XV.

Quello che ne seguisse, non è qui, pur troppo! occulto a veruno.

Sotto i bastioni di Novara, l'Italia stramazzò tuttaquanta; e il

giardino del mondo, salve queste poche provincie, è dalle barbariche

torme novellamente calpestato e diserto. Fu supremo infortunio;

se non che, la bontà eroica di CARLO ALBERTO vi lampeggiò di tal

lume, che la stessa calunnia abbagliata e svergognata si ammutolì.

Troppo m'è ingrato e penoso, che dovendosi per me toccare queste

cose leggieramente e per transito, io non possieda almeno una più

maestrevole arte di compendiarle.

V'è noto, che nella giornata funesta di Novara, il valore tragrande

degli ufficiali e di alcune schiere elettissime fece per lunga pezza

propendere la vittoria dal lato nostro. Se non che, in sul tramontare,

gl'imperiali ingrossati di nuove truppe, rinfrescarono con tal vigore

gli assalti, che non pure s'ebbero in mano la Biccocca, già presa e

ripresa più d'una volta e con molto sangue; ma fu forza ai nostri

di cedere e di ritrarsi da tutte le parti, ricoverándosene buona

porzione dentro Novara. In quel punto, riarse l'ira pertinace ed

arcana de' nostri destini. In parecchie ordinanze entrò lo scompiglio,

in alcune lo sgomento, in altre l'indisciplina, nell'esercito intero

la certezza e lo sconforto della disfatta. Prima, una lunga fila di

feriti e fuggiaschi, mista di cavalli, d'artiglierie, di carriaggi, si

rimpiattava in città, e propagava intorno mestizia e paura. Seguivano

altre colonne poco ordinate, ed altre affatto scomposte e dal digiuno

allibbite. Qua ufficiali come dissennati per crepacuore; là caterve di

ammutinati che predavano e saccheggiavano; poi squadroni di lancieri

avventantisi contro i rapinatori; poi l'aria assordata di strida,

le vie tinte di sangue e di cadaveri ingombre; mentre sugli spalti

continuo sparavano le artiglierie, e fuor delle porte, a notte già

chiusa e sotto la fredda pioggia, duravano ancora ostinati alcuni

battaglioni a combattere, non più per la fortuna delle armi, ma per

scemar la vergogna. In tutto quel giorno, Re CARLO ALBERTO aveva

così alternati e meschiati gli uffici e le parti di capitano e di

fantaccino, che parecchi de' suoi Ajutanti erangli morti dallato; nè

però consentì mai di ritrarsi a luoghi men minacciati. Poi, quando

in sul calare del sole riconobbe la battaglia perduta, e tornare

inutili le prodezze del Duca di Genova per rivocare al conflitto gli

stanchi e scorati, inutile ogni uso ch'egli stesso faceva per ciò

dell'autorità regia ed ogni efficacia d'esempio, cesse riluttante al

suo fato, ed a lentissimi passi e confusi, nulla badando ai projetti

che ognora più spesseggiavano, faceasi prossimo alla città; quando gli

giunsero avvisi certi degli sforzamenti e delle rapine che là entro

e fuori si commettevano dai soldati suoi proprj. Allora, quel grande

infelice, rotto il silenzio e l'esterior calma che in tanto disastro

sapea pur mantenere, sclamò, con profondo trambasciamento del còre,

quelle memorande parole: — Ahi! tutto è perduto, ed anche l'onore. — Nè

potendo ristarsi nè quietare nè correre, cavalcava agitato e affrettato

lungo gli spalti ed i baluardi della città. Narrano, ma io non ne so

netto e sicuro il vero, ch'Egli meditando una fazione così temeraria

come gloriosa, facesse interrogare alcun drappello di cavalieri,

se volevano in quella medesima ora a un mortale cimento seguirlo:

