XII.

Correva la fine del 1847, e crescevano i pegni dati da CARLO ALBERTO

dei suoi liberalissimi intendimenti. E per fermo, quel principe à

larghi e veri spiriti liberali, e desiderio sincero di spianar la

via alle pubbliche libertà, il quale scioglie dai vecchi legami la

stampa, e inizia in tal guisa l'educazione comune politica, e il regno

non contrastabile dell'opinione. Dalla quale franchezza di stampa

incominciò il Re, per appunto, l'emancipazione dei popoli suoi; la

quale dovea per lo meno esser tanta, da suscitare quelle potenze

migliori della mente e dell'animo, che sono mezzi necessarj all'opera

somma e finale dell'Indipendenza. A rispetto poi di questa, i colloquj

degl'Italiani eran tali, e le vistose e pubbliche dimostrazioni del

comun voto e proposito sì fattamente moltiplicavano (fra l'altre, la

bellissima e strepitosa dei Genovesi il dì decimo di dicembre), che

doveano presto o tardi le cose precipitare alla guerra; e però alle

armi pensava il Re più che mai studiosamente.

Ma Dio gli tolse di poter maturare il gran caso, e con molto più forti

apparecchi emendare il fallo de' suoi ministri. Per vero, al misurato e

savio procedere degli Italiani di riforma in riforma e d'una in altra

miglioranza, fece prima interrompimento la sollevazione di Palermo,

poi l'altra male augurata e tempestosissima di Parigi. Pure, per la

rivoltura di Palermo, divenne (mercè dell'affaticarsi de' buoni) il

moto riformativo italiano più concitato d'assai, ma non fazioso nè

ruinoso. Imperocchè le Carte ottriate dai principi ottennero che alla

piena subito cresciuta e già traboccante dei desiderj e delle esigenze,

fosse aperto un letto molto capace, e dove il corso di quella pigliar

potesse velocità equabile e regolare. Invece, il soqquadro di Francia

fu seme esiziale e non estirpabile de' nostri danni, facendo le menti

vertiginose, dissolutissimi i desiderj, sbrigliate le passioni, audaci

e soverchiatici le sètte.

Ogni buono se ne turbò. CARLO ALBERTO ne pianse in cuore, ma nulla

cambiò del proposito, nè indietreggiò nè si ristette nè schiuse l'animo

alle diffidenze ed alle paure. — Dio, con impulsioni interiori e con

l'esterno e lungo portento d'inopinabili fatti, comandami (pensava

egli) d'incominciare; eziandio a prezzo della vita e della corona,

il risorgimento italiano; e il cenno dell'alto verrà adempiuto. Se

gli uomini e la ventura sconceranno in gran parte il gesto sublime,

esso Dio, col tempo, docile ministro suo, e con l'arti ineffabili

di sua provvidenza, il ricomporrà. — In tale giudizio s'adagia Egli

tranquillo ed imperturbato. Ma ciò non toglie che, da buon cittadino

e da ottimo re, non provveda via via secondo l'urgenza e la pressura

dei casi. Arrola nuove truppe; a nuovi e solleciti apprestamenti fa

metter mano. Abolisce per le stampe ogni magistrato censorio; pone

a guardia delle pubbliche libertà le armi cittadine; promulga lieto

e spontaneo il Patto costituzionale, e affidane l'esecuzione ai più

caldi e provati fautori e promovitori. E perchè io non ritorni altra

volta su tale materia delle franchigie politiche largite e mantenute

da questo Re legislatore, io toccherò qui di volo, come Egli, con

diligentissima cura, anzi con gelosa e scrupolosa vigilazione sopra

sè stesso, mai non trasandò d'un attimo quei confini ch'egli medesimo

avea prescritti all'autorità regia, e sempre fece consiglio e volontà

propria la volontà e il consiglio del Parlamento e dei Ministri: il

che adempieva egli appunto in quei giorni in cui maggiore sorgeva il

bisogno d'una leale dittatura, e dopo contratto per diciotto anni di

quieto regno l'abito cotidiano dell'assoluto comando. Forse nei negozj

civili gli era comodità e riposo il dimetterlo: gli fu duro assai ne'

militari, antica e domestica occupazione di tutti della sua Casa, e de'

quali avea riempiuto le men tristi ore della sua vita. Pur nondimeno,

così volle al nuovo Statuto obbedire e star sottomesso, che quando

venne domandato da' suoi Ministri di cedere altrui l'impero supremo

dell'armi, mansuetamente rispose: — Se a voi par bene e giovi alla

patria e la legge il comandi, si faccia. — E non è dubbio, che qualora

a lui fosse venuto trovato tra' suoi capitani alcuno tanto degno di

quell'ufficio da spegner l'invidia e gradire all'universale, egli

avrebbe, simigliante a quel greco, ringraziato publicamente Iddio del

dare alla patria cittadini di sè più valenti: nè mancò di supplire al

difetto, chiedendo a Francesi, a Svizzeri, a Polacchi, ripetutamente

e con somma istanza, un esperto e già vittorioso conducitore. Tanto

la pietà, lo zelo e il debito sempre vivo e operoso inverso la

dolce sua terra, facea modesto e premuroso costui, e dimentico di sè

stesso e d'ogni passato. Proficuo precetto alle genti italiane, ed

anzi rimprovero fiero e solenne, quando si pensa il presumere loro

insolente, e l'acuta febbre d'invidia che continuo le travaglia e le

rode. Nell'altro esempio dell'osservare puntualissimamente i patti e le

leggi, molti principi si specchieranno, speriamo, con buon profitto: a

noi rimane la felicità di sapere, che alla Maestà di Vittorio Emanuele

II non fa bisogno, e che in ciò principalmente vuol esser egli del

padre suo non allievo e seguace, sì bene compagno e competitore.

Scritti politici · 第 275 / 310 题