Consento e lodo assaissimo quel pronunziare che fate, che le cose
romane non possono convenientemente trattarsi con l'osservazione sola
de' casi politici, e con l'indagar le cagioni più materiali e più
prossime. E veramente, chi durerà nel dubio e nell'incertezza intorno
di ciò, pensando che il supremo pontificato, di qualunque forza
mondana e di qualunque regio splendore si attornii, sempre rimane una
potestà essenzialmente spirituale, e la cui viva scaturigine è dal
lato dell'uomo riposta tutta quanta nelle comuni credenze? Di quindi
proviene la necessità (lasciate l'altre ricerche) di esaminare parte
per parte cotale ultimo sostentamento della Roma papale, e di scoprire
e indicare preciso quali alterazioni profonde ed intrinseche vi sieno
accadute, e come cessarle durevolmente.
V'à taluni publicisti in Francia, a cui pare oggi il Pontificato
sanissimo ed interissimo in ogni sua condizione, e pur tanto buono
e perfetto, che sono tinti di resía tutti coloro a cui entra in capo
di dubitarne; e riottosi e pessimi sono que' tre milioni d'uomini cui
non garbeggia gran fatto la paterna e mite censura del Sant'Uffizio,
e il dover rimanere esclusi soli essi e in perpetuo dalle private
e politiche libertà, di che godono o son per godere tra breve
tutte quante le nazioni civili d'Europa. Ma costoro volendo troppo
glorificare il papato, a me sembra che lo bestemmino, e travaglinsi a
scavargli sotto a' piedi la fossa, troppo meglio de' suoi nemici.
V'à poi la schiera de' Diplomatici (io volea quasi dire turba), la
quale o non vede o nega il pregio e l'importanza di tutto ciò che
trapassa le arti loro e pon fondamento nelle coscienze, ed al cui
buon esito nè i ripieghi de' protocolli tornano sufficienti, nè quelle
simulazioni e malizie da cortigiani, condite di urbanità e di eleganza.
Nel Giulio Cesare di Shakespeare, certo ciabattino romano, per
nobilitare l'arte propria, chiama sè stesso, con lepida antonomasia,
un chirurgo di scarpe. A me, dico il vero, dove senta discorrere di
Diplomazia, torna mio malgrado a mente quel ciabattino del gran poeta,
perchè là pure sotto magnifico nome veggo nascosta un'arte infelice
di rattoppare cose vecchie e logore, che di lì a poco torneranno a
sconciarsi.
Ma, come ciò sia, il pronunziato vostro rimane verissimo, che discutere
fondatamente del dominio temporale dei papi mai non si può, senza
discutere insieme, non che delle sorti comuni d'Italia, ma dell'essere
altresì sostanziale ed universale della cattolicità, e senza porsi a
scrutare le disposizioni odierne de' popoli intorno alla fede, e quello
che sia per ricondurre nei cuori una religione sincera e viva, e perciò
razionabile e non cavillosa, e conformissima punto per punto alla
scienza e alla civiltà.
Io, per me, sento di potervi bene asserire, che in nessun argomento
morale e politico ò fermato il pensiere più lungamente e sì spesso,
come in questo del principato ecclesiastico; mosso a ciò eziandio dalla
necessità, sì per essermi tocca la mala fortuna di nascere a quello
soggetto, e sì per avere a cagion d'esso la miglior parte della vita
trascorso nelle amaritudini dell'esilio. Così, dopo assai meditare
ed esaminare, dopo raffrontate le storie antiche con esse medesime
e con le presenti realità, e i fatti con le idee, e le applicazioni
coi principj, sono da ultimo venuto io pure nella conclusione, che a
rispetto di Roma, la controversia politica in niuna maniera non può
separarsi e disciogliersi dalla spirituale, siccome quelle che sono
ambedue informate da una sola e stessa ragione e natura; e chi presume
di tenerle divise e trattar l'una in disparte dall'altra, incorre ad
ogni tratto in palpabili contradizioni, e somiglia quello inabile e
sciocco artista che volesse in alcuna pittura emendare e mutare le
pieghe d'un velo o d'un panno, senza porre veruno studio a conoscere
il corpo e i membri che ne sono vestiti; conciossiachè al principato
ecclesiastico dà contorni e pieghe la spirituale persona che il regge.
