VI.

Ma la declinazione maggiormente esiziale al papato, e men comportevole,

è quella accaduta nell'autorità e nella preminenza morale e civile;

perchè interviene in subbietto più sostanziale, e proprio dell'essere

suo. E per fermo, d'una potenza per al tutto immateriale e signora

degl'intelletti e degli animi, è peculiare, innanzi ogni cosa, il

dirigere ed informare i costumi, la scienza e l'educazione, e comporre

e lumeggiare altresì nelle menti la ragione guidatrice e sovrana del

vivere sociale.

Nel fatto, quantunque volte o il durare degli scismi, o l'imperversare

delle fazioni entro Roma stessa con lunghe stragi e abbominazioni,

non troncarono affatto i nervi al papato, e non gli tolsero di far

sentire diuturnamente e con efficacia l'azione sua, questa si spiegò

vigorosa e mirabile in ciascuno dei subietti testè mentovati, e riuscì

splendida e prevalente, benchè non sempre pura e lodevole, nè ben

condecente al carattere augusto del sacerdozio e agli spiriti del

Vangelo. Voi sapete le storie, e una lettera non le può raccontare.

Basti che riandiamo l'epoche e le date più insigni; e l'indole

diversa dei fatti paragoniamo. La vera e pienissima primazia morale e

civile, che Gregorio Magno (torna volentieri la penna a quel venerando

Gerarca) e alcuni avanti e dopo di lui mantenevano in Italia e fuori,

per ispontanea riverenza e adesione de' popoli, dimostra appunto

quello che possa la religione, praticante con senno la carità civile,

e incorporandosi con le arti e la sapienza del viver comune. Così

accadeva, come notammo più sopra, che Gregorio, sfornito di principato

e d'eserciti, conseguisse l'effetto medesimo che se stato fosse signore

d'immenso imperio. Laonde lagnavasi egli con parole d'oro, che meno

desiderava occuparsi nelle faccende secolaresche, come importune e

disformi all'apostolico ufficio, più gli si moltiplicavan tra mano.

Fatto è, ch'egli, il santissimo uomo, col senno migliore che portavano

i tempi infelici e inselvatichiti, riparava alle carestie, combatteva i

contagi, armava i popoli contra i barbari, il furor di questi placava,

ottenévano tregue e trattati di pace. Qualche parte ancora della latina

magniloquenza risuonar facea nel suo stile; ornava i templi ed il culto

di belle pompe, e di nuove ed austere armonie, che da lui pigliarono

il nome. Per sè e intorno a sè, lautezze e grandigie di corte non

conosceva; e mitemente querelavasi con alcun suo castaldo, che l'avesse

proveduto d'un sì sconcio palafreno, che cavalcar nol poteva senza noja

e disagio. Imbattutosi un giorno in certi schiavi d'Ibernia, e forte

ammirato di lor belle fattezze e bianchissime carni, fermò il proposito

di render cristiana ed ingentilire tutta Britannia. E quella contrada

fu convertita; e per lui e per alcuni suoi successori tante semenze di

buoni studj, e massimamente di lettere greche, vennero quivi trasmesse,

che tutta la sopravegnente barbarie d'Europa non le aduggiò, e Beda e

Scotto d'Erigene ed Alcuino ne fanno prova.

Di quello che il pontificato valesse, a rispetto della civiltà,

sorgendo pian piano, e durando colma e gloriosa la teocrazia (e,

poniamo, da Adriano I a Innocenzo III), quasi non fa mestieri tener

discorso, perchè la notizia n'è ormai volgare; e in questo secolo

ragionatore ed incredulo, la storia più di rado commette ingiustizia,

ed ànno gli scrittori avuto senso e intelletto vivissimo dello

smisurato animo e degli altissimi intendimenti di alcuni papi, altre

volte disconosciuti e frantesi. Al presente, accordasi ognuno a credere

che quella, diremmo, dittatura in istola ed in cámice, fu rimedio

e schermo terribile ma pur salutare contro alla feroce e superba

ignoranza dei barbari. Per quella lo spirito disarmato comandò alla

materia, e l'ingegno domò la forza, e in mezzo agli istinti ciechi

e disumani della conquista, rampollò l'idea del vero e del giusto:

per la teocrazia il poco di scienza rimasta agli Occidentali scampò

nelle scuole dei monasteri, e molti avanzi della civiltà latina

durarono, e il giure canonico, di romano giure impregnato, prevalse al

crudele diritto feudale. Per quella a cagioni infinite di slegamento

e contesa, e alle disgregate e minute sovranità dei Teutonici, fu

contrapposta la grande unità cristiana, il diritto collettivo d'ogni

sorta congregazioni, e il vivere e il deliberare a comune: per quella,

in fine, alla schiavitù rinnovellata sotto nome di vassallaggio, posero

freno e compenso le franchigie ecclesiastiche, e qualunque grado e

altezza di gerarchia mantenuto accessibile a tutto il popolo.

Non fu adulazione e lusinghería chiamar da Leone il secolo d'oro

delle lettere e delle arti nuove italiane, se con quel nome si volle

contrassegnare la Roma pontificale che apparve e fiorì, mettiamo, da

Nicolò V a papa Boncompagni od a Sisto V. Perchè forse nessuna città

dominante primeggia e sopravanza oggi tanto le altre per civiltà

e splendore di lettere, di quanto Roma in que' giorni eccedeva il

rimanente d'Europa, in gentilezza di arti, eleganza di vita, varietà

di sapere, copia e peregrinità delle cose ajutatrici degli studj;

nè in Italia medesima Firenze e Venezia potevano starle a petto. E

ancora che prevalesse il culto del bello, la filologia e l'erudizione,

nessuna parte ragguardevole dello scibile era trasandata, nè avuta in

sospetto (innanzi almeno allo scoppiare della Riforma), nè impedita

di speculare con ragionevole libertà il proprio subbietto: siccome

vedesi (a citar pure un esempio) dall'opera del Copernico dedicata ad

esso il pontefice, e dove l'antico sistema di Filolao veniva rifatto e

spacciato per vero; il medesimo che poi condusse Galileo nelle prigioni

del Sant'Officio. Ed ognun sa che infino all'anno 1549 stampavansi

le opere del Machiavelli, e publicavansi per l'Italia con ispeciali

privilegi della corte romana. Poi le proscrisse sì fattamente, che

sempre da ogni licenza del leggere libri inibiti venivano escluse.

Scritti politici · 第 290 / 310 题