III.

V'à parecchi onesti e timorati, ai quali ogni pensiero d'innovazione,

tuttochè ristretta alle condizioni esteriori e non sostanziali del

Papato, sembra arditezza e profanità incomportabile, e uno sdrucciolo

all'eterodossia e alla miscredenza. Ma perchè non può accadere a' dì

nostri ciò stesso che più d'una volta à la Chiesa veduto e approvato

senza scandalo e nocumento, e rimanendosi intatta nell'essere proprio

e ne' suoi principj di scienza e di pratica? Ei si conviene o tener

chiuse tutte le storie, o lette dimenticarle, perchè risolutamente si

neghi le forme del Papato e la costituzione della gerarchia suprema

cattolica, non avere sostenuto mai mutazione profonda. Ma il vero è pur

questo, che tra le forme e disposizioni del Papato quale esercitavasi

da Gregorio Magno, e l'altre che incominciarono ad attuarsi e valere

per opera segnatamente di Niccolò II e Gregorio VII, interviene

assai più differenza di quella che, al mio sentire, ricercherebbesi

oggi a ricondurre in concordia piena, e d'infiniti beni ubertosa, la

civiltà e la religione. Parlo di notizie ovvie e non peregrine; pure

è necessità ricordarle a chi non le ignora, ma le dissimula. Gregorio

Magno poteva ogni cosa; e i maggiori negozj e le più dure discettazioni

d'Italia e dell'Occidente venivano trattate da lui, e con autorità

e sapienza composte. Ma tutto ciò, non per diritto di principato,

non perchè sudditi avesse nè esercito nè navile nè publico erario,

ma sì mediante un sommo arbitrato che i popoli nelle differenze loro

gli concedevano, per caldo di religione, e per la gran sicurezza

ch'entrava negli animi del senno civile di lui, non uguale solamente ma

superiore al secolo tralignato e ruinante a barbarie. Ildebrando, in

quella vece, aggiungeva al pastorale lo scettro; e non contento delle

provincie le quali già tenevano i papi da Carlo Magno, rifermava i

Normanni sul trono di Napoli con titolo di suoi tributarj, e pretendeva

diritti regj altresì sull'Ungheria, Danimarca, Croazia e Dalmazia; e a

Guglielmo il conquistatore ingiunse di riconoscere da lui solo il reame

d'Inghilterra, e di fargliene omaggio. Parvi egli, illustre Signore,

poca e leggiera trasmutazione, passare nel temporale dallo stato di

soggetto a quel di monarca, e la mansueta autorità dei Vangeli armare

di mondana potenza, fornirla di soldati, di balzelli e di giustizieri?

Ma vi è più oltre di novità. Gregorio Magno non solo piacevasi di

riconoscere i Cesari a sè superiori nelle faccende del secolo, ma li

comportava tali in molta porzione altresì della polizia esteriore

ecclesiastica; e obbedivali eziandio (quello che importa assai di

notare) ne' comandi che gli parevano gravosi al clero, e, sotto qualche

rispetto, dannosi al far prosperare la religione: come testimonia

quella lettera sua, mille volte citata, a Maurizio imperatore.[47]

In quel cambio, Gregorio VII e i suoi prossimi successori stimarono

a sè inferiori e soggetti i Cesari e tutti i monarchi del mondo,

i quali (uso della comparazione che leggesi nelle bolle), come la

luna piglia splendore dal sole, pigliano dal pontefice, sole della

cristianità, l'autorevole lume proprio. Quindi ai papi venne pensato

di ben potere (dove occorresse estremo castigo) deporre i monarchi

dai seggi loro, e dispossessarli d'ogni diritto, e dal debito di

sommessione e obbedienza disciogliere i popoli, ed anzi armarli alle

volte contro quelli e crocesignarli. Là, pertanto, con San Gregorio, un

pontificato affatto spirituale e che nulla del mondano s'arroga; qua,

con Ildebrando e coi proseguenti l'opera sua, un pontificato provisto

di regale giurisdizione, e divenuto signore ed arbitro delle corone.