E da ciò procede parimente, che in verun altro subbietto di scienza
civile insorge fluttuazione e discrepanza maggiore di pareri e giudicj;
in nessuno alla verità dei principj contradice e ripugna da ultimo sì
manifestamente il fatto, e in nessuno la guerra intestina e sempre mai
rinascente dei contrarj elementi annulla i trovati e le risoluzioni dei
gran politici.
Leviámone qualche saggio non men curioso che istruttivo. E prima,
voi v'imbattete in molti i quali (come onestissimi e al papato assai
riverenti) si sdegnano dell'opinione che si professa oltremonte, che
pel Papato non dica bene altra maniera di dominio temporale, eccetto la
dispotica; e sì provano con ragioni eccellenti, la libertà non dovere
mai riuscire avversa ed inconciliabile col principato ecclesiastico,
ed anzi dovergli prestar vigorezza e favore. Ma, per contrario, lo
scritto vostro afferma e prova con l'evidenza del fatto, che lo Statuto
romano nè fu dalla prelatura accettato lealmente, nè voluto eseguire
mai, salvo che per cessare i fieri e instanti pericoli. D'altro lato,
tal quale esso è (e parve prodigio), inchiude cento clausole e cento
riserbi da rendere vana (ove occorra e il consentano i tempi) qualunque
franchigia publica, e tutta la macchina del governo rappresentativo. Il
perchè, ogni mente oculata è costretta di credere, che rimanendosi Roma
quale oggi si vede, e le discipline della sua Curia e le condizioni
del Pontificato quali al presente sussistono, ogni qualunque specie di
costituzione liberale o diventerebbe in poco d'ora un nome vanissimo,
o saría cagione di guerra dolorosa ed interminabile tra la corte ed
il popolo, anzi tra la corte e qualunque altra potestà indipendente da
lei.
La repentina e terribile necessità dei casi (io replico) carpì ai
cardinali quell'informe Statuto; dileguandosi la necessità, doveva
esso o cadere, o fare illusorie le libertà che promette. Dopo la
battaglia di Custoza, s'incominciò a Monte Cavallo a indietreggiare più
alla scoperta, e in governo costituzionale far luogo a due Ministri
insigniti di porpora e immuni però da ogni legale sindacato, sciolti
dal pericolo di giudizio e di pena, e sempre innanzi alle Camere
taciturni e invisibili. Dopo la rotta di Novara, sarebbersi i prelati
prestamente disfatti del Rossi, quando non avesse una scellerata mano
prevenuto il disegno.
Del pari, v'à chi dimostra con argomenti robustissimi, attinti alla più
pura e profonda filosofia cristiana, che il dominio temporale dei papi
accordasi male con lo spirito del Vangelo, e ch'essi potrebbero senza
jattura veruna, ed anzi con utilità e rinvigorimento massimo della
religione, deporlo affatto, e tornare all'antica modestia apostolica.
Ma, d'altra banda, tutti coloro cui manca l'animo di pensare ad alcuna
essenziale riforma ed innovazione negli ordini della Curia romana,
veggono assai manifesto (quantunque vergognino di confessarlo), che a
quella Curia, spogliandola in tutto del principato, rimarrebbero brevi
anni, forse anche pochi mesi d'autorità e di vita.
E però, mentre parlano ad ogni tratto della fiamma di fede cattolica
che li avvampa, mostrano di dubitare del sostegno saldo e perdurabile
promesso alla Chiesa di Dio. Ma veramente li turba e tiene perplessi un
intimo sentimento, il quale li avvisa, non consistere punto la Chiesa
di Dio in certe giurisdizioni fittizie ed ambigue, e in certe viete e
dispotiche consuetudini che la sede pontificale s'incaparbisce a voler
serbare, ed a cui nessuna promissione di celestiale soccorso fu fatta.
