V.

Non accadono molte parole a mostrare la depressione estrema e finale di

Roma a rincontro delle potestà civili del mondo. Cominciò il Papato con

assai modestia e prudenza, vivendo a quelle sottomesso e obbediente,

pure allorquando assalivano ed invadevano alcuna libertà vera e

legittima della Chiesa: testimonj que' Cesari che nei negozj conciliari

e nelle discipline clericali più del debito s'intramettevano. Dal

che appare, che mentre con gli anni, migliorandosi la fortuna e

crescendo le forze del Pontificato, si pensò di mescolare la facoltà

ecclesiastica con la civile, e rendere questa grado per grado suddita

a quella; ne' primi secoli, invece, lo sforzo e l'ambizione de'

papi stringevasi tutta a dividere quant'era possibile l'un potere

dall'altro: e Papa Gelasio affermava, opera di Gesù Cristo essere la

lor divisione, e del Diavolo il lor meschiamento. Disfacendosi, poi,

d'ogni lato l'impero orientale, e quello dei barbari smembrandosi in

minuti regni, mantennesi il Papato per molti anni indipendente ed

illeso ne' proprj officii spirituali. Alzò la speranza e l'ardire

con le sacre dei re e de' nuovi Augusti, abilmente intervenendo ad

autenticare diritti dubiosi ed incerta legittimità di possesso. In

tal guisa pian piano ascendendo, e vinta più tardi la lite pertinace

e terribile delle investiture, trovò in fine arbitrio di sentenziare,

ch'egli era principio e fonte d'ogni potestà eziandio politica e laica,

e Cesare stesso ricavare da lui l'origine della propria.

E come in sul primo alla elezione dei papi occorreva l'assentimento

imperiale, nel procedere del tempo fu bisogno invece agli imperatori

di chiedere per sè medesimi conferma e consecrazione ai papi; e quindi

stimarono i popoli, che da solo il consiglio e l'autorità di Gregorio

V venisse in Germania ordinato il modo di eleggere i Cesari, corretto e

sancito dipoi dalla celebratissima Bolla d'oro. Tantochè, Innocenzo III

(spirito alto e magnanimo) negò da ultimo di riconoscere nel Vicario

dell'impero alcuna signorile giurisdizione, se dal pontefice non n'era

investito e dalle sacerdotali mani non ne pigliava le insegne.

Magnifica esaltazione fu questa, ma non duratura; e Bonifacio VIII,

che del generale e rapido mutar dei pensieri non ben s'avvedeva,

lottando con Filippo IV di Francia, cadde nel conflitto e trascinò seco

l'universale teocrazia; la quale mai non potè riaversi della guanciata

sacrilega e vile del Nogarette. Non la guarirono di quel colpo le

sottili teoriche del Bellarmino e della scuola di Salamanca intorno al

giure divino e sociale; non le ristampe e promulgazioni reiterate per

tutta Europa, e massime da Pio V, della bolla in _Cœna Domini_. Essendo

principalmente che re e signori, senza destar rumore e mover querele,

si difendevano e schermivano abilissimamente, negando alle stampe e

alle intimazioni di Roma il _placet_ e l'_exequatur_; e in quel mentre

stesso che commettevano ai giuristi di corte di far valere appresso

la pontificia segreteria l'escusazioni o i privilegi o i diritti di

lor corone, minacciavano di prigione e di forca il primo prete che ne

zittiva. Tanto poco furono meritati i pontefici di essersi posti in

lega strettissima col principato, abbandonando quasi al tutto la causa

de' popoli, e di guelfi facendosi ghibellini, e sforzandosi con gran

zelo di far sentire ai monarchi quanto necessario era di accordarsi

bene insieme, e mettere impedimento alle novità temerarie che d'ogni

banda prorompevano.

