Ma la declinazione maggiormente esiziale al papato, e men comportevole,
è quella accaduta nell'autorità e nella preminenza morale e civile;
perchè interviene in subbietto più sostanziale, e proprio dell'essere
suo. E per fermo, d'una potenza per al tutto immateriale e signora
degl'intelletti e degli animi, è peculiare, innanzi ogni cosa, il
dirigere ed informare i costumi, la scienza e l'educazione, e comporre
e lumeggiare altresì nelle menti la ragione guidatrice e sovrana del
vivere sociale.
Nel fatto, quantunque volte o il durare degli scismi, o l'imperversare
delle fazioni entro Roma stessa con lunghe stragi e abbominazioni,
non troncarono affatto i nervi al papato, e non gli tolsero di far
sentire diuturnamente e con efficacia l'azione sua, questa si spiegò
vigorosa e mirabile in ciascuno dei subietti testè mentovati, e riuscì
splendida e prevalente, benchè non sempre pura e lodevole, nè ben
condecente al carattere augusto del sacerdozio e agli spiriti del
Vangelo. Voi sapete le storie, e una lettera non le può raccontare.
Basti che riandiamo l'epoche e le date più insigni; e l'indole
diversa dei fatti paragoniamo. La vera e pienissima primazia morale e
civile, che Gregorio Magno (torna volentieri la penna a quel venerando
Gerarca) e alcuni avanti e dopo di lui mantenevano in Italia e fuori,
per ispontanea riverenza e adesione de' popoli, dimostra appunto
quello che possa la religione, praticante con senno la carità civile,
e incorporandosi con le arti e la sapienza del viver comune. Così
accadeva, come notammo più sopra, che Gregorio, sfornito di principato
e d'eserciti, conseguisse l'effetto medesimo che se stato fosse signore
d'immenso imperio. Laonde lagnavasi egli con parole d'oro, che meno
desiderava occuparsi nelle faccende secolaresche, come importune e
disformi all'apostolico ufficio, più gli si moltiplicavan tra mano.
Fatto è, ch'egli, il santissimo uomo, col senno migliore che portavano
i tempi infelici e inselvatichiti, riparava alle carestie, combatteva i
contagi, armava i popoli contra i barbari, il furor di questi placava,
ottenévano tregue e trattati di pace. Qualche parte ancora della latina
magniloquenza risuonar facea nel suo stile; ornava i templi ed il culto
di belle pompe, e di nuove ed austere armonie, che da lui pigliarono
il nome. Per sè e intorno a sè, lautezze e grandigie di corte non
conosceva; e mitemente querelavasi con alcun suo castaldo, che l'avesse
proveduto d'un sì sconcio palafreno, che cavalcar nol poteva senza noja
e disagio. Imbattutosi un giorno in certi schiavi d'Ibernia, e forte
ammirato di lor belle fattezze e bianchissime carni, fermò il proposito
di render cristiana ed ingentilire tutta Britannia. E quella contrada
fu convertita; e per lui e per alcuni suoi successori tante semenze di
buoni studj, e massimamente di lettere greche, vennero quivi trasmesse,
che tutta la sopravegnente barbarie d'Europa non le aduggiò, e Beda e
Scotto d'Erigene ed Alcuino ne fanno prova.
Di quello che il pontificato valesse, a rispetto della civiltà,
sorgendo pian piano, e durando colma e gloriosa la teocrazia (e,
poniamo, da Adriano I a Innocenzo III), quasi non fa mestieri tener
discorso, perchè la notizia n'è ormai volgare; e in questo secolo
ragionatore ed incredulo, la storia più di rado commette ingiustizia,
ed ànno gli scrittori avuto senso e intelletto vivissimo dello
smisurato animo e degli altissimi intendimenti di alcuni papi, altre
volte disconosciuti e frantesi. Al presente, accordasi ognuno a credere
che quella, diremmo, dittatura in istola ed in cámice, fu rimedio
e schermo terribile ma pur salutare contro alla feroce e superba
ignoranza dei barbari. Per quella lo spirito disarmato comandò alla
materia, e l'ingegno domò la forza, e in mezzo agli istinti ciechi
e disumani della conquista, rampollò l'idea del vero e del giusto:
per la teocrazia il poco di scienza rimasta agli Occidentali scampò
nelle scuole dei monasteri, e molti avanzi della civiltà latina
durarono, e il giure canonico, di romano giure impregnato, prevalse al
crudele diritto feudale. Per quella a cagioni infinite di slegamento
e contesa, e alle disgregate e minute sovranità dei Teutonici, fu
contrapposta la grande unità cristiana, il diritto collettivo d'ogni
sorta congregazioni, e il vivere e il deliberare a comune: per quella,
in fine, alla schiavitù rinnovellata sotto nome di vassallaggio, posero
freno e compenso le franchigie ecclesiastiche, e qualunque grado e
altezza di gerarchia mantenuto accessibile a tutto il popolo.
Non fu adulazione e lusinghería chiamar da Leone il secolo d'oro
delle lettere e delle arti nuove italiane, se con quel nome si volle
contrassegnare la Roma pontificale che apparve e fiorì, mettiamo, da
Nicolò V a papa Boncompagni od a Sisto V. Perchè forse nessuna città
dominante primeggia e sopravanza oggi tanto le altre per civiltà
e splendore di lettere, di quanto Roma in que' giorni eccedeva il
rimanente d'Europa, in gentilezza di arti, eleganza di vita, varietà
di sapere, copia e peregrinità delle cose ajutatrici degli studj;
nè in Italia medesima Firenze e Venezia potevano starle a petto. E
ancora che prevalesse il culto del bello, la filologia e l'erudizione,
nessuna parte ragguardevole dello scibile era trasandata, nè avuta in
sospetto (innanzi almeno allo scoppiare della Riforma), nè impedita
di speculare con ragionevole libertà il proprio subbietto: siccome
vedesi (a citar pure un esempio) dall'opera del Copernico dedicata ad
esso il pontefice, e dove l'antico sistema di Filolao veniva rifatto e
spacciato per vero; il medesimo che poi condusse Galileo nelle prigioni
del Sant'Officio. Ed ognun sa che infino all'anno 1549 stampavansi
le opere del Machiavelli, e publicavansi per l'Italia con ispeciali
privilegi della corte romana. Poi le proscrisse sì fattamente, che
sempre da ogni licenza del leggere libri inibiti venivano escluse.