Quindi s'ostinano a dire, che il principato ed i suoi conseguenti sono
puntello della Chiesa; e a sottrarglielo, potrebb'ella, se non cadere,
scompaginarsi; e che non bisogna tentare Iddio, e stringerlo a forza
ad operare miracoli: non badando essi che a molto maggior miracolo il
vanno stringendo ogni giorno, di salvare la fede e il papato ad onta
delle sconcezze ed enormità che seco mena il poter temporale; ed essere
un modo assai più sconvenevole di tentare Iddio, quello di volere che
per prodigio cotidiano di grazia efficace i preti, arricchendo, si
serbino poveri; imperando a modo dei re, si serbino umili; vivendo in
delizie, si mantengano casti; empiendo le carceri e alzando patiboli,
si mantengano misericordiosi.
Udiremo dire a moltissimi, che bisognava perdonare i prelati romani di
assai difetti. Non potevano a un tratto svecchiarsi, e in un giorno
solo svestire gli abiti del comando assoluto, nè con leggier fatica
avvezzarsi alla libertà, tenuta, e non senza ragione, in sospetto e in
paura per tanto tempo. D'ogni bene erano signori e dispensatori; qual
maraviglia se contendevano a pezzo per pezzo l'antichissimo patrimonio?
Colpa grave dei liberali fu volere ogni cosa ad un fiato. La libertà
sarebbe venuta ad oncia ad oncia, e proporzionando il carico nuovo
alle spalle del popolo che mal lo reggeva. Queste parole che sarebbero
savie in qualunque luogo, trovano in Roma ragioni opposte d'altrettanta
validità. Coi prelati romani non potersi fare a metà: cedono pur troppo
a due deità sole e terribili, la necessità e la paura. Altrove possono
le libere istituzioni avere piccolo cominciamento, ed aspettare dal
tempo e dalla educazione publica di profondare ed allargar le radici;
ma in Roma tanti germi ne porresti, tanti ne sbarberebbero, e tutto il
passato lo testimonia. Però bisogna che fra le due potestà intervenga
una piena separazione.
Per simile, molta gente va predicando che agli uffici pontificali
bisogna l'indipendenza, e questa senza principato correr pericolo e
vacillare ogni giorno. Guardisi quello che era il papato in Francia
alla corte d'Avignone, sotto le ferree mani di Filippo il Bello e de'
suoi discendenti.
Questa è la sentenza: ora mirate il fatto, e troveretelo tanto
discorde da lei, che assegnerete al vocabolo indipendenza ogni altro
significato, salvo il definito dai dizionarj. Certo, stranissima
indipendenza è quella che gode Pio IX tra l'armi tedesche e francesi, e
stretto e aggirato da' furiosi ristoratori d'ogni clericale tirannide.
Nè si dica essere accidente che passa. Perchè nessuno à cervello così
baldanzoso da indovinarne la fine; e tutto il lungo e miserevole regno
di Gregorio XVI trascorse in altrettanta preoccupazione e servitù di
mente e di spirito. I perpetui diritti, le vetuste giurisdizioni e le
libertà intangibili della Chiesa tacevano tutte innanzi all'Austria
e alla Russia. Quivi tre milioni e più di cattolici trapassavano
allo scisma con poco o nessun lamento di Roma; e con poco o nessuno
tornavano a quando a quando in Vienna a pigliar vigore le leggi
giuseppine: altra maggior cura premeva l'animo del pontefice; sventar
le congiure, sopprimere le cospirazioni, comandare nelle Romagne i
supplizj. In tale spavento viveva papa Gregorio non pure dei moti
politici, ma poco meno che d'ogni progresso di civiltà, che fu udito
affermare, infra l'altre cose, ogni strada nuova aperta ai viandanti
essere veicolo nuovo di corruzione. E nella enciclica addirizzata da
lui in principio del regno suo a tutti i vescovi moderatori del gregge
cattolico, non dubitava di registrare tra i flagelli del secolo le
politiche libertà: il che prova quanta poca misuratezza e imparzialità
di giudicio lasciavagli il principato, e con che massime dure e
imprudenti governar voleva la Chiesa.
