In dieci dì, la ruota dei casi umani l'à dalla celeste cima travolto
nel fondo, e con lui è inabissata la patria italiana. Quante speranze
tradite, e che moltitudine tetra d'ingrate memorie gli assedian la
mente e gli pesan sul cuore! Mai non lesse egli in alcuna storia un
sì alto principio a sì vil fine cascato. L'Europa tutta inarcava le
ciglia (or fa pochi mesi) sull'assennato, concorde e virtuoso risorgere
degl'Italiani. Ora ogni cosa è corrotta dalle fazioni, e gli animi
appena congiunti ed affratellati, si sciolgono e s'inimicano. Dove
sono i popoli con esso lui confederati? dove la Dieta nazionale?
dove l'Italia cospirante tutta al gran fine, e travagliantesi con
tutti i mezzi nella maggiore delle opere? Le scarse truppe toscane
che seco menava, soprafatte a Curtatone, si sperdono; le pontificie,
vinte a Vicenza e a Treviso, ripassano il Po per non più ritornare;
le lombarde vanno in dileguo. Napoli rivoca a mezzo cammino le sue
fanterie, volta indietro l'armata, e all'Austria si ravvicina. Roma
riprova la guerra in cambio di benedirla, e rappella il Nunzio che
aveagli spedito nel campo a conforto e amicizia.[43] Non à guari, egli
scorgeva il regno suo dilatarsi dall'Isonzo al Panaro; di presente,
Tedeschi e repubblicani minacciangli la corona stessa degli avi.
Sapessergli almeno le genti buon grado del novo e inudito ardire, e di
tanto affanno e pericolo! ma in quella vece, l'invidiano e l'avversano
i principi, lo insidian le sètte, e lo ingiuriano le gazzette loro
sino ad incolparlo e tacciarlo di tradimento vile e insensato; e fra
le moltitudini stesse à fama non certa e molto dispari alla sua bontà
e grandezza. Dopo ciò, pongasi in luogo di CARLO ALBERTO qualunque
spirito forte e animoso, ma meno invitto e prestante, e meno retto
e santo di lui; e par verisimile assai di sentirlo dire fra sè: — Ò
errato a reputare l'Italia capace di migliori destini; perocchè sembra
men malagevole accostare l'una all'altra le cime degli Apennini,
che i cuori de' suoi figliuoli. In essi la discordia è naturata ed
inviscerata, e ogni poco di moto e d'ardore che sopravvenga, ne fa
pullulare i semi, all'infinito fecondi. Bello era il tentare; bello
scrivere nella storia questa gran prova del mio buon animo. Ora,
somiglierebbe a sciocchezza, poichè il naufragio della Nazione vien
sicurissimo, il non procacciare salvezza alla mia corona ed al popolo
mio. Sentiranno gl'Italiani disconoscenti quello che in me possedevano,
quello che in me ànno perduto e loro è impossibile ricuperare. —
Ma l'eroica mente di CARLO ALBERTO così non ragiona; imperciocchè,
dall'ora ch'ei concepì la virtù civile perfetta, e giurò in cuore
la impresa illustre e magnanima, ei fu, come a dire, trasfigurato,
e incentivo di privati interessi e ambizioni più nol toccò. Quindi
gli strabalzamenti della fortuna, i successi dell'armi ingiuste
e spietate, le malignità umane, le scoperte frodi, le dissipate
illusioni, possono all'anima sua recare trafiggimento ed angoscia, ma
non piegarla nè tramutarla. Scordando sè e immedesimandosi tutto con la
sua patria, vive non della propria ma della perpetua vita di quella.
Ripiglieràssi la guerra o no? placherannosi le sorti o peggioreranno?
Risorgerà egli onorato o sempre starà giacente; raccoglierà biasimo
o lode; morrà chiaro o disconosciuto? Queste cose, a petto della
salute d'Italia, e a vista delle remote e finali vicissitudini delle
nazioni, sono nel giudizio di lui non più che danni e accidenze
particolari, e declinazioni transitorie del corso diretto e inerrante
della provvidenza. A lui basta discernere, che quello che oggidì non
accade, accadrà domani o il dì dopo o non sa ben quando, ma certo
accadrà. Fatale è il conseguimento dei fini legittimi ed eminenti dei
popoli: ma chi lo vedrà col lume terreno e gli occhi di carne, Dio solo
conosce. Forse tutti coloro che travagliansi oggi per ciò con ansiosa
pena, giammai non mireranno il bene che tentano e sperano; ma beato
chi scende dentro la tomba consolato dalla visione dello immancabile
e giocondo avvenire. Per fermo, di tutti i beni mondani la gloria e
la buona fama tengono il colmo, e crucio gravissimo a sostenere è la
beffa e lo strazio del proprio nome. Pure, gran conforto è a pensare
che il dì della gloria spunterà nondimeno sull'onesto e sul prode:
conciossiachè l'onore necessariamente si sposa con la virtù; e il
sole della verità consuma col tempo il fango e il lezzo delle umane
tristizie.
A tale santità di pensieri e a tale prestanza di cuore si alzò CARLO
ALBERTO per l'efficienza miracolosa della religione civile, in cui
la pietà verso Dio e la carità inverso la patria si contemperano e
si confondono: il perchè qui rinasce, io ripeto, la virtù greca e
latina, ma più integra e meno fastosa, e non dubitante di sè medesima
come quella di Bruto, e insegnante a Catone di saper sopravvivere
alla sventura. Per tale virtù, mentre i partiti si accusano e si
rimbrottano rabbiosamente, CARLO ALBERTO nè si adira nè accusa nè
maledice, e oppone con regia alterezza alle macchinazioni la legge,
alle improntitudini la pazienza, alle calunnie il disprezzo. Per tale
virtù, mentre cresce da ogni banda lo scoramento, e mentre l'accorta
diplomazia si sbraccia a persuadere la pace, or proponendo discreti
patti e al Piemonte assai profittevoli, ora indugiando ed intrattenendo
e con arti sottilissime spaventando, CARLO ALBERTO maravigliasi forte,
che un primo rovescio abbia intorno a lui freddato tanto bollore, e
sdegnasi di negoziare a pro degli Stati suoi proprj, dove si tratta
della salvezza generale degl'Italiani: per questa sola avere pericolato
la vita, e quella carissima de' suoi figliuoli; aver profuso ogni suo
tesoro, interrotto ogni studio di pace, ogni domestica contentezza
e quanto à di bene il regnare. Quindi, del voto risolutissimo delle
due Camere, di doversi ritentare le sorti dell'armi e ripetere con
ogni fierezza e ostinazione la guerra, egli più che tutti gioisce e
l'approva, stimando con buona ragione, che il sollevamento Ungarico,
i mali umori de' Croati, il resistere di Venezia e il prossimo dar
nell'arme di tutta la Lombardia, porgano alla misera Italia occasione
e speranza di una felice riscossa. E però, come nulla avesse ancora
operato e patito, come arridessero appresso di lui le prime intatte
lusinghe, come non fossersi le fazioni piaciute di satollarlo
d'oltraggi e con isconce menzogne ucciderne la fama e l'onore,
tranquillo e fidante, e ne' rischi cresciuti e moltiplicati più
impavido che per l'innanzi, ecco impugna la seconda volta la spada, e
pianta di nuovo nel suolo lombardo la bandiera del nostro riscatto.