Non accadono molte parole a mostrare la depressione estrema e finale di
Roma a rincontro delle potestà civili del mondo. Cominciò il Papato con
assai modestia e prudenza, vivendo a quelle sottomesso e obbediente,
pure allorquando assalivano ed invadevano alcuna libertà vera e
legittima della Chiesa: testimonj que' Cesari che nei negozj conciliari
e nelle discipline clericali più del debito s'intramettevano. Dal
che appare, che mentre con gli anni, migliorandosi la fortuna e
crescendo le forze del Pontificato, si pensò di mescolare la facoltà
ecclesiastica con la civile, e rendere questa grado per grado suddita
a quella; ne' primi secoli, invece, lo sforzo e l'ambizione de'
papi stringevasi tutta a dividere quant'era possibile l'un potere
dall'altro: e Papa Gelasio affermava, opera di Gesù Cristo essere la
lor divisione, e del Diavolo il lor meschiamento. Disfacendosi, poi,
d'ogni lato l'impero orientale, e quello dei barbari smembrandosi in
minuti regni, mantennesi il Papato per molti anni indipendente ed
illeso ne' proprj officii spirituali. Alzò la speranza e l'ardire
con le sacre dei re e de' nuovi Augusti, abilmente intervenendo ad
autenticare diritti dubiosi ed incerta legittimità di possesso. In
tal guisa pian piano ascendendo, e vinta più tardi la lite pertinace
e terribile delle investiture, trovò in fine arbitrio di sentenziare,
ch'egli era principio e fonte d'ogni potestà eziandio politica e laica,
e Cesare stesso ricavare da lui l'origine della propria.
E come in sul primo alla elezione dei papi occorreva l'assentimento
imperiale, nel procedere del tempo fu bisogno invece agli imperatori
di chiedere per sè medesimi conferma e consecrazione ai papi; e quindi
stimarono i popoli, che da solo il consiglio e l'autorità di Gregorio
V venisse in Germania ordinato il modo di eleggere i Cesari, corretto e
sancito dipoi dalla celebratissima Bolla d'oro. Tantochè, Innocenzo III
(spirito alto e magnanimo) negò da ultimo di riconoscere nel Vicario
dell'impero alcuna signorile giurisdizione, se dal pontefice non n'era
investito e dalle sacerdotali mani non ne pigliava le insegne.
Magnifica esaltazione fu questa, ma non duratura; e Bonifacio VIII,
che del generale e rapido mutar dei pensieri non ben s'avvedeva,
lottando con Filippo IV di Francia, cadde nel conflitto e trascinò seco
l'universale teocrazia; la quale mai non potè riaversi della guanciata
sacrilega e vile del Nogarette. Non la guarirono di quel colpo le
sottili teoriche del Bellarmino e della scuola di Salamanca intorno al
giure divino e sociale; non le ristampe e promulgazioni reiterate per
tutta Europa, e massime da Pio V, della bolla in _Cœna Domini_. Essendo
principalmente che re e signori, senza destar rumore e mover querele,
si difendevano e schermivano abilissimamente, negando alle stampe e
alle intimazioni di Roma il _placet_ e l'_exequatur_; e in quel mentre
stesso che commettevano ai giuristi di corte di far valere appresso
la pontificia segreteria l'escusazioni o i privilegi o i diritti di
lor corone, minacciavano di prigione e di forca il primo prete che ne
zittiva. Tanto poco furono meritati i pontefici di essersi posti in
lega strettissima col principato, abbandonando quasi al tutto la causa
de' popoli, e di guelfi facendosi ghibellini, e sforzandosi con gran
zelo di far sentire ai monarchi quanto necessario era di accordarsi
bene insieme, e mettere impedimento alle novità temerarie che d'ogni
banda prorompevano.