Così da ogni parte balzano fuori (diceva io) le contradizioni; perchè
tra il regno ed il sacerdozio, quali stanno al dì d'oggi e si vogliono
mantenere, ogni termine di conciliazione è impossibile, e mai non è per
uscire ex _alienigenis membris compacta potestas_.
Tra parecchi partiti indagati e proposti per dare assetto e riposo
alla dominazione temporale dei papi, voi, Signore, scorgete assai più
vantaggi all'Italia, ed avviamento molto migliore al bene di tutta
la cattolicità, nell'avviso di alcuni statisti di stringere quella
dominazione alla città sola di Roma, od a poco altro territorio. Ora,
io pronunzio da capo, che non mutando l'essere e i privilegi dell'alta
ed infima prelatura, tanto è impossibile colorir quel disegno, quanto
tutti gli altri esclusi da voi; conciossiachè, dove l'armi straniere
non esercitino sempre un violentissimo reprimento, si vorrà dalle
genti di Roma fruire almeno delle libertà civili ordinarie e di larghe
franchigie comunitative, com'egli accade, per grazia d'esempio,
in America ai cittadini di Washington. Ma qual mai libertà civile
non verrà intorbidata ai Romani, ed anzi rotta e annullata, dal
Sant'Offizio, dagli sbirri del Vicariato, dall'arbitrio continuo ed
irrefrenabile de' maggiori prelati, dalle parzialità dei giudici, dalle
sciocche e strabocchevoli revisioni, censure ed inibizioni sulle stampe
e sui libri, dall'ignoranza e servilità delle publiche scuole, e dal
potere il governo inframmettere in ogni cosa l'autorità d'alcun canone
o d'alcuna bolla, dimenticata ma non disdetta, e giacente in archivio
com'arme vecchia in arsenale, che può a tempo e luogo tornare usabile e
acconcia?
Per quello, poi, che s'attiene alle franchigie comunitative, non
son dubioso di affermare, ch'elle o promuoveranno fiero e continuo
contrastamento col governo clericale, o diverranno ombre vane fuori
che nell'aspetto e nel titolo, come da secoli sono state. Imperocchè,
questa lode della gente romana è da ricordare, che cioè non ànno
valuto la Curia e la prelatura a domare e spiantare qualunque spirito
di libertà e di resistenza in quel popolo, per insino a tanto che
gli rimase la possessione di qualche diritto municipale. E già Sisto
V, appena insediato, e con le prime parole che disse da principe ai
Conservatori di Campidoglio, li minacciò di togliere loro quel poco
(trascrivo i suoi termini appunto) che, per benignità sola della Santa
Sede, rimaneva ad essi di publica amministrazione.[45] Ed eziandio
quel poco fu tolto. Onde gli è accaduto, che forse tra tutti i comuni
italiani, sempre usi a godere di alcuna franchigia, il comune solo
di Roma ne venisse per intero spogliato; e quella toga fulgidissima
d'oro e di porpora in che il Senatore e i Consultori di Campidoglio
splendevano, altra grandezza ed autorità non significassero, eccetto
che crescere copia d'arredi e vaghezza di addobbi ai vespri e alle
messe pontificali. Ma lasciando ciò stare, chi, chiedo io, nella pace
presente, e senza promovere da ogni banda pericolo instante di guerre
e sollevazioni, sottrarrà le Romagne e le Marche alla signoria dei
papi? Tentisi e facciasi da chiunque; adóperinsi le maniere, l'arti
e gli spedienti più sottili ed accomodati; segua per effetto di qual
vogliate accordo e lega di principi poderosi; la curia romana, com'è
al dì d'oggi elementata e costituita, lancerà scomuniche ed interdetti
furiosi e implacabili, e si ajuterà, nè senza profitto, di sommovere
e d'infiammare tutto il mondo cattolico, ed eziandio il greco ed il
luterano, con assai più zelo ed impeto, che se una nuova eresia od uno
scisma nuovo intendesse a squarciare e spiccare violentemente alcun
altro membro dal corpo di santa Chiesa.
