Quello che ne seguisse, non è qui, pur troppo! occulto a veruno.
Sotto i bastioni di Novara, l'Italia stramazzò tuttaquanta; e il
giardino del mondo, salve queste poche provincie, è dalle barbariche
torme novellamente calpestato e diserto. Fu supremo infortunio;
se non che, la bontà eroica di CARLO ALBERTO vi lampeggiò di tal
lume, che la stessa calunnia abbagliata e svergognata si ammutolì.
Troppo m'è ingrato e penoso, che dovendosi per me toccare queste
cose leggieramente e per transito, io non possieda almeno una più
maestrevole arte di compendiarle.
V'è noto, che nella giornata funesta di Novara, il valore tragrande
degli ufficiali e di alcune schiere elettissime fece per lunga pezza
propendere la vittoria dal lato nostro. Se non che, in sul tramontare,
gl'imperiali ingrossati di nuove truppe, rinfrescarono con tal vigore
gli assalti, che non pure s'ebbero in mano la Biccocca, già presa e
ripresa più d'una volta e con molto sangue; ma fu forza ai nostri
di cedere e di ritrarsi da tutte le parti, ricoverándosene buona
porzione dentro Novara. In quel punto, riarse l'ira pertinace ed
arcana de' nostri destini. In parecchie ordinanze entrò lo scompiglio,
in alcune lo sgomento, in altre l'indisciplina, nell'esercito intero
la certezza e lo sconforto della disfatta. Prima, una lunga fila di
feriti e fuggiaschi, mista di cavalli, d'artiglierie, di carriaggi, si
rimpiattava in città, e propagava intorno mestizia e paura. Seguivano
altre colonne poco ordinate, ed altre affatto scomposte e dal digiuno
allibbite. Qua ufficiali come dissennati per crepacuore; là caterve di
ammutinati che predavano e saccheggiavano; poi squadroni di lancieri
avventantisi contro i rapinatori; poi l'aria assordata di strida,
le vie tinte di sangue e di cadaveri ingombre; mentre sugli spalti
continuo sparavano le artiglierie, e fuor delle porte, a notte già
chiusa e sotto la fredda pioggia, duravano ancora ostinati alcuni
battaglioni a combattere, non più per la fortuna delle armi, ma per
scemar la vergogna. In tutto quel giorno, Re CARLO ALBERTO aveva
così alternati e meschiati gli uffici e le parti di capitano e di
fantaccino, che parecchi de' suoi Ajutanti erangli morti dallato; nè
però consentì mai di ritrarsi a luoghi men minacciati. Poi, quando
in sul calare del sole riconobbe la battaglia perduta, e tornare
inutili le prodezze del Duca di Genova per rivocare al conflitto gli
stanchi e scorati, inutile ogni uso ch'egli stesso faceva per ciò
dell'autorità regia ed ogni efficacia d'esempio, cesse riluttante al
suo fato, ed a lentissimi passi e confusi, nulla badando ai projetti
che ognora più spesseggiavano, faceasi prossimo alla città; quando gli
giunsero avvisi certi degli sforzamenti e delle rapine che là entro
e fuori si commettevano dai soldati suoi proprj. Allora, quel grande
infelice, rotto il silenzio e l'esterior calma che in tanto disastro
sapea pur mantenere, sclamò, con profondo trambasciamento del còre,
quelle memorande parole: — Ahi! tutto è perduto, ed anche l'onore. — Nè
potendo ristarsi nè quietare nè correre, cavalcava agitato e affrettato
lungo gli spalti ed i baluardi della città. Narrano, ma io non ne so
netto e sicuro il vero, ch'Egli meditando una fazione così temeraria
come gloriosa, facesse interrogare alcun drappello di cavalieri,
se volevano in quella medesima ora a un mortale cimento seguirlo:
risposero, che volentieri; ma che più non reggevano la persona, e mal
potevano, per la fatica, le armi. Ma, checchessia di ciò, quest'un
