Ma giunta è l'ora, e le sorti della Penisola dipendono tutte oggimai
dal terribil giuoco delle spade. Milano insorge disperata e furiosa
contra il nostro antico avversario; e il popolo suo dà imagine di quel
gigante che pugna con innumerabili braccia da un sol corpo animate,
così congiunta e stretta e concordemente feroce combatte quella città.
Ne sono gl'imperiali alla perfine scacciati, e Re CARLO ALBERTO è
di pronto sussidio richiesto, perchè il frutto non si disperda della
vittoria difficile e sanguinosa. Nel consiglio del Re non siedono del
sicuro uomini dubitosi e timidi, nè poco caldi della causa nazionale.
Niente di meno, il passo audacissimo e di momento sommo e supremo, pone
tutti in grave apprensione, e pendono i più nell'avviso di soprattenere
la mossa. — Mancare all'esercito gran parte ancora dei Contingenti, e
molti di questi essere affatto svezzi dall'armi: sui nuovi coscritti
non potersi fare assegnamento veruno, perchè son al tutto e digiuni
d'ogni istruzione: dei fornimenti stessi da guerra aversi penuria
grande, e volerci tempo a supplire: sfidarsi uno de' più formidabili
potentati d'Europa, nel quale, checchè si dica, rimangono tuttora
vivissime forze; soprattutto, un esercito veterano e disciplinatissimo,
e turbe infinite da rifornirlo: aver penato Napoleone e la Francia
intera a domare l'Austria; che potrà il Piemonte mal preparato? andarci
la corona e l'onore di S. M., la salute dei Subalpini, l'avvenire
d'Italia. — Così ragionavano i consiglieri; ma il Re, con aspetto
animato insieme e sicuro, rispose: — Signori! i Milanesi, fratelli
nostri, son minacciati di sterminio e mi domandano scampo; negherò
io d'ajutarli? innanzi al dovere la volgare prudenza si tace: in me
riposate; io mi fo di tutto mallevadore: all'armi, Signori, all'armi!
— Ciò dice, e smosso e conseguito l'assenso dei circostanti, manda
affrettatamente il Generale Bes, con qualche schiera più spedita e
vicina, a soccorrer Milano; dentro le cui mura, per altro, dichiara
di non voler porre il piede, quando non abbia per innanzi con lo
splendore di qualche vittoria ben meritato di visitarla. Godano altri
d'ovazioni e festeggiamenti dal titolo nudo di re e da lusinghiere
aspettazioni provocati. Egli arrossirebbe d'esser lodato di sole
promesse e speranze, colà dove tutti ànno prodigiosamente attenute e
compiute le proprie. Il dì 22 di marzo, intima guerra agli Austriaci
con parole le più infiammative del mondo, e che mai l'Italia dalla
bocca di un principe suo non aveva udite nè sperato forse di udire. La
notte del 26, egli medesimo il Re monta in sella, e ponsi a capitanare
il maggior corpo delle sue schiere; le quali, per comando espresso di
lui, spiegano al vento i sospirati colori italiani, e il dì 29 entran
le porte di Pavia.
Così ebbe cominciamento la guerra del riscatto; durante la quale,
che il Re mostrasse valore e coraggio ad ogni pericolo superiori, è
poca meraviglia e mediocre pregio a paragone con altre sue doti, e
pensando che la militare bravura è comune a tutti della sua stirpe, e
già ne' suoi figliuoli risplende segnalata e chiarissima. Ma come non
accennare, almen di passata, quanta virtù e fermezza ed annegazione da
lui richiedessero gli altri uffici del guerreggiare? Vi risovvengano,
Signori, le infermità sue, la complessione distemperata e mezzo
consunta, i dolori acuti che il trafiggono, la lenta febbre che il
lima e discarna. E contuttociò, guardate come l'indomato suo spirito
con istoica sofferenza e ferreo vigore di volontà sostenta il corpo
affralito, e partecipa i disagi più duri, e le privazioni più lunghe
e penose de' menomi soldati. Ma sulle prime, Egli ebbe almeno a
conforto ed alleggiamento d'ogni patire i ben succeduti combattimenti,
le belle e frequenti prove dei nostri; vedere spesso il dorso
dell'avversario, sperare vicina una prospera e terminativa giornata.
A Goito, il 30 di maggio, sconfiggeva il Re trentamila imperiali con
solo diciannovemila de' suoi. A vespro, e in quel mentre appunto che
la vittoria scoprivasi a tutti sicura e patente, giunsero lettere del
Duca di Genova annunzianti la dedizione di Peschiera; fortezza quanto
altre mai gagliarda e munita, con abilità e bravura difesa, e per
soccorrer la quale movea da più bande molto sforzo di gente. Corre
la nuova tra le ordinanze, ripetesi di schiera in ischiera, e d'indi
escono voci infinite con un sol suono che grida: — Viva CARLO ALBERTO
re dell'Italia. — Beatissimo lui, se in quella giornata medesima, su
quel campo fatto glorioso, tra quelle armi vincitrici e incontaminate,
avessegli il piombo nemico squarciato il petto e recato la morte. Ma
sarebbe fallita alla misera Italia, troppa gran parte dei documenti e
degli esempi che le bisognano, e i quali doveano mostrarsi specchiati
e perfetti nell'esule volontario di Oporto! Molte cose memorevoli io
taccio e trapasso. Ma se mi vien meno il tempo di raccontare le belle
e venturose fazioni dell'esercito nostro, dovrò io distendermi a far
narrazione e pittura delle sfortunate e sinistre? Descriverò io con
dolore ciò che è in mente di ciascheduno, la battaglia di Custoza, le
vettovaglie a un tratto mancate, l'esercito Subalpino per gli stenti
della fame e gli spasimi della sete atterrato e non vinto? Narrerò come
CARLO ALBERTO, o per difender Milano o per procurarle almeno mansuete
condizioni dagli imperiali, abbandonasse i ripari certi che aveva
dietro le sponde del Po e del Ticino? Dirò come protestasse a molti più
avventati che coraggiosi, — poco importargli di farsi uccidere quivi o
altrove, tal dì o tale altro; e però, quando persistessero fermamente
a volersi ad ogni costo difendere, e privi eziandio d'ogni speranza
d'esito buono, ei disdirebbe le convenzioni trattate col maresciallo
austriaco, e di costa a loro combatterebbe insino all'ultimo sangue?
— Narrerò altresì com'egli effettivamente disdisse i patti, e il
Municipio invece li rannodò e concluse, scorgendo certissimo lo
sterminio della città; e come di quindi nascesse scompiglio feroce,
ire implacabili e pazze, rischio estremo di guerra fraterna, rischio
estremo di vita pel calunniato Monarca? Scrivano di tal subbietto i
nemici nostri, e palpino volentieri quelle luride piaghe: io ricondurrò
prestamente il vostro pensiero sulla bontà e intrepidezza di CARLO
ALBERTO; le quali, a guisa di nave fatta colle percosse, sotto il
martello dell'avversità vedremo riuscire compiute e ammirande, e alla
civile santità conformissime.