IV.

Da chiunque conosce fiore delle storie ecclesiastiche verrà confessato,

che in tutta quasi la età di mezzo nessuna maniera di potenza e nessuna

specie di grandezza civile conobbe il mondo, la quale non rilucesse

in massimo grado nel Pontificato romano. E può dirsi anzi, che la

civiltà tuttaquanta foggiavasi allora e informavasi unicamente delle

fogge e forme che le porgeva la cattolicità, e però i capi supremi di

questa. Ai dì nostri, per contrario, è visibile che alcune di quelle

potestà e maggioríe sono affatto scomparse, e in tutte le rimanenti

è precipitosa declinazione; quando pure non se ne voglia eccettuare

quella tendenza perpetua della Roma papale, a ridurre di più in più

il reggimento della Chiesa a stretta forma di monarcato. Nel che io

concedo Roma non essere declinata; ed anzi, i modi del suo governo

tenere assai più del regio e dell'assoluto quest'oggi, che non ai tempi

(poniamo) d'Ildebrando e di Bonifacio. Perchè, sebbene ai giorni loro

niuno sospettasse dell'autenticazione e veracità delle false Decretali,

e tuttochè le sentenze d'un libro che ascrivesi comunalmente a Gregorio

VII[48] ricevessero confermazione dalla Sinodo ch'egli convocava appo

sè in Laterano nel 1076, e ponessero con ciò il colmo all'autorità dei

pontefici, così per la giurisdizione come per gli uffizj nell'Ordine;

purnondimeno confuse e mal definite e dubiamente applicate si

rimanevano in molta porzione quelle dottrine, e vi ostavano tuttogiorno

usanze e possessi antichi, privilegi e prepotenze di principi. E però,

all'arbitrio pieno ed incontroverso che le più volte esercitavano que'

pontefici nel reggimento della Chiesa, si vuole assegnare per cagione

principalissima l'altezza di mente, l'energia propria e fortunata

di parecchi di loro; e la ignoranza, lo scompiglio e la dissoluzione

estrema dei tempi.

Non vi sia di tedio, o Signore, lasciarmi alquanto discorrere questa

materia in cui giova insistere per maggiore dichiarazione del nostro

subbietto.

Dico, dunque, che il dominio assoluto dei papi trovò conferma e

sanzione solenne più tardi, e particolarmente dalla Sinodo tridentina,

la quale nol contradisse, e, fuori assai dell'aspettazione comune,

contradisse invece le massime ristrettive dei concilj di Costanza e

di Basilea. Vero è che alquante cose ne tagliò e corresse; ma con ciò

appunto a tutto il gran rimanente pose suggello, e stimò di rimarginare

le piaghe mortali aperte nel Papato dalla servitù avignonese e dallo

scisma durato non meno di quarant'anni. Più modernamente non sostenne

quel dominio assalti e guerre pericolose; imperocchè le dichiarazioni

del clero francese nel 1682 non vennero dall'Europa imitate, e

l'opposizione di Porto Reale affogò nella teologia.

A me non compete il giudicio del fatto. Ma sembrami utile assai che

il mondo se ne ricordi, e si noti con più diligenza il trapassare

che à fatto la comunione cattolica dagl'istituti (come in politica si

direbbe) popolari e misti, a quelli di monarchia poco meno che intera e

arbitraria.

A coloro cui mette spavento l'udir parlare di mutazione e di novità

nella Chiesa, io maraviglio forte come non faccia alcuna apprensione

nè svegli alcun dubio questa verissima e sostanzialissima alterazione

insinuatasi nell'orbe cattolico. Per fermo, ei non negheranno che

l'elezioni de' vescovi a popolo da prima si diradassero, e poi si

stringessero all'ordine solo dei preti, più tardi ai soli capitoli

delle cattedrali, e da ultimo cadessero tutte o in mano al pontefice,

ovvero in mano de' principi, con ciascuno de' quali (rimosso ed escluso

affatto il popolo e il clero) patteggia quegli di pieno arbitrio e

stipula i concordati: il cui primo esempio infelice quello fu tra Leone

e Francesco I, ove molto guadagnò il papa, moltissimo il re, e perdè

invece ogni cosa il clero, usato a richiamarsi ai principj e ai diritti

della Prammatica sanzione.

