XVI.

Oh quanto è vero che gli atti umani tirano ogni pregio e decoro da

entro sè, e niuna cosa li può far grandi e memorevoli eccetto la sola

virtù! Di molti principi segna e menziona la storia la rinunciazione

del trono, e in questo secolo massimamente, alle corone poco grazioso

e benigno. Ma radissime volte all'atto è seguitata la commendazione

e la gratitudine delle genti, perchè mosso da cagioni o non tutto

virtuose, o poco o nulla spontanee. A Carlo Xº, a Luigi Filippo, a

Ferdinando austriaco (per tacere d'altri), diè legge la necessità

e non l'elezione. In passato, non furono ingiustamente a Cristina

di Svezia cantate lodi superlative da tutti i poeti d'Europa; ma,

infine, che fece ella se non posporre il trono all'apostasía, e

offrirsi poi a fastoso spettacolo a tutte le corti, e non si privando

d'alcuna pompa e d'alcuna regia delizia? Certo, volonterosi abdicarono

Diocleziano, Carlo V e Carlo Emanuele di Savoja: ma come dell'alta

ricusazione si pentissero poi e si arrovellassero il primo ed il terzo,

a nessuno è celato. Carlo V, il glorioso fatto guastò con la boria e

l'ostentazione, e continuando a voler governare l'Escuriale dalla sua

cella di San Giusto, troppo ancora sensitivo alle umane grandigie,

benchè facessesi vivo distendere in sulla bara e celebrare il mortorio.

Il deporre, invece, che fa lo scettro Re CARLO ALBERTO, oltre

all'essere volonteroso affatto e spontaneo, à per cagione immediata

ed unica la intenzione sincera del bene; e vien fatto con semplicità e

modestia, non ostanti mille contrarie preghiere e persuasioni, e quando

a lui è cresciuto sopra misura l'amore, la venerazione e l'obbedienza

dei popoli. Egli non iscambia, è vero, la reggia e il monarcale

paludamento con la povertà superba e affettata d'una cella e d'una

cocolla: ma perchè l'alto animo suo si mostri aperto ed intero qual

è, e il frutto che spera dell'abdicazione non sia dimezzato, danna sè

stesso ad esiglio perpetuo; la consorte, i figliuoli (degni tanto di

lui), le paterne case, gli amici d'infanzia, la sua Torino abbandona;

e non soffre che il seguano nel remoto ritiro, non che l'apparato

orgoglioso, ma gli agi e le commodezze del trono. In quella notte

medesima, preso commiato da tutti e ognun ringraziando affettuosamente,

con due soli famigli, così stanco e spossato come dalla battaglia era

uscito, con la poca moneta che improntò da' suoi Ajutanti, avviossi

quel generoso verso la lontana terra che a ricovero s'avea scelto.

Procedeva tacito e scompagnato, senza più insegna nè onore nè vestigio

alcuno di re; ma nelle sale del Parlamento rimbombava da ogni lato

l'acclamazione del suo nome, e solo a tempo a tempo la interrompevano i

singhiozzi e le lacrime dolci e abbondevoli d'amore e di gratitudine:

ognuno che di lui ragionava, prendea dal subbietto facondia insolita

e prepotente; e per dar fine a quell'estasi (se posso così domandarla)

di meraviglia e dolore, fu bisogno ricordare la maestà del luogo e la

fierezza sopraccrescente dei casi, la quale piuttosto che piangere di

tenerezza sulla bontà eroica di CARLO ALBERTO, ricercava da ogni buon

cittadino che se ne imitasse la costanza e il coraggio. Spettacolo

novo e sublime, e non potutosi ancor mentovare dagli annali d'alcun

Parlamento. Egli fu quel dì salutato la prima volta pubblicamente

col nome augusto di Martire: quindi un'aureola celeste e perdurabile

l'incorona, e il suo trionfo vassi di mano in mano tramutando in

apoteosi.

