Oh quanto è vero che gli atti umani tirano ogni pregio e decoro da
entro sè, e niuna cosa li può far grandi e memorevoli eccetto la sola
virtù! Di molti principi segna e menziona la storia la rinunciazione
del trono, e in questo secolo massimamente, alle corone poco grazioso
e benigno. Ma radissime volte all'atto è seguitata la commendazione
e la gratitudine delle genti, perchè mosso da cagioni o non tutto
virtuose, o poco o nulla spontanee. A Carlo Xº, a Luigi Filippo, a
Ferdinando austriaco (per tacere d'altri), diè legge la necessità
e non l'elezione. In passato, non furono ingiustamente a Cristina
di Svezia cantate lodi superlative da tutti i poeti d'Europa; ma,
infine, che fece ella se non posporre il trono all'apostasía, e
offrirsi poi a fastoso spettacolo a tutte le corti, e non si privando
d'alcuna pompa e d'alcuna regia delizia? Certo, volonterosi abdicarono
Diocleziano, Carlo V e Carlo Emanuele di Savoja: ma come dell'alta
ricusazione si pentissero poi e si arrovellassero il primo ed il terzo,
a nessuno è celato. Carlo V, il glorioso fatto guastò con la boria e
l'ostentazione, e continuando a voler governare l'Escuriale dalla sua
cella di San Giusto, troppo ancora sensitivo alle umane grandigie,
benchè facessesi vivo distendere in sulla bara e celebrare il mortorio.
Il deporre, invece, che fa lo scettro Re CARLO ALBERTO, oltre
all'essere volonteroso affatto e spontaneo, à per cagione immediata
ed unica la intenzione sincera del bene; e vien fatto con semplicità e
modestia, non ostanti mille contrarie preghiere e persuasioni, e quando
a lui è cresciuto sopra misura l'amore, la venerazione e l'obbedienza
dei popoli. Egli non iscambia, è vero, la reggia e il monarcale
paludamento con la povertà superba e affettata d'una cella e d'una
cocolla: ma perchè l'alto animo suo si mostri aperto ed intero qual
è, e il frutto che spera dell'abdicazione non sia dimezzato, danna sè
stesso ad esiglio perpetuo; la consorte, i figliuoli (degni tanto di
lui), le paterne case, gli amici d'infanzia, la sua Torino abbandona;
e non soffre che il seguano nel remoto ritiro, non che l'apparato
orgoglioso, ma gli agi e le commodezze del trono. In quella notte
medesima, preso commiato da tutti e ognun ringraziando affettuosamente,
con due soli famigli, così stanco e spossato come dalla battaglia era
uscito, con la poca moneta che improntò da' suoi Ajutanti, avviossi
quel generoso verso la lontana terra che a ricovero s'avea scelto.
Procedeva tacito e scompagnato, senza più insegna nè onore nè vestigio
alcuno di re; ma nelle sale del Parlamento rimbombava da ogni lato
l'acclamazione del suo nome, e solo a tempo a tempo la interrompevano i
singhiozzi e le lacrime dolci e abbondevoli d'amore e di gratitudine:
ognuno che di lui ragionava, prendea dal subbietto facondia insolita
e prepotente; e per dar fine a quell'estasi (se posso così domandarla)
di meraviglia e dolore, fu bisogno ricordare la maestà del luogo e la
fierezza sopraccrescente dei casi, la quale piuttosto che piangere di
tenerezza sulla bontà eroica di CARLO ALBERTO, ricercava da ogni buon
cittadino che se ne imitasse la costanza e il coraggio. Spettacolo
novo e sublime, e non potutosi ancor mentovare dagli annali d'alcun
Parlamento. Egli fu quel dì salutato la prima volta pubblicamente
col nome augusto di Martire: quindi un'aureola celeste e perdurabile
l'incorona, e il suo trionfo vassi di mano in mano tramutando in
apoteosi.