Così declinarono rapidamente nel mondo cattolico l'idea e la pratica

dell'universale teocrazia: benchè la corte di Roma ne venisse poi

con diligenza, industria ed ostinazione incredibile, conservando e

ristorando parecchie parti, le quali sminuzzate e particolareggiate

sotto nome e titolo di giurisdizioni ecclesiastiche, le davano ad

ogni poco buona entratura nelle faccende temporali dei regni; e con lo

Stato civile, con le cause miste, con le dispense, con le clausole dei

concordati e con simili altri intermettimenti, ella occupava per tutto

e sempre una porzione notabilissima sì del dritto publico generale e sì

dello speciale e proprio di ciascun popolo.

Ma verso il mezzo del secolo andato, le cose cambiarono e si

rinvertirono di maniera, che l'ingerimento indiscreto e illegittimo,

e la voglia immoderata d'usurpazione passò di nuovo, e con molto

minore scusa, dai pontefici ai principi. In mano di questi ridotto

l'eleggere i vescovi, e dispensare altri ufficii e onori da chiesa;

abolite le immunità; cacciati a forza i Gesuiti; soppresse in più

luoghi le mani morte; imposte regole al noviziato monastico; vôtati più

conventi e distribuítone altrui l'avere; sottomessi a forza i frati

alla giurisdizione de' diocesani; annullate le decime; salariato il

clero; occupata in gran parte la collazione de' beneficj; dappertutto

aggravata la suggezione del sacerdozio alla autorità laicale; un

pontefice vecchio méssosi in lungo viaggio e, contra tutte usanze,

venuto egli stesso a Vienna ad implorare da Cesare di non più oltre

manomettere le facoltà e i diritti della Chiesa Lombarda ed Austriaca,

e tornatosi inesaudito: e ciò tutto avanti del gran conquasso che i

rivolgimenti strani e vertiginosi di Francia recarono alla fiacca e

logora Europa. Confesserò bene che i tempi sembran da capo mutare,

e appresso molti governi si va moderando il proposito antico di

assoggettare la Chiesa allo Stato. Ma ciò accade per virtù d'un

principio avversato ed astiato oltremodo dalla Curia Romana, ed i

cui medesimi beneficj le sono sospetti e le san d'amaro. Io intendo

discorrere sì delle libertà politiche, e sì di quella preziosa ed

inviolabile, che domandano di coscienza. La massima odierna si è, che

il comando civile non penetra negl'intelletti e nelle coscienze; e però

essendo la Chiesa nella sua vera sostanza una spirituale potestà che

non dee voler dominare salvo che ne' cuori e negl'intelletti, e con

forze prettamente morali e persuasive, lo Stato non à ragione nè titolo

alcuno d'inframmessa e d'impero nei negozj di quella. Concetto santo

ed alla religione medesima salutifero; ma Roma non se ne accomoda, e

i frutti buoni che or ne coglie, teme di dovere scontare più tardi a

grandissimo prezzo. Nè in tali apprensioni e paure ella piglia inganno.

Chè, per lo vero, il termine ultimo della libertà di coscienza è

pareggiare innanzi allo Stato e alla legge tutte le confessioni e i

culti cristiani, e far trapassare la Chiesa Cattolica dalle ampiezze e

privilegi del dritto pubblico che ancor le rimangono, alla modestia e

alla ugualità del dritto privato, come alla Chiesa Cattolica Americana

di già interviene. Per fermo, le attinenze varie e gelose e le

mutue obbligazioni tra Chiesa e Stato, che al presente sono dubiose,

implicate e in contesa acerba ed interminabile, diverrebbero allora

nette, piane, agevoli ed accettabili d'ambo i lati. Ma il Cattolicesimo

dovrebbe, in tal presupposto, maggioreggiare per virtù e luce soltanto

di sua dottrina, e per l'efficacia degli esempj e dell'opere. Al qual

cimento andranno fidanti e sicuri gli schietti e mondi e fervorosi

cattolici, ma la Curia romana vi andrà trascinata e come la biscia

all'incanto.