Ben voi direte, che se gl'interdetti veementi e iracondi di papa
Caraffa non vinsero e non bastarono contro le armi del Duca d'Alva nel
bel mezzo del secolo XVI, meno assai basterebbero nell'età nostra. Ma
le plebi allora tacevano paurose: oggi quello che pensano e vogliono à
peso e pericolo; ed a cagione delle publiche libertà, più ardire mostra
al presente la scarsa fede rimasta, che la grandissima per antico.
Certo è, che quando gli Ottoni e gli Arrighi si brigarono d'aggiustare
le cose romane, nol fecero con le armi soltanto, ma eleggevano al sommo
seggio chi lor talentava di più, e l'esterior disciplina della Chiesa a
lor senno moderavano. Oltre di che, come userebbero i potentati, senza
troppo manifesta contraddizione, l'aperta violenza in quell'autorità e
in quell'uomo, per rialzare il quale ànno, poco è, sguainate le spade
con non picciolo spreco di danaro e di sangue? Impossibile, poi, tanto
accordo fra tanti principi e Stati, massime dove si tratta di ricche
spoglie da occupare e spartire.
Rimane inconcussa, dunque, ed irrepugnabile la sentenza, che, non
modificandosi in nulla la Roma spirituale, nessuna composizione si
trova tra essa e i popoli che tiene soggetti temporalmente; e di
pari rimane certo, che le cose d'Italia non si possono rassettare in
unione ed in libertà; nè la famiglia cattolica intera avrà buona pace:
anzi, l'autorità della religione, parte per isdegno e rabbia, verrà
combattuta e negata, parte travolta al male, e adoperata a perpetuare
vecchie superstizioni e tirannidi.
Per fermo, la gran bisogna dei prelati al presente è campare il dominio
loro secolaresco; e già da gran tempo son usi di accomodare piuttosto
le faccende della Chiesa alle necessità ed esigenze del principato,
di quello che adattare gli ordini del principato al miglior bene della
Chiesa. Nel che non adoperano quasi malignità: primo, perchè aggiustare
il principato come la Chiesa antica e lo spirito degli evangelj
ricercherebbero, vuol dire poco meno che rinunziarlo: in secondo
luogo, tutto quel popolo di chierici e di prelati che sale e scende
pel Quirinale e per l'Esquilino, cresce allevato in un sistema molto
fine ed artificioso di principj e di massime, venutosi componendo pezzo
per pezzo, e nel quale i privilegj dell'Ordine e le dignità cortigiane
e secolaresche sono con buona apparenza accordate e innestate con
lor dottrine teologiche; sicchè, ajutando quelle, credono queste
ajutare, essendo osservazione verissima e molto antica, che l'uomo
s'industria ed ostina a voler trovare un qualche utile compromesso tra
la coscienza e gli appetiti; e quindi, invece di conformare le azioni
ed i sentimenti ai sovrani dettati, piega bel bello e quasi senza
avvedersene i dettati all'utilità. La quale opera di storcimento e
dissimulazione per far bella mostra di sè e nascondere all'universale
(che è volgo) le fragili sue fondamenta, trova il soccorso degl'ingegni
battaglieri ed arguti, gran maestri di scrivere, autorevoli di scienza
e di vita, ed abilissimi a sciogliere nodi e viluppi di controversie. E
tali furono, per appunto, coloro i quali poco dopo la Sinodo Tridentina
dettero al sistema surriferito l'ultima forma dialettica, non più
mutata sostanzialmente di poi. E se ne può vedere un ritratto vivissimo
e coloritissimo nelle storie eleganti che di quel Concilio scriveva il
Cardinale Pallavicino.