Così declinarono rapidamente nel mondo cattolico l'idea e la pratica
dell'universale teocrazia: benchè la corte di Roma ne venisse poi
con diligenza, industria ed ostinazione incredibile, conservando e
ristorando parecchie parti, le quali sminuzzate e particolareggiate
sotto nome e titolo di giurisdizioni ecclesiastiche, le davano ad
ogni poco buona entratura nelle faccende temporali dei regni; e con lo
Stato civile, con le cause miste, con le dispense, con le clausole dei
concordati e con simili altri intermettimenti, ella occupava per tutto
e sempre una porzione notabilissima sì del dritto publico generale e sì
dello speciale e proprio di ciascun popolo.
Ma verso il mezzo del secolo andato, le cose cambiarono e si
rinvertirono di maniera, che l'ingerimento indiscreto e illegittimo,
e la voglia immoderata d'usurpazione passò di nuovo, e con molto
minore scusa, dai pontefici ai principi. In mano di questi ridotto
l'eleggere i vescovi, e dispensare altri ufficii e onori da chiesa;
abolite le immunità; cacciati a forza i Gesuiti; soppresse in più
luoghi le mani morte; imposte regole al noviziato monastico; vôtati più
conventi e distribuítone altrui l'avere; sottomessi a forza i frati
alla giurisdizione de' diocesani; annullate le decime; salariato il
clero; occupata in gran parte la collazione de' beneficj; dappertutto
aggravata la suggezione del sacerdozio alla autorità laicale; un
pontefice vecchio méssosi in lungo viaggio e, contra tutte usanze,
venuto egli stesso a Vienna ad implorare da Cesare di non più oltre
manomettere le facoltà e i diritti della Chiesa Lombarda ed Austriaca,
e tornatosi inesaudito: e ciò tutto avanti del gran conquasso che i
rivolgimenti strani e vertiginosi di Francia recarono alla fiacca e
logora Europa. Confesserò bene che i tempi sembran da capo mutare,
e appresso molti governi si va moderando il proposito antico di
assoggettare la Chiesa allo Stato. Ma ciò accade per virtù d'un
principio avversato ed astiato oltremodo dalla Curia Romana, ed i
cui medesimi beneficj le sono sospetti e le san d'amaro. Io intendo
discorrere sì delle libertà politiche, e sì di quella preziosa ed
inviolabile, che domandano di coscienza. La massima odierna si è, che
il comando civile non penetra negl'intelletti e nelle coscienze; e però
essendo la Chiesa nella sua vera sostanza una spirituale potestà che
non dee voler dominare salvo che ne' cuori e negl'intelletti, e con
forze prettamente morali e persuasive, lo Stato non à ragione nè titolo
alcuno d'inframmessa e d'impero nei negozj di quella. Concetto santo
ed alla religione medesima salutifero; ma Roma non se ne accomoda, e
i frutti buoni che or ne coglie, teme di dovere scontare più tardi a
grandissimo prezzo. Nè in tali apprensioni e paure ella piglia inganno.
Chè, per lo vero, il termine ultimo della libertà di coscienza è
pareggiare innanzi allo Stato e alla legge tutte le confessioni e i
culti cristiani, e far trapassare la Chiesa Cattolica dalle ampiezze e
privilegi del dritto pubblico che ancor le rimangono, alla modestia e
alla ugualità del dritto privato, come alla Chiesa Cattolica Americana
di già interviene. Per fermo, le attinenze varie e gelose e le
mutue obbligazioni tra Chiesa e Stato, che al presente sono dubiose,
implicate e in contesa acerba ed interminabile, diverrebbero allora
nette, piane, agevoli ed accettabili d'ambo i lati. Ma il Cattolicesimo
dovrebbe, in tal presupposto, maggioreggiare per virtù e luce soltanto
di sua dottrina, e per l'efficacia degli esempj e dell'opere. Al qual
cimento andranno fidanti e sicuri gli schietti e mondi e fervorosi
cattolici, ma la Curia romana vi andrà trascinata e come la biscia
all'incanto.
