III.

Famoso è nelle storie d'Erodoto quel discorso di Solone a Creso re dei

Lidj, col quale fece il savio ateniese divisare e conoscere, come per

dar giudicio della bontà e felicità della vita convenga soprattutto

aspettarne e considerarne il termine; e che le ultime parti di quella

(quando già non sia dalla vecchiezza troppo consunta) ne racchiudono

il maggior pondo e valore, perchè ne sono, come a dire, il portato

a cui preparare trascorsero gli anni antecedenti. E sebbene questi

non paressero tutti laudevoli, o non quanto gli ultimi, fannosi di

leggieri dimenticare, sembrando tener simiglianza con quelle foglie

e quei tegumenti che bene allegato che abbia il frutto, si diseccano

e cadono. Per contra, dove l'ultima maturità della vita non riesca

corretta e gloriosa, poco o nulla stiman gli uomini le virtù e i pregi

anteriori. Certo, non è senza maraviglia il pensare, come i trascorsi

e la ferità di Ottaviano Augusto vengano quasi tenuti in non cale per

considerazione della sapienza e liberalità posteriore. Nè comparisce

meno strano, che il saper morire da forte e da generoso tramandasse

ai posteri il nome di Ottone pressochè mondo d'ogni sozzura. Ma,

per lo contrario, trapassò dubia e macchiata in sino a noi la fama

di Teodorico, soltanto per avere una vita tutta bella e incolpevole

bruttata, in sul finire, d'un fallo unico, incrudelendo contro que' due

gran giusti, Simmaco e Boezio.

Ciò bene osservato, a voi non parrà disdicevole che io, stretto dal

tempo e dal proseguimento del rito e di sue cerimonie, e sceglier

dovendo il meglio e il più sostanzioso della vasta materia, raccolga

il mio ragionare quasi tutto negli ultimi anni della vita di CARLO

ALBERTO; ne' quali, d'altra parte, un secolo intero sembra esser

trascorso, e ai quali porterà invidia in qualunque età qualunque

principe d'alto sentire, e che abbia cuore d'innamorarsi della sventura

e di non tremare il martirio.

Io dico e ripeto, impertanto, con gran fermezza, che i concetti e

le mire di CARLO ALBERTO, quali segnatamente negli ultimi anni si

palesarono a tutto il mondo, ed alle quali accomodò ogni pensiero e

ogni azione, furono le più pure insieme e le più eccelse e benefiche

a cui può voltarsi una elevatissima mente e un petto generoso ed

intrepido; e al mio giudicio, procede da esse sole tal merito, da

tenere viva e onorata in perpetuo la sua memoria. Nel vero, di molte

e varie accidenze di guerra e di molti imprendimenti formidabili e

strepitosi ragiona la storia; e più a lungo ed enfaticamente assai,

con quanto maggior sangue e maggiore perturbazione e ruina di cose

si consumarono. Ma se dalla giustizia ed utilità del fine lecito

fosse di misurare la bellezza e splendenza loro, quante di esse

imprese pensiamo, o Signori, che si rimarrebbero degne d'encomio e di

ammirazione? Certo, lasciando pure intatta ed inesplorata l'antichità,

io vorrei che in qualche dotto e prudente uomo fosse stato arbitrio

d'interrogar d'improvviso o Carlo quinto, o l'emulo suo Francesco, o

Luigi decimoquarto, o Carlo di Svezia, o (mi si dia licenza d'aprir

tutto il vero) quel Genio stesso tragrande che regnò, non à molti

anni, dal mare germanico al mar siciliano e dalla Loira alla Vistola,

e osò portar guerra ad un tempo medesimo sulle terre Gaditane e sulle

Moscovite. Io vorrei, dico, che in alcun giorno de' più radiosi e beati

del viver loro, quel savio che io mi figuro avesse inopinatamente

potuto a ciascun d'essi addirizzare queste o somiglianti parole: —

Creatura mortale e peccabile, che pensi, che imprendi, ove guardi?