Ma, come ciò avvenga, certo rimane tuttavia (nè a voi nè a niuno
rincresca udirlo ripetere), che insino a tanto che quella mistione
singolarissima di dogmatica, di canonica e di politica dura e persiste
in Roma, e porge norma quivi all'educazione di tutto il clero,
perpetuerannosi le cause delle sedizioni e delle violenze in Italia,
nessuna pace di spirito avranno le coscienze cattoliche, e la maestà
del gran sacerdozio mai non tornerà ad imperare nel mondo con soave e
spontanea suggezione degli animi. Perchè la Cancelleria e la Prelatura
romana mai non possono e debbono sostenere che lo Stato della Chiesa
contermini con popoli liberi, nè che l'Italia si componga in essere
di nazione e viva signora di sè; atteso, principalmente, che ella
faría molto presto valere le sue franchigie e la sua volontà e i
suoi patti confederativi altresì in Roma. Similmente, non avrà pace
d'intelletto e di cuore la cattolicità; perchè oggi ella si viene
informando di spiriti nuovi e altamente civili; desidera, se non
amicizia, almeno concordia leale con le diverse confessioni cristiane;
il culto e le dottrine morali ritira dalla eccessiva misticità, e
le immedesima con la ragione e l'ordine sostanziale ed eterno del
bene; accetta e s'allegra d'ogni progresso di scienza; vuole la pietà
nemica d'ogni esteriore costringimento, e la religione separatissima
dai fini mondani e dagl'interessi di Stato. In quella vece, la Curia
romana teme ogni sorta d'emancipazione intellettuale e politica,
à per sospetta la scienza, per ingiuriose le riforme; s'adombra e
s'inquieta delle novità; nessuna concordia equa e leale consente con
gli accattolici; e non pure prescrive e propaga usi e modi assai poco
nobili e razionali d'esercitare la pietà,[46] ma non abborre (dovunque
può) dall'inculcarla a furia di leggi, e ottenerne l'apparenze e
le dimostranze con mezzi costrettivi e violenti. Per vero, tenendo
altra via, non tanto spaurasi ella per la interezza della fede e la
incolumità della Chiesa, quanto per la propria maggioria e pel suo
potere temporale assoluto; e perchè, sentendosi fiacca al presente di
ogni facoltà, e inetta a reggere a qualunque specie di paragone e di
competenza, rifugge da tutto ciò che varrebbe a rompere il cerchio
magico entro il quale sta chiusa, e in cui poco numero di chierici
e di scribi, tutti e sempre d'una qualità e d'uno stampo, presume di
perpetuare in sue mani il governo del mondo cristiano. Nel vero, di
coloro che maneggiano in Roma gli alti negozj, la più parte e la più
procacciante o nasce colà medesimo e succhia subito il latte delle
dottrine curialesche, ovvero è calata giù dai monti della Sabina e
d'altre terre suburbane; o, se pur viene di fuori, riceve ne' chiostri
e ne' collegi romani una medesima impronta di pensieri e di sentimenti;
sicchè troppo bene s'appropria loro il carattere e il nome di Casta.
Quegli altri, poi, che nuovi e inesperti convengono a Roma per cercarvi
mantellette e prebende, se non sanno l'arte, la imparano; e quelle
orme, sempre e da tutti e a un modo stesso ricalcate, studiano e
seguono ad una ad una con indicibile diligenza; perchè chi le sgarra
o le muta, quando peggio non gli succeda, rimane indietro. E poniamo
che parecchi insigni ecclesiastici vengano per l'Europa onorati del
cappello, e debitamente onorati. Ciò può recare lustro e dignità
maggiore all'Ordine; non profitto al concistoro e al governo, del quale
non sono partecipi.
