IX.

Pochi anni dopo il 1840, apparvero i primi indizj dell'eminente

e riposto pensiero del Re. Al libro delle Speranze d'Italia e

all'altro del _Primato civile degl'Italiani_, mostrò di fuori buon

viso, nell'animo fece festa e plauso vivissimo, godendo di veder gli

scrittori persuadere e muovere la nazione a più savj consigli e a

praticabili proponimenti. In quel mezzo, le riforme moltiplicava; e

ampliando gli studj, massimamente di storia e di giure, promulgando

i Codici troppo lungo tempo aspettati, promovendo le industrie e i

commerci, l'arti geniali erudendo e premiando, suscitava ne' popoli

le infingardite facoltà dell'ingegno e del sentimento, adusavali

all'impero imparziale e non rimutevole della legge, e alzava a cose

magnifiche le loro speranze e i lor desiderj. Concordi, operosi

e disciplinati serbava gli ordini ministrativi, integerrimo il

magistrato. Altrettanto di bene volea succedesse nell'esercito e

negli armamenti, dove o l'imperizia o la trascuraggine, o molto

peggior cagione frustrato non avesse l'intento premuroso e continuo

del buon Principe. In sostanza, ogni cosa avviavasi, benchè

lentamente, a preparare i Subalpini a gran fatti, e a prove (può dirsi

metaforeggiando) non da uomini ma da giganti. Già nel 1846 scoppiavano

molte faville del nazionale ardore che in petto al Re divampava. Già

al Congresso degli Scienziati raccolto in Genova, e festeggiato a

cielo da questa ospitalissima cittadinanza, dava il Principe libertà

di discorso e di stampa; tanto che parve la radunanza accademica

tramutarsi affatto in politica, e l'Italia udire, racconsolata ed

attonita, la voce congiunta e concorde di tutti i suoi figli. A detti

e a sentimenti poco dissimili porgeva occasione il primo congregarsi

altresì de' Comizj Agrarj, dal Re consentito e voluto. Già, senza

uscir del buon dritto, ricusava CARLO ALBERTO di più oltre osservare

certi patti gravosi temporalmente convenuti tra l'Austria e il Piemonte

circa ad alcune merci e derrate dall'uno nell'altro Stato trasmesse.

All'Austria, avvezza a signoreggiare in ogni corte italiana, ciò parve

nuovo ed acerbo, e fieramente se ne sdegnò; ma non sì che intendesse

le mire ultime e generose nascoste in que' fatti: imperocchè non

possono i despoti figurare e credere in altri quel che non sentono essi

o dispregiano, e che alla volgare loro ambizione d'infinito spazio

sovrasta. Di tal modo le cose maturavano nel Piemonte. Ma, ciò non

pertanto, versava l'animo di CARLO ALBERTO in molte dubiezze; non a

rispetto del fine sovrano, e del volerlo (quando che fosse) interamente

e con gagliardezza raggiungere ed adempire; ma sì bene intorno alla

scelta dei mezzi, e all'indirizzo da darsi all'eroico intraprendimento,

e al come condurlo in guise ottime e conformi alla sua pietà, e fermate

sopra principj d'irrefragabile bontà e giustizia. Conciossiachè molti

fra suoi cortigiani, e fra' religiosi più intramettenti e troppo da

lui caldeggiati, veniangli mostrando e raccomandando una sorta di

pietà, di giustizia e di carità oppostissima al concetto che l'indole

sua, naturalmente diritta e nobile, s'avea foggiato. Ciò più che

altro il teneva perplesso. Però scolpiva in una medaglia il leone

Sabaudo pronto a percuotere con l'alzato artiglio l'aquila spuria e

difforme, solo che vedesse spuntare in cielo l'astro aspettato, cioè

un segno precursore e fatale ch'egli credeva non dovergli a tempo

fallire, e non esser remoto. Ed ecco, veracemente, sorgere un lume

improvviso e sfolgorantissimo in Vaticano, ai cui lampi ed al cui

tepore sembrano nel miserando deserto d'Italia rigerminar tutte le

antiche semenze di onore, di libertà, di sapienza e di gloria. Certo,

nessuno salutò quella luce con più di appagamento e letizia, che Re

CARLO ALBERTO; avvegnachè da quel punto a lui cessarono le esitanze,

e ogni oscurezza si dileguò, e raccolse entro l'animo il pieno e

sicuro criterio morale d'ogni futura opera sua. Stimò allora ed ebbe

per fermo, nè per qualunque mutare d'uomini e d'avvenimenti cangiò

egli di poi sentenza, che Dio medesimo gli rivelasse in modo patente

e straordinario, a quale specie di pietà e a quali virtù ardite e

maschie e fruttuose fosse chiamato ed eletto. Compiersi, alfine, il

felice connubio tra la libertà e il papato, tra il progredimento civile

e la Chiesa; Roma cessare di troppo blandire i potenti, e verso i

popoli nuovamente accostarsi; già riconoscere nelle Nazioni il dritto

primitivo ed ingenito di possedere sè stesse; già spandere benedizioni

sulle armi che quello difendono, e più validamente venir sancito

da lei quel pronunziato antichissimo, che combattere e perire a pro

della verità e della giustizia torna a un medesimo che combattere e

morire per Cristo Signore, _cum Christus sit veritas et justitia_.[42]

Allora CARLO ALBERTO, abbracciando la sublime impresa d'Italia con

la fede viva ed inestinguibile d'un Buglione e d'un Riccardo, subito

pose in disparte le troppe cautele, i viluppi, gli ondeggiamenti e

gli artificj dell'usuale diplomazia. Quanto più generosi ed aperti i

mezzi, tanto gli parevano da preferire; la calcolatrice prudenza de'

Gabinetti spregiò, e neppure si volse indietro a guardare i maneggi

e le pratiche del passato: così diverso volea che fosse il presente,

e di così animosi e solleciti fatti ripieno. Gran caso, vederlo

scostarsi ad un tratto da quella ragion di stato avveduta e scaltrita,

che mena ordinariamente i negozj di tutte le corti, nella quale sono

allevati e formati i principi, fatta a lui parere più necessaria dalla

malagevolezza dei tempi, predicatagli da tutta la storia di Casa sua.

Scritti politici · 第 272 / 310 题