XVII.

Io sempre ò notato e ripensato fra me, con cupa melanconia, come la

felicità di Giorgio Washington sia troppo rara nel mondo, e come troppo

sovente agl'iniziatori d'imprese sante e magnifiche venga interdetta

la gioja di trarnele essi medesimi a fine. E qui, per tutti gli esempi

valgami quello vulgatissimo e sì confacente al luogo ove parlo. Io dico

del profeta legislatore, morto in sul passo della terra di promissione,

e innanzi d'aver veduto piantare lungo il sacro Giordano i tabernacoli

d'Israele. Forse nascondesi in ciò un gran mistero di placamento e

d'espiazione, parendo che non si possa la libertà e prosperità dei

popoli conseguire senza sconto di dolore e tribolazione, la quale ne'

più illustri e innocenti torna maggiormente accettevole. O forse è

divino decreto, il qual vuole per più alta glorificazione degli uomini

sommi e delle vere virtù, che laddove queste nell'adempimento del fine

parrebbono assai compensate e ben profittevoli a sè, rimangano in

quella vece impremiate sempre ed a sè disutili, e sieno cimentate e

provate insino al dì ultimo dalle avversità; la maggior delle quali,

senza alcun dubbio, è perdere l'intento massimo ed unico per cui fu

spesa e logorata ed afflitta la vita intera.

Di quest'arte eccelsa e terribile di provvidenza vedemmo essere gran

testimonio alle viventi generazioni il giusto che qui piangiamo: Egli

a tanto dolore e jattura si rassegnò con pio e modesto silenzio.

E ciò non pertanto, diviso com'era da ogni speranza, e sprovveduto

d'ogni potere e d'ogni ricchezza, volle pur di lontano e insino agli

estremi spiriti proseguir sempre a giovare l'Italia in qualunque suo

pensiero ed atto; siccome colui che aveva deliberato di lasciar dietro

sè ogni cosa, salvo la perfetta bontà e grandezza dell'animo esulanti

insieme con lui, e per efficacia delle quali, eziandio nell'umiltà e

solitudine del suo romitaggio, ei porgeva esempj e proferiva parole

da registrarle la storia e ripeterle con meraviglia i nostri nepoti.

A lui nessuna nuova sciagura della patria era rimasta celata. Sapeva

le stragi di Brescia e la caduta dei Siciliani; quella dei Veneti

presentiva. Sapea Toscana invasa, Roma collegarsi con Vienna in

intimo patto d'amicizia e d'ajuto; la Russia schiacciar l'Ungheria;

Francia e Inghilterra rimanersene spettatrici; in Alemagna quel

desiderio spasimante di libertà e d'unione confederativa venirsi

agghiacciando; sì gran tempesta di animi, sì gran turbinio di casi

somigliare un esercito d'api azzuffato, il quale da pochi grani di

sabbia lanciativi dentro s'acqueta e discioglie. Cresceva amarezza

e cordoglio acutissimo all'abbandonato Re ognuna di esse sventure o

prevista o saputa: ma con tutto questo (giova pur replicarlo), la fede

di lui nel trionfo del buon diritto e nella libertà e indipendenza

degl'Italiani, quella robusta fede che sempre e ad ogni opera sua

porse i fondamenti e i principj, uguale a sè stessa e indeclinabile

si rimaneva; e quale fu in trono, tale durava in esiglio; quale sotto

le prime percosse, tale si mostrava sotto le ultime e irreparabili

dell'infortunio. Conciossiachè ella ardeva nel petto di lui nudricata e

difesa dalla virtù, come fiaccola di santuario perennemente custodita

ed alimentata, e che i venti e le procelle di fuori nè crollano nè

oscurano: con ciò insegnando a noi tutti e all'età incredula e fiacca

che il buon cittadino può d'ogni cosa vivere in dubbio e in paura; non

delle speranze, però, fondate nella giustizia e nel dritto; non della

sapienza altissima che creò da principio le leggi e gli ordini eterni

del mondo civile, e giurò nel profondo consiglio suo la salute delle

nazioni. Cotale trovarono CARLO ALBERTO i messaggi del Parlamento, e

sì fatti sensi, e non altri giammai, racchiudevano le sue risposte

e i suoi caldi e ingenui colloqui, nessun dei quali menava egli a

fine senza molto rammaricarsi e compiangere le nuove conculcazioni e

gli strazj della dolce patria perduta. Quanto a sè e alle avversità

proprie, al grande scopo fallitogli, al deposto diadema, all'acerbità

dell'esiglio, ai sostenuti travagli, alle immedicabili infermità, al

poco avanzo di vita, nessun lamento giammai e nessuna stanchezza, come

fossero sacrificj appena uguali al suo debito, od accidenti di nulla

importanza verso la causa comune e perpetua d'Italia. Degli sconoscenti

e calunniatori, di tanti che lo schernirono, e ne abusarono l'amicizia

e la fede, si risentiva sì poco, che pareva neppur saperli e neppur

ricordarli. Ma, rispetto al trasmodare dei partiti, ai lor soppiatti

maneggi, alle fomentate dissensioni, agli eccessi, ai vilipendj, alle

slealtà, se reputava dannoso il tacere, sempre mansuetamente parlavane,

compiangendo piuttosto che infierendo e increpando: accusava i tempi,

scusava gli uomini, e solo pregava da Dio che l'esperienza luttuosa

giovasse, e a tutti apparisse manifestissima la necessità di maggiore

prudenza, concordia ed annegazione; perchè appena imparato ad esser

virtuosi ed uniti, nessuna forza umana, diceva, c'impedirebbe di

diventare nazione, e pareggiar di nuovo con l'opere la inestimabile

grandezza delle memorie e del nome. Però, quest'unico desiderio

raccomandava, morendo, alla carità de' figliuoli, all'amore, alla fede

de' popoli suoi; questo consiglio legava come un tesoro ai presenti

Italiani ed agli avvenire.

Scritti politici · 第 280 / 310 题