Là, due potestà divise ed indipendenti ne' proprj ufficii; qua, una

sola, suprema e impartibile, che tutte l'altre soggioga, e la quale

fabbrica e innalza al colmo la universale teocrazia. Nè perciò tutte le

differenze peranco sono avvisate ed annoverate. Gregorio Magno era dai

suffragi del popolo, con liberi e appropriati comizj, eletto ed alzato

allo splendore e alla santità della tiara. Gregorio VII, invece, veniva

scelto e salutato pontefice nello stretto collegio de' cardinali,

istituzione singolare e novissima nella Chiesa. D'altre minori varietà

e differenze fra i due tempi paragonati, me ne passerò con silenzio;

parendomi che alle testè ricordate non se ne possano trovare e neppur

pensare delle maggiori.

Al presente, io mantengo essere al Papato sopravvenuta una

indeclinabile necessità di cambiare in sè stesso parecchie condizioni

e costituzioni; ed, al creder mio, nessuno fa guerra più pericolosa e

spietata al bene di quello, quanto chi si ostina a volerlo intatto ed

immobile in ogni sua forma attuale.

E che? sembrami già udir gridare i Farisei d'oltremonte, avresti tu

animo d'assomigliare la Roma spirituale moderna a quella di Nicolò e

d'Alessandro II o del suo magnanimo succeditore? Dove oggidì le fazioni

che si accoltellano e uccidono sulle piazze per tirare a sè col sangue

civile la elezione d'un papa? Dove oggi il concubinato del clero, le

simonie cotidiane, la feudale oltracotanza che invade il tempio santo

di Dio, e trasforma i prelati in baroni e le badie in castelli? Dove

la generalità dei preti e dei monaci oppressa e tiranneggiata dai

Vescovi fatti principi, e sì potenti divenuti di terre e vassalli,

che rendevano necessaria in Gregorio VII quella specie di dittatura,

e quelle arti medesime di cui più tardi usarono tutti i monarchi per

isciogliere e disfare le aristocrazie? Rispondo (se mi si concede

lingua), che i corpi morali infermano siccome i fisici di malattie

strane e diversissime infra di loro, ma pur simili in ciò che annullano

con effetto uguale la sanità; e posto che sieno gravi ed assai

radicate, ricercano pronto ed eroico rimedio. Nella età d'Ildebrando e

d'altri che il precedettero, il Papato ammalava d'ardente e acutissima

febbre; oggi è infermo di languore e di cascante vecchiezza. Roma

allora farneticava, oggi decrepita bamboleggia. L'un caso è dall'altro

differentissimo; ma in entrambi fanno mestieri farmachi vigorosi e

solleciti, sebbene di diversa natura e virtù.

Che manca ora al discorso? Certo, che si dimostri il vero di tanto

decadimento. Ma per gli uni è cosa manifestissima; per altri non

basterebber volumi a provarlo, perchè il vero che s'odia, quanto più

splende, con più sfrontatezza è negato. Fra le due schiere avversarie

rimangono molti non preoccupati e però imparziali, ma poveri di notizie

e impazienti di far ragguaglio minuto ed esatto fra tempi e cose tanto

diverse e lontane; e ad essi un compendio appunto di quelle notizie

tornerebbe, io credo, gratissimo e profittevole. Lasciatemi, dunque,

o Signore, delinearlo per sommi capi e com'io l'intendo. Userò parole

da storico, e forse più magistrali che una lettera non comporta; ma da

niuno scrittore e con nessun'arte si può combattere le necessità del

suo têma. A comparazione, poi, della vasta materia, sarò brevissimo.

Darò dei fatti poc'altro che un giusto elenco, ma tutti veri e

palpabili; quindi sufficientissimi a costruire buona dimostrazione.

Scritti politici · 第 287 / 310 题