascia porzione sana,
non fibra integra e poderosa.
Un molto celebrato scrittor francese, ritraendo al vivo e con
maestrevole stile la bellezza e maestà dei riti pontificali, massime
nei giorni santi e ne' vespri solenni della Cappella Sistina,
ove con sì meste armonie e con sì acconcio apparato esprimesi il
lutto di Santa Chiesa, e lo squallore del tempio per la passione
e morte del Redentore, va eziandio narrando come in cuor suo
quell'ultima e diradata nebbia d'incensi, quei cantori che a poco
a poco s'ammutoliscono, quell'estinguersi di mano in mano dei
ceri, quell'ombra vespertina che cresce ed occupa tutto il luogo,
rendevagli immagine altresì del venir meno e dileguarsi la gloria e
l'oltrapossente grandezza papale. Certo, se il pontificato è gran parte
della Chiesa, e l'intristire o il declinare di quello arrécale sventura
e declinazione, io non so ben quando le sia nato cagione più giusta e
vera di significare il cordoglio suo, e da tutti gli altari, in tutte
le sedi della cristianità levar preghiere e supplicazioni al divino
autore della fede. Imperocchè, non di fuori le son venuti i flagelli,
ma da' suoi figliuoli e custodi; non per guerre e persecuzioni, ma in
seno della pace e della comune obbedienza: _ecce in pace amaritudo mea
amarissima_.