risposero, che volentieri; ma che più non reggevano la persona, e mal

potevano, per la fatica, le armi. Ma, checchessia di ciò, quest'un

fatto è certissimo ed assai vulgato, che vedendolo il generale Durando

esposto tuttora alle offese del nemico, ed anzi cercare i luoghi di

più manifesto pericolo, pigliò ardire di usargli alquanto di pietosa

e cortese forza, e, strettagli affettuosamente la mano ed il braccio,

di là lungi il traeva. A cui il Re, con ineffabile dolore impresso nel

volto e nel suono delle parole: — Generale, disse, questo è l'ultimo

giorno mio, lasciatemi morire. — Voi l'udiste: l'eccesso dei publici

mali faceagli cara sopra ogni bene la morte, e come uomo che veste

carne, umanamente si doleva e parlava. Ma che niuna disperazione si

nascondesse in quei detti non degna della civile santità e d'un gran

cuore italiano, lo testimoniano gli atti di lui successivi, e quello

che raccolsero ammirati dalla sua bocca gli abitanti di Antibo, ai

quali, tre dì soltanto dopo il terribile caso, affermava essere la

causa italiana rivivente ed imperitura; e che quandunque e comunque

fosse la guerra per rinnovarsi contro dell'Austria, Egli saria

ricomparso a combattere, volontario soldato tra i volontarj. Le quali

cose ci rendono certi, che qualora fossegli riuscito d'accattar quella

sera una pronta morte dalle mani degli stranieri, già non avrebbe

cadendo gittato come Koschiusco la spada, e sconsolatamente gridato:

_Finis Italiæ_. Ed anzi, in quel punto medesimo in cui parlò quelle

tetre parole al Durando, ripigliato l'abituale e fortissimo impero

che esercitava sul proprio animo, concepì e risolvette un'azione più

difficile del morire. E per vero, entrato appena in casa il conte

Mellini, dichiarò ai circostanti, che per attenuare al possibile

quel tremendo infortunio e far tollerabili i patti del secondo

armistizio, egli, come specialmente odiato dal capitano dell'Austria

e sospetto ai diplomatici e ai principi, e d'altra parte geloso e

sdegnoso supremamente dell'onor suo, risolveva di abdicare. Subito,

ciascuno gli fu intorno, e i figliuoli segnatamente, per ismuoverlo

da quel proposito. Ma egli, levatosi in piedi, con fermo viso ed

atto imperante, soggiunse: — Io non sono più il Re; vostro Re è il

mio figliuolo Vittorio Emanuele II. — Cresce e propagasi il lutto

e l'accoramento, scorgendosi troppo bene, che piena ed immutabile

rimaneva quella sua volontà. Egli, ristrettosi a breve colloquio col

nuovo Re, parlògli l'estreme parole, pienissime di virtù e sapienza: —

dolergli forte che incominciasse a regnare in congiunture sì gravi e

sul pendio di tanta ruina; ma i saggi che avea veduti di lui, dargli

buon pegno che salverebbe il trono, l'onore e la libertà; tre cose

che pel buon principe fanno una sola, e che disgiunte, tradirebber

la gloria e la prossima grandezza e potenza di Casa di Savoja. Al

monarcato non porgere più fondamento e splendore il dritto divino, ma

la civiltà e larghezza degli istituti, la religione del giuramento

e l'universale dilezione ed estimazione; le quali non saranno mai

per mancare quanto tempo i re, piuttosto che dominatori ed arbitri,

gradiranno di essere i primi magistrati delle lor patrie. Credesse ciò

a lui sopra tutti, il quale avea scòrta la differenza che passa tra

l'affezione de' cortigiani e quella dei popoli, e quanto sia generoso e

soave regnare più assai come cittadino fra uguali, che come signore fra

sudditi. Del rimanente, si ricordasse ogni dì, ripensasse in ciascuna

ora, in ciascun istante, dove fosse egli nato e da cui. — Queste cose

diceva risoluto e tranquillo, mentre d'ogni intorno non era che pianto

e costernazione.

Scritti politici · 第 278 / 310 题