Io penso che da voi e da qualunque discreto lettore sarò prosciolto

affatto dall'obbligo di provare lo scadimento compiuto ed irreparabile

del potere temporale dei papi. Chi dice di nol vedere, o s'infinge,

o è talpa dell'intelletto, o vive fuor del mondo e del secolo. Oggi

più che mai sta vero ciò che il Machiavello scriveva, trecent'anni or

sono; cioè a dire che _il papa à Stato e non lo difende, à sudditi e

non li governa_. Ma più non è vero quel ch'ei soggiungeva, e cioè che

_li sudditi, per non essere governati, non se ne curano, nè pensano

nè possono alienarsi da lui_. Oggi se ne curano tanto, che per fuggire

lo sgovernato regno de' chierici, darebbersi in braccio, io stava per

dire, al Russo od all'Ottomano; e stimo che non si dia fra le nazioni

cristiane un reggimento, e così odiato insieme e così spregiato: però è

debolissimo e disordinatissimo. Nè senza l'armi de' forestieri può star

su in piedi, ed esso le accetta insieme e le abborre con tutta l'anima;

onde particolarmente fra l'Austria e lui sembra da lunghissimi anni

durare l'un di que' patti che le leggende raccontano essere più d'una

volta seguiti tra l'uomo e alcuna potenza infernale, con iscambievole

necessità e detestazione. Quanti passi à fatto il mondo in questi

ultimi tempi nella scienza delle leggi e nell'arte del governare, di

tanto s'è lasciata scoprire la inabilità e inettitudine dei prelati, la

quale ora è veramente spettacolosa all'Europa. Nessuno poi (stimo io)

può indursi a credere che ciò non sia effetto insieme e cagione assai

ponderosa dell'affrettato e continuo abbassare del Vaticano. Nè la cosa

è mai per mutare: e sappiano i Diplomatici, qualora ei s'infingessero

d'ignorarlo, che niuna loro industria, preghiera, esortazione ed

ammonizione trarrà il governo ecclesiastico a qualche termine di bontà

e di saggezza civile e politica; ed i suoi sudditi continueranno senza

posa ed interruzione ad impoverire, e la plebe ad ingaglioffarsi, e

tutti a scadere più sempre e miseramente in ogni qualità e modo del

vivere privato e publico.

Le investiture de' beneficj; le possessioni e ricchezze de' monaci,

fautori naturali e propagatori dell'alta balía dei papi; i feudi

e principati ecclesiastici, sparsi segnatamente per la Germania; i

tribunali di mista giurisdizione; la Santa Inquisizione, e simili

altre forme e maniere di potestà, io son dubioso di rassegnare tra le

temporali prerogative di Roma, ovvero tra le spirituali. Ma, di qua

o di là che si pongano, questo permane certo, ch'elle sono privilegj

e mezzi di forte e generale dominazione, i quali scemano e scapitano

tutto giorno, e a non lungo andare ne rimarrà piuttosto la memoria che

il fatto. Di feudi ecclesiastici e della Santa Inquisizione non è più

vestigio, eccetto che in Roma; delle giudicature miste sussistono assai

pochi avanzi. Nelle principali provincie della cristianità, le frateríe

(come testè si accennava) o soppresse o de' beni loro spogliate, e le

ancora esistenti, voi le scorgete senza credito e senza valor morale, e

ignoranti e goffe la maggior parte. Nè Roma in sì lungo spazio à saputo

correggerle, addottrinarle, rigenerarle e renderle fazionate agli abiti

nuovi e alle nuove tendenze del secolo. Sopra che io dico: avvi egli

dimostrazione di vecchiezza e discadimento più chiara di questa, che

il pontificato o non s'accorga o stiasi inerte ed inoperante a veder

calare e discreditarsi per ogni luogo queste sue milizie e colonie,

mandate un giorno insino agli ultimi termini della terra, e per mezzo a

tutte le genti, a predicare la maestà del suo seggio, e la gloria della

sua corte?

Scritti politici · 第 289 / 310 题