Adunque, di cotal gente quale io la descrivo, esce l'ordine prelatizio,
e di questo la principal porzione del collegio de' cardinali; dal
cui seno per ultimo esce il Pontefice, il quale dee di necessità
rispondere con la natura dell'opere sue alla natura del terreno e
alle qualità del seme di cui è rampollo. Ed egli e i suoi porporati e
il clero della sua Roma tanto meno aprono il cuore ad alcuna novità,
e ardiscono rompere una sola maglia di quella rete di pratiche e
d'opinioni in che sónosi da sè medesimi involti, in quanto ogni giorno
si riconoscono più straniati e divisi dallo spirito dei tempi, e manca
loro qualunque energia, salvo che di negare e resistere. Nell'avvenire,
nessun compenso al perduto, nessun rimedio al pericolo delle temporali
giurisdizioni, eccetto l'armi straniere e i patiboli. Mille accadimenti
e mutazioni reca via via il corso degli anni; ma tutte all'ultimo si
discuoprono sfavorevoli e inopportune alla prosperità e alla pace del
Quirinale, perchè a lui fa bene soltanto la immobilità, o ricomporre e
risuscitare il passato. Ma il flusso delle umane cose, simile all'acque
correnti, mai non torna allo insù. Tale a nostri giorni (nè vi esca
mai del pensiero) è il papato, e tale la schiera che più dappresso lo
circonda, serve e difende. Nè, per dir vero, sembra credibile a mente
sana ed illuminata, che le popolazioni cattoliche abbiano proseguito sì
lunga pezza a disconoscere il fatto, o conoscendolo, a non curarlo; e
che gran porzione del clero continui tuttafiata nella pietosa finzione
di giudicare che Roma e Chiesa riducansi ad un medesimo, mediante la
viva e fedele rappresentanza che far dee la prima della seconda. Oggi
l'orbe cattolico è rappresentato sì bene e sì lealmente in quella
metropoli, com'era sotto de' Cesari il mondo politico dai senatori
servi e adulanti, o dai Narcisi, dai Ninfidj e dagli Aniceti del
Palatino.
D'altra parte, l'età nostra è acconcia e matura perchè que' funesti e
perpetui ripiegamenti e ritorcimenti di Roma in sè stessa si rompano,
ed ella uscendo con la mente e l'affetto a visitar le nazioni, si
ritempri e ringiovanisca nello spirito nuovo ed universale della
cristianità. E dacchè è necessario per ciò nella Curia e Prelatura
romana mutare o le persone o l'animo, e questo è fatto inemendabile
dalla forza dell'abito e dell'interesse; occorre che l'altro partito
si tenti. Ma, per condurre e stanziare in Roma nuovo ordine di
ecclesiastici, assai diverso nell'opinioni e nell'opere dall'anteriore,
manifesto è ch'ei si conviene piegare e adattare a cotale effetto le
istituzioni e le discipline; con questo riserbo per altro, che tanto
solo si modifichino e si correggano, quanto bisogna perchè il fatto si
avveri e perseveri, e sia fecondo di bene.
Non m'è avviso per al presente di condurre il discorso a meglio
definire e specificare coteste mutazioni della Roma spirituale: mi
basta, egregio Signore, aver fatto rincalzo da molti lati a quella
proposizione con cui si apriva la lettera mia, ed in cui si sostiene
e s'incardina: che, cioè, in Roma la riforma politica intimamente si
connette con l'ecclesiastica; e l'una senza l'altra non può succedere,
nè, succedendo, durare e fruttificare.
