XIII.

Ma giunta è l'ora, e le sorti della Penisola dipendono tutte oggimai

dal terribil giuoco delle spade. Milano insorge disperata e furiosa

contra il nostro antico avversario; e il popolo suo dà imagine di quel

gigante che pugna con innumerabili braccia da un sol corpo animate,

così congiunta e stretta e concordemente feroce combatte quella città.

Ne sono gl'imperiali alla perfine scacciati, e Re CARLO ALBERTO è

di pronto sussidio richiesto, perchè il frutto non si disperda della

vittoria difficile e sanguinosa. Nel consiglio del Re non siedono del

sicuro uomini dubitosi e timidi, nè poco caldi della causa nazionale.

Niente di meno, il passo audacissimo e di momento sommo e supremo, pone

tutti in grave apprensione, e pendono i più nell'avviso di soprattenere

la mossa. — Mancare all'esercito gran parte ancora dei Contingenti, e

molti di questi essere affatto svezzi dall'armi: sui nuovi coscritti

non potersi fare assegnamento veruno, perchè son al tutto e digiuni

d'ogni istruzione: dei fornimenti stessi da guerra aversi penuria

grande, e volerci tempo a supplire: sfidarsi uno de' più formidabili

potentati d'Europa, nel quale, checchè si dica, rimangono tuttora

vivissime forze; soprattutto, un esercito veterano e disciplinatissimo,

e turbe infinite da rifornirlo: aver penato Napoleone e la Francia

intera a domare l'Austria; che potrà il Piemonte mal preparato? andarci

la corona e l'onore di S. M., la salute dei Subalpini, l'avvenire

d'Italia. — Così ragionavano i consiglieri; ma il Re, con aspetto

animato insieme e sicuro, rispose: — Signori! i Milanesi, fratelli

nostri, son minacciati di sterminio e mi domandano scampo; negherò

io d'ajutarli? innanzi al dovere la volgare prudenza si tace: in me

riposate; io mi fo di tutto mallevadore: all'armi, Signori, all'armi!

— Ciò dice, e smosso e conseguito l'assenso dei circostanti, manda

affrettatamente il Generale Bes, con qualche schiera più spedita e

vicina, a soccorrer Milano; dentro le cui mura, per altro, dichiara

di non voler porre il piede, quando non abbia per innanzi con lo

splendore di qualche vittoria ben meritato di visitarla. Godano altri

d'ovazioni e festeggiamenti dal titolo nudo di re e da lusinghiere

aspettazioni provocati. Egli arrossirebbe d'esser lodato di sole

promesse e speranze, colà dove tutti ànno prodigiosamente attenute e

compiute le proprie. Il dì 22 di marzo, intima guerra agli Austriaci

con parole le più infiammative del mondo, e che mai l'Italia dalla

bocca di un principe suo non aveva udite nè sperato forse di udire. La

notte del 26, egli medesimo il Re monta in sella, e ponsi a capitanare

il maggior corpo delle sue schiere; le quali, per comando espresso di

lui, spiegano al vento i sospirati colori italiani, e il dì 29 entran

le porte di Pavia.

Così ebbe cominciamento la guerra del riscatto; durante la quale,

che il Re mostrasse valore e coraggio ad ogni pericolo superiori, è

poca meraviglia e mediocre pregio a paragone con altre sue doti, e

pensando che la militare bravura è comune a tutti della sua stirpe, e

già ne' suoi figliuoli risplende segnalata e chiarissima. Ma come non

accennare, almen di passata, quanta virtù e fermezza ed annegazione da

lui richiedessero gli altri uffici del guerreggiare? Vi risovvengano,

Signori, le infermità sue, la complessione distemperata e mezzo

consunta, i dolori acuti che il trafiggono, la lenta febbre che il

lima e discarna. E contuttociò, guardate come l'indomato suo spirito

con istoica sofferenza e ferreo vigore di volontà sostenta il corpo

affralito, e partecipa i disagi più duri, e le privazioni più lunghe

e penose de' menomi soldati. Ma sulle prime, Egli ebbe almeno a

conforto ed alleggiamento d'ogni patire i ben succeduti combattimenti,

le belle e frequenti prove dei nostri; vedere spesso il dorso

dell'avversario, sperare vicina una prospera e terminativa giornata.

A Goito, il 30 di maggio, sconfiggeva il Re trentamila imperiali con

solo diciannovemila de' suoi. A vespro, e in quel mentre appunto che

la vittoria scoprivasi a tutti sicura e patente, giunsero lettere del

Duca di Genova annunzianti la dedizione di Peschiera; fortezza quanto

altre mai gagliarda e munita, con abilità e bravura difesa, e per

soccorrer la quale movea da più bande molto sforzo di gente. Corre

la nuova tra le ordinanze, ripetesi di schiera in ischiera, e d'indi

escono voci infinite con un sol suono che grida: — Viva CARLO ALBERTO

re dell'Italia. — Beatissimo lui, se in quella giornata medesima, su

quel campo fatto glorioso, tra quelle armi vincitrici e incontaminate,

avessegli il piombo nemico squarciato il petto e recato la morte. Ma

sarebbe fallita alla misera Italia, troppa gran parte dei documenti e

degli esempi che le bisognano, e i quali doveano mostrarsi specchiati

e perfetti nell'esule volontario di Oporto! Molte cose memorevoli io

taccio e trapasso. Ma se mi vien meno il tempo di raccontare le belle

e venturose fazioni dell'esercito nostro, dovrò io distendermi a far

narrazione e pittura delle sfortunate e sinistre? Descriverò io con

dolore ciò che è in mente di ciascheduno, la battaglia di Custoza, le

vettovaglie a un tratto mancate, l'esercito Subalpino per gli stenti

della fame e gli spasimi della sete atterrato e non vinto? Narrerò come

CARLO ALBERTO, o per difender Milano o per procurarle almeno mansuete

condizioni dagli imperiali, abbandonasse i ripari certi che aveva

dietro le sponde del Po e del Ticino? Dirò come protestasse a molti più

avventati che coraggiosi, — poco importargli di farsi uccidere quivi o

altrove, tal dì o tale altro; e però, quando persistessero fermamente

a volersi ad ogni costo difendere, e privi eziandio d'ogni speranza

d'esito buono, ei disdirebbe le convenzioni trattate col maresciallo

austriaco, e di costa a loro combatterebbe insino all'ultimo sangue?

— Narrerò altresì com'egli effettivamente disdisse i patti, e il

Municipio invece li rannodò e concluse, scorgendo certissimo lo

sterminio della città; e come di quindi nascesse scompiglio feroce,

ire implacabili e pazze, rischio estremo di guerra fraterna, rischio

estremo di vita pel calunniato Monarca? Scrivano di tal subbietto i

nemici nostri, e palpino volentieri quelle luride piaghe: io ricondurrò

prestamente il vostro pensiero sulla bontà e intrepidezza di CARLO

ALBERTO; le quali, a guisa di nave fatta colle percosse, sotto il

martello dell'avversità vedremo riuscire compiute e ammirande, e alla

civile santità conformissime.

Scritti politici · 第 276 / 310 题