Io mi querelava più sopra di dover tacere nel mio racconto moltissimi
particolari, pieni di cospicui documenti e d'alto e maschio sentire.
Pure, non voglio del mesto pellegrinaggio di Carlo Alberto lasciare
ignoto un accidente, che nell'esteriore dimostranza è nulla, e
rispetto ai secreti del cuore è oltremodo significativo. Guardatelo;
egli entra sconosciuto in Burgos, metropoli della Vecchia Castiglia.
Quante memorie in quelle visigotiche mura, in quel combattuto castello
e in quel tempio vetustissimo, dove Pelagio prometteva e giurava al
Signore la redenzione delle Spagne, dove i Sanci e gli Alfonsi e il
Cid Campeadòr e i Cavalieri d'Alcantara e di Calatrava sospendevano
per trofeo le verdi bandiere e le ingemmate scimitarre! Memorie care
e venerande, segnatamente a Costui, ch'ebbe tutta l'anima sua nudrita
di spiriti cavallereschi e infiammata della fede dei popoli antichi;
a costui, ripeto, che adorando nella Causa d'Italia un giusto e santo
decreto di Dio, scorgeva nel suo Piemonte quasi un'immagine delle
Asturie Spagnuole, e ne' Croati e negli Stiriani una simiglianza di
Mori e di Saraceni.
Chi è questo forestiero, domandava la gente tra curiosa ed attonita,
così pieno di maestà e di pensosa e tacita melanconia, e il quale
erra così solo pel mondo? Quindi, con atto involontario, fánnogli
ossequio e cortéo. Risponde con grazioso saluto, e senza nè rallentare
i passi nè divertirli, va diritto alla Cattedrale. E quivi cadendo
ginocchioni, com'era usato, dinnanzi a Cristo in sacramento, entra in
tale fervor di preghiera, che in breve tempo gli occhi e le gote gli
si empiono e bagnano di caldissime lacrime, senza fine rinascenti e
copiose. E ricordate, o Signori, che nessuna delle sue grandi sventure
gli spremette mai dagli occhi una stilla nè gli trasse dal petto un
gemito sconsolato: solo nel grembo di Dio quell'animo generoso non
teme di rallentare un poco la rigida custodia che fa di sè stesso, e
dirottamente piange.
Oh perchè il mondo non seppe il tenore delle sue preci, e non ebbe
orecchi per quel colloquio dell'anima! Molti apprenderebbero del
sicuro, come convenga pregare Iddio ne' calamitosi giorni della patria,
come adorarlo umilmente da Italiani e da cittadini, e conseguire
virtù rassegnata insieme e imperterrita nelle politiche disavventure.
Lacrimava dirotto, e la pallida e severa sua faccia pareva in quel
santo lavacro tramutarsi quasi e rabbellirsi di gioventù. Imperocchè
non si mescolavano alle lacrime sue nè rimorsi nè terrori, ma
contentezza invece del bene accetto sacrificio, e sicurezza intera di
esaudimento; e forse un domandare da sua parte e un promettere lassù
dal cielo con arcane ed intime spirazioni, che presto sarà per uscire
dai travagli del doppio esilio.
Ma come ciò sia, questo rimane vero, che al Principe martire Dio
non consentì sulla terra neppure un anno di pacato raccoglimento
e di blando e ricreativo riposo; perchè in lui dovea colorirsi e
perfezionarsi fino alle menome lineamenta la imagine e la figura
dell'Eroe italiano, quale il vogliono i tempi, e secondo i nobili ed
austeri precetti della Religione Civile. Quindi, in sul cadere di
luglio, aggravatesi rapidamente le vecchie infermità sue, immaturo
d'anni, maturo di magnanimità e di gloria, fu con soave transito
ricevuto tra i seggi immortali, che ai vendicatori delle nazioni e ai
benefattori insigni del genere umano sono colassù apparecchiati.