E noi giuriamo d'esser virtuosi ed uniti, e sul tuo feretro lo
giuriamo, che poco o nulla disgrada dalla santità d'un altare. Vero è
bene, che secondo l'universal rito, la Chiesa (benigna madre) procaccia
con molte preci e olocausti di suffragare l'anima tua, e propiziarti il
giudicio di Dio, il quale ad ognuno volge tremendo ed occulto. Ma, in
cospetto di sì sfolgorante virtù e nel mondo sì inaspettata; per quel
paterno e incomparabile amore da te dimostrato ne' tuoi soggetti; per
le libertà e ottime leggi largite loro, e con fede antica e gelosissima
conservate; per l'esempio e la norma che agli uomini tutti ài segnata
dell'alta pietà religiosa e della civile carità, convenientissime
ai tempi; per quel testimonio che ài fatto solenne e dolorosissimo
della verità e della giustizia, onde del nome di Martire ti coroni;
lecito è a noi di pensare, che già trionfi nel sommo dei cieli,
purissimo d'ogni tabe, e che meglio ti si addirebbero gli osanna e i
turiboli, che le piangevoli requie e le funebri lustrazioni. Ciò noi
crediamo saldissimamente; e quindi dal tuo sepolcro come da veneranda
reliquia, piglieremo gli augurj e aspetteremo l'aura di redenzione;
e te accompagnato e seguito lassù dagli spiriti benedetti che per
l'Italia gettaron le vite o crudelmente patirono, te invocheremo
celeste riconciliatore tra Dio e la patria infelice. Tu per amore di
lei soffristi di non più rivederla e ogni cosa diletta lasciare; ma
la tua gloria sopramondana a Lei ti raccosta e congiunge con perpetuo
bacio ed abbracciamento, e a noi tutti nella tua forma migliore ti fa
presente; nè mai ci paresti più vivo e spirante, nè mai sì vicino, nè
meglio sentito e veduto. Noi sentiamo nei cuori la possente tua voce;
vediamo l'anima tua volante sulle nostre bandiere; e il contatto divino
e diuturno di lei con tutte l'anime nostre ci riempie e scalda non ben
sappiamo di quali affetti soavi, e di qual pungente desiderio d'opere
grandi e intemerate e degne d'Italia. Prosiegui, etereo intelletto,
con quella efficacia stupenda ed ineluttabile che ora puoi colassù
da Dio medesimo derivare, prosiegui a correggere i petti traviati e
superbi de' tuoi cittadini. Mostra loro, che non accade senza terribile
necessità l'accumularsi degli infortunj, l'infierire dei destini,
l'empie battiture dei Barbari; conciossiachè unicamente nelle calamità
e nel dolore ripurgansi al pari degli individui eziandio le nazioni,
e come oro nel fuoco lasciano alfine le scorie de' vizj, e rimondansi
d'ogni macchia e bruttura. E il buon antico metallo degli Italiani,
scorgesi apertamente che dal secolare servaggio, dalle astiose
passioni e dalla ruggine dell'invidia e dell'albagia, troppo è ancora
offuscato e corroso. Mostra deh! loro, che in tanta dissoluzione dei
vecchi principj e delle vecchie credenze per ogni parte d'Europa,
e in tanto universale rigoglio di basse cupidità e ambizioni, non
da alcuna autorità di fede e di legge infrenate, a quella nazione è
promesso non che l'essere e l'arbitrio di sè, ma sì veramente il morale
e intellettuale imperio del mondo, la quale saprà innanzi e meglio
dell'altre infiammarsi della virtù, riedificare i principj, fuggir le
sètte e le sedizioni; e praticando ogni più duro e travaglioso dovere
di cittadino, procedere nobilmente al possesso comune ed inconsumabile
del diritto e della libertà. Imperocchè una voce arcana mormora
dentro il cuore dei popoli, e va lor dicendo: — apparecchiate le vie,
addirizzate i sentieri alla nuova forma di civiltà. Il mondo à sete
di giustizia e credenza; à sete di libertà germogliata dal dovere, di
scienza irradiata dalla religione, di popolari reggimenti corretti e
magnificati dall'educazione e bontà delle plebi. Sorgete, apparecchiate
le vie; e quel primo in fra voi che ritempreràssi nella fede, e arderà
del fuoco della Religione Civile, e farà gl'infimi e i sommi con più
amorevole atto insieme abbracciarsi, quello spezzerà del sicuro, come
Sansone, le porte del carcere suo; quello grandeggierà fra voi tutti,
e le sue piaghe saranno sanate, e tornerà a risplendere sulla montagna
come signacolo delle genti.
Anima di CARLO ALBERTO, regnatrice vera e perpetua d'Italia, sento,
io medesimo sento che del tuo soffio immortale mi scaldo, e già della
virtù m'innamoro, della fratellevole unione ò desiderio infinito;
e parmi, nè stimo di errare, che simiglievoli effetti vai tu qui
producendo negli astanti numerosissimi. Concordia, o Liguri, o
Piemontesi, o Siciliani, o Napoletani, o Lombardi; amore e concordia,
per Dio. Dopo tante allucinazioni ed esorbitanze, dopo tanti odj e
sospetti, dopo le vane congiure, i temerarj conati, le gare fratricide
e spietate; giovi e talenti a noi pure di scrivere nella memoria,
o meglio nel sacrario del cuore, quella dantesca rubrica: _Incipit
vita nova._ Così i raumiliati e rifatti dalla sventura, così legati e
stretti d'un nodo, e potenti di fratellanza e di carità, faremo vero
quel tuo detto sovrano e profetico, o Re santo e inspirato; quel detto
a cui solamente il civile nostro dissidio à dato sembiante di amara
menzogna: L'ITALIA FARÀ DA SÈ.
_Due mesi dopo la recitazione dell'Elogio, veniva l'Autore scelto
deputato al Parlamento Piemontese dalle città di Genova e di Pinerolo.
Ma stategli dal Governo negate le lettere di naturalità, Egli
pubblicava nelle gazzette le parole che seguono:_