XVIII.

E noi giuriamo d'esser virtuosi ed uniti, e sul tuo feretro lo

giuriamo, che poco o nulla disgrada dalla santità d'un altare. Vero è

bene, che secondo l'universal rito, la Chiesa (benigna madre) procaccia

con molte preci e olocausti di suffragare l'anima tua, e propiziarti il

giudicio di Dio, il quale ad ognuno volge tremendo ed occulto. Ma, in

cospetto di sì sfolgorante virtù e nel mondo sì inaspettata; per quel

paterno e incomparabile amore da te dimostrato ne' tuoi soggetti; per

le libertà e ottime leggi largite loro, e con fede antica e gelosissima

conservate; per l'esempio e la norma che agli uomini tutti ài segnata

dell'alta pietà religiosa e della civile carità, convenientissime

ai tempi; per quel testimonio che ài fatto solenne e dolorosissimo

della verità e della giustizia, onde del nome di Martire ti coroni;

lecito è a noi di pensare, che già trionfi nel sommo dei cieli,

purissimo d'ogni tabe, e che meglio ti si addirebbero gli osanna e i

turiboli, che le piangevoli requie e le funebri lustrazioni. Ciò noi

crediamo saldissimamente; e quindi dal tuo sepolcro come da veneranda

reliquia, piglieremo gli augurj e aspetteremo l'aura di redenzione;

e te accompagnato e seguito lassù dagli spiriti benedetti che per

l'Italia gettaron le vite o crudelmente patirono, te invocheremo

celeste riconciliatore tra Dio e la patria infelice. Tu per amore di

lei soffristi di non più rivederla e ogni cosa diletta lasciare; ma

la tua gloria sopramondana a Lei ti raccosta e congiunge con perpetuo

bacio ed abbracciamento, e a noi tutti nella tua forma migliore ti fa

presente; nè mai ci paresti più vivo e spirante, nè mai sì vicino, nè

meglio sentito e veduto. Noi sentiamo nei cuori la possente tua voce;

vediamo l'anima tua volante sulle nostre bandiere; e il contatto divino

e diuturno di lei con tutte l'anime nostre ci riempie e scalda non ben

sappiamo di quali affetti soavi, e di qual pungente desiderio d'opere

grandi e intemerate e degne d'Italia. Prosiegui, etereo intelletto,

con quella efficacia stupenda ed ineluttabile che ora puoi colassù

da Dio medesimo derivare, prosiegui a correggere i petti traviati e

superbi de' tuoi cittadini. Mostra loro, che non accade senza terribile

necessità l'accumularsi degli infortunj, l'infierire dei destini,

l'empie battiture dei Barbari; conciossiachè unicamente nelle calamità

e nel dolore ripurgansi al pari degli individui eziandio le nazioni,

e come oro nel fuoco lasciano alfine le scorie de' vizj, e rimondansi

d'ogni macchia e bruttura. E il buon antico metallo degli Italiani,

scorgesi apertamente che dal secolare servaggio, dalle astiose

passioni e dalla ruggine dell'invidia e dell'albagia, troppo è ancora

offuscato e corroso. Mostra deh! loro, che in tanta dissoluzione dei

vecchi principj e delle vecchie credenze per ogni parte d'Europa,

e in tanto universale rigoglio di basse cupidità e ambizioni, non

da alcuna autorità di fede e di legge infrenate, a quella nazione è

promesso non che l'essere e l'arbitrio di sè, ma sì veramente il morale

e intellettuale imperio del mondo, la quale saprà innanzi e meglio

dell'altre infiammarsi della virtù, riedificare i principj, fuggir le

sètte e le sedizioni; e praticando ogni più duro e travaglioso dovere

di cittadino, procedere nobilmente al possesso comune ed inconsumabile

del diritto e della libertà. Imperocchè una voce arcana mormora

dentro il cuore dei popoli, e va lor dicendo: — apparecchiate le vie,

addirizzate i sentieri alla nuova forma di civiltà. Il mondo à sete

di giustizia e credenza; à sete di libertà germogliata dal dovere, di

scienza irradiata dalla religione, di popolari reggimenti corretti e

magnificati dall'educazione e bontà delle plebi. Sorgete, apparecchiate

le vie; e quel primo in fra voi che ritempreràssi nella fede, e arderà

del fuoco della Religione Civile, e farà gl'infimi e i sommi con più

amorevole atto insieme abbracciarsi, quello spezzerà del sicuro, come

Sansone, le porte del carcere suo; quello grandeggierà fra voi tutti,

e le sue piaghe saranno sanate, e tornerà a risplendere sulla montagna

come signacolo delle genti.

Anima di CARLO ALBERTO, regnatrice vera e perpetua d'Italia, sento,

io medesimo sento che del tuo soffio immortale mi scaldo, e già della

virtù m'innamoro, della fratellevole unione ò desiderio infinito;

e parmi, nè stimo di errare, che simiglievoli effetti vai tu qui

producendo negli astanti numerosissimi. Concordia, o Liguri, o

Piemontesi, o Siciliani, o Napoletani, o Lombardi; amore e concordia,

per Dio. Dopo tante allucinazioni ed esorbitanze, dopo tanti odj e

sospetti, dopo le vane congiure, i temerarj conati, le gare fratricide

e spietate; giovi e talenti a noi pure di scrivere nella memoria,

o meglio nel sacrario del cuore, quella dantesca rubrica: _Incipit

vita nova._ Così i raumiliati e rifatti dalla sventura, così legati e

stretti d'un nodo, e potenti di fratellanza e di carità, faremo vero

quel tuo detto sovrano e profetico, o Re santo e inspirato; quel detto

a cui solamente il civile nostro dissidio à dato sembiante di amara

menzogna: L'ITALIA FARÀ DA SÈ.

_Due mesi dopo la recitazione dell'Elogio, veniva l'Autore scelto

deputato al Parlamento Piemontese dalle città di Genova e di Pinerolo.

Ma stategli dal Governo negate le lettere di naturalità, Egli

pubblicava nelle gazzette le parole che seguono:_

Scritti politici · 第 281 / 310 题