Famoso è nelle storie d'Erodoto quel discorso di Solone a Creso re dei
Lidj, col quale fece il savio ateniese divisare e conoscere, come per
dar giudicio della bontà e felicità della vita convenga soprattutto
aspettarne e considerarne il termine; e che le ultime parti di quella
(quando già non sia dalla vecchiezza troppo consunta) ne racchiudono
il maggior pondo e valore, perchè ne sono, come a dire, il portato
a cui preparare trascorsero gli anni antecedenti. E sebbene questi
non paressero tutti laudevoli, o non quanto gli ultimi, fannosi di
leggieri dimenticare, sembrando tener simiglianza con quelle foglie
e quei tegumenti che bene allegato che abbia il frutto, si diseccano
e cadono. Per contra, dove l'ultima maturità della vita non riesca
corretta e gloriosa, poco o nulla stiman gli uomini le virtù e i pregi
anteriori. Certo, non è senza maraviglia il pensare, come i trascorsi
e la ferità di Ottaviano Augusto vengano quasi tenuti in non cale per
considerazione della sapienza e liberalità posteriore. Nè comparisce
meno strano, che il saper morire da forte e da generoso tramandasse
ai posteri il nome di Ottone pressochè mondo d'ogni sozzura. Ma,
per lo contrario, trapassò dubia e macchiata in sino a noi la fama
di Teodorico, soltanto per avere una vita tutta bella e incolpevole
bruttata, in sul finire, d'un fallo unico, incrudelendo contro que' due
gran giusti, Simmaco e Boezio.
Ciò bene osservato, a voi non parrà disdicevole che io, stretto dal
tempo e dal proseguimento del rito e di sue cerimonie, e sceglier
dovendo il meglio e il più sostanzioso della vasta materia, raccolga
il mio ragionare quasi tutto negli ultimi anni della vita di CARLO
ALBERTO; ne' quali, d'altra parte, un secolo intero sembra esser
trascorso, e ai quali porterà invidia in qualunque età qualunque
principe d'alto sentire, e che abbia cuore d'innamorarsi della sventura
e di non tremare il martirio.
Io dico e ripeto, impertanto, con gran fermezza, che i concetti e
le mire di CARLO ALBERTO, quali segnatamente negli ultimi anni si
palesarono a tutto il mondo, ed alle quali accomodò ogni pensiero e
ogni azione, furono le più pure insieme e le più eccelse e benefiche
a cui può voltarsi una elevatissima mente e un petto generoso ed
intrepido; e al mio giudicio, procede da esse sole tal merito, da
tenere viva e onorata in perpetuo la sua memoria. Nel vero, di molte
e varie accidenze di guerra e di molti imprendimenti formidabili e
strepitosi ragiona la storia; e più a lungo ed enfaticamente assai,
con quanto maggior sangue e maggiore perturbazione e ruina di cose
si consumarono. Ma se dalla giustizia ed utilità del fine lecito
fosse di misurare la bellezza e splendenza loro, quante di esse
imprese pensiamo, o Signori, che si rimarrebbero degne d'encomio e di
ammirazione? Certo, lasciando pure intatta ed inesplorata l'antichità,
io vorrei che in qualche dotto e prudente uomo fosse stato arbitrio
d'interrogar d'improvviso o Carlo quinto, o l'emulo suo Francesco, o
Luigi decimoquarto, o Carlo di Svezia, o (mi si dia licenza d'aprir
tutto il vero) quel Genio stesso tragrande che regnò, non à molti
anni, dal mare germanico al mar siciliano e dalla Loira alla Vistola,
e osò portar guerra ad un tempo medesimo sulle terre Gaditane e sulle
Moscovite. Io vorrei, dico, che in alcun giorno de' più radiosi e beati
del viver loro, quel savio che io mi figuro avesse inopinatamente
potuto a ciascun d'essi addirizzare queste o somiglianti parole: —
Creatura mortale e peccabile, che pensi, che imprendi, ove guardi?
