Suole gran parte di coloro che studiano nelle storie, uscire dalla
notizia e considerazione di quelle con l'animo troppo diverso e
fuor misura disingannato, e odiando quasi la luce che d'indi è lor
balenata. Imperocchè stimano averne raccolto questo insegnamento più
generale e più certo: che, cioè, il genere umano vive e si pasce,
come durevolmente fanciullo, di perpetue illusioni; la fortuna
governare le cose nostre con usuale insolenza e perfidia; quei popoli
acquistare grandezza e quei principi venir lodati e famosi, che son
fortunati. Le imprese comechè giuste e nobili, gli sforzi comechè
dolorosi e magnanimi, quando il buon successo non gli accompagni, o si
estinguono nel silenzio, o con dispregio son ricordati. Se il cuore fu
schietto e sublime, il tentamento generoso, le intenzioni benefiche,
la volontà invitta e incrollabile, non si chiede. Invece, molti nomi
permangono illustri e molte opere ricordate nei secoli ed ammirate, le
quali la giustizia condanna, e la bontà deplora ed abbomina. Insomma
(sentenzian costoro), la lealtà, il coraggio, la rettitudine, la
bontà e l'annegazione sola valgono nelle storie meno che nulla, e di
lor si fa caso unicamente allora che menano seco la forza, l'ingegno,
l'abilità, la fortuna; e l'abilità, l'ingegno, la fortuna e la forza
valgono, pur troppo, e prevalgono anche sole. Ora, a tale sentenza
sconfortatrice e del sicuro non tutta falsa, ognun sa che dovrebbe il
virtuoso e il cristiano non si perturbare; essendo notissimo a lui, che
il mondo è cieco e strano dispensiere di fama, e il volgo si lascia
pigliare alle splendide e strepitose apparenze; notissimo è a lui,
che la virtù è rara e divina cosa per ciò appunto che tragge i premj
da entro sè stessa. E fuori di sè, non agli uomini li domanda ma sì
a Dio immortale, e dei parziali e sciocchi giudizj umani alteramente
sorride. Ciò resta vero; ma la virtù comunale e generalmente usata non
è profonda nè coraggiosa; e d'altra parte, ànno le storie del medio evo
mostrato e provato assai, quanto torni pericoloso il porre tutte mai
le speranze e tutti i pensieri fuori del mondo. Ei si fa necessario,
pertanto, che qualche preludio almeno di gloria, qualche cenno di
spiritual premio, qualche segno e testimonianza visibile di laude e di
onore, segna presto o tardi l'animoso ed il buono eziandio quaggiù in
terra, e gli tenga luogo di lieti successi e d'ogni altro bene.
Al presente, io mantengo che quel preludio di gloria, quel segno
d'onoranza più, direi, celeste che umano, e il quale o non mai o
rarissimo può mancare alle virtù grandi benchè infelici, sì è l'amore
appunto di tutti i buoni, e la compassione e insieme l'invidia di tutte
l'anime generose e gentili; si è il giudicio e la sanzione del popolo,
il quale tuttavolta che non vien soprafatto dalle arti maligne degli
ambiziosi e de' prepotenti, serbasi retto nell'assegnar la sua stima,
e scuopre e indovina assai bene la probità delle intenzioni e dei fini;
e dove non possa altrimenti, sfoga con segrete rammemorazioni e qualche
nascosta lacrima l'affetto riverente e pietoso.
In tal guisa, e contro i ludibrj della fortuna e a preferenza d'altri
re abilissimi e potentissimi, l'amore, l'ammirazione, l'encomio, il
compianto di tutta Genova, di tutto il Piemonte, di tutta l'Italia
accompagna, circonda, onora e quasi non dissi adora l'estreme reliquie
di questo Re, e lui caduto due volte nel santo intraprendimento, udiam
tuttavia chiamare e salutare un eroe.
Insegnamento sublime e più che altri mai profittevole, il quale esce da
queste esequie! Oggimai dee sapere qualunque Italiano, che quando anche
o dagli accidenti o dalla natura fossegli contrastato e interdetto di
segnalarsi per doti peregrine ed eccelse d'ingegno e d'arte, sempre gli
rimarrà, se lo voglia, il tesoro non dissipabile d'un eroico sentire
e d'un forte operare; e che gl'infortunj più fieri e impensati mai non
varranno a frodarlo della tacita maraviglia e dell'affezione ossequiosa
di tutti coloro che il pregio dei pensieri e dell'opere umane indagano
e pesano alla stadera e al lume della coscienza, e riscontrandole
esattamente coi dogmi eterni della giustizia e del bene. Il qual lume
e il quale riscontro c'insegnano oggi appunto con gran sicurezza,
che il peccato dei destini, la crudele indifferenza d'Europa, gli
eccessi delle fazioni e i funesti errori di tutti, contrastarono e
soprafecero le intenzioni più alte e schiette e magnanime che sieno
sorte e dimorate pur mai nel petto d'un re; e che sì le opere, i
benefizj e i tentamenti di CARLO ALBERTO inverso la patria comune, sì
ogni mezzo voluto e prescelto da lui nell'adempimento di essi, furono
tutti impressi e lucenti di quella prodezza antica e di quella civile
santità, che sola può salvare e riordinare, non che l'Italia, ma il
secolo, e queste viventi e le nasciture generazioni.