Io mi querelava più sopra di dover tacere nel mio racconto moltissimi

particolari, pieni di cospicui documenti e d'alto e maschio sentire.

Pure, non voglio del mesto pellegrinaggio di Carlo Alberto lasciare

ignoto un accidente, che nell'esteriore dimostranza è nulla, e

rispetto ai secreti del cuore è oltremodo significativo. Guardatelo;

egli entra sconosciuto in Burgos, metropoli della Vecchia Castiglia.

Quante memorie in quelle visigotiche mura, in quel combattuto castello

e in quel tempio vetustissimo, dove Pelagio prometteva e giurava al

Signore la redenzione delle Spagne, dove i Sanci e gli Alfonsi e il

Cid Campeadòr e i Cavalieri d'Alcantara e di Calatrava sospendevano

per trofeo le verdi bandiere e le ingemmate scimitarre! Memorie care

e venerande, segnatamente a Costui, ch'ebbe tutta l'anima sua nudrita

di spiriti cavallereschi e infiammata della fede dei popoli antichi;

a costui, ripeto, che adorando nella Causa d'Italia un giusto e santo

decreto di Dio, scorgeva nel suo Piemonte quasi un'immagine delle

Asturie Spagnuole, e ne' Croati e negli Stiriani una simiglianza di

Mori e di Saraceni.

Chi è questo forestiero, domandava la gente tra curiosa ed attonita,

così pieno di maestà e di pensosa e tacita melanconia, e il quale

erra così solo pel mondo? Quindi, con atto involontario, fánnogli

ossequio e cortéo. Risponde con grazioso saluto, e senza nè rallentare

i passi nè divertirli, va diritto alla Cattedrale. E quivi cadendo

ginocchioni, com'era usato, dinnanzi a Cristo in sacramento, entra in

tale fervor di preghiera, che in breve tempo gli occhi e le gote gli

si empiono e bagnano di caldissime lacrime, senza fine rinascenti e

copiose. E ricordate, o Signori, che nessuna delle sue grandi sventure

gli spremette mai dagli occhi una stilla nè gli trasse dal petto un

gemito sconsolato: solo nel grembo di Dio quell'animo generoso non

teme di rallentare un poco la rigida custodia che fa di sè stesso, e

dirottamente piange.

Oh perchè il mondo non seppe il tenore delle sue preci, e non ebbe

orecchi per quel colloquio dell'anima! Molti apprenderebbero del

sicuro, come convenga pregare Iddio ne' calamitosi giorni della patria,

come adorarlo umilmente da Italiani e da cittadini, e conseguire

virtù rassegnata insieme e imperterrita nelle politiche disavventure.

Lacrimava dirotto, e la pallida e severa sua faccia pareva in quel

santo lavacro tramutarsi quasi e rabbellirsi di gioventù. Imperocchè

non si mescolavano alle lacrime sue nè rimorsi nè terrori, ma

contentezza invece del bene accetto sacrificio, e sicurezza intera di

esaudimento; e forse un domandare da sua parte e un promettere lassù

dal cielo con arcane ed intime spirazioni, che presto sarà per uscire

dai travagli del doppio esilio.

Ma come ciò sia, questo rimane vero, che al Principe martire Dio

non consentì sulla terra neppure un anno di pacato raccoglimento

e di blando e ricreativo riposo; perchè in lui dovea colorirsi e

perfezionarsi fino alle menome lineamenta la imagine e la figura

dell'Eroe italiano, quale il vogliono i tempi, e secondo i nobili ed

austeri precetti della Religione Civile. Quindi, in sul cadere di

luglio, aggravatesi rapidamente le vecchie infermità sue, immaturo

d'anni, maturo di magnanimità e di gloria, fu con soave transito

ricevuto tra i seggi immortali, che ai vendicatori delle nazioni e ai

benefattori insigni del genere umano sono colassù apparecchiati.

Scritti politici · 第 279 / 310 题