I.

Io non ò dubio, Signor mio, che allo scritto vostro intorno alle cose

di Roma, publicato or fa tre mesi in questa effemeride, non tenga

dietro l'assentimento e la lode degli uomini savj. Contro all'uso

corrente de' giornalisti che si compiacciono di asserir molto e poco

provare, e frondeggiano in concetti e in sentenze che, a stringerle

bene, dànno scarsa e leggiera sostanza, voi con un ragionare stringato

e calzante, e non iscordando mai (quello che in materie tali à gran

forza) il testimonio delle storie e il riscontro dei fatti, conducete

il lettore a certe e lucidissime conclusioni. Libere parole e forse

anche ardite adoperaste in geloso argomento, nel trattare il quale

gli assennati fanno ormai troppe reticenze, e troppe iperboli i

passionati. E d'altra parte, il buon senno italiano vi mosse a

distinguere sempre e con diligenza l'oro purgato ed incorruttibile da

sua scoria e mondiglia, separando la sostanza eterna di nostra fede

dalle forme caduche e mutabili. Certo, tale moderanza e giustizia che

esser dovrebbe usuale, massime in subbietti severi e di gran momento,

diviene oggi rarissima; e di là dall'Alpi, molto di più. Vedete la

Francia maneggiar di continuo, inverso il papato, o l'adulazione o la

contumelia. L'una fazione e l'altra avventa i sofismi come saette in

battaglia, e quindi accresce a dismisura la confusione e alterazione

degli animi. A noi Italiani, benchè dolorosi di danni e percosse tanto

maggiori che avemmo a tollerare da Roma, a noi in questa poca di terra

dove possiamo senza pericolo significare la mente nostra, non vien

meno la imparzialità del giudicio, e studiamo di recare ordine e luce

in quel generale scombujamento. Così non fossero mai gli stranieri

sopravvenuti a sturbare l'opera riformatrice de' padri nostri, i quali

più volte e con sapienza e coraggio altissimo impresero di raddrizzare

e correggere i traviamenti e le pravità della Curia Romana, senza

mettere in compromesso alcuno la sostanza della fede cattolica, e

fuggendo le controversie d'intorno al domma; una delle peggiori e

più mortifere pesti che affligger possano (diceva il Sarpi) l'umana

republica.

Io sono stato in forse di movere novamente la penna sui casi di Roma,

veggendomi colà fatto segno a incredibile odio e a basse e sfrontate

calunnie, ed essendomi state sottratte da mano più inquisitrice che

ladra moltissime carte che io preparava di mettere in luce su quel

subbietto.

Ma dalle parole vostre, o Signore, usciva uno spirito il quale mi à

fatto (io non so come) sentir dentro l'animo che il silenzio a questi

tempi, e in tale proposito, parrebbe o incuria o timidità o insipienza;

cagioni tutte tre biasimevoli. E se riscrivere tutto un volume sarebbe

fatica e tedio sproporzionato all'utilità, non per questo voglio

astenermi dal significare brevemente, e senza apparato di stile e

d'erudizione, alcuno di que' pensieri che io giudicava dover tornare

più profittevoli alla religione e alla patria. Nè già le menzogne

calunniose, e l'odio ostinato e cieco degli avversarj non manco miei

che d'Italia e dell'universal bene, mi condurranno a parlare stizzito,

e fuor dei termini del convenevole. Non può d'assenzio e di fiele avere

tinta la bocca colui il quale procaccia continuo di approssimarla alle

fonti sincere d'un'alta e libera filosofia. Oltre che, la ragione è

cosa serena ed imperturbabile: e non ostante che in Roma abbiano le

gazzette spacciato ch'io sono uscito del senno _ed ò perduto il ben

dell'intelletto_, desidero mostrar loro che ò l'intendimento sanissimo,

e neppure riescono di provocarlo all'impazienza e allo sdegno. Anzi,

voglio entrare con Roma in una gara onesta ed insolita, non tacendo

nessuna di sue miserie, e sfidandola tuttavolta alla prova di appuntare

d'eterodossia un solo de' miei concetti.

Scritti politici · 第 285 / 310 题