Io penso che da voi e da qualunque discreto lettore sarò prosciolto
affatto dall'obbligo di provare lo scadimento compiuto ed irreparabile
del potere temporale dei papi. Chi dice di nol vedere, o s'infinge,
o è talpa dell'intelletto, o vive fuor del mondo e del secolo. Oggi
più che mai sta vero ciò che il Machiavello scriveva, trecent'anni or
sono; cioè a dire che _il papa à Stato e non lo difende, à sudditi e
non li governa_. Ma più non è vero quel ch'ei soggiungeva, e cioè che
_li sudditi, per non essere governati, non se ne curano, nè pensano
nè possono alienarsi da lui_. Oggi se ne curano tanto, che per fuggire
lo sgovernato regno de' chierici, darebbersi in braccio, io stava per
dire, al Russo od all'Ottomano; e stimo che non si dia fra le nazioni
cristiane un reggimento, e così odiato insieme e così spregiato: però è
debolissimo e disordinatissimo. Nè senza l'armi de' forestieri può star
su in piedi, ed esso le accetta insieme e le abborre con tutta l'anima;
onde particolarmente fra l'Austria e lui sembra da lunghissimi anni
durare l'un di que' patti che le leggende raccontano essere più d'una
volta seguiti tra l'uomo e alcuna potenza infernale, con iscambievole
necessità e detestazione. Quanti passi à fatto il mondo in questi
ultimi tempi nella scienza delle leggi e nell'arte del governare, di
tanto s'è lasciata scoprire la inabilità e inettitudine dei prelati, la
quale ora è veramente spettacolosa all'Europa. Nessuno poi (stimo io)
può indursi a credere che ciò non sia effetto insieme e cagione assai
ponderosa dell'affrettato e continuo abbassare del Vaticano. Nè la cosa
è mai per mutare: e sappiano i Diplomatici, qualora ei s'infingessero
d'ignorarlo, che niuna loro industria, preghiera, esortazione ed
ammonizione trarrà il governo ecclesiastico a qualche termine di bontà
e di saggezza civile e politica; ed i suoi sudditi continueranno senza
posa ed interruzione ad impoverire, e la plebe ad ingaglioffarsi, e
tutti a scadere più sempre e miseramente in ogni qualità e modo del
vivere privato e publico.
Le investiture de' beneficj; le possessioni e ricchezze de' monaci,
fautori naturali e propagatori dell'alta balía dei papi; i feudi
e principati ecclesiastici, sparsi segnatamente per la Germania; i
tribunali di mista giurisdizione; la Santa Inquisizione, e simili
altre forme e maniere di potestà, io son dubioso di rassegnare tra le
temporali prerogative di Roma, ovvero tra le spirituali. Ma, di qua
o di là che si pongano, questo permane certo, ch'elle sono privilegj
e mezzi di forte e generale dominazione, i quali scemano e scapitano
tutto giorno, e a non lungo andare ne rimarrà piuttosto la memoria che
il fatto. Di feudi ecclesiastici e della Santa Inquisizione non è più
vestigio, eccetto che in Roma; delle giudicature miste sussistono assai
pochi avanzi. Nelle principali provincie della cristianità, le frateríe
(come testè si accennava) o soppresse o de' beni loro spogliate, e le
ancora esistenti, voi le scorgete senza credito e senza valor morale, e
ignoranti e goffe la maggior parte. Nè Roma in sì lungo spazio à saputo
correggerle, addottrinarle, rigenerarle e renderle fazionate agli abiti
nuovi e alle nuove tendenze del secolo. Sopra che io dico: avvi egli
dimostrazione di vecchiezza e discadimento più chiara di questa, che
il pontificato o non s'accorga o stiasi inerte ed inoperante a veder
calare e discreditarsi per ogni luogo queste sue milizie e colonie,
mandate un giorno insino agli ultimi termini della terra, e per mezzo a
tutte le genti, a predicare la maestà del suo seggio, e la gloria della
sua corte?