Veggo gesti rumorosi e magnifici; veggo battaglie e conquiste, paesi
sconvolti, ordini antichi mutati; ma i fini proporzionati del bene e
dell'utile, e la necessità e giustizia delle cagioni non veggo. Degna
mostrarmi il largo e perpetuo profitto che il genere umano intero, od
almanco la tua nazione, è per trarre da sì gran copia di sangue, da
sì profondi guastamenti, da guerre sì lunghe e sì disastrose. — Del
sicuro, a interrogazioni cotali non avrebber fallito risposte ingegnose
e magniloquenti da ciascuno di que' famosi. Ma negli occulti del cuore
e negli ultimi penetrali della coscienza un subito scompiglio sarebbe
pur nato, e una involontaria e amarissima dubitazione intorno alla
bontà e legittimità del proposito. Interrogato in quella vece di ciò
medesimo Re CARLO ALBERTO in qualunque tempo e in qual sia frangente
di cose, chi di noi nol vede e non l'ode speditamente rispondere, con
pacata serenità e alterezza dal profondo dell'animo attinte: — Chiedi
quello che io voglio e ch'io fo? io la più santa e legittima voglio e
procuro di tutte le imprese, l'affrancamento d'Italia. —
D'ogni e qualunque azione civile, la principale e migliore per
merito, per dignità, per bellezza, per santità, per fama, sempre fu
reputato il procacciare, con arduo sforzo ed eroico, la liberazione
della patria dalla tirannide dei forestieri. Imperocchè, fondamento
d'ogni libertà e d'ogni diritto è la politica indipendenza; rimossa
la quale, può solo sussistere un'apparente libertà e un apparente
diritto. Del pari, nella indipendenza è il principio vero e spontaneo
e la cagione efficace e sempre ubertosa di ogni prosperità e grandezza
sociale; essendo che l'ordine morale del mondo à determinato e
prescritto ab eterno, che le nazioni, primamente e originalmente da
natura costituite, rimanendo signore ed arbitre de' proprj destini,
arrechino all'intera famiglia umana quella stessa varietà d'indole
e quella eccellenza stessa speciale di attitudini e di talenti, che
può ogni singolo uomo arrecare alla propria città; onde risulta
l'armonia portentosa delle differenze, il cambio e la mutuazione
degli uffici e dei comodi, e in fine l'incremento e il progresso del
comun bene. Il perchè, oppressare l'autonomia naturale dei popoli si è
rompere guerra scelleratissima alla Provvidenza, la quale a ciascuna
nazione liberalmente concesse di veder meglio che tutte le altre una
sembianza del vero e del bene eterno, e assegnò qualche proprio e
nobile ascendimento su per l'immenso scaleo della perfezione civile.
Da ciò procede, che l'antichità e la modernità puntualmente concordano
ad anteporre ad ogni specie di nome illustre quello di coloro che,
impugnata con retto animo la spada di Matatia, spesero i sudori, il
sangue e la vita per purgare la terra degli avi dal contatto pestifero
degli stranieri. Da ciò procede eziandio, che il tempo e la vecchiezza
consumatrice di tutte cose, in luogo di nuocere e logorar come tarlo le
memorie di quelli, le riforbisce di mano in mano, e le cinge di lampi
e splendori: tanto che si trasmutano in simboli e in figure ideali ed
archetipe, e sono segno e subbietto alle tradizioni popolari e alle
fantasie de' poeti; i quali, in tal caso segnatamente, la storia e la
favola tessono insieme non già per trastullo, ma con intuito secreto
d'una verità più alta e più vera della storia medesima. Così d'Erminio
è accaduto appresso i Germani, così di Guglielmo Tello appresso gli
Svizzeri, così di Giovanna d'Arco in mezzo a' Francesi, e di Giovanni
da Procida tra' Siciliani, e del Cid e de' suoi cinque figliuoli tra'
Castigliani. Ed io stimo medesimamente, che dai nostri tardi nepoti non
verrà nelle canzoni loro popolaresche taciuto il nome di CARLO ALBERTO,
nè andrà egli senza onore di simboliche figurazioni; chè anzi, quanto
più travaglio e sangue e sudore costerà agli Italiani il vendicarsi
in essere di nazione, con quanta maggiore felicità e amplitudine
ripiglieranno di poi il corso delle preterite glorie e ritroveranno
le orme dell'antica fortuna, altrettanto diverrà chiara e di giorno
in giorno più rinnovata e ringiovanita la tragica memoria di questo
principiatore eccelso della risurrezione italiana; conciossiachè gli
uomini delle cose grandissime ammirano sopra modo i principj, e gli
reputano come divini.