fatto è certissimo ed assai vulgato, che vedendolo il generale Durando
esposto tuttora alle offese del nemico, ed anzi cercare i luoghi di
più manifesto pericolo, pigliò ardire di usargli alquanto di pietosa
e cortese forza, e, strettagli affettuosamente la mano ed il braccio,
di là lungi il traeva. A cui il Re, con ineffabile dolore impresso nel
volto e nel suono delle parole: — Generale, disse, questo è l'ultimo
giorno mio, lasciatemi morire. — Voi l'udiste: l'eccesso dei publici
mali faceagli cara sopra ogni bene la morte, e come uomo che veste
carne, umanamente si doleva e parlava. Ma che niuna disperazione si
nascondesse in quei detti non degna della civile santità e d'un gran
cuore italiano, lo testimoniano gli atti di lui successivi, e quello
che raccolsero ammirati dalla sua bocca gli abitanti di Antibo, ai
quali, tre dì soltanto dopo il terribile caso, affermava essere la
causa italiana rivivente ed imperitura; e che quandunque e comunque
fosse la guerra per rinnovarsi contro dell'Austria, Egli saria
ricomparso a combattere, volontario soldato tra i volontarj. Le quali
cose ci rendono certi, che qualora fossegli riuscito d'accattar quella
sera una pronta morte dalle mani degli stranieri, già non avrebbe
cadendo gittato come Koschiusco la spada, e sconsolatamente gridato:
_Finis Italiæ_. Ed anzi, in quel punto medesimo in cui parlò quelle
tetre parole al Durando, ripigliato l'abituale e fortissimo impero
che esercitava sul proprio animo, concepì e risolvette un'azione più
difficile del morire. E per vero, entrato appena in casa il conte
Mellini, dichiarò ai circostanti, che per attenuare al possibile
quel tremendo infortunio e far tollerabili i patti del secondo
armistizio, egli, come specialmente odiato dal capitano dell'Austria
e sospetto ai diplomatici e ai principi, e d'altra parte geloso e
sdegnoso supremamente dell'onor suo, risolveva di abdicare. Subito,
ciascuno gli fu intorno, e i figliuoli segnatamente, per ismuoverlo
da quel proposito. Ma egli, levatosi in piedi, con fermo viso ed
atto imperante, soggiunse: — Io non sono più il Re; vostro Re è il
mio figliuolo Vittorio Emanuele II. — Cresce e propagasi il lutto
e l'accoramento, scorgendosi troppo bene, che piena ed immutabile
rimaneva quella sua volontà. Egli, ristrettosi a breve colloquio col
nuovo Re, parlògli l'estreme parole, pienissime di virtù e sapienza: —
dolergli forte che incominciasse a regnare in congiunture sì gravi e
sul pendio di tanta ruina; ma i saggi che avea veduti di lui, dargli
buon pegno che salverebbe il trono, l'onore e la libertà; tre cose
che pel buon principe fanno una sola, e che disgiunte, tradirebber
la gloria e la prossima grandezza e potenza di Casa di Savoja. Al
monarcato non porgere più fondamento e splendore il dritto divino, ma
la civiltà e larghezza degli istituti, la religione del giuramento
e l'universale dilezione ed estimazione; le quali non saranno mai
per mancare quanto tempo i re, piuttosto che dominatori ed arbitri,
gradiranno di essere i primi magistrati delle lor patrie. Credesse ciò
a lui sopra tutti, il quale avea scòrta la differenza che passa tra
l'affezione de' cortigiani e quella dei popoli, e quanto sia generoso e
soave regnare più assai come cittadino fra uguali, che come signore fra
sudditi. Del rimanente, si ricordasse ogni dì, ripensasse in ciascuna
ora, in ciascun istante, dove fosse egli nato e da cui. — Queste cose
diceva risoluto e tranquillo, mentre d'ogni intorno non era che pianto
e costernazione.