Veggo gesti rumorosi e magnifici; veggo battaglie e conquiste, paesi

sconvolti, ordini antichi mutati; ma i fini proporzionati del bene e

dell'utile, e la necessità e giustizia delle cagioni non veggo. Degna

mostrarmi il largo e perpetuo profitto che il genere umano intero, od

almanco la tua nazione, è per trarre da sì gran copia di sangue, da

sì profondi guastamenti, da guerre sì lunghe e sì disastrose. — Del

sicuro, a interrogazioni cotali non avrebber fallito risposte ingegnose

e magniloquenti da ciascuno di que' famosi. Ma negli occulti del cuore

e negli ultimi penetrali della coscienza un subito scompiglio sarebbe

pur nato, e una involontaria e amarissima dubitazione intorno alla

bontà e legittimità del proposito. Interrogato in quella vece di ciò

medesimo Re CARLO ALBERTO in qualunque tempo e in qual sia frangente

di cose, chi di noi nol vede e non l'ode speditamente rispondere, con

pacata serenità e alterezza dal profondo dell'animo attinte: — Chiedi

quello che io voglio e ch'io fo? io la più santa e legittima voglio e

procuro di tutte le imprese, l'affrancamento d'Italia. —

D'ogni e qualunque azione civile, la principale e migliore per

merito, per dignità, per bellezza, per santità, per fama, sempre fu

reputato il procacciare, con arduo sforzo ed eroico, la liberazione

della patria dalla tirannide dei forestieri. Imperocchè, fondamento

d'ogni libertà e d'ogni diritto è la politica indipendenza; rimossa

la quale, può solo sussistere un'apparente libertà e un apparente

diritto. Del pari, nella indipendenza è il principio vero e spontaneo

e la cagione efficace e sempre ubertosa di ogni prosperità e grandezza

sociale; essendo che l'ordine morale del mondo à determinato e

prescritto ab eterno, che le nazioni, primamente e originalmente da

natura costituite, rimanendo signore ed arbitre de' proprj destini,

arrechino all'intera famiglia umana quella stessa varietà d'indole

e quella eccellenza stessa speciale di attitudini e di talenti, che

può ogni singolo uomo arrecare alla propria città; onde risulta

l'armonia portentosa delle differenze, il cambio e la mutuazione

degli uffici e dei comodi, e in fine l'incremento e il progresso del

comun bene. Il perchè, oppressare l'autonomia naturale dei popoli si è

rompere guerra scelleratissima alla Provvidenza, la quale a ciascuna

nazione liberalmente concesse di veder meglio che tutte le altre una

sembianza del vero e del bene eterno, e assegnò qualche proprio e

nobile ascendimento su per l'immenso scaleo della perfezione civile.

Da ciò procede, che l'antichità e la modernità puntualmente concordano

ad anteporre ad ogni specie di nome illustre quello di coloro che,

impugnata con retto animo la spada di Matatia, spesero i sudori, il

sangue e la vita per purgare la terra degli avi dal contatto pestifero

degli stranieri. Da ciò procede eziandio, che il tempo e la vecchiezza

consumatrice di tutte cose, in luogo di nuocere e logorar come tarlo le

memorie di quelli, le riforbisce di mano in mano, e le cinge di lampi

e splendori: tanto che si trasmutano in simboli e in figure ideali ed

archetipe, e sono segno e subbietto alle tradizioni popolari e alle

fantasie de' poeti; i quali, in tal caso segnatamente, la storia e la

favola tessono insieme non già per trastullo, ma con intuito secreto

d'una verità più alta e più vera della storia medesima. Così d'Erminio

è accaduto appresso i Germani, così di Guglielmo Tello appresso gli

Svizzeri, così di Giovanna d'Arco in mezzo a' Francesi, e di Giovanni

da Procida tra' Siciliani, e del Cid e de' suoi cinque figliuoli tra'

Castigliani. Ed io stimo medesimamente, che dai nostri tardi nepoti non

verrà nelle canzoni loro popolaresche taciuto il nome di CARLO ALBERTO,

nè andrà egli senza onore di simboliche figurazioni; chè anzi, quanto

più travaglio e sangue e sudore costerà agli Italiani il vendicarsi

in essere di nazione, con quanta maggiore felicità e amplitudine

ripiglieranno di poi il corso delle preterite glorie e ritroveranno

le orme dell'antica fortuna, altrettanto diverrà chiara e di giorno

in giorno più rinnovata e ringiovanita la tragica memoria di questo

principiatore eccelso della risurrezione italiana; conciossiachè gli

uomini delle cose grandissime ammirano sopra modo i principj, e gli

reputano come divini.

Scritti politici · 第 266 / 310 题