Per simil guisa, come in principio ogni vescovo perveniva alla

risoluzione de' negozj con l'ajuto e consiglio del presbiterio suo;

e i Patriarchi, i Primati e i Metropolitani, con quello dei Vescovi

suffraganei e de' Sinodi Provinciali e talvolta de' nazionali; e il

Papa, infine, con l'assistenza, autorità e consultazione di tutti essi:

in decorso di età, i vescovi pigliarono avviso o dal proprio senno

o dai mandamenti di Roma; e i papi, sempre meno solleciti di adunar

concilj, e raccolta ogni potestà consultiva nel Collegio de' cardinali,

terminarono col non molto inclinare ed attendere a questo medesimo, non

ostante i capitoli ristrettivi e severi giurati innanzi da Martino V e

da Eugenio IV, poi da Paolo II, e da talun altro lor successore. E dove

peraddietro ogni faccenda di momento deliberavasi in Concistoro, e si

pubblicavano le risoluzioni come fatte _de consensu Fratrum_, oggi quel

consentimento o non è domandato, o vien presupposto, o piglia valore

ed uso di cerimonia. Oltre di ciò, il titolo arrogatosi dai pontefici

di patriarchi d'Occidente; le riserve senza misura moltiplicate; le

cause avocate a Roma da tutte parti del mondo; i legati nelle provincie

spediti con facoltà imperiose e superlative; le fraterie dall'obbedire

agli ordinarj esentate; le dispense copiose e gli innumerabili

privilegi e favori che dal Quirinale tuttogiorno provengono,

sottraendo, come può scorgere ognuno, e derogando l'un di più che

l'altro alla giurisdizione propria dei vescovi, ànno altrettanto

aggrandita ed esagerata quella dei papi. La quale, d'altra banda, di

semplice esecutrice e custode di leggi, sembra ascesa e trapassata alla

gran potestà di quelle creare e mutare. E veramente, da lunghissimo

tempo le decretali e le bolle competono di materia, di maestà e di

forza, coi canoni più vetusti e solenni. Il perchè, la legislazione

ecclesiastica, guardata e avvisata negli usi suoi cotidiani e nel

concetto de' moderni, tende a convertirsi in un Editto papale perpetuo,

come di già nel civile l'Editto imperatorio pigliava il luogo dei

Senatoconsulti e dei Plebisciti.

Nè già si nega che questo condursi pian piano il Pontificato a più

stretti ordini di monarchia, fu condizione e incremento naturale di

cose, meglio che arte e ambizione di prelati e curiali. Conciossiachè,

lasciando stare l'altre ragioni, ei si fa manifesto per sè medesimo,

che in un gran corpo sociale composto di membra diverse, interessi

discordi, comunità orgogliose, superiori gareggianti, appena scema e

rallentasi quella caritevole unione che le virtù e lo zelo primitivo

ed eroico annodarono, bisogna o correr pericolo di scissure e

dismembramenti, o che cresca e pigli nerbo una forza interiore,

unitrice e moderatrice. E tanto è ciò vero, che al forse smoderato

predominio papale, ognuno, dopo lo scisma germanico, cedette luogo,

e lo reputò salutevole e necessario, singolarmente in Italia, fatta

provincia spagnuola, e dove il Papato serbava ancora alla nostra

nazione alcun titolo di preminenza. Io voglio unicamente notare fra

voi e me, che per lo stesso naturale procedere delle cose, la potestà

monarcale, ed anzi ogni potestà di governo, sia in uno o in pochi o in

tutti raccolta e compiuta, rischia di disfarsi e perire tuttavolta che

a sè medesima non procura un limite, una competenza ed un sindacato. E

si affermi pure, che il pontificato romano non possa disfarsi e perire;

può nondimeno infiacchirsi e scadere, e tutti i danni e gli sfregi

patire della infermità, della decrepitezza e dello scredito universale.

E però, con gran senno parlava quel vescovo di Granata ai Padri di

Trento, che s'egli con ardore venia fiancheggiando i diritti e le

giurisdizioni dei vescovi, ciò era appunto perchè volea salva e integra

in futuro l'obbedienza e l'ossequio de' popoli inverso la Santa Sede.

Per fermo, se al presente travagliare della Roma spirituale sono da

attribuirsi altre molte cagioni oltre l'imperio di lei eccessivamente

assoluto, questo, per lo meno, la reca ad un'accidia e ad un languore

funesto ed immedicabile, e rendela insufficiente ad ogni gran gesto,

e incapace per niuna guisa di restaurarsi e di rifiorire. Attesochè

non ferve la vita e non si mantiene rigogliosa e operante laddove

alle facoltà e doti de' valentuomini non è lasciato libero spazio e

sicuro; nè dove i premj e gli onori poco dipendono dalla virtù e molto

dal patrocinio; e dove, alfine, tutto si compie o col regolo di viete

prammatiche o col maneggio de' cortigiani.

Scritti politici · 第 288 / 310 题