II.

Suole gran parte di coloro che studiano nelle storie, uscire dalla

notizia e considerazione di quelle con l'animo troppo diverso e

fuor misura disingannato, e odiando quasi la luce che d'indi è lor

balenata. Imperocchè stimano averne raccolto questo insegnamento più

generale e più certo: che, cioè, il genere umano vive e si pasce,

come durevolmente fanciullo, di perpetue illusioni; la fortuna

governare le cose nostre con usuale insolenza e perfidia; quei popoli

acquistare grandezza e quei principi venir lodati e famosi, che son

fortunati. Le imprese comechè giuste e nobili, gli sforzi comechè

dolorosi e magnanimi, quando il buon successo non gli accompagni, o si

estinguono nel silenzio, o con dispregio son ricordati. Se il cuore fu

schietto e sublime, il tentamento generoso, le intenzioni benefiche,

la volontà invitta e incrollabile, non si chiede. Invece, molti nomi

permangono illustri e molte opere ricordate nei secoli ed ammirate, le

quali la giustizia condanna, e la bontà deplora ed abbomina. Insomma

(sentenzian costoro), la lealtà, il coraggio, la rettitudine, la

bontà e l'annegazione sola valgono nelle storie meno che nulla, e di

lor si fa caso unicamente allora che menano seco la forza, l'ingegno,

l'abilità, la fortuna; e l'abilità, l'ingegno, la fortuna e la forza

valgono, pur troppo, e prevalgono anche sole. Ora, a tale sentenza

sconfortatrice e del sicuro non tutta falsa, ognun sa che dovrebbe il

virtuoso e il cristiano non si perturbare; essendo notissimo a lui, che

il mondo è cieco e strano dispensiere di fama, e il volgo si lascia

pigliare alle splendide e strepitose apparenze; notissimo è a lui,

che la virtù è rara e divina cosa per ciò appunto che tragge i premj

da entro sè stessa. E fuori di sè, non agli uomini li domanda ma sì

a Dio immortale, e dei parziali e sciocchi giudizj umani alteramente

sorride. Ciò resta vero; ma la virtù comunale e generalmente usata non

è profonda nè coraggiosa; e d'altra parte, ànno le storie del medio evo

mostrato e provato assai, quanto torni pericoloso il porre tutte mai

le speranze e tutti i pensieri fuori del mondo. Ei si fa necessario,

pertanto, che qualche preludio almeno di gloria, qualche cenno di

spiritual premio, qualche segno e testimonianza visibile di laude e di

onore, segna presto o tardi l'animoso ed il buono eziandio quaggiù in

terra, e gli tenga luogo di lieti successi e d'ogni altro bene.

Al presente, io mantengo che quel preludio di gloria, quel segno

d'onoranza più, direi, celeste che umano, e il quale o non mai o

rarissimo può mancare alle virtù grandi benchè infelici, sì è l'amore

appunto di tutti i buoni, e la compassione e insieme l'invidia di tutte

l'anime generose e gentili; si è il giudicio e la sanzione del popolo,

il quale tuttavolta che non vien soprafatto dalle arti maligne degli

ambiziosi e de' prepotenti, serbasi retto nell'assegnar la sua stima,

e scuopre e indovina assai bene la probità delle intenzioni e dei fini;

e dove non possa altrimenti, sfoga con segrete rammemorazioni e qualche

nascosta lacrima l'affetto riverente e pietoso.

In tal guisa, e contro i ludibrj della fortuna e a preferenza d'altri

re abilissimi e potentissimi, l'amore, l'ammirazione, l'encomio, il

compianto di tutta Genova, di tutto il Piemonte, di tutta l'Italia

accompagna, circonda, onora e quasi non dissi adora l'estreme reliquie

di questo Re, e lui caduto due volte nel santo intraprendimento, udiam

tuttavia chiamare e salutare un eroe.

Insegnamento sublime e più che altri mai profittevole, il quale esce da

queste esequie! Oggimai dee sapere qualunque Italiano, che quando anche

o dagli accidenti o dalla natura fossegli contrastato e interdetto di

segnalarsi per doti peregrine ed eccelse d'ingegno e d'arte, sempre gli

rimarrà, se lo voglia, il tesoro non dissipabile d'un eroico sentire

e d'un forte operare; e che gl'infortunj più fieri e impensati mai non

varranno a frodarlo della tacita maraviglia e dell'affezione ossequiosa

di tutti coloro che il pregio dei pensieri e dell'opere umane indagano

e pesano alla stadera e al lume della coscienza, e riscontrandole

esattamente coi dogmi eterni della giustizia e del bene. Il qual lume

e il quale riscontro c'insegnano oggi appunto con gran sicurezza,

che il peccato dei destini, la crudele indifferenza d'Europa, gli

eccessi delle fazioni e i funesti errori di tutti, contrastarono e

soprafecero le intenzioni più alte e schiette e magnanime che sieno

sorte e dimorate pur mai nel petto d'un re; e che sì le opere, i

benefizj e i tentamenti di CARLO ALBERTO inverso la patria comune, sì

ogni mezzo voluto e prescelto da lui nell'adempimento di essi, furono

tutti impressi e lucenti di quella prodezza antica e di quella civile

santità, che sola può salvare e riordinare, non che l'Italia, ma il

secolo, e queste viventi e le nasciture generazioni.

Scritti politici · 第 265 / 310 题