Nemmeno è da mover dubio, mirandosi unicamente al valor razionale
delle cagioni, se le riforme politiche debbono antivenire o no
l'ecclesiastiche. Imperocchè noi dimostrammo abbisognare innanzi ogni
cosa, che per la virtù peculiare d'alcun ordine nuovo spirituale
muti l'ordine delle persone, e con esso gli animi, i pensamenti
e i costumi; e così fare asseguibili non soltanto le libertà e
trasformazioni opportune nel temporale, ma ogni buona fortuna d'Italia,
e il rinfrancamento delle credenze, e una gioventù nuova e robusta
di tutto il consorzio cattolico: il quale, la Dio mercè, a simile
risorgimento è apparecchiatissimo, e più assai che non vien reputato
dai cortigiani in rocchetto ed in cappa magna. Nè faccia gabbo al
giudicio vederne apparire sol pochi segni; perchè tuttavia perseverando
nella cattolicità una gerarchia stretta, riguardosa e fortemente
disciplinata, la infermità e torpidezza del principal membro fa
sembrare malsano e debole tutto quanto il corpo; e veramente, spirano
dal Vaticano ai dì nostri piuttosto che un soffio ricreante di vita,
influssi di letargia e d'agghiadamento.
Imperciò, presupponendosi eziandio che mutare qualcosa della Roma
spirituale riesca difficile e travaglioso quanto l'indurre larghi
e intrinseci cambiamenti nel temporale, porta la ragione che si
voglia piuttosto lo sforzo maggiore rivolgere a conseguire il primo.
Perchè, vinte quivi le resistenze ed appianate le vie, qualunque
natura di bene civile e politico se ne ingenera quasi di per sè
stesso: il che non si prova con altrettanta certezza dall'altro lato;
stantechè (teniamolo saldo in memoria) negli istituti che reggono
e signoreggiano per l'efficacia e il valore di antiche opinioni e
consuetudini, le mutazioni materiali ed estrinseche, discompagnate
dalle morali e interiori, violentano ma non correggono, e più sono
atte a perturbare che a rassettare. Chi mal consente a questo vero,
ricordisi almeno di ciò che vide egli stesso, o dal padre gli fu
narrato. Bonaparte condusse prigione Pio VII a Fontanableò, e il vi
tenne chiuso qualche anno, e dettavagli da ultimo un concordato a sua
voglia. Era uso di forza e d'audacia fortunatissima, ma sproveduta di
sapienza riformatrice; e non recò frutto. Cessato appena quell'impeto
soldatesco, Roma ripigliò le sue antiche sembianze, nulla avendo
imparato e men che nulla dimenticato. D'altra parte, non sembra
mai troppo difficile e faticoso all'uomo ciò che è necessario ed
inevitabile, e si fa scala insieme a grandissima utilità, e quando gli
vien dimostrato che tutt'altro tentamento sarebbe indarno.
Ben so che l'ordine di ragione troppo rado si accorda con quello de'
politici accadimenti, e la fortuna e l'armi e le passioni non iscelgono
la loro via; ma dove l'impeto li rivolge, colà si precipitano. Io so
bene altresì, che quando per effetto di qual sia caso la forza e la
volontà popolare venissero in Italia al di sopra, elle inesorabilmente
proseguirebbero la lor vittoria, stimandosi padrone affatto ed
onnipotenti. Ciò per altro non vieta che quella forza e volontà,
scompagnate dalle mutazioni morali e spirituali, non rimanessero
incerte del fine e nella vittoria stessa impacciate; e quindi, per
la ostinazione indomabile altrui, trascinate ad atti eccessivi, sino
a che sorgesse una dolorosa necessità di piegare ed indietreggiare,
perdendo i maggiori frutti e i migliori del buon successo. Del resto,
gli è assai naturale che le sollevazioni, le guerre ed altri violenti
e scomposti fatti entrino inconsultamente in quel primo sentiere che
lor si schiude davanti: ma colui che indaga il valore universale ed
intrinseco delle cagioni e l'ordine di operare che ne proviene, non può
nè correre nè fermarsi dove lo sdegno e il volgare giudicio e corre
e si ferma; invece, egli procede tanto oltre, quanto gli fa d'uopo a
trovare il punto da cui dipende la mole intera dei casi, e l'ultima lor
ragione. A cotesto punto, e non altrove, intende guardare la lettera
mia.